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L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto

Dalla pagina FB dell’EX-OPG occupato

Oggi il blog sospende le trasmissioni (leggi “le solite minchiate”) per contemplare una folla.

Quella che in queste ore si sta radunando a Rio de Janeiro per la morte di Marielle Franco, femminista, nera e anticapitalista, e pure impegnata a denunciare le violenze delle forze dell’ordine nelle favelas: è campata giusto un anno più di me, ma una così sa che le opzioni di arrivare alla vecchiaia sono scarse, e lotta lo stesso.

Guardo queste immagini perché mi ricordano un po’ la folla che si è riunita a Macerata nonostante tutto il casino istituzionale, per ribadire che antifascista e antirazzista non sono parole vuote perfino da noi (e non lo sono perfino adesso, dopo i risultati delle elezioni).

Infine, non posso non pensare al burdell’ (in senso decostruito) che c’era lo scorso 8 marzo a Barcellona: i giornalisti celoduristi hanno provato a smentirlo, ma, nonostante tutte le problematiche legate all’intersezionalità, è stato uno sciopero generale, e riuscitissimo.

Io vorrei che ricordassero queste immagini anche coloro che denunciano i rischi reali ed evidenti di questa nostra società di massa, e dimenticano che gli stessi media che uniformano, spiano e diffondono false notizie, diffondono anche vere notizie, avvicinano gente lontana, e sì, all’occorrenza radunano folle, che non sempre sono fatte da coglioni.

È vero, uno che disegna fumetti e satelliti mi ha detto:

Diffida dal cinismo. È la via più facile. Quindi molto affollata. E nella folla, la probabilità di trovare idioti aumenta.

Mettiamola così: nelle folle (perlopiù virtuali) dei cinici, le probabilità sono altissime.

 

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Fora piloteres (Sense data) (35x59,50cm)Le nuvole restano il mio posto preferito per pensare. Segno che penso molto poco, giusto quell’ora e mezza di cielo che attraverso ogni morte di papa (anche se il proverbio andrebbe aggiornato) per passare Pasqua con chi voglio. Cioè, con i miei.

Oggi, guardando il soffice letto di nuvole ai miei piedi (ne ignoravo volutamente le temperature ultraglaciali) mi sono detta che è passato un anno.

Un anno fa ero a Plaça Universitat, di ritorno dallo sciopero generale del 29 marzo, e mi veniva sparato un proiettile ad aria compressa senza motivo apparente. Si schiantava a un metro d’altezza da me, rimbalzando contro il portone laterale all’incrocio tra la piazza e il c. Balmes e finendo per strada.

Io, è il caso di dirlo, ero caduta dalle nuvole e avevo pensato a un petardo. Chi era con me dice di aver visto il cecchino sparare nella nostra direzione.

Due mesi dopo fu chiesto a Nicola Tanno, alla presentazione del suo libro: perché colpiscono sempre gli italiani?
Su 8 vittime in 3 anni in Catalogna, la percentuale d’italiani è alta. C’è chi ci ha ricamato sopra complotti anarcoitaliani.

Io ormai sapevo. Non c’entra niente, la nazionalità. E nemmeno cosa stessi facendo in quel momento. Probabilmente aspettavi, come me, che finisse il casino per tornartene a casa.

La sera del 29 marzo i social network erano un rincorrersi di richiami: a te che è successo? Ti hanno caricato? Qualcuno se l’era portato a casa, il proiettile che non avevo avuto il coraggio di raccogliere. E nella foto ravvicinata mi sembrava grande come un uovo. Brividi.

Da allora ne è passata, di acqua sotto i ponti. C’è stato un altro sciopero generale, costato un altro occhio. Non a un’anarcoitaliana, a una catalana attiva nel sociale. E le cose, per fortuna, hanno cominciato a muoversi. A Stop bales de goma si è affiancato Ojo con tu ojo. Hanno imputato due poliziotti per Esther, e due pure per Nicola, tre anni dopo. Finalmente.

