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Risultati immagini per gattino che caccia gli artigli

Da tuttosuigatti.it

Ho sfottuto tanto il mio migliore amico, risoluto per anni a viaggiare in nave dopo un atterraggio “tempestoso”, e invece lo sto facendo anch’io: dopo aver ballato il twist con le nuvole all’arrivo a Granada (con applauso collettivo al pilota nonostante fossi l’unica italiana a bordo), prima mi sono documentata sui più clamorosi disastri aerei, e poi ho sorpreso me stessa a sbirciare gli orari dei treni… Improponibili, comunque. Tra l’altro già vi vedo, statistiche alla mano, a ricordarmi perché l’aereo sia il mezzo più sicuro del mondo.

Tutt’è stabilire cosa consideriamo una minaccia.

Una volta una persona che ama molto i gatti mi mostrò una foto con uno dei felini che aveva visto crescere. Poi mi spiegò che, poco dopo la foto, il gattino l’aveva “percepito come una minaccia” e l’aveva graffiato. A me rimase questo senso d’ingiustizia, no? Sta’ a vedere che pure io mi devo beccare un graffio senza che stia facendo niente di male. Solo perché ‘sta pallina di pelo ha deciso che non è così.

Adesso mi chiedo: come ho fatto a non accorgermene prima? Se è quello che succede tutto il tempo! Percepire come una minaccia ciò che non lo è poi tanto. Come me con l’aereo, il gatto col “gattaro”, e una buona fetta del mio mondo con… Me. Un mio ex catalano mi disse sul serio qualcosa come: “La tua personalità si è mangiata a poco a poco la mia, quindi meglio non vederci più!”. E giuro che a quei tempi, a colazione, mangiavo ancora latte e biscotti, non personalità umane! Dunque potrei anche chiedere scusa per la sfuriata di quando sono stata appesa per “una serata con gli amici a cui non puoi partecipare, non ti conoscono bene”: era pure il mio primo anno a Barcellona, e non ero abituata alla locale “franchezza di cerimonie” che dalle mie parti passerebbe per maleducazione…

Però non posso, e non devo, scusarmi per ciò che sono.

Se sono donna e pretendo di lavorare “in età fertile”, beh, dovrebbero chiedermi scusa i datori di lavoro, se mi scartano o licenziano nonostante sia perfetta per il posto.

Se qualcuno si sente insicuro perché la mia dieta è diversa dalla sua, il problema non è mio.

Se degli amargaos sospettosamente aggressivi con chi non la pensa come loro mi considerano podemita, senza che conosca il programma di Podemos (e poi come lo schifo, a Pablo Iglesias…), spero proprio che abbiano di meglio da fare, piuttosto che venire a farmi la lotta di classe sotto casa. O che almeno, tra le barricate, mi lascino lo spazio per andare a fare la spesa.

Per chi infine mi vede come un problema perché sono felice, o almeno serena, e so cosa voglio: io lo so che questo, tra i tormentati europei in fuga da se stessi, può essere preso per mancanza di “personalità”, con buona pace dell’ex a cui la stavo “mangiando”… Il problema è che la felicità non si cura.

Quindi domenica guarderò con occhi più benevoli l’aereo “sicurissimo” che, negli ultimi giorni, avevo trasformato nella mia nemesi.

Quando tutto va male, che devo di’, aididit maiuei.

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Risultati immagini per piuma  Qualche giorno fa sono andata a dare una conferenza, ed ero tranquilla.

Ho preso il treno fin troppo in anticipo, col mio bel malloppo di venti pagine in catalano, stampate su entrambi i lati per risparmiare soldi e volume in borsa. Ho controllato che l’USB col Power Point fosse nel portafogli, sperando che il lavoro fatto nei giorni precedenti desse i suoi frutti.

