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Vivo altrove. Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi -  Cucchiarato, Claudia - Ebook - EPUB con Light DRM | IBS
Dicono di noi…

Io con l’Italia non mi trovo più. Non capisco bene cosa venga pubblicato lì, e perché debba essere rilevante per me.

Ne parlavo l’altro giorno con un vicino che sta traslocando, ed è salito da me a raccontarmi del suo nuovo appartamento (e a darmi dritte per aggiudicarmi eventualmente quello che lascia): come me il giuovane scrive, ha vissuto in più paesi e ha imparato a fare a meno di traduzioni per quasi tutte le lingue romanze, oltre a leggere senza problemi almeno in inglese.

Anche lui non legge quasi niente in italiano, come d’altronde succede a un ex compagno di scuola che ora vive nell’est europeo. Ci siamo detti, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, che vorremmo una casa editrice della diaspora italiana, visto che il mondo editoriale italiano ci genera perfino più alienazione di quanta ne susciti a chi rimane in Italia! In parole povere, quando leggiamo romanzi italiani ultrasponsorizzati, strombazzatissimmi, che abbiano guadagnato ventimila premi, finiamo quasi sempre per chiederci: “Eh?”.

(Ok, spesso ci chiediamo proprio “WTF”, ma so che lo scenario intellettuale italiano è in fase di autarchia linguistica e vorrei risparmiarmi la fucilazione.)

Non che manchino buoni testi, ovvio, ma la questione è: se volessimo leggere Marguerite Duras e Annie Ernaux, o una specie di Bukowski con la camicia stirata, in tutta franchezza ci compreremmo gli originali.

Ho smesso di seguire qualche scrittrice premiata quando ho visto che nella sua pagina alternava discorsi sull’importanza di trovare i sandali giusti (e di farsi la pedicure) alla sua personale cognizione del dolore, che condivideva con qualche compagna altrettanto sofferente. Dio santo, come vi capisco: sono nata anch’io in un Sud di padri padroni e donne oggetto (e il Nord non è che sia così diverso…), dove essere tristi e tormentati non solo è più che comprensibile, ma fa pure fico.

D’altronde a volte chi legge quello che scrivo io (e non mi riferisco allo stile, tutto da migliorare, ma ai contenuti) non sembra parlare la mia lingua, a meno che non abbia fatto un percorso simile al mio: mi piacerebbe pensare che ciò sia dovuto alla mia incapacità di formulare un pensiero lineare, ma una volta ho avuto l’onore di sottoporre a un’addetta ai lavori una scena del libro che poi ho pubblicato, e mi sono sentita dire che la mia Irene sembrava la solita Erasmus a Barcellona, con tanto tempo da perdere per dedicarsi alla politica: addirittura l’indipendentismo catalano!

Peccato che Irene, come specificavo anche nella scena che avevo inviato, sia una stagista già laureata, che guadagna meno di cinquecento euro al mese e ci si paga un affitto di settecento euro con il fidanzato che studia e lavora, per permettersi un appartamento che ha la doccia sul balcone. Irene non ha neanche trent’anni, età in cui alcune amiche mie rimaste in Italia chiedevano istruzioni da Facebook su come azionare una lavatrice (ma giusto perché erano in vacanza).

Ma che ve lo dico a fare: Barcellona (che comunque, sapevatelo, è nel Sud della Spagna!) è solo una meta Erasmus, l’indipendentismo è come la Lega e chi se ne occupa anche solo per criticarlo ha tempo da perdere, specie perché non è rimasta a “lottare per cambiare le cose” (tipo i pregiudizi su tutto ciò che non è italiano?).

