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Non mi soffermerò qui sui due stalker incontrati nell’arco di 24 ore nello stesso punto in cui mi avevano seguita la prima volta, o sul gruppo di adolescenti che, dopo avermi lanciato versi poco originali, ha cambiato strada apposta per entrare nel supermercato in cui mi ero rifugiata. C’è chi bolla tutto questo come aneddotica a rischio di generalizzazioni. C’è chi invece la trova anzi un indizio di mentalità nordica, più diretta, più aperta.

Curiosamente, sono persone a cui tutto ciò non succederebbe.

Dirò invece che sul Quai de la Marne, se sei donna, è difficile sedersi senza che nessuno ti interrompa, pretendendo un sorriso disponibile in cambio di qualche complimento scontato.

È una legge non scritta che, messa in pratica, mi fa quasi specchiare nelle acque torbide del canale a controllare che non abbia vent’anni di meno, la maglietta alzata sull’ombelico e le Palladium ai piedi, come ai tempi delle “postegge” della mia adolescenza paesana.

Ma io leggo lo stesso, un Flaubert particolarmente verboso a cui ho dato un ultimatum di venti pagine per far succedere qualcosa, o lo rimpiazzo con un best-seller inglese. Sembra aver raccolto la sfida.

Col più curioso dei disturbatori è andata così.

Sedendomi sul canale mi ero ritrovata le formiche sotto i piedi, e un’erbaccia proprio dove volevo poggiare la schiena. Non era colpa né delle une né dell’altra, l’intrusa ero io. Così, dopo pochi secondi, mi sono alzata di scatto.

A questo punto è arrivato lui, l’uomo del poncho: indossava infatti un tabarro color caffelatte, più scuro della sua pelle e lanoso quanto i suoi capelli, sistemati dietro le orecchie in un carré disordinato.

“Devo dirglielo, signorina” traduco dal suo francese, “l’ho vista lì alzarsi subito e ho pensato ‘questa ragazza è triste, è esasperata, c’è qualcosa che la rende così, mi dispiace e voglio andare a dirle con tutto il mio cuore che non deve preoccuparsi…’ “.

“Ma no, sono felice” ho ammesso a lui, e a me stessa.

Se c’è qualcosa che adoro delle lingue che conosciamo poco, è che ci obbligano a essere semplici. Si dice che le parole forgino il nostro modo di pensare. Ebbene, quando ci mancano quelle, potrebbe succedere il contrario.

E potremmo esagerare usando una parola come “felicità”, che magari nella nostra lingua scomoderemmo solo (a ragione o a torto) per brevi attimi di piacere. O potremmo star dicendo una grande verità, che le vie del pensiero che battiamo ogni giorno non riescono a raggiungere.

Sì, sono felice. Ho dei pensieri, non è un periodo ideale. Ma in fondo, sono felice.

“Mi fa piacere saperlo” ha commentato il tizio, in realtà un po’ deluso dalla scarsa chiaroveggenza, ma contento delle due frasi che è riuscito a spuntarmi prima che me ne andassi. Per quel giorno infatti ero stanca di battaglie senza gloria, che non dovrei neanche stare a combattere.

Incamminandomi su Rue de Crimée per vedere se da Franprix avessero del filo interdentale (non ce l’hanno), mi sono chiesta nell’aria tiepida della serata perfetta se il mondo non potesse essere semplice come le parole che perdiamo. Quelle che non sappiamo tradurre, e allora ci costringiamo a essere onesti con noi stessi e con gli altri.

Sta’ a vedere che non è malaccio, perderle ogni tanto.

Pensate a chi spreca tante di quelle occasioni per tacere.

(Continua)

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Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Di Francisco Goncalves, fotografo, “immigrato”. Come me.

Come sempre il problema è l’impotenza.

Non poter fare assolutamente niente.

È la prima cosa a cui dovresti rassegnarti, e l’ultima che accetti. Anche perché alla fine qualcosa di buono da fare lo trovi, se vuoi. Se riesci a non abbandonarti alla disperazione che sfocia in rabbia che sfocia in razzismo che sfocia in una battaglia sui social tutta da dimenticare. Se invece vedi come puoi donare sangue, quali notizie utili puoi diffondere, e ti prepari in silenzio (un minuto, per la precisione) ai giorni a venire.

