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Panorama dal mio balcone. Foto di Stuart Farquhar

“È che a queste cose mettono sempre dei nomi così insulsi…”.

La donna seduta accanto a me si è tolta il bavaglio per sfottere il soprannome dell’idrante “La Ballena”, che quella sera, venerdì 18 ottobre, sarebbe stato usato dalla polizia catalana per farsi strada tra le barricate in fiamme. La tipa era l’unica, bizzarra imbavagliata del gruppetto dell’altra volta, a cui mi sono accollata stavolta per riprendere lo sciopero generale: migliaia di persone sono venute apposta, a piedi, a Barcellona. Come l’altra volta, eravamo soprattutto noi donne a chiederci perché diavolo dovessimo andare proprio verso le mazzate: in questo caso, verso il fumo che si alzava in volte nere, più alte del Corte Inglés.

 Una volta al sicuro, avremmo guardato il video in cui la polizia apriva le danze sparando su manifestanti seduti. Dice che è stata provocata, ma dalle immagini non si evince. In ogni caso, la tizia del bavaglio aveva ragione: ecco un elenco di cose di cui abbiamo solo il nome nudo.

Folla: mezzo milione (e secondo la questura!), con tanto di odore di stallatico negli angolini del centro… Ma i giornali parlano molto di più dei facinorosi, magari con titoli differenziati per pubblico.

Bandiere: tra quelle indipendentiste sventolava, ogni tanto, quella della Repubblica spagnola, contro un re schiaffato lì da Franco, e un primo ministro che viene solo a visitare i poliziotti feriti (mentre quattro persone hanno perso un occhio per lo sparo di proiettili di gomma).

Paura: di chi? Ormai sul tardi, le camionette avrebbero rincorso gente ferma in Plaça Catalunya, per costringerla a raccogliersi al centro della piazza.

Aria.

Quella cosa di cui ti accorgi solo quando manca.

Non avrei mai pensato che potesse essere un problema, non verso le otto, mentre tornavo a casa. E invece, da un lato della mia strada c’erano loro, giovanissimi e imbavagliati, e dall’altro c’era una transenna gialla, con dietro tre sagome in elmetto e fucile. Provavo a farmi strada tra incappucciati e telecamere – anche i giornalisti avevano rinculato, brutto segno – e non capivo in che direzione detonassero gli scoppi.

“Corriamo, loco!” ha gridato quasi divertito uno dei ragazzetti col volto coperto. Loco è un appellativo usato con una certa insistenza dalla gioventù tamarra locale, e il tamarretto è riuscito nell’intento: eccoci a defilarci come marionette ai suoi ordini, per scoprire solo dopo che non c’era un reale pericolo. Un giornalista, che parlava a debita distanza davanti a una telecamera, mi ha guardata con insistenza: che faccia dovevo avere?

Torniamo alla voce paura: la coppia di cinquantenni che era venuta a piedi lungo le autostrade bloccate mi spaventava perché non sapeva cosa fare in una manifestazione – defilarsi senza panico, chiudersi a paguro davanti agli idranti… – ma ci credeva. Quei ragazzetti incappucciati sapevano piuttosto bene come andavano queste cose, ma in realtà non sono sicura che credessero in qualcosa, che non fosse la loro divertita capacità di far correre tutti. Quello che voglio dire è: alcuni sembrano avere le idee chiare, almeno sulla funzione difensiva delle barricate davanti alle violenze. Quelli che mi facevano spazio venerdì sera, nel mio secondo tentativo di rientrare, mi sembravano più giocare alla guerra. Ma sto speculando: la vista di una folla preoccupata che usciva dal vicolo mi ha convinta a tentare di nuovo, facendomi sotto le pareti per evitare eventuali proiettili.

Sono passata quasi liscia: l’imbavagliato fuori al mio portone non si è neanche girato a guardarmi. A conti fatti, avrei potuto essere sua madre.

Sono in salvo, ho pensato chiamando l’ascensore. Poi me ne sono accorta.

L’aria: mi faceva male respirarla. Prima la gola, poi il naso. Come quando avevo messo troppa soda nella ricetta del sapone, e avevo dovuto aprire le finestre, o quando avevo inalato il peperoncino che bolliva con l’aceto, per fare il sambal oelek.

