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L’appuntamento era alle 19, col Comitè de defensa del barri. In Plaça del Sortidor, almeno stasera. Io però alle 18.30 sto ancora in tuta, finisco gli ultimi esercizi coi pesi, che prolungo all’infinito manco fossi Schwarzenegger.

I miei amici, ovviamente, sono già preparati in tutti i sensi, pronti a prendere nota di quanto si deciderà all’assemblea per il referendum del primo ottobre: se bisognerà occupare i seggi elettorali, se si dovrà creare un gruppo WhatsApp per aggiornarsi su eventuali incursioni della polizia (nazionale o catalana, poco importa).

Arrivo quindi con un ritardo spaventoso e li vedo da lontano: sono così tanti che mi spavento. Poi scoprirò che al centro della folla c’è un circolo di sedie, un microfono, e ritorna dolce il ricordo degli indignados. Me li rievoca ora anche la signora che prende la parola, per auspicare una repubblica che dia lavoro ai giovani, che non meritano quello che gli sta succedendo e “mica si drogano tutti”. Riceve gli applausi anche dei “drogati” di mia conoscenza, felicemente iscritti ai loro club cannabici. Questa città è straordinaria e non perde occasione per ricordarmelo.

Ma succederà qualcosa, il primo ottobre, coi seggi occupati e i turni per portare da mangiare agli occupanti, i manifestini distribuiti in metro e affissi negli androni dei palazzi, i gruppi WhatsApp divisi in “logistica” e “diffusione”. Non mi ci aggiungo, e quando gira il barattolo non do soldi a una causa che non condivido (quella indipendentista): sono lì per dare solidarietà contro una causa che condivido ancora meno (quella delle armi in risposta alle urne). Metto però il numero di un amico, impegnato in una lunga telefonata.

Quando riattacca spiega: “Mi hanno chiesto di fare l’osservatore per i diritti umani. Significa che non mi toccheranno”. E penso che, tutto sommato, è un compromesso ragionevole tra la tentazione di chiudere i miei cari in casa, come fecero il 2 giugno del ’46 col mio bisnonno socialista repubblicano (solo che io ci avrei chiuso il resto, monarchico, della famiglia), e accettare che tanto usciranno comunque, con gli altri compagni che saranno venuti apposta da Valencia. Difenderanno il diritto al voto degli altri: loro, come stranieri, non ce l’hanno nemmeno.

Qualcosa accadrà, insomma. Meno di quanto tema, magari, come spesso succede.

Ma sapete qual è il peggio, in questo momento e sempre, per tutte le vicende di cui non conosciamo l’esito? Non saperlo.

Ora che non è ancora successo niente mi viene da pensare che preferirei poter dire con certezza che le centinaia di agenti ormeggiati nella nave di Titti usciranno tutti insieme armati fino ai denti, piuttosto che non sapere cosa accadrà.

Come sempre è l’impotenza, a farla da padrona. È accorgersi di quanto piccoli siamo, quanto insignificanti le nostre idee, quanto facili da rompere i nostri corpi se un gruppo di “difensori armati della democrazia” ci si mette proprio d’impegno a dimostrarcelo.

Però è vero che, nonostante non condivida la causa, quelle persone in piazza hanno trovato il miglior modo di affrontare l’impotenza: riderle in faccia e andare avanti con le proprie idee. Con la stessa pazienza e determinazione dei loro bambini, che intanto formavano complicate torri umane  di castellers, anche se l’ente che coordina la disciplina si è appena visto bloccare il conto corrente.

Come ve lo spiego, questo?

Forse l’unico modo di capirlo è credere che sia possibile, e che, magari per cause che mi stiano più a cuore, possiamo arrivarci tutti.

Spero che facciamo lo sforzo.

 

 

 

Immagine correlata C’è un’insalata greca che per me è ‘a fresella. Anche se a quanto pare, per gli italiani sprovvisti di questo piatto, è più una bruschetta.

Giudicate un po’ voi: base di pane secco (solo che è d’orzo), formaggio (solo che è feta), e pomodorini, con un filo d’olio.

Il mio ragazzo protesta: non puoi ridurre tutto a qualcosa che già sai.

Dalle sue parti, come intuirete, non hanno ‘a fresella.

Però ha ragione. Il fatto è che ci viene spontaneo, vero? Cercare di ricondurre qualsiasi cosa scopriamo a schemi e nozioni che abbiamo già.