Certo, non ha giovato che l’anziano presentatore non capisse in cosa fossi addottorata (“Studi di Genere? E che è? Posso dire Humanitats?”). Non mi ha lasciata indifferente neanche l’annuncio semiserio che, se la mia conferenza fosse andata male, il professore che mi aveva mandata a sostituirlo sarebbe stato bandito dalla programmazione di quel centro culturale. Quindi confesso che, una volta davanti alla cinquantina di persone venute lì ad ascoltarmi, non ero più così sciolta e rilassata e poliglotta come ero uscita di casa.

Però è andata bene. La sensazione di serena aspettativa a cui cercavo ancora di aggrapparmi (anche se dopo la prima mezz’ora a parlare solo io cominciavo a chiedermi che cazzo stavo a di’) mi ha aiutata a divertirmi col pubblico, a riflettere con loro. Perfino a comunicare certe mie impressioni che spettatori non proprio familiarizzati con gli Studi di Genere avrebbero potuto trovare un po’ strane. Ci ho schiaffato pure la classica citazione di Tacito (solitudinem faciunt…), peraltro pronunciata alla spagnola, per chiudere in bellezza lo sparuto giro di domande su imperialismi vecchi e nuovi.

Per tutto il tempo in cui ho fatto questo, impappinandomi col catalano, facendomi anche aiutare dal pubblico con certi termini, mi è balenata davanti un’immagine che adesso mi fa tenerezza: la me stessa che andava agli esami con quadernoni fitti di appunti, che ripassava ossessivamente fino al suo turno per conferire. Mi preparavo bene come adesso per la conferenza, eppure avevo il doppio dell’ansia e mi riempivo la testa di nozioni che immaginavo mi avrebbero salvato all’ultimo momento. Prendevo voti piuttosto alti, raramente il massimo.

Sono contenta, quindi, di aver scoperto quanto sia inutile il disagio ai fini del successo. Dipende molto da cosa intendiamo, per successo. Un tempo pensavo che si trattasse di ricevere la lode, scritta e orale, dei miei esaminatori. Adesso che mi si esamina senza voti e senza chissà che retribuzione (non ci lamentiamo, eh, solo che quest’IVA…) ho capito che si tratta davvero di fare bene il proprio lavoro. E, soprattutto, volerlo condividere, preparandosi all’idea che potremmo finire noi per imparare qualcosa.

Mi piacerebbe tornare da quella diciottenne così ansiosa di piacere da non riuscire a convincere del tutto, e darle una scozzetta sulla testolina ansiosamente reclinata sulla sua grafia illeggibile.

Non potendo farlo, mi limito a sperare che le risate che ho suscitato con qualche strafalcione in catalano ricordino a tutti che è dagli errori che comincia tutto.

Perfino un buon lavoro.

frankenstein1994c Al ginnasio andai a vedere il Frankenstein di Kenneth Branagh, con delle compagne di scuola. Tra noi non sempre correva buon sangue: loro mi trovavano (giustamente) una sfigata, e io le trovavo (fondatamente) delle perete.

Il film, ufficialmente, faceva paura. A me, invece, fece cagare. In effetti è tra i più criticati di Branagh. Ma al ritorno, mentre il malcapitato padre di turno accompagnava questa turba di ragazzine eccitate, la mia diffidenza fu interpretata come: te la sei fatta addosso. Loro, invece, facevano a gara a chi avesse retto meglio le scene più gore. Allora imparai una cosa: la gente ama sentirsi furba o eroica, e a tal proposito esalta anche la merda.

Facciamo una prova.

Ultimamente ho scoperto gruppi, che spero sempre siano satirici, fondati da gente che si sente eroica per fare il contrario degli “altri”. Razzisti contro buonisti, per esempio.

Nella mia terra d’origine, il fenomeno assume dimensioni comiche. Avete presente gli afrancesados della guerra napoleonica in Francia? Ecco, tra noi ci sono gli italianizados. Quelli che in italiano si chiamano pomposamente “persone perbene”. Mica ascoltano i neomelodici, loro sentono o Laura Pausini o un gruppo indie sconosciuto ai suoi stessi membri. E non parlano napoletano, questa lingua barbarica che fino a tre generazioni fa era l’unica che si conoscesse in famiglia. Loro storpiano solo l’italiano.