Qui era peggio: una parte di me mi diceva “Non respirare”. E mi buttava sulle scale prima ancora che capissi che erano i lacrimogeni, usati nella piazza, e nella metropolitana, a due passi.

Salendo i quattro piani, l’affanno si aggiungeva al bruciore, e dal telefono a cui mi ero attaccata mi arrivavano domande strane: “Hai del limone?”. No. “Te lo vengo a portare adesso!”. No: non venite, nessuno venga. Vi sparano.

Allora sono partite le istruzioni: apri la finestra – una che dia sull’ascensore, e non sulla strada – fatti una doccia, lava i vestiti, bevi tanto.

Sì, sì, dicevo. Mi sono resa conto solo dopo delle macchie di mascara sotto gli occhi. Non credo fosse solo la tosse.

Dopo aver fatto la doccia – “Devo lavare pure gli stivali? Ma no, sono i più comodi che ho per scappare!” – mi sono accorta che Siri Hustvedt aveva vinto il Premio Princesa de Asturias, e l’erede al trono di Spagna aveva fatto il suo primo discorso, in presenza dei regali genitori che si lanciavano sguardi orgogliosi.

Anche io ascoltavo questa tredicenne bionda impappinarsi, e impegnarsi a servire “la Spagna e tutti gli spagnoli”: l’ascoltavo sullo sfondo dell’elicottero e degli spari.

Forse il problema è tutto qua.

Tweet di Nacho MG, ripreso da publico.es

 

(Questo è un video girato da Stuart Farquhar, il mio inquilino che ha due balconi sul carrer Comtal, prima che facesse buio e arrivassi io. Lo sentite gridare: “Jesus!”).

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Immagine da barcelona.lecool.com

La settimana dell’8 marzo, a Barcellona, è bella intensa. Proprio perché non è una cosa tipo “Settimana del cinema italiano”. Qui non è certo il Paradiso, ma la mobilitazione è tutto il tempo, anche a livello istituzionale. Per esempio, tempo fa in giro per strada si potevano vedere manifesti del comune come questo:

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“Il futuro non è maschilista – No al controllo”

… e questo:

“Il futuro non è maschilista – Se tu non vuoi, non voglio neanch’io”.

Al che vi devo confessare che, nell’ultimo caso, mi ritrovavo spesso a pensare: “Nooo, ma io voglio, tranquillo!”. Devo ancora decidere quanto mi faccia sessista o pedofila ‘sta cosa.

In ogni caso, sono settimane che si organizzano pranzi popolari a base di paella o calçots (di solito con opzione vegana, però non ditelo in giro perché non è a base di avocado ma di legumi, hai visto mai che minacciamo le certezze altrui…). Scopo: raccogliere fondi per lo sciopero generale convocato in quest’occasione (queste le ragioni in Italia). Perché qui non si usa regalare mimose, né si va a spogliarelli: ci si vede a una manifestazione di dimensioni antologiche, insieme a gente “ambosessi e di tutti i generi”. L’anno scorso, secondo i sindacati, si era in circa sei milioni (per i più pessimisti, in 5,3). Quelle che non possono permettersi di perdere una giornata di lavoro possono fare richiesta a diverse entità del loro quartiere (ne conosco almeno a Gràcia e Poble-Sec) per accedere a un fondo apposito che “risarcisca” lo stipendio di quella giornata: secondo voi tutte ‘ste magnate servivano solo a comprare cartelloni?! Per quelle che rischiano il licenziamento tout court, c’è l’idea di “rendere visibile” questa mancanza di diritti manifestando fuori ai loro posti di lavoro: l’anno scorso il CDB del Poble-Sec l’ha fatto con un supermercato dalle parti di Plaça Espanya. 

Anche se non c’entra strettamente con queste raccolte fondi barcellonesi, vorrei farvi vedere lo stesso la paella che le signore di quest’associazione hanno organizzato il 4 marzo 2018, perché se aspettate che la prepari io, vegana o meno, state freschi:

La manifestazione in sé è spettacolare, vengono i sindacati e quasi tutte le entità politiche, credo manchino giusto i fasci fasci (che comunque sono tanti):

“Ci fermiamo per cambiare tutto” (dalla pagina di regio7.cat)