Come i turisti italiani che vengono a Barcellona e affermano che la paella è il risotto alla pescatora. Peccato che nella versione catalana si prepari sia con carne che con pesce, nella padellona che le dà il nome, e che la ricetta non turistica preveda che il riso sia quasi abbrustolito. Tale e quale, no?

Ovviamente, la ricetta valenciana, quella classica, è totalmente diversa: niente frutti di mare e solo carne bianca, ridotta al minimo.

Ma quant’è facile dire “ce l’abbiamo anche noi”? Specie delle cose che ci piacciono.

Lo sanno bene un po’ di persone che elencherò qui di seguito:

  • Quelli che assimilano gli indipendentisti catalani alla Lega Nord: peccato che i primi non siano particolarmente razzisti, siano spesso di sinistra, anche radicale, e che rivendichino un territorio omogeneo con una propria lingua e tradizione letteraria, non una favolosa Padania messa insieme da un cantante di pianobar, sposato a una maestra siciliana.
  • Beppe Grillo quando, ai tempi degli indignados, è andato in Plaça Catalunya a spiegare che tutta quella roba “già l’aveva fatta lui”.
  • Un giovane politico di sinistra, in visita a Barcellona per un evento sul referendum. Gli ho detto che volevamo condividere le nostre esperienze politiche catalane con l’Italia. Mi ha risposto che gli indignados fossero un’invenzione italiana, col movimento No Global d’inizio anni 2000 che la sinistra non aveva saputo catalizzare. Sì, perché Seattle è in provincia di Frosinone. E i No Global erano anche vecchietti di ceto medio che si sedevano in una piazza come questa per partecipare ad assemblee di ore intere.

L’ultima posizione non mi sorprendeva, dopo gli articoli che a suo tempo si pubblicavano in Italia, con titoli tipo “indignados o manovrados“? Incapaci di capire che un ceto medio potesse scendere in strada sfuggendo alla logica politica italiana.

Impossibile concepirlo per noi guelfi e ghibellini, che associamo l’appartenenza politica con le Feste dell’Unità o le visite annuali a Predappio (brivido), con l’orgoglio delle regioni rosse o con le acerrime lotte guareschiane coi vicini.

No, l’idea è che o sei schierato o sei qualunquista. Anche quando non attacca più, perché qualcuno  ne approfitta per spacciarsi per entrambe le cose.

E gli indignados, al massimo, erano dei poveri ingenui. Peccato che da quei poveri ingenui siano venute fuori delle realtà che l’Italia si sognerà, finché non smetterà di ridurre tutto a una sua invenzione.

Allora lo ammetto, quell’insalata greca sarà anche simile alla fresella, ma ha un sapore diverso.

Adesso tocca a voi.

 

caceroladamallorca È succieso che s’è appicciato. Chi? Mariano Rajoy, Primo Ministro spagnolo. Ha bruciato quel poco di credibilità che gli restava rispetto alle gesta del suo ex tesoriere Bárcenas, coinvolto in uno scandalo legato alla contabilità sottobanco del partito: il PP riceveva finanziamenti privati da entità finanziarie influenti in Spagna.

E Rajoy, stando a quanto dichiara Bárcenas e a quanto confermano certi SMS di cui si riconosce autore, avrebbe intascato un bel po’ di soldi anche lui.

Cos’ha a che vedere, tutto questo, con una calda serata di luglio nella Barcellona della crisi? Soprattutto, che c’entrano le pentole e i cucchiai che alle 20 di ogni sera suonano ininterrottamente per un’ora, insieme a fischietti, chiavi, frizzi e lazzi, nel quartiere più elegante di Barcellona?

La cacerolada, o cacerolazo, nasce in Sudamerica negli anni ’70, viene riportata in auge dall’Argentina della crisi economica dei primi anni 2000, ed entra nella mia vita con gli Indignados, nel 2011. Ci sono foto di me seduta al centro di Plaça Catalunya, in buona compagnia, con un cartello per invitare a votare ai 3 referendum per acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Ora che gli indignados latitano, ho lasciato padella e cucchiaio a casa, le chiavi sarebbero bastate. E siccome era tardi, ho preso addirittura la metro, per presentarmi in c. Mallorca 278, fuori alla Delegación del Gobierno de España circondata, ovviamente, da bandiere indipendentiste catalane.