Ma la vera particolarità di questi gruppi è proprio la pretesa di eroismo. Loro dicono le cose come stanno. Cioè: al luogo comune “Napoli è la città più bella del mondo” rispondono con un obiettivissimo “Napoli è una merda dappertutto, tranne che a casa mia”. Come vedete, è la presunta mancanza di obiettività degli altri a renderli eroi, almeno ufficialmente. Una trappola, questa, che secondo me si supera brillantemente con quanto propongo nel titolo: l’arte di dire sticazzi.

 

 

massimiliano_bruno-nando_martellone  Le circostanze delicate in cui si sviluppano certi dibattiti dimostrano che l’attenzione di chi vi partecipa è più spostata verso il proprio ruolo indignato o eroico o presuntamente onesto, che sulla questione in sé.

Indovinate da dove nasce, per me, quest’atteggiamento? Esatto: dall’insicurezza.

Ma alla mia spiegazione preferita devo aggiungerne un’altra: la frustrazione personale sfogata sugli altri. Non è mai colpa mia, se la mia vita va male. Non è colpa di come faccio le cose, o come reagisco a quelle che non posso cambiare. È sempre il resto del mondo che m’impedisce di vivere bene. E almeno mi ritaglio la parte dell’eroe, del Don Chisciotte che con due soldi d’armatura prende per giganti i primi mulini a vento e assume la dimensione di un eroe tragico.

Ma vi ricordate come diceva, quello lì? La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. E mi spiace, cari donchisciotti, la tragedia è fuori dal palinsesto o spostata altrove, letteralmente su altri lidi.

Allora di fronte a tanto eroismo d’accatto potremmo evitare sia l’emulazione che l’indignazione e dire: sticazzi.

È eroico dire che Frankenstein di Branagh è una cagata pazzesca, anche se rischiamo di passare per codardi? No. È onesto.

Provo a tornare alla mia triste adolescenza e applicare postumamente la mia teoria con l’altra metà della classe, quella che si sentiva appunto ribelle perché non era ossessionata da moda e attori americani (insomma, non era pereta).

Attirata dalla maggiore apertura mentale, a questi confessai: “A me Skin degli Skunk Anansie non piace tantissimo”.

Al che mi venne risposto: “Ma sei pazza! Non solo è nera, ma è pure bisessuale”.

E STICAZZI!

Oh, mi sento meglio. Avrei dovuto farlo allora.

Pure per te, Skin. Pensa se passi alla storia solo per colore della pelle e tendenze sessuali.

Quello in cui essere se stessi passa per eroismo è un mondo in cui non voglio abitare.

 

bueasinoJulia Cameron li chiama gli artistofagi, persone incapaci di sviluppare il proprio talento, che sminuiscono quello altrui. Ma oggi non mi riferisco solo a quelli.

Vorrei parlarvi di chi si prende la briga di giudicare ogni cosa che siamo o facciamo, dal nostro aspetto fisico al nostro stile, al modo in cui lavoriamo. Credono che il perfezionismo che esigono da se stessi li autorizzi a pretenderne altrettanto dal resto del mondo.

Le scuse con cui lo fanno sono di due generi: lo faccio per il tuo bene; io dico le cose in faccia, se non ti piace è un problema tuo.

La prima argomentazione la rispediamo al mittente: con le loro critiche ci fanno tutt’altro che bene. Alcune sono molto utili, perché da bravi perfezionisti scovano elementi da migliorare laddove noi non ci accorgiamo neanche che ci sia un problema. Ma per ognuna di queste osservazioni utili dobbiamo sorbirci un sacco di insulti gratuiti, spesso indiretti, il più odioso dei quali è il paragone con qualcun altro i cui patenti difetti, per qualche ragione, neanche vedono. Così ci vediamo confrontati a qualcuno considerato intellettuale perché si è scaricato un disco dei Baustelle, bravo scrittore perché è il cugino scemo di Bukowski, bello perché ha l’aria abbastanza tormentata e infelice da far sentire gli ipercritici a loro agio.