Io ieri pomeriggio ho deciso di abbracciare pienamente l’impotenza, e il fatto che non avrei ricevuto notizie certe chissà per quanto ancora, e di uscire di casa dopo un’estenuante ora a rassicurare tutti. Tanti mi volevano viva, e li ringrazio. Tanti volevano morto qualcun altro, e non credo serva.

Così mi sono detta: oggi è un buon giorno per andare in banlieue. Era tempo che volessi farlo, sapendola relativamente vicina. Ora o mai più.

Ci sono riuscita?

Col cazzo, mi ha sorpreso la pioggia a Pantin.

Troppo tardi perché il mio incedere furioso nel lungo abito fiorito, e l’ambiguo scialle nero gettato sui capelli alle prime gocce, non attirassero l’attenzione dei ragazzi divertiti. Potevo essere una Fantine in sottana, una Samira confusa con le braccia da fuori, o una turista italiana che non si faceva i fatti suoi.

E niente, quindi: pioggia, saracinesca accogliente di fronte a una pasticceria maghrebina, Pantin.

Ogni tanto veniva qualcuno a rifugiarsi vicino a me, colori diversi, accenti diversi.

Aspettavamo in silenzio il momento di riprendere la fuga sotto le grondaie, presi dalla stessa voglia di restare asciutti, tornare a casa, scansare un raffreddore.

L’essere umano è così prevedibile, quando funziona bene.

Il Pantin l’avevo visto con Gavino, almeno ai margini.

Gli avevo chiesto notizie sulla gentrificazione a Parigi, per riferire poi a Barcellona, e lui mi aveva portato lungo il canale una volta squallido all’estremità di questo comune, che adesso però si sta facendo fighetto, con case da vendere a peso d’oro e bar fatti apposta per strizzare l’occhio ai turisti che vanno al Parc de la Villette.

Ma se ci si arriva passando sotto il Boulevard périphérique, i Quatre Chemins della scritta sulla metro mi ricordano sorprendentemente i Five Points di Gangs of New York. E le sigarette di contrabbando vendute a mezza voce, se è per questo, mi sanno tanto di Forcella. L’unica differenza è che nel mio vecchio quartiere napoletano non bisogna essere nati altrove, o figli di nati altrove, per essere poveri.

Quando è spiovuto mi sono avviata anch’io, il ritmo bangla di un ristorante pakistano mi scacciava via ogni perversa tentazione di cantare canzoni italiane di lacrime e pioggia. Anche perché la seconda stava scemando e le prime non riuscivano a scendere.

Ovviamente mi sono persa, approdando davanti a una sopraelevata e a un negozio chiuso con attaccata fuori la storia dell’Abbé Pierre, “l’Insorgente di Dio”. Prima di morire nel 2007 aveva denunciato l’operazione vergognosa di ghettizzazione, e speculazione, che interessava le banlieues.

Lo stomaco era stretto e per principio contrario ho deciso di aver fame.

Non è molto lusinghiero che il kebabbaro sotto casa abbia sgamato subito la mia origine al pronunciare “felafel”. Ma perché non ce li hanno mai, da queste parti? E ja’, a Barcellona li offrono i pakistani, è come se io vendessi strudel.

A proposito, i miei vecchi vicini del Raval come staranno, quando finiranno le lacrime e caleranno gli avvoltoi? Bene, speravo. Barcellona fa almeno questo: il passaporto non tanto te lo guarda, se la rispetti.

In ogni caso, mi dicevo reggendo la melanzana d’asporto con uno strano couscous a sostituire il basmati dello shawarma, a me non importa più dove succedano, queste tragedie.

Prima di tutto perché sono giorni che passo tra soldati armati di mitragliette: ieri su Avenue Jean Jaurès erano quattro e volevo scansarmi, a costo di strisciare contro il muro, ma un ragazzo nero vicino a me gli è passato giusto in mezzo, e io non volevo essere da meno. Dopo sì che piangevo un po’.

E poi perché Napoli, Manchester, Barcellona, mi si susseguono sottopelle senza soluzione di continuità, senza confini coi posti che vedrò o che non vedrò mai.

Nella grande città che mi si dipana in testa, certe cose succedono sempre sotto casa mia.

Perché è ovunque.