La domanda a questo punto mi nasceva spontanea: com’è che avrei dovuto scrivere, allora, secondo agli addetti ai lavori italiani? Be’… ricordate la scheda tecnica su un altro manoscritto (uno incentrato proprio sull’Erasmus!) che avevo commissionato? L’autrice della valutazione mi dava consigli utilissimi, per carità, ma sembrava voler trasformare il mio romanzo, che sarà stato senz’altro banale e ritrito, nel Tempo delle Mele per ventenni, o in Cento colpi di spazzola. Tanto per migliorarlo, insomma! La mia protagonista, a quanto pare, sembrava un’eterna adolescente a cui bastava “alzare il dito” (sic) per chiamare sua madre e chiedere soldini per rimpolpare la magra borsa Erasmus. Ovvio che avevo scritto esplicitamente che la madre non voleva che la ragazza partisse, e che aveva giurato alla figlia che, a borsa esaurita, non le avrebbe passato neanche un centesimo.

Va da sé che, secondo l’autrice della scheda, non si capiva perché la protagonista pretendesse dal suo tutor italiano informazioni almeno corrette, se non addirittura complete, sui dettagli dell’Erasmus: evidentemente “era già tanto” che un professore si degnasse di coordinare lo scambio linguistico (leggi: fare il minimo, e farlo male). Pazienza che la protagonista si ritrovasse a frequentare un corso inutile ai fini della laurea perché il virtuoso tutor non era al corrente di quella clausola.

Ma il peggio, per l’autrice della scheda, doveva ancora venire: come poteva la protagonista trascurare questo corso inutile se poi, esplicitamente trascinata da altri, finiva a seguire una conferenza “del tutto irrilevante” sul GENDER!11! Ma lo sapeva, Papa Francesco? Non fa niente se l’argomento richiamava ciò che le stava accadendo in casa… Mary Nash, perdona loro! Nel mio paese, nonostante gli sforzi di tante, sono in molte di più a dichiararsi “né maschiliste né femministe”.

Inoltre, una editor italiana viene spesso pagata una miseria… A suo tempo mi stavo sfogando su tutta la questione proprio con un altro editor, e quello mi diceva scherzando che avevo ragione: il romanzo italiano oggi consta di quattrocento pagine di pippe mentali del protagonista, poi alla fine “succede qualcosa” (meglio tardi che mai!) e arrivederci.

Almeno, le autrici americane che adoro vengono tradotte, se non proprio lette in massa: Elizabeth Strout (anche se alla mia amata Olive Kitteridge viene preferita Lucy Barton, con la sua finta prosa working class) oppure Gillian Flynn. Ma in generale mi sembra che, con qualche eccezione, un romanzo italiano che si permetta di avere una trama corale o almeno un po’ più complessa si becchi subito un “quanti personaggi”! No, sono quasi sicura che oggi la mia antica professoressa di storia e filosofia si metterebbe in fila al Salone del libro per conoscere lo scrittore giovanile e affascinante, che scrive di tradimenti come di un fenomeno ancora pruriginoso (mentre, con un amico, stiamo per pubblicare un articolo sulla vasta diffusione del poliamore a Barcellona).

A proposito, cari scrittori italiani uomini: la piantiamo di ipersessualizzare le straniere? Cacchio, non linko esempi per pietà, e voi comunque non arrivereste mai a leggere questo post. Ma ripeto: pietà. Fatevi le seghe, mentali e non, lontano dallo scrittoio.

E ovvio, “non tutti gli autori”: ho adorato libri emozionanti e pieni di sfumature, così come ho dovuto cambiare idea sulla mia convinzione che la propria storia personale non costituisce di per sé un buon romanzo. (Per fortuna i miei connazionali sembravano già consapevoli del mio equivoco, con la loro passione per gli scrittori francesi egocentrici…)

Ma, come in Italia si fanno strada autrici, autori giovani e non che provano a fare il loro, e case editrici coraggiose che li sostengono, così fuori dall’Italia siamo in tante e tanti, in modi diversi e complicati, a seguire una nostra personale via ai libri, una sorta di sviluppo parallelo a quello che hanno compiuto i nostri amici più a contatto con quello che succedeva giorno per giorno in Italia: però a volte ci manca una nostra via italiana ai libri (che per esempio leggiamo sempre meno in cartaceo, le piccole librerie non hanno una sezione fornitissima in lingua straniera…), alle storie, alle vite che raccontano.

