Archivio degli articoli con tag: italiani a Barcellona

145607806-fccd61c1-5e19-4009-b9b1-a8f77667fe9dCerti commenti di veterani a Barcellona, di quelli che hanno studiato alla “scuola della strada“, mi fanno ripensare al Fertility Day: a quei tempi, in una delle tante baruffe su Facebook, un utente anziano intonava un inaspettato inno stevejobsiano all’intraprendenza personale, chiedendomi “perché non me la creo io, la possibilità di avere figli”. Che per lui chiudeva tutto l’argomento. Smettete di lamentarvi, giovani perdigiorno, rimboccatevi le maniche (il più inflazionato dei cliché) e createvi le possibilità che volete.

Per me questo signore aveva ragione, ma perdeva completamente di vista il problema. Come lo perdono gli italiani che come me, a suo tempo, hanno fatto il Nie in una sola giornata, o addirittura ricordano i tempi in cui al consolato non c’erano file per l’AIRE. Nonostante questo, “insegnano a campare” a chi, magari con scarso spirito d’iniziativa, non riesce a procurarsi queste cose oggi.

Ebbene, non deve fregare né a loro né alle istituzioni cosa facciamo noi per “arrangiarci”, per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto ed è diventato un’impresa. Gli deve fregare cosa fanno loro, per aiutarci, specie le istituzioni, che non sono chiamate a dare consigli prescindibili, ma a “fare il proprio dovere”. 

Condivido qualsiasi inno all’iniziativa personale, basta che non sposti l’attenzione dai diritti negatici alla nostra abilità nel procurarceli comunque. Il primo resta un problema di assoluta priorità.

Ma no, per i criticoni educatisi alla “scuola della strada” dobbiamo perdere ogni pretesa di essere aiutati da chi (il consolato, il commissariato…) sarebbe lì proprio per quello. E questa “lezione di vita” è l’unica perla di saggezza che, a loro volta, ci elargiscono.

Quello che non possiamo accettare è che l’unica soluzione diventi dare per scontato che l’unico aiuto che riceveremo mai venga da noi stessi.

I diritti ce li abbiamo anche se, purtroppo, abbiamo imparato a farne senza.

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Elaborazione grafica di Andrea Visentin

Ieri abbiamo dato la seconda rappresentazione di uno spettacolo scritto da me e altri tre attori. Parlava degli italiani a Barcellona, e le scene scritte da me cercavano d’illustrare il surrealismo di operazioni apparentemente semplici come ottenere un documento per lavorare, o affittare una stanza con la possibilità di dichiararla come domicilio.

Lo spettacolo è andato bene, c’era molta gente.

All’uscita, però, mi sono accorta che la vita reale mi aveva battuta, come sempre, dieci a zero: tra gli spettatori c’erano un ottimo grafico, un’autrice di letteratura infantile, una fotografa e altra gente che si è occupata, a livello più o meno professionale, di attività creative.

A un certo punto, l’autrice ha guardato gli altri e ha detto:

“Ehi, ma eravamo nello stesso call center!”.

Ironia della sorte, era il dipartimento che si occupava di riscossione debiti di una grande banca americana.

“Ma certo!” le hanno fatto eco altri due. “Tu lavoravi con il Porcu, la Visentin…”.

Insomma, a giudicare dai cognomi, mezza Italia era venuta qui a Barcellona per telefonare a gente indebitata con una banca e convincerla a sganciare i soldi.

Il dibattito è antico, sulla pagina che modero: che partite a fare, se finite in un centralino?

Beh, anche le risposte sono antiche (“In Italia nemmeno quello”, “Poi si trova di meglio”, “Vuoi mettere con Barcellona?”) e si riassumono in tre parole: sto meglio qua.

E poi di quello stesso dipartimento conoscevo mezzo reparto olandese, senza contare i vari scandinavi: magari quelli si sono fermati solo qualche anno, o dopo un po’ si sono goduti il sole da scrivanie più redditizie. Diciamo che l’inglese aiuta più dell’itañol.

Però è singolare che si parta convinti di fare chissà cosa, e si finisca a fare “i camerieri d’Europa” (con un terzo dell’accortezza di un cameriere professionista). E dopo dieci anni, in qualche caso, ci si ritrovi comunque in un call center.

Provo sempre a scrivere qualcosa sui tanti Young Adults immersi, a volte intrappolati, nella stessa vita che facevano all’arrivo. Ma non gli rendo mai giustizia.

La domanda delle domande resta sempre: ne vale la pena?

E se sono contenti, claro que sí.

 

Risultati immagini per zuppa vegana di lenticchie

Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

Risultati immagini per insomnia Ma solo a me vengono le crisi esistenziali, quando mi sveglio nel cuore della notte?

Lasciamo perdere quella volta a Firenze, che aprendo gli occhi avevo visto il Duomo dalla finestra aperta, e mi ero alzata gridando: “I Medici! L’Inquisizione! Fuggiamo!”.

Ve l’ho raccontata, vero? Mio fratello mi sfotte ancora.

In realtà mi capita più spesso di svegliarmi e chiedermi cosa sto facendo della mia vita, una simpatica abitudine iniziata la prima volta che sono andata “fuori dai binari”: non ancora ventenne, avevo rinunciato alla relazione “dal basso” (iniziata, cioè, più o meno in tenera età) che mi avrebbe regalato una placida, immutabile esistenza al paesello.