Ma mai come a Barcellona il privato è pubblico e, nonostante le mie scarse aspettative di trovare volti noti tra la folla cacerolante e fischiante che brandiva cartelli (no hay pan pa tanto chorizo, sul doppio senso spagnolo tra “salame” e “profittatore”, Españistan: 100% corrupción, 0% ética, e il grandioso Attento, Mariano, ti veniamo a sfrattare, nel paese degli sfratti forzosi), nonostante le urla assordanti Mariano, Mariano, no pasas el verano, nonostante tutto ho incontrato ben 2 paia di occhi azzurri, completamente diverse tra loro.

Un paio ha visto l’Inferno e l’ha raccontato, ma ancora mi sorride ogni volta che l’incrocio, e spero sia più spesso.

L’altro paio è un bel po’ più chiaro del blu della sua estelada, la bandiera indipendentista sotto la quale, lo sapevo, l’avrei trovato a fissarmi. Non ricambiato. Ci sono momenti in cui puoi solo abbassare lo sguardo, perché non sai come spiegare il va e vieni di inviti, sparizioni, nuovi inviti, a chi non conosce il caos emozionale della comunità italiana a Barcellona. Mi è venuto in mente Shakespeare, Misshapen chaos of well-seeming forms, ma non c’era posto per l’inglese, era tutto un cantare catalano, dopo lo spagnolo glorioso de A las barricadas c’era l’Estaca: se tiriamo tutti, il palo a cui siamo tutti legati cade. Come questa cacerolada: l’idea è perseverare finché le urla Dimissió non si trasformino in un unico boato consolatorio. Che forse non ci sarà mai, ma intanto a poc a poc, come si dice qua, cacerolada per cacerolada, slogan per slogan. Almeno la gente si ricorda che i problemi comuni meglio provare a risolverli.

E anch’io, a poc a poc, giorno per giorno, pentola sul fuoco dopo pentola sul fuoco, salvo quando è l’ora di farle suonare per strada, e chiedersi se è il caso di mettersi i tacchi che il poliziotto nella camionetta ha una faccia proprio schifata (ma ci sono le telecamere e le giornaliste magrissime che sì che ce li hanno, i tacchi)… A poc a poc, i problemi li risolvo anch’io.

E quando il secondo paio d’occhi mi scova tra la folla in cui mi sono rifugiata e diventa una mano sulla mia spalla, e poi un solo fiato, magari ci vediamo uno di questi giorni, allora smetto di cantare segur que tomba, tomba tomba e chiudo gli occhi, per sentire se ho ancora sangue nelle vene.

I ens podrem alliberar.

(Il pubblico)

(Il privato)

prostituteindignate Insomma, una non si può deprimere in santa pace, a Barcellona, che le ricordano subito che c’è chi sta peggio di lei. E peggio ancora, che a rigirarsi i pollici non si ottiene niente.

Tornavo dalla Biblioteca de Catalunya, mezza stordita dal caldo, da due notti insonni e da un ripasso della Prima Guerra Mondiale in Catalogna (quello che ti tocca quando hai discusso da due anni una tesi di dottorato che i tagli all’università hanno trasformato in carta igienica). Mi dirigevo verso la Rambla in missione speciale (comprare shampoo al Body Shop con la tessera clienti, vedi Matrix). La Rambla invasa nel 1917 dalle donne dei quartieri popolari, rimaste senza carbone e soldi per affrontare il caroviveri, che l’avevano percorsa tra i turisti eleganti che non potevano più passare l’estate a Baden-Baden. Avevano invaso i caffè scintillanti di luci inutili, portandosi dietro qualche ballerina solidale con la causa, tra gli stranieri danarosi attoniti che si facevano un’idea della Barcellona che non vedevano.

Non ho fatto in tempo ad attraversare che ho sentito i primi fischi. E le urla. Un signore si è messo a sbraitare “Dov’erano quelli, quando i chorizos del parlamento ce lo mettevano in quel posto?”.

Non gli ho fatto neanche un sorriso di circostanza. Ho modificato la rotta e sono scesa verso il Banco Popular, una banca che ha una filiale sulla Rambla. Ci ho trovato la Pah, Plataforma de Afectados por la Hipoteca.