Quanto alla seconda scusa, se fossimo sinceri noi dovremmo dirglielo, che 9 su 10 i nostri difetti fisici loro ce li hanno centuplicati: ho visto uomini decisamente bruttini “scherzare” costantemente sui presunti problemi di linea delle loro compagne, quasi a cercare di ribaltare la frittata. Quando si tratta di superiorità intellettuale, il loro stile, per quanto apprezzabile, rispecchia tutta la loro autoreferenzialità. In effetti è quello, il loro problema.

Il conflitto che scaricano su di noi lo vivono al loro interno, continuano a paragonarsi a un’immagine idealizzata (o da incubo) di se stessi che non raggiungono mai, e allora non fanno altro che vederla dappertutto, in tutto ciò che li circonda, e in tutte le persone.

Qualcuno lo idealizzeranno, a simboleggiare quest’ideale irraggiungibile e un po’ cannibale che succhia loro le energie. Qualcun altro lo degraderanno, ci vedranno tutti i loro difetti o, peggio, tutto ciò che loro vorrebbero essere e non riescono. Indovinate in che categoria siamo capitati.

Il bello è che le nostre qualità, quelle che si ostinano a ignorare, spesso le portano dentro. Ma hanno così tanta paura di svilupparle, fedeli come sono all’immagine di genio incompreso, che le condannano in noi.

Una cosa è certa: questa loro arroganza (che maschera insicurezza) tocca tasti profondi dentro di noi, nel nostro senso di inadeguatezza che ci porta a pensare che, se ci criticano, un motivo ci sarà. Magari ce lo meritiamo, magari ha ragione, non siamo niente di che.

Forse ci siamo scelti per quello, per scaricarci problemi a vicenda: gli ipercritici ci usano per confermare la loro immagine di genio incompreso, noi li usiamo per confermare la nostra di perdenti. Perché è più comodo rassicurarci nel fatto di non valere niente che vivere all’altezza di ciò che valiamo. Nel primo caso non sbagliamo mai perché desistiamo in partenza e, per una volta in sintonia con l’ipercritico, ci possiamo ammantare dell’aura del poeta maledetto, che la nostra società consente come scappatoia per chi non riesce a trasformare in automa.

Allora, come si risolve? Per una volta torno a zio Watzlawick: uscendo dal sistema.

Recuperando la nostra dignità, imparando a distinguere tra le giuste critiche a una personalità che si può sempre migliorare, se ci va, al fango gratuito che spala su di noi chi non ha il coraggio di guardarsi la propria spazzatura.

E quando smetteremo di paragonarci agli altri senza riuscire a essere loro né a esprimere noi stessi al meglio, solo allora potremo toglierci la soddisfazione di rappresentare tutto, ma proprio tutto quello che l’ipercritico non riesce a essere.

Senza rancore, però. Non possiamo fare niente, per lui, finché non gli viene la voglia di guardarsi dentro e smettere di vedersi riflesso nelle sconfitte altrui.

Solo allora, forse, potremo venirci incontro a metà strada.

tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.

rainingpeopleL’altro giorno un pompiere altissimo, nel caos di una strada piena di ambulanze e polizia e folla curiosa, mi ha seguito per un lungo istante con lo sguardo e con un sorriso birbone, di chi sa di essere figo e sta dicendo sì, sto guardando proprio te.

La mia reazione? Passare avanti. Con la testa alla nazionale appena eliminata dal mondiale, e al paradosso con cui avevo iniziato la mia giornata: certi occhi bellissimi che incontro per strada mi raccontano una cosa diversa da quello che in genere mi dicono gli unici occhi che m’interessino (e che se applicassero a se stessi i loro standard ci andrebbero a perdere), ma io credo solo a questi ultimi.