Il dibattito sull’efficacia di questo tipo di sciopero è sacrosanto e deve restare aperto. Però mi dispiace vedere che, per esempio, la fotografa che ha preferito non aderirvi immortali giusto le due studentesse catalane che, in una pausa dalla manifestazione, si fanno servire un caffè da una cameriera latina. Non credo che sminuire le decisioni altrui con casi isolati sia una gran maniera di rafforzare le proprie idee. Un altro problema sono gli orari della manifestazione, come sempre: cominciare di fatto intorno alle 19.00 attira anche chi ha lavorato, ma esclude ad esempio le madri di bimbi piccoli. Questo problema è ovviato nel Poble-Sec dall’Ateneu Cooperatiu La Base: quest’anno, gli uomini dei collettivi che orbitano intorno all’Ateneu si prendono cura dei bambini mentre le loro madri sono allo sciopero. In generale, l‘equiparazione dei permessi di maternità e paternità ha scatenato un dibattito tra le femministe con figli e quelle senza, con punte di essenzialismo da una parte e riduttivismo dall’altra: non posso che rammaricarmene, da appartenente alla seconda categoria che vorrebbe essere nella prima. Però, quando vedo una tizia chiedere “perché bisogna poi manifestare proprio l’8 marzo”, mi arrendo.

A casa mia, fino all’anno scorso, succedevano cose esilaranti tipo che l’8 marzo non mi era dato di cucinare né di lavare i piatti (e di solito io facevo una cosa e lui l’altra). Allora si potevano creare situazioni tipo: “Ma oggi avevo voglia di un piatto in part…”. Lui: “Lo cucino io!”. Io: ” ‘A pasta e patane azzeccata, con pasta ammescata?”.

Alla fine ha imparato a farla bene.

(Qui un po’ d’immagini del successo dell’anno scorso.)

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Da ricette100.it

Io mi sento pure strana, ad andare in giro come se niente fosse durante uno sciopero generale. Ma tant’è, a convocare sono diverse entità indipendentiste, e non credo che “una repubblica catalana risolverà tutto”. Il bello è che non mi trovo d’accordo neanche con quelli che “cacciare il re non è una priorità”, “meglio tenerci Pedro Sánchez se l’alternativa è Vox” (discorso che avete visto come sia finito in Italia) o, peggio, “i cosiddetti prigionieri politici si aspettavano carezze, a proporre un referendum incostituzionale?”. Intanto i problemi politici non si risolvono con i pestaggi, né in tribunale: e come studiosa della Grande Guerra non parteciperò a un’inutile polarizzazione tra bandi. Specie quando gli entusiasti della repubblica decidono che, finché non giungi alle loro stesse conclusioni, non hai “preso partito”. A prescindere da chi abbia la colpa e chi no, per come si sta intalliando il procès (e per il significato d’intalliare vedi qua), sta’ a vedere che fa prima questa repubblica federale spagnola, data per impossibile da ottenere.

Così mi sono sciroppata con le mani in tasca il fracasso dell’elicottero della polizia, che in caso di manifestazione pare sempre volare a un pelo dalle case, e ho ammirato sul serio il corteo di bandiere che non finiva più, mentre attraversavano Plaça Catalunya. Ho riso infine quando un’elegante signora sul Pelayo (ufficialmente carrer Pelai) ha fatto un cenno interrogativo a una commessa che, a corteo passato, rialzava la saracinesca della profumeria. Riaprite? Riapriamo. E in effetti i negozi in centro sono rimasti quasi tutti in attività, magari con la saracinesca già pronta a calar giù: i proclami di chiusura, anche critici con lo sciopero, a quanto ho visto li hanno fatti istituti culturali e biblioteche.

Dei miei amici sparsi per il corteo, qualcuna si rallegrava per l’attacco al sindacato “traditore”, e chi lavora nello stesso sindacato si lamentava invece della “democrazia” con cui i manifestanti hanno accettato opinioni discordanti. Non guardate me, io me la facevo addosso anche solo quando entravo a scuola durante uno sciopero che non condividevo, e quelli rimasti fuori, minacciati di sospensione, provavano a sfondare il portone per entrare. Se fossi stata Maria Antonietta altro che capelli bianchi (che poi è un mezzo falso storico), in un giorno diventavo direttamente Ursula la Strega del Mare.

Questo per dire che mi sento sempre più isolata, e non solo sul piano politico. Trovo normali e irrilevanti cose di cui qualche anticonformista professionale si vanta (che so, essere erbivora, non portare un reggiseno, non avere una tv…) e voglio una famiglia in un posto in cui, a occhio e croce, sei più cool se non la vuoi.

