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Di Francisco Goncalves, fotografo, “immigrato”. Come me.

Come sempre il problema è l’impotenza.

Non poter fare assolutamente niente.

È la prima cosa a cui dovresti rassegnarti, e l’ultima che accetti. Anche perché alla fine qualcosa di buono da fare lo trovi, se vuoi. Se riesci a non abbandonarti alla disperazione che sfocia in rabbia che sfocia in razzismo che sfocia in una battaglia sui social tutta da dimenticare. Se invece vedi come puoi donare sangue, quali notizie utili puoi diffondere, e ti prepari in silenzio (un minuto, per la precisione) ai giorni a venire.

Io ieri pomeriggio ho deciso di abbracciare pienamente l’impotenza, e il fatto che non avrei ricevuto notizie certe chissà per quanto ancora, e di uscire di casa dopo un’estenuante ora a rassicurare tutti. Tanti mi volevano viva, e li ringrazio. Tanti volevano morto qualcun altro, e non credo serva.

Così mi sono detta: oggi è un buon giorno per andare in banlieue. Era tempo che volessi farlo, sapendola relativamente vicina. Ora o mai più.

Ci sono riuscita?

Col cazzo, mi ha sorpreso la pioggia a Pantin.

Troppo tardi perché il mio incedere furioso nel lungo abito fiorito, e l’ambiguo scialle nero gettato sui capelli alle prime gocce, non attirassero l’attenzione dei ragazzi divertiti. Potevo essere una Fantine in sottana, una Samira confusa con le braccia da fuori, o una turista italiana che non si faceva i fatti suoi.

E niente, quindi: pioggia, saracinesca accogliente di fronte a una pasticceria maghrebina, Pantin.

Ogni tanto veniva qualcuno a rifugiarsi vicino a me, colori diversi, accenti diversi.

Aspettavamo in silenzio il momento di riprendere la fuga sotto le grondaie, presi dalla stessa voglia di restare asciutti, tornare a casa, scansare un raffreddore.

L’essere umano è così prevedibile, quando funziona bene.

Il Pantin l’avevo visto con Gavino, almeno ai margini.

Gli avevo chiesto notizie sulla gentrificazione a Parigi, per riferire poi a Barcellona, e lui mi aveva portato lungo il canale una volta squallido all’estremità di questo comune, che adesso però si sta facendo fighetto, con case da vendere a peso d’oro e bar fatti apposta per strizzare l’occhio ai turisti che vanno al Parc de la Villette.

Ma se ci si arriva passando sotto il Boulevard périphérique, i Quatre Chemins della scritta sulla metro mi ricordano sorprendentemente i Five Points di Gangs of New York. E le sigarette di contrabbando vendute a mezza voce, se è per questo, mi sanno tanto di Forcella. L’unica differenza è che nel mio vecchio quartiere napoletano non bisogna essere nati altrove, o figli di nati altrove, per essere poveri.

Quando è spiovuto mi sono avviata anch’io, il ritmo bangla di un ristorante pakistano mi scacciava via ogni perversa tentazione di cantare canzoni italiane di lacrime e pioggia. Anche perché la seconda stava scemando e le prime non riuscivano a scendere.

Ovviamente mi sono persa, approdando davanti a una sopraelevata e a un negozio chiuso con attaccata fuori la storia dell’Abbé Pierre, “l’Insorgente di Dio”. Prima di morire nel 2007 aveva denunciato l’operazione vergognosa di ghettizzazione, e speculazione, che interessava le banlieues.

Lo stomaco era stretto e per principio contrario ho deciso di aver fame.

Non è molto lusinghiero che il kebabbaro sotto casa abbia sgamato subito la mia origine al pronunciare “felafel”. Ma perché non ce li hanno mai, da queste parti? E ja’, a Barcellona li offrono i pakistani, è come se io vendessi strudel.