 

quai-de-seine Sulle coincidenze dovrei scrivere due post a parte.

Uno sulle due cifre segrete che continuava a chiedermi al telefono uno sgarbatissimo operatore della mia banca, fresca di fusione con un altro gruppo bancario e, dunque, di nuovi codici. Ebbene, i due numeri che mi richiedeva lo zotico erano gli unici che avessero in comune i due codici papabili. Fiuuu.

Ma ci vorrebbero due romanzi per descrivere il momento in cui, in procinto di attraversare la strada all’altezza del canale sotto casa, ho sentito gridare il mio nome. E con accento italianissimo.

Amico di Barcellona, residente a Parigi per anni. Lo credevo nella sua Sardegna, non sapevo fosse tornato in Francia. Lui, a sua volta, ignorava la mia presenza nel suo quartiere… Ed eccolo lì, che sfrecciava per caso in bici tornando dal lavoro proprio mentre passavo io.

Un minuto dopo, mi sono ritrovata seduta a cassetta tipo anni ’50, aggrappata al sellino in un impeto di terrore (“Giuro che non ti sto molestando apposta, Gavino!”, “Dicono tutti così!”), fino a uno di quei bar carinissimi (e cari) che, capirete, specie senza carta di credito non tanto sto frequentando.

Per fortuna ha offerto lui e abbiamo chiacchierato tanto, di come si stia a Parigi, dei prezzi delle case, della gentrificazione… Mi ha colpito una cosa, in particolare.

Lui afferma allo stesso tempo di adorare Parigi e di non sapere se abbia fatto la scelta giusta, lasciando Barcellona e i suoi ritmi più rilassati.

“È che qui a Parigi costa tutto caro, ma se sai fare qualcosa, e la sai fare bene, alla fine trovi lavoro, casa, e vieni pagato come si deve. A Barcellona, invece…”.

Vecchia storia, antico dibattito. Lo leggo ogni giorno sulla pagina che modero. “Ciao, sono Immacolata, vivo a Londra con una famiglia meravigliosa, guadagniamo un sacco e abbiamo tutti i comfort, ma piove sempre! E se ci trasferissimo a Barcellona?”. Risposta frequente: “Qua c’è il sole, ma non guadagni un cazzo e gli affitti sono schizzati alle stelle. Resta dove sei”.

Perché non sono pochi, tra i girovaghi vissuti in più paesi, a dire che Barcellona diventa un parcheggio eterno, in cui approdi a 20 anni e ti ritrovi a 40 a fare la stessa vita precaria, coi soliti due soldi in tasca per permetterti giusto la stanzetta e la sbronza il sabato. Ovviamente non succede a tutti così, ma non è una situazione infrequente.

È un argomento sensibile di cui ho discusso anche col mio ragazzo.

E perché dovresti adeguarti, chiede lui, a quello che qualcun altro ha categorizzato come “maturità”? Casa di proprietà, famiglia e stipendio fisso sono l’unico obiettivo possibile?

Non necessariamente, rispondo io, però ho la sensazione che in tanti vorrebbero anche fare qualcosa di diverso che la stessa vita da 20 anni. Ma non hanno il coraggio di uscire dal loop in cui sono finiti.

Senza più un posto in Italia, né abbastanza energie per andare altrove o per inventarsi una Barcellona diversa. Le coppie di amici miei stranieri, quando si sono sposate, hanno lasciato la città. Per tornarsene al paese di uno dei due. O tentare la fortuna più a nord. È come se Barcellona, per loro, non potesse essere altro che la città che hanno conosciuto ubriachi. Quella fatta di cartapesta e mojitos.

Parigi, invece, è una città per davvero? Ci scherzavo tra me ieri, dopo aver ascoltato l’unica coppia di artisti di strada che abbia trovato in una settimana, belli che piazzati sul gazebo ai giardinetti di fronte al canale. Così rari che si è formato un capannello (di parigini) per applaudire.

Ma credo che di base, per capire quale città sia “per davvero”, per noi, dovremmo rispondere a una e una sola domanda, che ultimamente risulta chic liquidare con un “non so”.

“Cosa voglio, per davvero, io?”.

Se la città in cui mi trovo mi aiuta a ottenerlo, è la mia città. Altrimenti è un parcheggio dorato. A volte voglio cose diverse, ok. Ma quale prevale e dove la troverei più facilmente?