Per questo, con somma ilarità dell’amica francese che sfotteva i “miei” bar, mi sto portando avanti col lavoro e finisco da sola a consumare tè e dolcetto – o magari dei biscottini simili ai crumiri – come le nonne che mi circondano. Ma bando all’appucundria! Ieri ad allietarmi la giornata ci ha pensato questo post sull’omofobia, che adesso vi traduco. Continuo a non essere sicura che insultare gli omofobi li renda consapevoli dell’errore, ma quanno ce vo’ ce vo’:

Tuo figlio non diventerà gay perché gli parlano della diversità a scuola, né per il fatto di vedere dei gay per strada. Però, se tuo figlio è gay, magari vedere gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali farà sì che non passi un’infanzia di merda e infelice.

Allo stesso tempo, se tuo figlio è etero e vede gay con la stessa naturalità con cui vede eterosessuali, magari non diventa un miserabile omofobo che pensi che la diversità sia un’ideologia.

Dal fronte catalano è tutto.

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto

Dalla pagina FB dell’EX-OPG occupato

Oggi il blog sospende le trasmissioni (leggi “le solite minchiate”) per contemplare una folla.

Quella che in queste ore si sta radunando a Rio de Janeiro per la morte di Marielle Franco, femminista, nera e anticapitalista, e pure impegnata a denunciare le violenze delle forze dell’ordine nelle favelas: è campata giusto un anno più di me, ma una così sa che le opzioni di arrivare alla vecchiaia sono scarse, e lotta lo stesso.

Guardo queste immagini perché mi ricordano un po’ la folla che si è riunita a Macerata nonostante tutto il casino istituzionale, per ribadire che antifascista e antirazzista non sono parole vuote perfino da noi (e non lo sono perfino adesso, dopo i risultati delle elezioni).

Infine, non posso non pensare al burdell’ (in senso decostruito) che c’era lo scorso 8 marzo a Barcellona: i giornalisti celoduristi hanno provato a smentirlo, ma, nonostante tutte le problematiche legate all’intersezionalità, è stato uno sciopero generale, e riuscitissimo.

Io vorrei che ricordassero queste immagini anche coloro che denunciano i rischi reali ed evidenti di questa nostra società di massa, e dimenticano che gli stessi media che uniformano, spiano e diffondono false notizie, diffondono anche vere notizie, avvicinano gente lontana, e sì, all’occorrenza radunano folle, che non sempre sono fatte da coglioni.

È vero, uno che disegna fumetti e satelliti mi ha detto:

Diffida dal cinismo. È la via più facile. Quindi molto affollata. E nella folla, la probabilità di trovare idioti aumenta.

Mettiamola così: nelle folle (perlopiù virtuali) dei cinici, le probabilità sono altissime.

 

Fora piloteres (Sense data) (35x59,50cm)Le nuvole restano il mio posto preferito per pensare. Segno che penso molto poco, giusto quell’ora e mezza di cielo che attraverso ogni morte di papa (anche se il proverbio andrebbe aggiornato) per passare Pasqua con chi voglio. Cioè, con i miei.

Oggi, guardando il soffice letto di nuvole ai miei piedi (ne ignoravo volutamente le temperature ultraglaciali) mi sono detta che è passato un anno.

Un anno fa ero a Plaça Universitat, di ritorno dallo sciopero generale del 29 marzo, e mi veniva sparato un proiettile ad aria compressa senza motivo apparente. Si schiantava a un metro d’altezza da me, rimbalzando contro il portone laterale all’incrocio tra la piazza e il c. Balmes e finendo per strada.

Io, è il caso di dirlo, ero caduta dalle nuvole e avevo pensato a un petardo. Chi era con me dice di aver visto il cecchino sparare nella nostra direzione.

Due mesi dopo fu chiesto a Nicola Tanno, alla presentazione del suo libro: perché colpiscono sempre gli italiani?
Su 8 vittime in 3 anni in Catalogna, la percentuale d’italiani è alta. C’è chi ci ha ricamato sopra complotti anarcoitaliani.

Io ormai sapevo. Non c’entra niente, la nazionalità. E nemmeno cosa stessi facendo in quel momento. Probabilmente aspettavi, come me, che finisse il casino per tornartene a casa.