A proposito, i miei vecchi vicini del Raval come staranno, quando finiranno le lacrime e caleranno gli avvoltoi? Bene, speravo. Barcellona fa almeno questo: il passaporto non tanto te lo guarda, se la rispetti.

In ogni caso, mi dicevo reggendo la melanzana d’asporto con uno strano couscous a sostituire il basmati dello shawarma, a me non importa più dove succedano, queste tragedie.

Prima di tutto perché sono giorni che passo tra soldati armati di mitragliette: ieri su Avenue Jean Jaurès erano quattro e volevo scansarmi, a costo di strisciare contro il muro, ma un ragazzo nero vicino a me gli è passato giusto in mezzo, e io non volevo essere da meno. Dopo sì che piangevo un po’.

E poi perché Napoli, Manchester, Barcellona, mi si susseguono sottopelle senza soluzione di continuità, senza confini coi posti che vedrò o che non vedrò mai.

Nella grande città che mi si dipana in testa, certe cose succedono sempre sotto casa mia.

Perché è ovunque.

 

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Lo scrivo sempre: il migliore insegnamento che mi ha dato mio padre non riguarda né l’onestà, né l’altruismo, né il suggerimento che il pepe sulla mozzarella sia una buona idea (d’altronde insisteva per mettere il gazpacho andaluso nel microonde).

La cosa più importante che mi ha detto, non necessariamente in questi termini, è stata: “Il mondo ti caca meno di quanto immagini”.

Quanto è vero! E pensate a che vita fantastica avremmo, se ce lo ricordassimo più spesso.

Facciamo l’errore di aver paura dell’invisibilità, dell’indifferenza del prossimo. E invece non è fantastico, chiedo, pensare che in realtà nessuno si è accorto della vistosa macchia di cioccolata che esibiamo a un angolo della bocca, uscendo dalla pasticceria? Ehm, non fraintendetemi, se n’è accorta di sicuro la persona in nostra compagnia, specie se siamo al primo appuntamento. Ma queste sono le leggi di Murphy e con quelle non c’è storia.

Intanto, godiamoci la confortante constatazione che il mondo non si regge sulle nostre spalle. Che sensazione di libertà! Cioè, facciamo sempre bene a riciclare e comprare a km 0, ma tanto se viene un asteroide moriamo tutti insieme, tali e quali ai dinosauri! Non è risollevante? Ok, non lo è. La sensazione d’impotenza è la peggiore con cui fare i conti.

Però, alla luce di quella, capiamo che gli altri siano troppo presi dalle loro faccende (con gli asteroidi non proprio in cima alla lista) per star lì a sindacare sul serio sulla nostra vita affettiva, lavorativa, familiare.

Quando ci ficcano un po’ il naso è soprattutto per fare pettegolezzi che li aiutino a sentirsi in qualche modo superiori, sminuendo ciò che abbiamo e riaffermandosi in quello che sperano di avere in più. Quindi neanche lì ci cacano troppo (d’ora in avanti uso la versione fighetta “cagare”, per non scontentare nessuno). Ci usano un momento per sentirsi meglio con se stessi e via.

Insomma, bello non essere cagati. E non cagare il prossimo, se è per questo. Lo dovrebbero capire i miei amici italiani all’estero che vedono razzismo anche in un minimo accenno alla loro origine. O quelli che ogni tanto mi accusano di avere pregiudizi su una loro passione (un paese, un hobby, una filosofia di vita) quando in realtà, non so come spiegarglielo, non le ho mai dedicato più di due minuti del mio tempo.

Ma il mio campione assoluto è il tizio allucinato che, dopo avermi tampinato da c. Robadors fin sotto Joaquín Costa (non proprio un tragitto breve), non mi ha lasciato in pace finché non è giunto alla seguente conclusione: “Ecco perché non vuoi che ti offra da bere! Per il mio dente, vero?”.

Morirò senza sapere cosa avesse di sbagliato il dente in questione.

Voi, invece, pensate a lui ogni volta che crediate davvero che qualcuno vi disprezzi, per un problema che vedete solo voi.