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I 10 Comandamenti di una comunicazione efficace

Due parole di aggiornamento sulla mia carriera di White Savior: mi sento a casa!

Ebbene sì. Ci ho preso gusto a trattare con queste persone che vengono dall’altro lato del Mediterraneo, anche perché fanno parte di una comunità ancor più discriminata della mia d’origine (sulla quale, nell’Anno Domini 2021, resta accettabile liquidare il razzismo con il classico “fatti una risata”). L’esperienza mi ha fatto tornare in mente una frase letta chissà dove, e che mi sembra sempre più fondata: ciò che la politica prova a unire con le tenaglie, la cultura separa, e forse il Sud Italia è più affine ai paesi dell’Africa mediterranea che al più continentale Nord. Senza scadere in facili cliché, il Mediterraneo meridionale unisce: crea famiglie allargate, affinità e nevrosi. Quindi io, in queste settimane, mi sono sentita nel mio ambiente d’origine, nel bene e nel male. Nel bene, per la gentilezza, la gratitudine, e la delizia: vedeste i manicaretti che mi sono stati offerti per un gesto minimo di solidarietà. Con tanto di ringraziamenti del proprietario del ristorante.

Tra gli aspetti negativi, c’è l’inconcludenza che ha accompagnato tutto questo: i progetti di collaborazione abbozzati e mai cominciati, i grandi proclami a cui è seguito il silenzio. Intendiamoci, alcune iniziative più che lodevoli salveranno anche una vita o due, che è tantissimo: ma non puntano mai alla giugulare, non arrivano mai a gridare che è l’intero sistema a essere sbagliato.

Insomma, a quest’ora avrei dovuto fare “l’angelo biondo” in non so quante interviste mai portate avanti, e avrei dovuto curare una pagina interculturale in italiano che non vedrà mai la luce, oltre a presenziare a una riunione antirazzista che non si è mai tenuta.

Da una parte è un sollievo, vedete sopra: povera la comunità che ha bisogno d’eroi. Specie se si tratta di un’eroina dal valore dubbio, proveniente da una comunità meno discriminata. Dall’altra parte mi sono ricordata dei miei vent’anni paesani, e dei progetti culturali che dovevano spaccare tutto, ma che al massimo finivano per portare due lire a quelli che mi sfruttavano con la promessa di un tesserino di pubblicista, o con quella ancora più volatile di star lavorando per una giusta causa. Senza vedere un soldo.

Già, i soldi. Una matrice comune è quella, dai due lati del Mediterraneo: i soldi mancano, combattere per un mondo più giusto è un’operazione di volontariato che non tutti si possono permettere, in una società governata dal denaro. Si dà per scontato che è una prestazione gratuita, e che è volgare anche solo pretendere un compenso, per sì nobile causa! In un contesto del genere, in effetti, è difficile fare grandi cose.

In secondo luogo, nelle mie interazioni con i nuovi “compagni di lotta” c’è un grosso difetto che non mi scrollo di dosso, perché, plot twist, intanto ero in contatto con i compagni di lotta italiani, o quello che ne rimaneva: adulti un po’ disillusi, ma non del tutto, che mi parlavano di problemi di tutt’altra natura. Poco importa se fossero questioni lavorative o sentimentali.

In tutte queste comunicazioni incrociate, e nelle storie che trattavano, c’era un grande assente: la comunicazione in sé, intesa come “parlare chiaro e senza trucchetti”. In inglese il dire e non dire si chiama “play games“, ed è più o meno consentito nelle fasi di corteggiamento, che ormai avvengono soprattutto via app. In italiano credo si dica: “Dire a nuora perché suocera intenda”. Insomma, è la prassi di chiedere indirettamente a un datore di lavoro recalcitrante quando e se ti pagherà, invece di ordinargli di “Cacare i denari”. Come se i sottintesi portassero poi a vederli, questi denari. Oppure è la tendenza a vivere con una persona che il tempo ha trasformato in estranea, ma non osiamo chiederle perché: per quanto ne sappiamo, la persona che credevamo di amare potrebbe desiderare addirittura il matrimonio, o al contrario la separazione! Eppure, non sappiamo fare altro che provare a decifrare il suo comportamento, invece di sederci insieme a un tavolo e chiedere: “Oh, come stai?”. Io capisco pure la tentazione di scansare le conversazioni difficili come se si trattasse di fossi in autostrada: avviene per l’idea, che abbiamo assimilato insieme al latte materno, che sia assurdo chiedere esattamente ciò che vogliamo.

L’erba voglio, si sa, non cresce neanche nel giardino del re. L’erba vorrei, però, è facile da trovare in giro. Abbiamo quest’idea, tipica del pensiero magico, che se comunichiamo esattamente ciò che vorremmo, non l’otterremo mai. Chiedete e non vi sarà dato. Suggerite e non vi sarà dato comunque, ma vi risparmiate l’onta di aver chiesto. Una volta, una psicologa mi prestò un libro sulla comunicazione efficace, e mi cambiò la vita. Non era una roba da pubblicità del balsamo per capelli, come quelle che trovate su Google: era proprio un manuale per imparare a comunicare sentimenti ed esigenze alle persone a noi più vicine. In pratica, scoprii sfogliandolo, era un libro di grammatica! Insegnava a mettere insieme soggetto, predicato e complemento. “Mi sento triste perché tu hai fatto questo, quindi temo che stia succedendo quest’altra cosa, e la mia soluzione sarebbe questa. Tu che ne pensi?”. Una questione semplice come l’uovo di Colombo.