Non tutti emigrano, ad esempio, per migliorare la situazione economica, e chi lo fa dovrebbe pensarci due volte, prima di sbarcare a Barcellona. Non tutti emigrano per sottrarsi alla tombola paesana del mettere la testa a posto, e allora ci sono città che aiutano meglio a farlo “a modo nostro”.

Io mi rendo conto che in ogni città, più che altro, mi serve una stanza per davvero, che mi dia riparo e tempo per lavorare, riflettere, fare quello che voglio.

Se trovo quella, ciò che mi aspetta fuori andrà bene lo stesso. Più o meno.

(Continua)

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Da https://www.youtube.com/watch?v=tokRybYT4Dg

Una volta condividevo un caotico appartamento ai confini del Raval. Pur di lasciarlo avevo bloccato un’intera casetta a due stanze, cedutami da un amico che andava sei mesi negli USA.

Ma le politiche dell’appartamento che volevo lasciare erano particolarmente cazzimmose: l’unico modo di recuperare la caparra era di trovarmi io un sostituto per la camera. Vi ho già detto che era un quinto piano senza ascensore?

Per fortuna, la satanica detentrice del contratto d’affitto risolse le sue contese con la padrona di casa autosfrattandosi, insieme a tutti noi. Non ci crederete, ma ero contenta!

Anzi, avevo talmente aspettato quel momento da arrivare a immaginarmi una vita fantastica fuori da lì. Ma al primo pranzo a casa nuova, osservando il salottino senza luce sul cui divano si era addormentato un compagno di università, mi ero resa conto che no, non avevo trovato il Graal della felicità. Per varie ragioni: 1) le questioni momentaneamente “cancellate” dalla priorità dell’appartamento ritornavano a bussare urgenti; 2) avevo solo sei mesi per cercarmi una casa nuova; 3) nello spazio di una notte, il discretissimo e timido coinquilino ereditato dal vecchio piso, aveva già installato in casa una fidanzata brontolona, e decisa a farci taaanta compagnia.

Allora mi sono ricordata dell’ovvio che ci sfugge sempre di mente: il compito più difficile dei sogni è sopravvivere a se stessi.

Insomma, una volta che il “sogno” si è avverato, ci tocca viverlo.

Superare la parte d’immaginazione, che prevedeva che fosse tutto rose e fiori se solo avessimo raggiunto l’obiettivo, per farla diventare vita reale, quotidianità, qualcosa che richieda manutenzione o una certa routine, come quasi tutte le attività umane.

Pensate a chi sogna di lasciare l’Italia per Barcellona, viene qui e si ritrova alle prese coi documenti da ottenere, il lavoro da cercarsi, le stanze dai prezzi assurdi…

Pensate a chi passa dallo sfogliare margherite sospirando il nome dell’amato bene a doverci davvero dividere il bagno e le bollette della luce. E, a giudicare dallo stress di tanti amici diventati genitori, sarebbe importante che la croce e delizia di mettere al mondo una nuova vita diventasse consapevolezza, informazione, e capacità di perdonarsi.

Questo lato prosaico non rovina la poesia. A patto che lo mettiamo in conto. A patto che invece di inseguire aspettative impossibili ci fermiamo un attimo, consideriamo lucidamente i pro e i contro e ci diciamo: “Voglio provarci lo stesso?”.

Se la risposta è sì, avanti tutta.

 

La Mangrana

Foto di Ricard Cugat, su elPeriódico (trovate il link nell’articolo).

 

Non aspettatevi di trovarli nelle guide, e sì, sono piuttosto lontani da Mr. G. (tranne uno in zona Parc Güell). Ma cercate di capirmi: le leggi del gusto sono così diverse, quando si va dall’artistico al personale! E questi sono i punti di Barcellona in cui mi sono sentita davvero bene, senza che vi succedesse niente di speciale (ma forse le cose speciali “si fanno” davvero nelle passeggiate solitarie). Non copiatemeli, piuttosto trovatene di vostri e descrivetemeli!