È rimasta la paura, che mi ha fatto messaggiare dal paese all’ultima grande manifestazione. Ero tornata per le elezioni ed ero paradossalmente bloccata in casa al paese da un temporale, mentre i miei amici sfilavano per le strade di Barcellona con lo striscione di Stop bales, e cominciavano i disturbi a Madrid…

Sulle nuvole pensavo a tutto questo. Senza sapere che, una volta atterrata, RaiNews mi avrebbe restituito la faccia martoriata di Federico Aldrovandi al sit-in dei poliziotti fuori al comune in cui lavora sua madre. E quella della sorella di Giuseppe Uva, indagata per diffamazione. E allora avrei ricordato pure la paura che mi presi ad Aversa, anni fa, per quel tipo morto di overdose proprio mentre la guardia penitenziaria gli metteva un piede sulla gola. Attento, dicevamo all’amico che voleva seguire il caso. Il ragazzo era uno sbandato, figlio di un mezzo camorrista, licenza di uccidere, insomma. Non lo trovo manco su google. Ne uscì un articolo sull’Unità, credo, l’amico fu contattato solo dopo Aldrovandi.

Sì, le nuvole tra Barcellona e Napoli non sanno di portare ben altro che mozzarelle e vacanze omaggio con Groupon.

Quello che sanno è che in quest’anno è cambiato tanto anche per me. Che in certe cose, ok, sto uguale o quasi, e devo ricordare con Scrubs che crescere è una scelta, non viene spontaneo. Puoi solo decidere di crescere tu, quando sei pronta.

E a un anno di distanza devo dire che il proiettile ha aiutato. Come il mattone che distrugge il claustrofobico vetro di The Dreamers, portando le strade del ’68 nei drammi personali dei sognatori. Perché ha centrato, solo metaforicamente per fortuna, quella parte del mio mondo che se ne stava rintanata ad aspettare che qualcuno si muovesse anche per lei. Prima di scoprire che se non ti muovi tu, fija mia, non lo fa nessuno per te.

Questo le nuvole lo sanno eccome.

In realtà lo Sciopero Generale è un’occasione per continuare l’acceso dibattito sulla musica alle manifestazioni, un po’ il cavallo di battaglia del Banzo che trasformerebbe il Passeig de Gràcia del 19N, come l’hanno chiamato qui, in un covo di metallari poganti… Banzo, si scherza, anzi, consiglio a tutti il tuo blog, ok? Tra l’altro sei sparito subito, non hai avuto tempo di annoiarti.

Noi del corteo di Altraitalia ci siamo annoiati eccome. Per fortuna. 20 metri in 2 ore, sbuffava Paolo. Le bandiere, però, notevoli: una dell’Arci con su l’intramontabile Quarto Stato, una di Sel (“Ragazzi, votate chi volete alle elezioni, ma alle primarie Vendola, eh!”), e un’altra della CGIL, che a un certo punto è venuto un ragazzo con la bandera republicana a chiedere una foto. Breve e incisivo il dibattito tra Sel e PD per esporre la bandiera italiana (intanto i francesi di Hollande esibivano sia il tricolore nazionale che la bandiera del sindacato), mentre la tipica icona con le forbici in divieto di transito, a significare prou retallades (basta tagli), la reggeva la piccola del gruppo. Che al primo petardo ha abbracciato la mamma italiana e la ha detto in spagnolo: “Ho paura”.

E pure io ne avevo. Non sapevo che alle 20.45 sarei stata qui a scrivere che sono tornata sana e salva, con tutti e due gli occhi, e, complici un po’ le elezioni anticipate tra 10 giorni, nessuno aveva interesse a che avvenissero pestaggi come quelli di Madrid, o quello del ragazzino di Tarragona.