Eppure quello di suggerire, non dire, o mentire addirittura, è un comportamento talmente radicato nelle esistenze di tanti che non ce ne accorgiamo nemmeno. Nelle interazioni amorose, poi, abbiamo imparato che bisogna affidarsi al carisma e sintomatico mistero del corteggiamento, altrimenti non valiamo niente. Ok, se proprio ci tenete fate pure i giochetti da inizio relazione, ma poi si diventa sinceri, vero? Altrimenti impariamo a “non dire” all’inizio, e continuiamo così per il resto della relazione.

Io ho lasciato che questo mi rovinasse la vita troppo a lungo per farlo ancora. E poi, giacché siamo in vena di comunicare, vi confesso un segreto: il non detto ci ossessiona. Un problema o un’esigenza che dipende da altri, ma che non comunichiamo, ci rosica via tempo prezioso che potremmo passare a essere felici. Invece, se proviamo a comunicare le nostre esigenze, qual è la cosa peggiore che può succedere? Scoprire che quella persona non può o non vuole aiutarci a soddisfarle. Peccato! Ma anche: benissimo. Abbiamo il tempo di girare pagina, piuttosto che vivere comunque nella piena insoddisfazione. Possiamo addirittura prenderci il tempo di cambiare esigenze, che a volte succede anche quello.

Provate! Altrimenti vi succederà come a me, che mi vedo coinvolgere cinque minuti in chissà quale progetto meraviglioso per salvare il mondo, e poi lo vedo sfumare perché nessuno ha il coraggio di dire che ci mancano il tempo, le energie e i soldi.

Peccato sul serio, perché a volte basta ammetterlo. Poi passeremo a dedicarci a qualcosa che possiamo fare davvero.

associazionismoMi sta venendo un sospetto sui progetti a lungo termine. Di qualsiasi tipo. Di lavoro, d’amore. Soprattutto, forse, di quelli che facciamo nel nostro tempo libero e non sono costanti: associazione di volontariato, giornalino amatoriale, circolo di amici che si incontrino per uno scopo comune, dalla partita di bridge alla birra ogni tanto.

Credo che la chiave perché funzionino e si mantengano sia accettare che il progetto iniziale si modificherà, prima o poi, e va bene così. 

Perché cambieranno le persone che ne fanno parte e le circostanze che l’accompagnano.

Prendiamo un’associazione politica, o di volontariato. Capita che nel corso del tempo alcune persone la lascino, o perché vanno altrove, o perché non hanno più tempo o interesse, o, come spesso capita, per dissidi con altri membri.

Allora, se tutto va bene, arrivano nuove forze, nuove persone, che non erano presenti al momento della fondazione e non possono condividere in toto il progetto iniziale. Se tutto va bene, l’incorporazione avviene senza troppe scosse. Spesso, però, i fondatori cominciano a nicchiare, a brontolare, a volte a litigare. Parlano di una fantomatica età dell’oro, mai esistita, in cui sembrava avessero fondato Greenpeace, della situazione attuale dicono “Non era quello che mi aspettavo”, e in nome dell’idea astratta che si erano fatti del progetto ne boicottano gli inevitabili cambiamenti.

Questo capita anche a livello individuale, ovviamente: mettere fine a una storia perché “la mia idea” era che avessi le farfalle nello stomaco ogni volta che ti vedo. Potrà funzionare i primi mesi, ma ce li vedete i vostri nonni a vivere cinquant’anni di matrimonio con le farfalle nello stomaco ogni giorno? È ovvio che le cose cambiano, senza per forza doverlo fare in peggio: si attraversano varie fasi, l’attrazione è molto forte all’inizio, si consolida, magari sparisce per un po’, a volte ritorna…

Succede così anche in un qualsiasi collettivo, che non ci pare, ma a volte fa un po’ storia d’amore, o così sembra dai litigi che ne accompagnano la vita: “divorzi” improvvisi, porte che sbattono, malelingue incrociate, “ma cosa va dicendo, di noi?”. Perché sotto c’è rancore, frustrazione, la delusione per non aver visto i propri bisogni colmati dalla realizzazione di quello che volevamo.

E invece siamo noi a boicottare il tutto. Noi, con la nostra pretesa di vedere realizzate esattamente le nostre aspettative.

Perché i sogni, le idee, i progetti, sono creature vive, specie quelli condivisi: si passano agli altri perché li nutrano esattamente quanto noi, e il loro sviluppo non dipende da noi così come non dipende del tutto da noi che nostro figlio venga su come vorremmo: se scarichiamo su di lui i nostri sogni frustrati inganniamo lui, ci inganniamo noi e il risultato sarà un disastro (e quante volte capita, questo, in un’associazione)

Allora, lascio che i miei progetti, al momento di condividerli, diventino nostri. Col rischio di non riconoscerli più come miei, ogni tanto. In questo caso, niente di più sbagliato che sbattere la porta, gridare ai compagni “non vi riconosco più” e poi stupirci del fatto che, quando ci decidiamo a tornare indietro, non li riconosciamo più davvero. Dov’eravamo, noi, quando si era presa quella decisione così contraria ai nostri principi? Perché ci meraviglia che sia stato fatto, se non eravamo lì a opporci?

Vivere con gli altri è sempre una sfida, per la parte di sacrificio dell’ego che comporta. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra annullarsi e imporsi, ed è difficile perché non ci riusciamo neanche con noi stessi.

Io cerco di attenermi a queste due regole, quantomai fluide: accettare il cambiamento e restare lì anche quando le cose non vanno come vorrei. Resistere ancora un po’, invece di vivere nell’ambiguità dentro-fuori che porta solo disagi a me e agli altri.

Speriamo di star bene, tutti insieme, prima o poi.