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Non chiamiamolo pomodorino pachino! | Pepe Rosso in Cucina

Sono giorni che penso a questo aneddoto che mi raccontava la mia prozia. Quando lei era giovane, e in Italia cominciavano i concorsi di bellezza, una ragazzina in paese dichiarava a gran voce che voleva diventare “miss”.

“Seh, Miss Pummarole!” la sfotterono una volta, con il sarcasmo feroce delle nostre parti.

Devo dire che io, ieri mattina, più che Miss Pummarole mi sentivo la principessa sul pisello, quando mi sono svegliata: tutto mi infastidiva, e sapete perché? C’era un cambio della guardia tra gli inquilini, e mi toccava preparare le apposite scartoffie. La mia abilità con le scartoffie è a questi livelli: solo ieri mi sono accorta che, per due anni, ho fatto firmare un contratto d’affitto in cui dichiaravo di avere una casa con due bagni e cinque stanze da letto! E dove vivo, io, a Beverly Hills?

Dunque, capirete che ieri mattina mi infastidiva ogni cosa, anche perché intanto il citofono suonava a ripetizione, e l’inquilino uscente smistava pacchi da trasferire: in queste condizioni, ripassavo lettera per lettera il cognome ucraino da riportare sul nuovo contratto, e consultavo Google in continuazione per scrivere in spagnolo corretto le cifre pattuite.

A un certo punto è suonato di nuovo il citofono, ma la casa s’era fatta silenziosa. Facendo piovere giù mezzo Paradiso, e tre quarti di Valhalla, sono andata ad aprire io, e mi ha risposto l’eterno farfugliare di chi si vive Barcellona solo in inglese: “Hola, a-quí es-tá…?”. Ho aperto sulla fiducia, e ho dato una voce in corridoio: l’inquilino uscente non rispondeva ai richiami. Sono andata a bussare alla sua porta, e nessuno mi ha aperto, anche se la luce in casa era accesa. Allora ho bussato e gridato insieme: niente ancora. Nei brevi momenti che ci ha messo l’ospite a salire (che mi sono parsi ere geologiche: ho l’ascensore più lento del mondo!) sono arrivata alle seguenti conclusioni:

  • il coinquilino uscente era ubriaco, o morto, o un fantasma;
  • intanto, però, mettendomi uno sconosciuto alla porta stava abusando della mia (impareggiabile) disponibilità;
  • a ben vedere, l’intero incidente era una cospirazione del mondo ai miei danni;
  • io ero l’anticristo.

E invece no, ero solo Miss Pummarole: una che, per un abbaglio, si era convinta per cinque secondi di avere addosso le luci della ribalta, in un mondo fatto apposta per ruotare intorno a lei.

Appena salito, l’ospite mi ha spiegato in inglese che lo scomparso aveva un alibi di ferro: l’appuntamento tra loro due era fissato per mezzogiorno, ed erano ancora le undici e cinquantasette. Ah, beh. Cose da britannici.

In effetti, a mezzogiorno in punto, ho sentito la porta d’ingresso aprirsi, e ho ricevuto per l’ennesima volta la conferma che avevo peccato di quella distorsione cognitiva per cui crediamo sul serio di essere al centro del mondo. Di converso, il vicino che sparisce per tre minuti sta abusando della nostra pazienza; quel commento che la collega ci ha fatto due settimane fa era finalizzato a screditarci; a ben vedere capitano tutte a noi, che siamo geni incompresi e martiri professionali.

Invece, certe nostre paranoie non hanno niente a che vedere con le persone che le provocano (come l’inquilino e il suo amico troppo puntuale), e hanno molto a che vedere, invece, con il nostro stato d’animo del momento (vedi il mio sommo fastidio per le scartoffie).

Devo ripetermi: il fatto che il mondo non giri intorno a noi, a me è sempre parso una buona notizia.

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto

Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)