Fondata da più di 4 anni, quest’associazione, che per i media ha soprattutto il volto di Ada Colau, è stata recentemente premiata dal Parlamento europeo: si occupano delle vittime di quei famosi mutui a tasso variabile che improvvisamente hanno trasformato la Spagna dal regno della bolla immobiliare a quello degli sfratti. Il PP li ha chiamati nazisti, ha sostenuto che i suoi elettori non mangerebbero, pur di pagare il mutuo, e li ha associati all’ETA… Loro continuano coi loro escrache, delle azioni collettive volte a mettere alla berlina delle personalità pubbliche considerate colpevoli di mancanze gravi verso i cittadini.

Ora toccava al Banco Popular, che non aveva concesso un dación de pago (è quando proponi di estinguere il tuo debito offrendo beni diversi dal denaro) a uno dei membri Pah.

La prima cosa che ho visto sono stati i telefonini dei turisti, increduli di portarsi il ricordo di una manifestazione, insieme a quello della paella surgelata. Poi le auto, che passando tra due file di manifestanti in maglietta verde suonavano il clacson per sostenerli. Infine loro, con fischietti e coreografie che insultavano le banche in rima baciata, mentre un poliziotto osservava discreto, in disparte.

Mi ha colpito che dalle macchine qualcuno incitasse davvero.

Come fosse andata a finire, me lo sono chiesta il giorno dopo, fuori al Parlamento catalano, di fronte allo striscione di Stop Bales de Goma.

Dentro, Nicola Tanno, fondatore di Stop Bales, e Esther Quintana, l’ultima a perdere un occhio per i proiettili ad aria compressa, rispondevano alla Comissió d’Estudi dels Models de Seguretat i Ordre Públic i de l’Ús de Material Antiavalots en Esdeveniments de Masses: raccontavano come avevano perso l’occhio e quanto è importante che siano gli ultimi a perderlo.

E noi aspettavamo fuori, parlando anche dell’azione sulla Rambla. Una signora che era presente ce lo ha detto: verso la mezzanotte, i manifestanti sono stati sgomberati, ecco il video. Due poliziotti per manifestante. Hanno invitato ad andarsene pacificamente, i manifestanti si sono rifiutati. Sono volate manganellate, sono stati chiesti a tutti i documenti. Il problema erano gli stranieri, spiegava la signora. Latini, senza i documenti in regola. Quelli avevano paura. Ma nessuno si è alzato, mi sembra di capire dal video, quando la polizia li ha invitati a uscire coi loro piedi.

Per me la giornata della Pah non era finita al ritorno dalla Rambla, ma vicino alla mia rambla preferita, quella del Raval. Con un altro rumore familiare, quello di pentole e coperchi battuti con un cucchiaio nella calle Robadors.

Ancora loro, le prostitute indignate.

A due passi dal sontuoso (e kitschissimo) Hotel Barceló, la familiare schiera di donne di tutto il mondo e tutte le età che battono a pochi metri dalla cultura istituzionale della Filmoteca de Catalunya. Anche stavolta, però, non ho osato chiedere a loro che succedesse, e mi dispiace. Ho chiesto a una delle poche che non avevano la divisa del mestiere, forse perché come me possono esprimere solidarietà senza mai capire cosa si prova, a essere considerata infetta, l’ultimo gradino della società. L’interpellata ha riposto un momento il fischietto e mi ha risposto: “Protestiamo ogni mercoledì alle 20 contro la repressione della polizia ai danni delle prostitute”. Vero, ricordo. Controlli continui, interrogatori a donne che spesso hanno la gonna più lunga della mia. Se rimorchiassi io in mezzo alla strada mi chiederebbero i documenti?

Tra tanti interrogativi, Barcellona e i suoi abitanti mi hanno insegnato qualcosa che scordo spesso, che la mia terra scorda spesso, forse perché lo riteniamo troppo scontato e banale per ritenerlo degno della nostra attenzione. Non siamo forse quelli del Rinascimento? Quelli dell’Impero Romano? E poi, quelli del Partito Comunista più grande del blocco occidentale?

Seh.

Dalla bacheca di un altro che ieri stava al Parlament:

Tra ieri e oggi ho visto che cosa è una società sana, che ha ancora voglia di lottare per la giustizia e la democrazia, e lo fa, riuscendo anche a dialogare con le istituzioni.

Vero. Nicola e Esther sono arrivati al Parlamento, le prostitute a parlare col sindaco, Ada Colau ha potuto dire alla Commissione di Economia del Congresso che i banchieri sono criminali.

Io ho visto una volta di più che se proviamo a fare qualcosa non sappiamo mai se riusciamo. Figuriamoci se non facciamo proprio niente.