  1. La Satalia! Ormai i miei mi sfottono selvaggiamente, per questo, ma adoroadoroadoro il quartiere al di sopra di casa mia, inerpicato su Montjuïc, fatto di casette (spesso moderniste) a due piani, con tanto di nani da giardino. La comunità è così piccola che la festa di quartiere viene annunciata da un foglio A4, contenente l’invito a portarsi dietro la cena! A ben vedere, Font de la Guatlla, dall’altro lato del monte, è ancora più suggestivo, con le sue case modello cascina e le villette a schiera con l’anno di costruzione dipinto sulla facciata (in genere, primo ‘900). Ma che ci volete fare, adoro queste scalinate logore e infestate dall’erba, e i gatti che sciamano intorno ai Giardini del Grec, indecisi se darti confidenza. E poi sul confine c’è quest’albero di fichi di cui non trovo mai il coraggio di fregarmi una foglia per cuocerci il riso, come fanno i greci con le foglie di vite.
  2. Il vascio! No, sentite, poco più giù, vicino alla pizzeria L’Antica Napoli (che già di suo…), avanzando verso le casette vecchie della stradina, c’è un piano terra abitato e pieno di vasetti, piantine, e immancabili sedie lasciate fuori nelle sere d’estate. Ed è subito appucundria.
  3. Una cosa del genere, un po’ più fighetta, si trova dalle parti del Parc Güell. Quando torno dalla Miranda (andateci e godetevi la vista!) invece di scendere di nuovo per le scale mobili della Baixada de la Glòria mi perdo sempre apposta tra le stradine in salita, scoprendo spiazzi di panchine e aiuole, e fantastiche casette, anche qui a due piani. Non chiedetevi quanto costino, godetevi il panorama anche qua, negli angoli in cui vi assale all’improvviso. Quello è di tutti.
  4. E al mare no? Certo! Adesso vi sorprenderò: questo non è solo un posto, ma è anche un momento. Sì, proprio a Barceloneta. Sì proprio verso l’Hotel Vela, in zona hic sunt leones. Che sia per voi un viaggio come di quegli eroi delle leggende, il ragazzotto irlandese alle prese con gli zombie (adesso avrebbe sbagliato strada, i pub con la Guinness sono dal lato opposto), o la fanciulla russa che per compiacere la Baba Jagá deve deve superare orribili prove (tipo attraversare tutto il Passeig Maritim tra italiani in Ray-Ban e colletto alzato). Giunti alla fine della bolgia infernale, nel momento in cui il sole diventa tramonto e acqua rosa, se il destino è benevolo troverete: acqua quasi limpida, i quattro gatti che siano ancora lì a quell’ora, e uno specchio iridescente in cui bagnarvi anche senza costume (non lo diciamo a nessuno).
  5. Vabbe’, dai, parliamo di mare serio. Io vado alla Mar Bella, spiaggia con opzione nudista e reti di pallavolo poco affollate. E al ritorno mi perdo apposta per cercare la Rambla del Poblenou. Fatelo anche voi! Troverete casette bianche a un piano solo, ristorantini con rudimentali lucine messe su tavoli di legno e, alla catalanissima festa del barrio, chicche incongruenti come un altoparlante che spara Peter Pan, cantata dal fidanzato della “vrenzola” Juani, quella di Bigas Luna. Uhm, forse questo non dovevo dirvelo.
  6. Mi sorprende sempre pensare che io, nel mio Raval, non abbia luoghi “dell’anima”. Per me il Raval è fatto di interni. Ma uno che voglio celebrare è quello della Biblioteca de Catalunya. Specie ora che, magari per i motivi sbagliati (leggi “ripetuti sgomberi”) non viene nessuno a importunarvi, se vi sedete sui portici al lato della fontana arabeggiante (ma che fine hanno fatto le panchine?). L’adiacente Jardí mi è sempre sembrato inutilmente caro, ma considerate che sono tirchia, e che al prezzo di un’acqua minerale potreste godervi il patio fantastico che si sono presi adesso. Attenzione alla fila!
  7. Ci sto provando, va bene? Voglio fare il mio omaggio al Gotico. E devo ammettere che uno dei primi angoli a Barcellona me l’ha fatto scoprire un catalano di quelli che vivono in culo ai lupi, e si chiedono come faccia chiunque a non fare altrettanto. Ma il Cafè d’estiu, per essere il patio di un museo, è fantastico, e il tè alla menta è buono. Lì vicino potete andare a toccare la tartaruga della Casa de l’Ardiaca, che fa molto più angolino del semisconosciuto Tempio di Augusto. Non parlate alla bestiola, che il prof. che mi ci ha accompagnato voleva sparire quando l’ho fatto io!
  8. Già che ci sono, faccio pace con la mia prima casa a Barcellona,  che consideravo elegante ma insulsa. Da Passeig de Sant Joan arrivavo a questo vicoletto curioso, dal nome poetico: carrer dels Petons, via dei baci. Così antico che, per il suo nome, abbiamo l’imbarazzo della scelta tra due leggende: un documentato Joan Pontons, vissuto nel XVII secolo, che si sarebbe “meritato” l’eponimia del barrio (spero non come il vicino spacciatore del mio vecchio palazzo, conosciuto soprattutto perché ci viveva lui!); una più aleatoria storia di forche poste nelle vicinanze, coi condannati che, attraversando questa stradina che li separava dall’esecuzione, avevano l’ultima occasione per separarsi dai loro cari. Fatto sta che è troppo carino, dai! Come il quartiere “catalaníssim” della Ribera, di cui per me segnava idealmente l’inizio.
  9. Il mio rapporto col Parc de la Ciutadella è sereno ma non esaltante. Tuttavia ci sono tre cose, che mi piacciono tanto: il gazebo, quando ci ballano lo swing; la chiesetta dalle parti del Parlament (e un parlamento in un parco mi pare una gran bella cosa!); il monumento del tutto ignorato ai “volontari” catalani delle due guerre mondiali. Come spiego qui, ho letto le loro lettere di pitocchi arruolati quasi sempre a forza (altro che volontari!), e sono contenta che qualcuno se li ricordi.
  10. Uff, per finire che vi devo dire: c’è qualcosa, intorno all’Estació de Sants, che mi ha sempre parlato di speranza e fiducia. Sarà che sono stati i primissimi luoghi che ho vissuto, quando ancora cercavo casa. Ma m’incantano sempre, dalla passeggiatina tra giardini condominiali che porta dal Casinet d’Hostafrancs al Parc de l’Espanya Industrial, passando per la schiera di ristoranti ormai turistici tra cui cerco senza fallo l’ottimo palestinese. Se fate attenzione, camminando davanti a voi tra stazione di treni e di autobus, in direzione del parco, scoprite un angolino di un vicoletto bianchissimo. C’è una pergola sopra dei tavolini all’aperto. La sapete trovare? Fatemi sapere come si mangia, lì, e vengo a brindare con voi!