La sera del 29 marzo i social network erano un rincorrersi di richiami: a te che è successo? Ti hanno caricato? Qualcuno se l’era portato a casa, il proiettile che non avevo avuto il coraggio di raccogliere. E nella foto ravvicinata mi sembrava grande come un uovo. Brividi.

Da allora ne è passata, di acqua sotto i ponti. C’è stato un altro sciopero generale, costato un altro occhio. Non a un’anarcoitaliana, a una catalana attiva nel sociale. E le cose, per fortuna, hanno cominciato a muoversi. A Stop bales de goma si è affiancato Ojo con tu ojo. Hanno imputato due poliziotti per Esther, e due pure per Nicola, tre anni dopo. Finalmente.

È rimasta la paura, che mi ha fatto messaggiare dal paese all’ultima grande manifestazione. Ero tornata per le elezioni ed ero paradossalmente bloccata in casa al paese da un temporale, mentre i miei amici sfilavano per le strade di Barcellona con lo striscione di Stop bales, e cominciavano i disturbi a Madrid…

Sulle nuvole pensavo a tutto questo. Senza sapere che, una volta atterrata, RaiNews mi avrebbe restituito la faccia martoriata di Federico Aldrovandi al sit-in dei poliziotti fuori al comune in cui lavora sua madre. E quella della sorella di Giuseppe Uva, indagata per diffamazione. E allora avrei ricordato pure la paura che mi presi ad Aversa, anni fa, per quel tipo morto di overdose proprio mentre la guardia penitenziaria gli metteva un piede sulla gola. Attento, dicevamo all’amico che voleva seguire il caso. Il ragazzo era uno sbandato, figlio di un mezzo camorrista, licenza di uccidere, insomma. Non lo trovo manco su google. Ne uscì un articolo sull’Unità, credo, l’amico fu contattato solo dopo Aldrovandi.

Sì, le nuvole tra Barcellona e Napoli non sanno di portare ben altro che mozzarelle e vacanze omaggio con Groupon.

Quello che sanno è che in quest’anno è cambiato tanto anche per me. Che in certe cose, ok, sto uguale o quasi, e devo ricordare con Scrubs che crescere è una scelta, non viene spontaneo. Puoi solo decidere di crescere tu, quando sei pronta.

E a un anno di distanza devo dire che il proiettile ha aiutato. Come il mattone che distrugge il claustrofobico vetro di The Dreamers, portando le strade del ’68 nei drammi personali dei sognatori. Perché ha centrato, solo metaforicamente per fortuna, quella parte del mio mondo che se ne stava rintanata ad aspettare che qualcuno si muovesse anche per lei. Prima di scoprire che se non ti muovi tu, fija mia, non lo fa nessuno per te.

Questo le nuvole lo sanno eccome.

In realtà lo Sciopero Generale è un’occasione per continuare l’acceso dibattito sulla musica alle manifestazioni, un po’ il cavallo di battaglia del Banzo che trasformerebbe il Passeig de Gràcia del 19N, come l’hanno chiamato qui, in un covo di metallari poganti… Banzo, si scherza, anzi, consiglio a tutti il tuo blog, ok? Tra l’altro sei sparito subito, non hai avuto tempo di annoiarti.

Noi del corteo di Altraitalia ci siamo annoiati eccome. Per fortuna. 20 metri in 2 ore, sbuffava Paolo. Le bandiere, però, notevoli: una dell’Arci con su l’intramontabile Quarto Stato, una di Sel (“Ragazzi, votate chi volete alle elezioni, ma alle primarie Vendola, eh!”), e un’altra della CGIL, che a un certo punto è venuto un ragazzo con la bandera republicana a chiedere una foto. Breve e incisivo il dibattito tra Sel e PD per esporre la bandiera italiana (intanto i francesi di Hollande esibivano sia il tricolore nazionale che la bandiera del sindacato), mentre la tipica icona con le forbici in divieto di transito, a significare prou retallades (basta tagli), la reggeva la piccola del gruppo. Che al primo petardo ha abbracciato la mamma italiana e la ha detto in spagnolo: “Ho paura”.