(una canzone che sento spesso per strada, ma con un accento decente)

indignados2Beppe Grillo è stato gentile, con me.

Due anni fa, primavera 2011. Martellavo da qualche giorno quel sant’uomo di Augusto di italiaes.org, perché aveva organizzato lo spettacolo che Grillo avrebbe dato quel 19 maggio al Casino l’Aliança di Poblenou. Fammelo conoscere, gli chiedevo, magari ci fa pubblicità all’iniziativa che stiamo promuovendo per i referendum del 12 e 13 giugno.

E Augusto fu di parola, con qualche giorno d’anticipo. Passeggiavo per il Born con degli amici, di sera, quando lo incontrai fuori a una gelateria, con un gruppetto di gente:

– Volevi conoscere Beppe Grillo, no? Be’… Maria, Beppe Grillo.

Il diretto interessato mi diede la mano libera dal gelato. Mentre i miei amici si organizzavano convulsamente per scattare una foto, gli parlai del progetto, organizzare uno sbarco di italiani all’estero a Civitavecchia come gesto simbolico per invitare al voto. Lui mi disse che stava pensando a qualcosa del genere per il suo movimento, preferendo però l’aereo come mezzo di trasporto (allora pensai all’organizzatrice ecologista che si era tolta di mezzo perché la nave inquinava troppo). Gli chiesi di farci un po’ di pubblicità, e lui acconsentì. Poi si avvicinò ai miei amici:

– Ragazzi, posso chiedervi un favore? Vorrei farmi una foto con voi. È da oggi che vi seguo…

Risata, foto.

Il giorno dello spettacolo, dopo un po’ di volantinaggio, mi misi in prima fila perché si ricordasse dell’impegno preso. Se ne ricordò, ma aveva scordato me: a un certo punto, raccontando non so che magagna del Parlamento italiano, fece la gag di guardarmi un secondo e parlarmi in spagnolo, qualcosa tipo “Entiendes? Madonna, la gente di qua non deve capire niente di quello che dico, sono cose dell’altro mondo!”. La gente di qua. Sorrisi. Missione compiuta comunque, per quello che servì, e bello spettacolo.

Subito dopo andai dagli Indignados. Ebbene sì, il 15-M, la manifestazione del 15 maggio 2010 che aveva dato inizio a tutto, era passata da qualche giorno, e c’erano le tende in Plaça Catalunya.

È un luogo comune diffuso, quello di dire “mi mancano le parole”. Ma dovrò usarlo, mi mancano le parole per descrivere l’atmosfera che c’era in quella piazza. Conservo foto di distese di mani alzate, nelle assemblee, di pentole battute a tappeto ogni sera alle 21, anche nei quartieri, nel mio Raval. E poi le manifestazioni oceaniche in cui le nonne spingevano il carrozzino dei nipotini, con tutta la famiglia, e le mani si alzavano tutte insieme a salutare l’elicottero della polizia.

Qualcuno dice che è successo in Spagna, e non in Italia, perché noi non eravamo ancora disperati come loro. La burbuja inmobiliaria, la crisi immobiliare spagnola, ce l’avevano loro e non noi. Io non sono sicura che sia solo questo. Credo che per motivi eterogenei qui ci sia una maggiore capacità d’indignarsi, davvero. Di protestare senza per forza essere o troppo deboli, o troppo violenti.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Mi premeva sottolineare che venissi dallo spettacolo di Grillo. E uno degli amici italiani in piazza, tra le tende e le assemblee che si organizzavano, non mi lasciò neanche dire quanto mi fosse piaciuto come comico: lo attaccò immediatamente come un caudillo qualunquista che distruggeva senza costruire, frammentando ulteriormente la sinistra italiana. Allora i paragoni con Berlusconi e Mussolini, se c’erano, erano sul nascere.

E invece Grillo era stato in piazza proprio in quei giorni, a dire che il Movimento 5 stelle aveva fatto le stesse cose degli Indignados, anni prima. Guardate un po’ il video alla fine dell’articolo.

È questa la cosa che mi è rimasta più impressa, del soggiorno di Beppe Grillo a Barcellona.

Il suo paragonarsi agli indignados. Specie ora che so cosa ne sia stato, del movimento.

Intendiamoci, ci ha fatto bene. Come diceva già lo scrittore Eduardo Galeano nella stessa piazza, non importa come sia andata a finire, l’importante è aver ripreso a parlare di politica, aver ricordato che è meglio scendere in piazza e parlarne tutti insieme, che lamentarsi a casa e cercare soluzioni personalistiche.