azzurritàIl bello di stare a Barcellona è che le mie vite ritornano.

Di solito lo fanno ogni estate, ma non sempre aspettano l’aumento del biglietto, o il Primavera Sound, per incrociare le mie faccende di adesso e chiedermi dov’eravamo rimasti. Più che altro, dov’ero rimasta io.

Mi avevano lasciata entusiasta nel Raval, e adesso faccio loro da guida nel “nuovo” quartiere. Mi ricordavano litofaga (cioè, “magnavo pure le pietre”) e mi sorprendono a rimpinzarmi di verdurine. Dopo aver sbalordito con questi dettagli gli amici che popolavano le mie vite passate (giacché sono loro, ovviamente, a ritornare per un po’, le vite passate mica lo fanno), li lascio ai loro treni, o ai biglietti d’aereo da stampare, e me ne torno al mio presente. Senza rimpianti.

O quasi.

Perché a volte ritornano vite che abbiamo bistrattato, trascurato, lasciato andare.

Non che la cosa conti più: anche noi, col tempo, diventiamo aneddoti nelle vite altrui. Com’è giusto che sia.

Ma quando ci prendiamo un caffè, con queste vite abbandonate insieme alla terra in cui siamo nati, o perse per strada in un momento difficile, a volte siamo presi dall’impossibile impulso di tornare indietro. Di cambiare le cose, di applicare a ritroso la placidità che intanto, magari, abbiamo strappato centimetro a centimetro alla nostra antica incapacità di vivere.

Ovviamente non possiamo. Possiamo andarci vicini. Con la compassione, col perdono reciproco e, soprattutto, con la voglia di fare bene qui e ora.

Ma questo posso dire: c’è chi merita il nostro rimorso.

E la peggior vendetta della vita, presente e passata, è trasformarlo in rimpianto.