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Impasto per la pizza fatta in casa

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Il Gattopardo. S’è comprato Il Gattopardo.

Il libro, dico. Gli è bastato che gli traducessi in inglese la mitologica frase di Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, che è esattamente ciò che il mio compagno di quarantena non vuole succeda al mondo, dopo tutto questo. Per lui non c’è pericolo, per me sì.

Quello che per me non cambia, al momento, è il mio dubbio sulla scrittura. Sdraiata tra due cuscini sul mio balcone lillipuziano, mentre scopro che nel patio di sotto c’è addirittuta un baldacchino – artigianale, ma baldacchino – sto alternando la lettura di due autrici bravissime, e diverse tra loro: Elizabeth Strout e Maria Attanasio.

La prima mi parla direttamente ai nervi scoperti, agli ormoni premestruali che danzano al posto delle gambe confinate nelle pantofole rosa, sempre troppo pelose (le pantofole, dico).

La seconda l’ammiro come un gioiello prezioso, uno che, a interrogarlo, mi accorgo stupita che parla la mia lingua: vale a dire, la prima che ho imparato.

Cosa succede, infatti, quando diventi una che in italiano ci scrive per caso? Una che corteggia la Francia come il Principe Salina “corteggia la morte”, ma che da quasi vent’anni è all’Inghilterra che guarda, e ancor di più agli Stati Uniti. A quei libri che negli ambienti in cui sono cresciuta sono considerati l’unica cosa che si salva di quel paese (sempre che siano scritti da uomini, e di sinistra, o almeno ubriaconi).

Cos’è che cerco di comunicare, in quello che scrivo? Se lo chiedeva, dicevamo, questa editor, che alla lunga si è rivelata più utile di quanto credessi. Nelle mie parole inseguo un ritmo, un movimento: un’azione che definisca il personaggio più dell’inflazionata credenza, a cui non so abituarmi, che la vera parte di noi stessi si manifesta quando siamo sotto pressione. Ne siamo proprio sicuri?

E poi il linguaggio, si diceva: il mio “italiano per caso” potrebbe sapere di quella minestra sciapa che da vent’anni a questa parte abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, e che si alimenta di merci e non di persone: delle stesse canzoni sentite dappertutto, degli stessi cibi venduti a prezzi sempre più convenienti, in riproduzioni più scialbe, o più facili da imporre dell’originale.

È questo l’italiano che uso? Quello sporcato da altre lingue e pieno di dubbi, che più di un editor si sente in dovere di addomesticare? Su WhatsApp ho scritto “massa di farina”, invece di “impasto”, perché pensavo a masa e amasar, o perché m’era venuto in mente il significato originale del termine? Finisce che la mia diventa una lingua scarna, che va per sottrazione: descrizioni rese in due frasi, intere saghe familiari accennate in un gesto.

Le autrici italiane cresciute amando le francofone (Yourcenar, Duras, Ernaux) le assaggio come facevo con certi biscotti arabi con tanto miele, nati secoli prima degli additivi, che parlano di storia, di periodi in cui un po’ di zucchero sul pane era una festa. Sono deliziose, ma il loro sapore mi è estraneo.

Preferisco gli additivi globalizzati, allora? Giammai.

Al momento, insieme a tanti e tante che hanno lasciato l’Italia per altri lidi, faccio come la protagonista del manoscritto che mi assilla da un po’: strapazzata da domande spietate, a volte inopportune, spesso doverose, m’improvviso cuoca in tempi di crisi, e cerco d’impastare in una sola ricetta tutte le parti di me.

Ma non riesco mai a trovare le dosi esatte.

Risultati immagini per italiani all'estero Le riconosci subito. Non c’è bisogno di sentirle parlare spagnolo coi pronomi sbagliati. Mi riferisco alle italiane che Barcellona ci vengono “per caso”: non per un progetto di vita o per ragioni politiche, ma per una borsa di studio, per un trasferimento di lavoro, o magari per seguire un uomo.

Lungi da me dire che siano tutte uguali, eh.

Mi limito a fornire un elenco di possibili frasi identificative sui social, con le risposte consigliate:

  • “Devo andare a un aperitivo, ma ho paura di uscire di casa da sola. Qualcuno potrebbe accompagnarmi?” [Quindi per paura degli sconosciuti ti va bene che ti scorti un perfetto sconosciuto, purché italiano]
  • “Qualcuno conosce un’estetista italiana? Help!”. [Perché le autoctone la ceretta te la fanno a zig zag]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico, ma preferirei con una ragazza, con un uomo non so cosa mi potrebbe succedere”. [Se lo incontri in pieno giorno in un bar affollato, ti succederà una cosa terribile: dividerete il conto del caffè a metà, centesimi compresi!]
  • “Vorrei fare lo scambio linguistico con una ragazza perché al mio ragazzo di Poggibonsi che dico? Che vado a incontrare un uomo “per farci lezione”?”. [Sì, ma prima assicurati che abbia posato la clava]

Tutte domande che per me ne tradiscono una sola, grande quanto la Sagrada Familia: come me la cavo per conto mio dopo che mi hanno insegnato che non posso? Partendo da una premessa vera (le donne sono più esposte degli uomini ad attacchi sessuali e violenze) per arrivare a una conclusione sospettosamente sbagliata: le donne devono aver paura di tutto.

E nella paura di quelle imbattutesi nella situazione di dover fare ciò che temono, vedo tutte le contraddizioni di questo precetto un po’ ridicolo.

Allora dico loro: vedrai che ci farai il callo. Che andrà tutto bene. E non ti trincerare in un ghetto d’italiani, non ti cercare cavalier serventi o “appartamenti di sole ragazze”.

La paura ci sta tutta, ci hanno abituati spesso a gente più grande che faccia tutto per noi o ci accolga benevola perché sì: vedo genitori scrivere annunci per cercare le stanze ai figli, o ragazzi di ventun anni in cerca di assunzioni a distanza come camerieri, in barba alla fila di candidati residenti in loco coi documenti già in regola. Dolci figli dell’estate.

È una vera sfida. Ma le ragazze che l’intraprendono dopo un’educazione pensata per averle vicino casa a “conciliare famiglia e lavoro”, devono pagare sulla loro pelle tutte le limitazioni che si sono viste infliggere, a cui hanno finito per credere.

Perdonatemi allora, care italiane appena sbarcate a Barcellona, se divento enfatica e vi invito a fare qualcosa in particolare: non cedete al ricatto del “Non sono ancora pronta”. Con questa scusa, parte del Parlamento spagnolo della Repubblica voleva negare il voto alle donne (temendo che avrebbero votato per la destra). Con questa scusa, in un libro che trovo indegno di Harper Lee, l’avvocato Atticus Finch (sì, nel film è Gregory Peck) si opponeva ai diritti civili degli afroamericani.

No, per una volta chiediamoci davvero: “Se non ora quando?”.

Qui da dove scrivo io, non è ancora una bestemmia.