E poi gli indignados non si sono candidati. Ricordo che per un po’ anche gli spagnoli e catalani di destra cercavano di dialogare col movimento, e l’assenza di bandiere e simboli politici favoriva il dialogo. E poi, si cominciava ad avanzare l’ipotesi che le ideologie classiche siano inadeguate ai tempi moderni, senza dover per forza essere tacciati di qualunquismo (termine, peraltro, difficile da tradurre in spagnolo).

Gli amici che dai bar di paese scuotevano la testa, sottolineando l’importanza dei partiti come strumento di coesione e organizzazione, mi sembrarono antiquati come dovranno sembrare ora a certi grillini: non che avessero torto a priori, ma erano troppo attaccati a quella parte fondamentale della loro identità per essere davvero in grado di metterla in discussione.

Ebbi la fortuna di vedere pure gli indignados francesi, e proprio il 4 luglio: vederli, ahimé, più che capirli, mentre la polizia li autorizzava ad accamparsi solo senza duvet, e discutevano su cosa intendesse la polizia per duvet.

Ma a Barcellona il movimento si screpolò, si frammentò nelle assemblee di quartiere, che dopo l’entusiasmo inziale si frantumarono a loro volta: i più assidui, almeno nel Raval, cominciarono a essere quelli più radicali, le signore franchiste smisero presto di portarsi la sedia sulla Rambla del Raval, per non sedersi a terra con noi.

Cosa rimane? Tanto. Tante iniziative politiche e sociali promosse da allora hanno la stessa impronta libertaria, lo stesso spirito democratico che porta a discutere e decidere tutti insieme. E ripeto, la gente ha più chiaro che indignarsi sia un diritto, a volte un dovere.

Il Movimento 5 stelle, che Grillo faceva così vicino agli Indignados, si è candidato, è diventato il primo partito italiano. Avete seguito più e meglio di me i primi passi in Parlamento, le chiusure e gli insulti. E la discussione interna sulla possibilità di slegarsi dalle direttive dall’alto.

Anche degli indignados si vociferò che fossero manovrados, e anche in questo caso mi sembrò una prova della piccola mente degli italiani che non capivano un movimento del genere.

Ora, francamente, non so che pensare. Alle elezioni ho votato Sel. E quelli che hanno fatto una scelta simile ora vogliono aggrapparsi al filo di speranza offerto dalla sorpresa 5 stelle, dalle coscienze dei singoli che compongono il movimento.

Davvero, non so.

So solo che la gente che aderisce a movimenti del genere, viene da storie diverse, e le ha portate direttamente in piazza, per confrontarle con quelle altrui. E non per distruggerle a priori, davvero. Per costruire, o almeno provarci. A prescindere da cosa pensi chi abbia cominciato tutto.

A conservare questo spirito, magari, qualcosa di buono prima o poi ne esce.

– Adesso Maria si mette in testa al corteo e dice: che noia, questa manifestazione, nessuno mi spara!

In effetti alla manifestazione del 12-M a Barcellona mi sono annoiata assai.

E meno male.

Già è stato un miracolo arrivare in tempo, reduce dal colloquio di lavoro più strano della mia vita (a casa mia davanti a un caffè a meditare di convertirmi in una venditrice via Internet).
Ma Altraitalia conosce i suoi polli e i suoi membri stavano ancora fuori alla Fnac di Plaça Catalunya, benché privi di metà ciurma e dello striscione con un non meglio identificato tiburón (lo squalo del capitalismo, o qualcosa del genere).

Enrico, che riesce ad arrivare più tardi di me, si lamenta della musica, classica miscela fricchettona di canzoni fatte per saltare. Noialtri, mentre percorriamo il tragitto più strano di sempre, siamo perplessi dall’affluenza: la folla c’è ed è colorata, con cartelloni fantasiosi e sbalzi anagrafici che vanno dai liceali ai mitici iaioflauta (da iaio, nonnetto in catalano, e perroflauta, fricchettone). Ma mentre percorriamo Ronda Universitat e ci perdiamo continuamente tra Plaça Universitat e Diagonal, l’impressione è che siamo meno del previsto. E scandiamo male perfino lo slogan classico “No hay pan pa tanto chorizo” (chorizo in spagnolo significa anche sfruttatore, imbroglione).