Infatti la mia reazione a quella piccola attenzione maschile è stata simile a quella di molti di voi, mi sa, messi di fronte a un complimento:

Chi? Io?

Voi come reagite, ai complimenti? Di qualsiasi genere, eh. C’era una vignetta divertente in giro su Internet, raffigurava una che come reazione cominciava a balbettare, che ignorava l’interlocutore, che addirittura s’incazzava per le parole gentili.

Di solito per prima cosa, come ci hanno insegnato educatamente fin da piccoli, ci rifugiamo nella falsa modestia. Che, ripetuta per una vita, diventa modestia vera e si considera una grande qualità, anche perché con la schizofrenia che ci contraddistingue nella società 2.0 l’alternativa è un’apoteosi dell’ego.

E allora no, testa alta, occhi bassi, e qualsiasi evento che esuli dalla nostra insicurezza, che non ci confermi la visione che abbiamo di “non essere abbastanza”, viene passato sotto silenzio.

Da adolescente, quando mi guardavano per strada, mi dicevo “il reggiseno che mi sono messa oggi sarà troppo imbottito”. Oppure: “si sa che da queste parti sono tutti maniaci”.

“Si sa che in chat sono tutti maniaci”, mi sono sentita dire tempo fa, quando rivendicavo stupidamente un “certo successo di pubblico” che gli occhi riottosi di turno già mi concedevano, col malcelato disprezzo di chi è determinato a distinguersi dalla massa.

E mi sono sempre premurata di trovarmi occhi del genere, o almeno, hai visto mai, d’innamorarmi solo di quelli. Occhi da cercare di conquistarmi invano, che non mi facessero correre il pericolo di uscire dall’angolino in cui mi fossi chiusa da sola.

L’angolino di chi non ha nessuna colpa per non soddisfare tutti gli standard di bellezza di un’epoca di apparenze, e allora risolve la questione “cosa mi ha dato madre natura” buttandosi giù di default. Che come donna si è trovata di fronte al modello schizofrenico del “devi essere bella ma anche intelligente, e non puoi essere troppo entrambe le cose, neanche se ne avessi la possibilità”.

E non crediate che sia un discorso che riguardi solo le donne. Forse, anzi, negli uomini tutto questo prende una connotazione particolarmente dolorosa, perché chi tetiene il potere, direbbe Abatantuono, ha standard ancora più alti da soddisfare, prove di valore da fornire senza il conforto di tutta la riflessione che accompagna, invece, le categorie discriminate.

Quindi tutto congiura nella nostra vita perché, se un giorno ci capita qualcosa di bello o semplicemente di buffo, simpatico, di troppo bello per essere vero, per l’idea che abbiamo della vita come sofferenza, la nostra reazione sarà Chi? Io?.

Ho un paio di esempi carini da fare, ma li vedremo insieme la prossima volta.

ombraL’idea è: non sono psicologa, non sono ancora analista junghiana (anche se mi piacerebbe), non sono neanche Maga Rowena… Cacchio scrivo a fare di queste cose?

Be’, sono un’apprendista stregona, che non ha niente da insegnare a nessuno e tutto da imparare per sé, e procede a tentoni, per prove ed errori, in quello che spera sia un cambiamento proficuo e duraturo della sua vita. Come alcuni di voi. Siamo compagni di viaggio. Diciamo allora che faccio una specie di tutorial (a farne sugli smokey eyes vi lascerei con l’effetto panda) in cui sperimento i prodotti su me stessa e voi vedete se usarli o no. E accetto volentieri suggerimenti.

Di esperimenti su me stessa, con buona pace della LAV che farebbe meglio a farmi estinguere, ne ho fatti assai.