E pure io ne avevo. Non sapevo che alle 20.45 sarei stata qui a scrivere che sono tornata sana e salva, con tutti e due gli occhi, e, complici un po’ le elezioni anticipate tra 10 giorni, nessuno aveva interesse a che avvenissero pestaggi come quelli di Madrid, o quello del ragazzino di Tarragona.

Però anche gli altri gruppi, partiti di sinistra, sindacati, cittadini, hanno fatto quel che potevano: a parte l’ovvio Rajoy y Mas, no podemos más, e qualcuno che ahimé invocava il President catalano come pater patriae, bello l’onnipresente Catalonia is not CiU. Sulla falsariga di Catalonia is not Spain, eterno refrain da festa nazionale, qualcuno prova a ricordare che questo partito di destra che cavalca l’onda indipendentista non rappresenta lo stato intero (speriamo che se ne ricordino alle urne…).

Tenerissimo, poi, il cartello di un ragazzo, Va per tu, avi, nonno, questa è per te. E allora t’immagini questo nonno cresciuto a pane e franchismo e costretto a tenersi il catalano per le feste di famiglia, ma sottovoce, che non ci sentano dalla strada. Magari come l’avi Siset della canzone diceva che se tiriamo un po’ di qua e di là il palo a cui siamo legati come bestie segur que tomba, tomba tomba, sicuro che cade.

E poi, tornando alla musica, stavolta sono soddisfatta. Solo di quella, magari, perché nessuno capiva un tubo del percorso. Facevi dieci passi verso Plaça Catalunya, ed ecco una fiumana di gente andare verso Jardinets de Gràcia. Pare che ci si fermasse a Plaça Urquinaona, per gli amici Armageddon, con le leggende metropolitane di gente pestata all’uscita della metro con tanto di lacrimogeni e balines de goma. Che poi balines un corno, come ricordava bene Paolo che guardandomi ha detto: “Io ho paura di andare alle manifestazioni con lei, finisce che ci sparano!”.

E invece l’unica cosa che hanno sparato in mia presenza, ad alto volume, è stata Bella Ciao, bizarrament remixata, e allora un coro stonato e soddisfatto ha interrotto gli eterni ragguagli reciproci su dove trovare prodotti italiani: “I tortellini Eroski li fa Rana”, “Il pako al c. del Parlament ha la De Cecco a prezzi italiani!”, “A Gràcia sai che trovi? Non ci crederai: lo stracchino!”. Ci interrompe ancora il mix inedito di Bandiera Rossa e Anarchy in the UK, in un marasma culminato con la visione mistica, sotto al camioncino degli organizzatori, dei 4 mori della bandiera sarda.

Era troppo. Dovevo seguire il furgoncino dovunque andasse. E come il pifferaio di Hamelin il furgoncino ha preso Consell de Cent per scendere velocemente la snobissima Rambla de Catalunya, con canzoni di lotta tradotte in catalano (e gli autoctoni intorno a me col pugno alzato). Allora, mentre mi godevo El pueblo unido cantata finalmente con l’accento giusto, pensavo “Ora ci isoliamo e ci mazzeano”. Macché. Dopo una piroetta di uno dei sardi, libratosi nell’aria reggendosi a un segnale (le sirene della polizia, sullo sfondo, tranquille), il “pifferaio” scende in picchiata verso Catalunya, e noi decidiamo di aver rischiato anche troppo. Ci proviamo, a ritornarcene per Plaça Universitat?

Ripenso alla volta scorsa, gli spari, la gente di corsa, l’eterno dilemma se correre o rannicchiarsi in un angolo, e quel lungo fischio con botto che avevo scambiato per un petardo e mi aveva mancato di un metro o giù di lì.

Oggi, per fortuna, è il silenzio.

Mentre scrivevo si sentivano spari e sirene, però.

Spero di non dover ricredermi.

(in spagnolo)

(in catalano, un po’ swing)

PS: Mi devo ricredere. Verso la fine della manifestazione, a quanto pare, ci sono state delle cariche della polizia. Una donna è stata ferita a un occhio, probabilmente per un proiettile ad aria compressa. L’unica amica coinvolta in una carica dalla sua posizione non era in grado di dire che vi fossero state provocazioni. Per fortuna qualcuno ha aperto un portone e vi si è rifugiata. Il Presidente catalano Artur Mas ha chiesto scusa per il pestaggio del 13enne a Tarragona, ma ha dichiarato che è stato un caso fortuito.
PPS: Stop bales de goma.