Eppure il mio primo vero ricordo del 15-M è Miguelín che posa lo zaino in mezzo a una Plaça Catalunya in piena cacerolada, ne estrae cucchiai e ce li distribuisce, porgendoci pure un coperchio. Tornavamo da una soporifera conferenza su qualche pagina di storia catalana “ingiustamente sottovalutata”, lontana anni luce da quanto stava accadendo in quel momento: gente di tutte le età che sedeva in una pi(a)zza normalmente infestata da piccioni e turisti, e prendeva la parola. Magari per dire minchiate, ma lo faceva.
Una delle meno balzane era che le ideologie si trovassero impreparate di fronte a problemi sempre più complessi.
Qualunquismo, sentenziò il pubblico “da casa”, con una parola intraducibile. Non c’è un programma e senza partiti non si va da nessuna parte. Soprattutto, pensavo, non si va al baretto in piazza a sputare noccioli di olive e soluzioni politiche davanti a un Apertas, che per tanti gggiovani italiani di sinistra, imho, sarebbe l’evoluzione delle gare a chi ce l’ha più lungo .

Qua a Barcellona l’aperitivo è un disastro, ma queste gare non si fanno a botta di pessimismo e slogan d’annata. E guarda caso, la partecipazione femminile è molto più ampia.

Purtroppo tempo due mesi e, almeno nella mia assemblea de barri, rimase gente di un solo colore e di un solo credo, cospirazionisti estremi e rastoni capaci di litigare mezz’ora col poliziotto che a mani giunte ti spiegava che per vedere un film in piena Rambla Raval avevi bisogno dell’autorizzazione (per poi rivelarti che V for Vendetta gli sembrava molto interessante).

Ma i miti sempre uguali di vari compaesani (Gian Maria Volonté o Bombolo, senza soluzione di continuità) non mi erano mai sembrati così lontani dalle famiglie intere, dalla nonna alla nipotina, che invece di Bandiera rossa “cantavano” di affitti e tagli alla sanità.

Ecco, un anno dopo le nonne sembrano sparite, iaioflauta a parte.

– Ti ricordi, Maria? – si gira Paolo all’angolo tra Universitat e Balmes – qua è dove ci hanno sparati – .
Stavolta invece la polizia la intravedo da lontano. Noi siamo impeccabili, fin troppo compiti, e loro discreti, lontani.

– Magari stanno dietro di te – spiega Nicola, che è il più scherzoso e loquace, sponsorizzando a più riprese la presentazione del suo libro sull’occhio perso per colpa di Robben, e di un proiettile ad aria compressa. Invita pure Marianna, mai intravista in Piazza nonostante gli accordi, e spuntata all’improvviso un chilometro più tardi.

A quell’ora sono talmente annoiata che parliamo del più e del meno, del suo nuovo lavoro all’Avis e della proposta che hanno appena fatto a me. Ci svegliano un po’ i fischi fuori alla Borsa de Barcelona, sul Passeig de Gràcia. E i saluti collettivi al mio caro vecchio amico di sempre, l’elicottero della Polizia a quota “ti scompiglio i capelli”.

Arriviamo a Plaça Catalunya che per l’affluenza (“Ah, ma allora sì che eravamo tanti”) ormai non possiamo più ascoltare l’assemblea, e ripassare i vari gesti per partecipare al dibattito. Gli stessi che l’anno scorso facevamo a quelli rimasti al di là del cordone di polizia, nello sgombero del 27 maggio.

Stavolta invece vado ad ascoltare Stefano Benni.
È bello il Palau de la Virreina che risuona del suo Blues per sedici, o “per setze”, nella nuova versione catalana, anche se a noi legge in italiano, nel parapiglia generale delle prime file invase dalla pioggia.
E poi, a La Cucchiarella in Rambla Raval, la fella di gattò mi commuove e mi consola delle discussioni lombrosiane su quali pizzerie a Barcellona siano della camorra e quali no. Sospetto che la giacca buona di Toni Servillo in Gomorra depisti ancora tanto, mentre al momento di pagare scopro un piattino di minisfogliate.

– Una frolla – ordino, come sempre.
– Mi spiace, vendiamo solo la razione. Ma aspetta, ce n’è una spaiata.

Finisce che me la regalano. E la mia giornata 12-M si conclude al profumo di vaniglia. E a scrocco, naturalmente, se no che qualunquista sarei.