Qualche articolo fa parlavamo di Ombra, o meglio ne affidavo la descrizione a chi ne sapesse più di me. L’idea è che l’Ombra sarebbe una parte di noi che ci teniamo nascosta, per vari motivi. Non è sempre la parte negativa, anzi.

Prima di tutto, quello che consideriamo negativo potrebbe rivelarsi molto utile: la nostra ombra è ambiziosa? Sapete quanta energia potrebbe prestarci, per raggiungere obiettivi in cui ci identifichiamo di più?

E poi ci sono molti aspetti positivi, che di solito ammiriamo in altre persone. Il mio idolo di tutti i tempi sarebbe Gandhi (Johnny Depp non conta, vero?), ma non mi sono accorta di avere almeno un centesimo della sua capacità di negoziazione e di comandare senza viuuulenza finché non ho ricoperto io qualche posto di responsabilità, nelle attività a cui mi dedicavo. Magari non sarete mai grandiosi come la vostra icona, ma, se vi piace, forse avete delle caratteristiche in comune con lei che ignorate, o non avete il coraggio di sviluppare.

Faremmo meglio ad ascoltarle, invece: l’Ombra ci condiziona anche in amore.

Vi hanno mai idealizzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. In me cercava una donna che non ero, che ha poi ritrovato in coloro che mi hanno seguita e che ha idealizzato esattamente come me, almeno quelle che come me non lo amavano altrettanto. Non cercava noi, ma una visione tutta sua, che probabilmente si portava dentro ma che non aveva il coraggio di riconoscere. Se l’avesse fatto, avrebbe corso il rischio di vederci per quello che eravamo. E amarci per quello che eravamo.

Vi hanno mai disprezzato? A me sì, ricordo uno che lo faceva. Ammirava le cose di me che trovava più lontane da lui, e invece le aveva tutte dentro, ma non voleva vederle. E allora le disprezzava, anche. Per il vaso di Pandora che gli aprivo nelle ore di gioco che mi concedeva. Per l’amore che non mi poteva dare. Perché in me vedeva solo quello che credeva il peggio di sé. Così, direbbe uno bello che è morto, il giorno si pentiva di avermi incontrato e la notte mi veniva a cercare. Mi avrebbe messa da parte, per inseguire una da mettere su un piedistallo.

Così il cerchio si è chiuso, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, e il karma è una zoccola che prima o poi riscuote la sua tariffa.

Perché, siatene certi, questi due uomini saranno perseguitati dalla donna del piedistallo e da quella che cercano la notte, che si muoveranno nelle loro viscere finché non saranno ascoltate, accettate e, solo allora, messe da parte.

E io, non ho mai giocato questo gioco di ombre? Certo. Non ho fatto altro. Ho cercato gli Altri. Come me. Gli outsiders, quelli che come me si erano emarginati dalla loro stessa vita, e che ora emarginavano me. Il gioco al massacro è stato quasi sempre convincerli a farmi entrare, anche se non erano sicuri, anche se non gli piacevo abbastanza. Cercare nel loro sguardo quello che possiamo darci solo noi: la conferma di valere qualcosa. E quando mi aprivano la porta, mi rendevo conto che non mi bastava la loro parola a non credermi più un’estranea. E allora li vedevo per quelli che erano, e non mi servivano più, e m’inventavo una serie di nobili scuse per andarmene.

A voi, invece, com’è andata? Avete amato persone reali, o la vostra immagine riflessa nei loro occhi?

Credo di essere stata molto crudele, senza neanche saperlo, e molto ferita da gente che neanche sapeva quanto fosse crudele.

Credo anche che, semmai aveste fatto la stessa cosa e continuaste a farla, non ci resti che un’opzione: ascoltarle, queste voci di dentro. Riconoscere le parti che temiamo, quelle che idealizziamo, caricarcele addosso, indossarle tipo zaino (vedi articolo precedente).

E allora, solo allora, possiamo vedere gli altri per quello che sono. E decidere se quello che vediamo ci piace o no.