Però anche gli altri gruppi, partiti di sinistra, sindacati, cittadini, hanno fatto quel che potevano: a parte l’ovvio Rajoy y Mas, no podemos más, e qualcuno che ahimé invocava il President catalano come pater patriae, bello l’onnipresente Catalonia is not CiU. Sulla falsariga di Catalonia is not Spain, eterno refrain da festa nazionale, qualcuno prova a ricordare che questo partito di destra che cavalca l’onda indipendentista non rappresenta lo stato intero (speriamo che se ne ricordino alle urne…).

Tenerissimo, poi, il cartello di un ragazzo, Va per tu, avi, nonno, questa è per te. E allora t’immagini questo nonno cresciuto a pane e franchismo e costretto a tenersi il catalano per le feste di famiglia, ma sottovoce, che non ci sentano dalla strada. Magari come l’avi Siset della canzone diceva che se tiriamo un po’ di qua e di là il palo a cui siamo legati come bestie segur que tomba, tomba tomba, sicuro che cade.

E poi, tornando alla musica, stavolta sono soddisfatta. Solo di quella, magari, perché nessuno capiva un tubo del percorso. Facevi dieci passi verso Plaça Catalunya, ed ecco una fiumana di gente andare verso Jardinets de Gràcia. Pare che ci si fermasse a Plaça Urquinaona, per gli amici Armageddon, con le leggende metropolitane di gente pestata all’uscita della metro con tanto di lacrimogeni e balines de goma. Che poi balines un corno, come ricordava bene Paolo che guardandomi ha detto: “Io ho paura di andare alle manifestazioni con lei, finisce che ci sparano!”.

E invece l’unica cosa che hanno sparato in mia presenza, ad alto volume, è stata Bella Ciao, bizarrament remixata, e allora un coro stonato e soddisfatto ha interrotto gli eterni ragguagli reciproci su dove trovare prodotti italiani: “I tortellini Eroski li fa Rana”, “Il pako al c. del Parlament ha la De Cecco a prezzi italiani!”, “A Gràcia sai che trovi? Non ci crederai: lo stracchino!”. Ci interrompe ancora il mix inedito di Bandiera Rossa e Anarchy in the UK, in un marasma culminato con la visione mistica, sotto al camioncino degli organizzatori, dei 4 mori della bandiera sarda.

Era troppo. Dovevo seguire il furgoncino dovunque andasse. E come il pifferaio di Hamelin il furgoncino ha preso Consell de Cent per scendere velocemente la snobissima Rambla de Catalunya, con canzoni di lotta tradotte in catalano (e gli autoctoni intorno a me col pugno alzato). Allora, mentre mi godevo El pueblo unido cantata finalmente con l’accento giusto, pensavo “Ora ci isoliamo e ci mazzeano”. Macché. Dopo una piroetta di uno dei sardi, libratosi nell’aria reggendosi a un segnale (le sirene della polizia, sullo sfondo, tranquille), il “pifferaio” scende in picchiata verso Catalunya, e noi decidiamo di aver rischiato anche troppo. Ci proviamo, a ritornarcene per Plaça Universitat?

Ripenso alla volta scorsa, gli spari, la gente di corsa, l’eterno dilemma se correre o rannicchiarsi in un angolo, e quel lungo fischio con botto che avevo scambiato per un petardo e mi aveva mancato di un metro o giù di lì.

Oggi, per fortuna, è il silenzio.

Mentre scrivevo si sentivano spari e sirene, però.

Spero di non dover ricredermi.

(in spagnolo)

(in catalano, un po’ swing)

PS: Mi devo ricredere. Verso la fine della manifestazione, a quanto pare, ci sono state delle cariche della polizia. Una donna è stata ferita a un occhio, probabilmente per un proiettile ad aria compressa. L’unica amica coinvolta in una carica dalla sua posizione non era in grado di dire che vi fossero state provocazioni. Per fortuna qualcuno ha aperto un portone e vi si è rifugiata. Il Presidente catalano Artur Mas ha chiesto scusa per il pestaggio del 13enne a Tarragona, ma ha dichiarato che è stato un caso fortuito.
PPS: Stop bales de goma.