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images (2)Vi ho già grattugiato le gonadi con la storia della strada che percorrevo quando vivevo in paese, dopo aver accompagnato a casa un mio amico. Era un tragitto che non conoscevo a memoria, non coscientemente, tra viuzze buie e un po’ isolate che erano quasi piacevoli da attraversare (e no, mi spiace per quelli che “le donne di notte a casa o accompagnate”, mai-successo-niente e non è stato culo).

Ma trovavo sempre la strada di casa.

E ai tempi la cosa aveva un che di magico, come quando cominciai a leggere prima di arrivare alle elementari e mi sembrava un miracolo che quei segni stampati su un libro di lettura avessero improvvisamente un senso.

Anche con la strada del ritorno succedeva questo: la trovavo sempre, non mi accorgevo del lavoro di memoria che facesse intanto il mio cervello.

Ero fatta così, mi perdevo i passaggi. E questo ha conseguenze molto gravi.

Mentre gli altri vedevano i nessi causa-effetto, magari non sempre obiettivi, ma funzionali alla loro esistenza, io ci vedevo tutto il resto.

Capivo che era molto logico che quelle strade, infilate una dietro l’altra, mi avrebbero portata a casa, ma intuivo che non era detto che fosse sempre così. Che un imprevisto, una distrazione, una ragione qualsiasi mi avrebbero portato altrove.

Nel delirio dei vent’anni mi sentivo complementare al mondo, come certi scemi del villaggio che sembrano messi lì a ricordare ai compaesani che la vita è inspiegabile e allo stesso tempo, a volte, nessuno la spiega meglio di loro.

Ora che sto cercando d’integrare la parte causa-effetto, il mondo non mi ricambia apprendendo l’irrazionalità. Fa finta. E in fondo lo capisco.

La prima volta che lessi un libro che univa la vita fantastica a quella reale, incontrai famiglie latine segnate dalla sorte, zingari girovaghi e sangue che una volta scorso percorreva la strada di casa ad avvisare della morte del condannato. E pensai: “Che è sta schifezza?”. Era Cent’anni di solitudine.

Quello che più temo, adesso, è perdere la strada di prima, quella dell’intuizione, dell’inspiegabile. La consapevolezza che per qualche strana ragione quel percorso un giorno possa portarmi in ben altro posto, magari nella casa della fata che accoglie il Martino Testadura di Gianni Rodari

E chi non crede nelle fate, dovrebbe rileggere Peter Pan.

Con tutti i peter pan che ci sono in giro, non vedo perché non dovrebbero esserci fate.

sferadicristallo_01Pensavo sarebbe stata la batteria. Che il mio caro, vecchio, diciamo pure obsoleto PC si sarebbe spento un giorno per non riaccendersi più. Infatti, quando avevo risolto artigianalmente il problema del caricatore ero rimasta contenta, pensavo di avergli regalato chissà quanti anni di sopravvivenza.

È stato lo schermo, all’improvviso. Sono tornata dal tirocinio, ho litigato con un amico, ho acceso scocciata il PC ed ecco che tremavano tutte le immagini, e non perché stessi piangendo. R.I.P.

Allora ho ricordato la mia azienda, che cacciava la gente a ripetizione, e i nostri tentativi di capire il criterio dei licenziamenti. Ancora fedele a una logica che col mercato c’entra poco, sentenziai: “Se fai bene il tuo lavoro, ti tengono”. “Sicura?”, sorrise un collega più esperto, che tenevano in sospeso da due settimane. No. Infatti un giorno convocarono tutto il dipartimento con la scusa di una riunione e ci licenziarono in blocco.

Non è quasi mai come abbiamo previsto, nel bene e nel male. Decisamente, non abbiamo la sfera magica.

Come nelle relazioni sgangherate, di quelle “né con te né senza di te”, quando pensiamo che la cosa finirà da sé, con una partenza dell’altro o con un nostro nuovo innamoramento. Finisce che s’innamora l’altro e, come da copione, decidiamo improvvisamente che è la nostra anima gemella, e tentiamo invano di recuperarlo.

No, non va come prevediamo noi, per quanto fantasiosi, ottimisti o catastrofici possiamo essere. Quando si tratta di predire il futuro la logica ci può aiutare, ma non siamo in grado di conoscere tutte le variabili in ballo. E il fattore sorpresa lo può costituire qualsiasi cosa, davvero.

Nonostante questo, continuiamo a organizzare la nostra vita su previsioni errate. Continuiamo a farci prendere dall’ansia, a fare mille calcoli come se potessimo prevedere il futuro.

Provate a fare una lista delle cose che vi hanno fortemente preoccupato e ricordate come si sono concluse. In quanti casi sono finite esattamente come avevate previsto?

Traete le vostre conclusioni.

Non sto dicendo di fare come la cicala e la formica, per la serie del doman non v’è certezza e allora chissenefrega, ma di renderci conto ancora una volta che, una volta fatto il nostro, quelle due-tre cose che è in nostro potere fare, ci conviene metterci comodi e goderci il viaggio: così, se ci sono scossoni, siamo riposati per affrontarli, e se tutto fila liscio guardiamo il panorama. Tanto, le infinite variabili del caso e del comportamento altrui ci sfuggono e non dovremmo neanche, a mio avviso, rammaricarcene.

Solo allacciare le cinture e vedere stavolta dove andremo a finire. Magari ci piace.