Non c’è niente da fare, il privato è pubblico. Quando succedono “i fatti”, leggi sciopero generale o manifestazione viuuulenta, a me succede sempre qualche altra cosa. Mentre Barcellona si mobilitava per la vaga general, io ero alle prese con un cuore spezzato (il mio) fresco di giornata, anzi, di nottata in bianco.

Fortuna che gli amici compaiono sempre nel momento del bisogno: mentre mi trascinavo sul balcone alle 9 del mattino, con occhiaie delle dimensioni di un condor, ecco il rombo familiare dell’elicottero della polizia. Quello che salutavamo da Via Laietana nelle manifestazioni di massa del 15-M, quello che ci assordò tutto il giorno quando sgombrarono plaça Catalunya “per ripulirla”, in vista dello scontro al vertice tra indignados e tifosi del Barça (che ovviamente non ci fu).

In questo tripudio di occhiaie e timpani rotti, ecco arrivare anche lui, l’altoparlante dei centri sociali. Ora, non saprò mai la provenienza dei manifestanti che alle 10.30 percorrevano Joaquim Costa, sotto casa mia, incitando i negozianti paki ad abbassare le saracinesche (cosa che i pochi aperti facevano prontamente, per evitare danni). Ma dalla qualità dell’audio e dalla scarsa folla sospetto venissero da qualche casa Okupa, magari quella che aveva respinto un’italiana invalida “perché non la conoscevano”, facendomi rimpiangere i 510 euro d’affitto per ospitare solo gente che conosco.

E non è che l’inizio.

Alla manifestazione arrivo dunque assonnata, “somatizzante” e in ritardo. Per fortuna Xisca e Marie, le mie compagne di sventura, mi aspettano con calma fuori da Louis Vuitton (!), sul Passeig de Gràcia, e con me seguono l’imprevedibile rotta dei gruppetti Altraitalia, associazione italiana di sinistra. Dopo vari cambi di direzione e diverse foto alla fiumana di “scioperati” (che tra Manu Chao e Inti Illimani rock si divertono non poco), riusciamo ad accodarci ai nostri prodi, armati di due striscioni e di Santa Pazienza: da lontano, all’altezza di Plaça Urquinaona e poi di Plaça Universitat, arrivano “segnali di fumo” non proprio amichevoli. E dire che è una bella mani, come la chiamano qua, l’unica che finisca con un inno nazionale, quello catalano, cantato a squarciagola (incerta sulle parole mi limito a sussurrarlo, mentre un ambulante mi dichiara troppo snob per partecipare allo sciopero…).

Ma niente, i bollettini degli italiani che arrivano alla spicciolata sono da guerriglia urbana. Alessandra se la squaglia: “essendo io più coraggiosa”, scherza, mi chiamerà più tardi per ascoltare il seguito.

Ancora lo deve fare, ma le dirò che porta sfiga. Ingannata dalla calma apparente mi allontano verso Plaça Universitat, per ritrovarmi tra due fuochi: cassonetti bruciati e camionette della polizia a profusione. Una fricchettona spalmata contro il muro sorride e spiega: “Siamo circondati, verranno da qua e da là, tanto vale aspettare”.

I pochi che cercano di mantenere la calma fanno gruppo contro stipiti e cancelli. La maggioranza scappa a ogni scoppio. Petardi o…?, mi chiedo allarmata, mentre con due del gruppo di prima entro in simbiosi col muro di cinta dell’università. Mi risponde un tonfo vicinissimo, orrendo. Io non lo riconosco, Paolo sì: la “pelota”. Il proiettile ad aria compressa. Sparato ad altezza d’uomo. Me la indica pure, perché è rimbalzata in strada. Mi sembra di vedere una pallina nera, ma non capisco più nulla, sono stanca e non so nemmeno se riuscirò a tornare a casa senza buchi “supplementari”.

Ah, capisco un’altra cosa: dopo un tentativo fallito di circumnavigare i cassonetti in fiamme, e l’attraversamento finale della Gran Via, mi rendo conto che il corazón espinado che mi aveva causato tante noie, di fronte a un proiettile tace. Grazie al cazzo, lo so. Ma in questi momenti la vita sembra curiosa assai.

La pucundria diventa sfinimento quando ormai raggiungo casa, e mi dico che da lì non esco fino all’ora di andare al lavoro. Sperando che un lavoro ancora ce l’abbia.

Ora, “quoro” permettendo, io una cosina la mangerei.