Da allora mi sono ritrovata alle due di notte in un bagno barcellonese infestato dagli scarafaggi, o mi sono versata bicchieri d’acqua in cucine condivise con studentesse cinesi, e ancora appannate dal vapore della cena. La domanda era, è, sarà sempre: “Che sto facendo della mia vita?”.

Non c’è modo che riesca a rispondermi, nei fumi del sonno: “Esattamente quello che devo fare“. Perché ok, ci saranno cose più affini a me di altre, ma non c’è un solo cammino: ora so che anche rimanere al paesello sarebbe andato bene, a prenderla meglio. Ciò non toglie che preferisca un ambiente internazionale che ai miei tempi il mitico Jimmy il marocchino non riusciva a darmi da solo, nonostante vendesse spillette di Freddie Mercury.

Sapete però qual è la risposta che più si avvicina a lasciarmi in pace? “Sto facendo quello che voglio fare“. Nel mio caso, è scrivere. Troppo spesso ho rinunciato: sapete come funziona, vi prendete un piccolo impegno e diventa enorme, o le ore di lavoro raddoppiano come per magia, senza che lo faccia lo stipendio.

Quindi, se anche voi vi svegliate con la domanda “Che minchia sto facendo?”, provate a chiedervi: “Cosa potrei fare in alternativa?“. E visto che, come si diceva, non c’è una risposta unica, cominciamo ad ascoltarci prima di fare scelte sbagliate, e ritrovarci:

  1. con tre figli, quando in realtà non li volevamo;
  2. senza figli, quando avremmo voluto e potuto averne;
  3. in paese, quando avremmo preferito vivere dall’altra parte del mondo;
  4. dall’altra parte del mondo, quando ci bastava restare in paese, ma con più pazienza, calma e gesso.

Adesso non posso più dirlo alla me stessa di quasi venti anni fa: mi limito a rispettarne le scelte, di cui in qualche caso pago le conseguenze. Quello che posso fare quando mi sveglio di notte, prima di darci sotto di melatonina (e leggere un po’) è assicurarmi che il giorno dopo farò almeno una cosa che mi piaccia.

O ci proverò.

Immagine Pinochio2 1940.jpg. Già vi ho spiegato che lo scorso 8 marzo, a Barcellona, c’erano anche i miei. Quello che non vi ho detto è che me li sono portati a uno scambio linguistico.

Se la sono cavata più che bene! A un certo punto dovevamo dire “due verità e una bugia” sulla nostra vita, e mia madre ha dichiarato:

  1. Sono pensionata.
  2. Ho due figli.
  3. Mi piace cucinare.

Quando è toccato indovinare la bugia, i presenti hanno scelto o la prima o la seconda frase. Perché una donna del Sud dell’età di mia madre non può mai avere “solo” due figli, e deve per forza vivere per i fornelli.

Invece era la terza.

Però pensateci: se avessimo dovuto vincerci un premio (e non si vinceva niente) quanti di noi avrebbero puntato sulla terza frase, come bugia? È quello che fanno i pregiudizi: magari statisticamente indovini, ma puoi mai ridurre le persone a statistica?

La generazione di mia madre dev’essere stata anche tra le prime a sentire l’esigenza di “essere autonoma”, ma, siccome mamma mi considera una janarella (cioè una strega, il che è vero), vi confesserò una cosa: sospetto che al paesello, per tante “signore bene”, era démodé fare le casalinghe, e poi una donna delle pulizie costava una sciocchezza. Quindi, tutte a fare mestieri che permettessero di smontare in tempo per preparare il pranzo.

Il mio sembra un altro mondo, e forse lo è, nel bene e nel male.

Ieri al pub quiz (per completare il quadro della mia vita mondana), una coppia di francesi venuti a Barcellona per la maratona mi ha chiesto “chi [diavolo] volesse imparare l’italiano”. Ho risposto: fidanzate d’italiani e aziende comprate dall’Italia. La casistica è più ampia, ma era per capirci.

Dunque non mi sorprendo se un’agenzia interinale mi scrive a metà febbraio che “comincia adesso a organizzare i corsi di quest’anno“.

Poi magari ti licenziano per prima, dopo anni e anni di lavoro, sempre che ti abbiano messo a contratto. Un’insegnante d’inglese con nazionalità italiana voleva inserirmi non so in che scuola, ma storcendo il naso aveva spiegato: “Sono massimo 18, 20 l’ora, eh”. Lucky you, love, quando io arrivo a 15 netti è mezza festa! A meno che non apra la partita IVA (e buona fortuna con la quota mensile!), o non faccia il leggendario “master palloso” in insegnamento, gradevole (dicono) quanto una colica renale, ma utile per accedere a posizioni meglio remunerate.

Lo so: ce li ho anche io, gli amici che in Italia hanno insegnato gratis dalle suore per fare curriculum, o hanno lottato con graduatorie “ballerine”, per usare un eufemismo.

Il fenomeno più curioso me l’hanno fatto notare i miei alunni in una lezione sull’imperativo (consigli sulla salute, cos’): tra i principali fattori d’ansia mettevano non tanto le cose da fare, ma il tempo e i soldi.

Il tempo perché, se ti va a monte la tabella di marcia, tutto quello che pensi è “come arrivare al prossimo impegno in maniera indolore”: così non ti concentri su quello che stai facendo in quel momento.

E i soldi, udite udite, perché credi sempre di necessitarne di più, e invece ti danno più grattacapi di quanto dovrebbero.

Come? L’argomento è troppo affascinante, quindi ne riparliamo venerdì.

Oh, ognuno ha una sua idea di affascinante, va bene?