Un esempio lampante: le storie che ho amato ultimamente non avranno proprio un lieto fine, e a volte terminano in modo bizzarro, ma spesso c’è una speranza vera. Non un riso amaro. Gliene sono grata.

Io non so se sarei arrivata anche in Italia alla conclusione che la felicità è un finale possibile, che rientra almeno nel ventaglio delle possibilità senza che si sia deficienti, o ignoranti, o superficiali.

Però sono felice di leggere storie che non fanno dell’infelicità una protagonista di più, o non la danno come conclusione scontata di fondo, confondendo un lieto fine con un momento effimero di speranza.

Spero succeda sempre di più in italiano, senza che il romanzo venga considerato robetta da poco.

Adoro leggere in italiano qualcosa di ottimista (non stupido: ottimista) e scoprire che non è una traduzione.

(Recensioni di giovani autori promettenti… :p )

Impasto per la pizza fatta in casa

Il sito originale è indicato nella foto (oggi WordPress non mi lascia inserire il link della pagina!).

Il Gattopardo. S’è comprato Il Gattopardo.

Il libro, dico. Gli è bastato che gli traducessi in inglese la mitologica frase di Tancredi, “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, che è esattamente ciò che il mio compagno di quarantena non vuole succeda al mondo, dopo tutto questo. Per lui non c’è pericolo, per me sì.

Quello che per me non cambia, al momento, è il mio dubbio sulla scrittura. Sdraiata tra due cuscini sul mio balcone lillipuziano, mentre scopro che nel patio di sotto c’è addirittuta un baldacchino – artigianale, ma baldacchino – sto alternando la lettura di due autrici bravissime, e diverse tra loro: Elizabeth Strout e Maria Attanasio.

La prima mi parla direttamente ai nervi scoperti, agli ormoni premestruali che danzano al posto delle gambe confinate nelle pantofole rosa, sempre troppo pelose (le pantofole, dico).

La seconda l’ammiro come un gioiello prezioso, uno che, a interrogarlo, mi accorgo stupita che parla la mia lingua: vale a dire, la prima che ho imparato.

Cosa succede, infatti, quando diventi una che in italiano ci scrive per caso? Una che corteggia la Francia come il Principe Salina “corteggia la morte”, ma che da quasi vent’anni è all’Inghilterra che guarda, e ancor di più agli Stati Uniti. A quei libri che negli ambienti in cui sono cresciuta sono considerati l’unica cosa che si salva di quel paese (sempre che siano scritti da uomini, e di sinistra, o almeno ubriaconi).

Cos’è che cerco di comunicare, in quello che scrivo? Se lo chiedeva, dicevamo, questa editor, che alla lunga si è rivelata più utile di quanto credessi. Nelle mie parole inseguo un ritmo, un movimento: un’azione che definisca il personaggio più dell’inflazionata credenza, a cui non so abituarmi, che la vera parte di noi stessi si manifesta quando siamo sotto pressione. Ne siamo proprio sicuri?

E poi il linguaggio, si diceva: il mio “italiano per caso” potrebbe sapere di quella minestra sciapa che da vent’anni a questa parte abbiamo imparato a chiamare globalizzazione, e che si alimenta di merci e non di persone: delle stesse canzoni sentite dappertutto, degli stessi cibi venduti a prezzi sempre più convenienti, in riproduzioni più scialbe, o più facili da imporre dell’originale.

È questo l’italiano che uso? Quello sporcato da altre lingue e pieno di dubbi, che più di un editor si sente in dovere di addomesticare? Su WhatsApp ho scritto “massa di farina”, invece di “impasto”, perché pensavo a masa e amasar, o perché m’era venuto in mente il significato originale del termine? Finisce che la mia diventa una lingua scarna, che va per sottrazione: descrizioni rese in due frasi, intere saghe familiari accennate in un gesto.

Le autrici italiane cresciute amando le francofone (Yourcenar, Duras, Ernaux) le assaggio come facevo con certi biscotti arabi con tanto miele, nati secoli prima degli additivi, che parlano di storia, di periodi in cui un po’ di zucchero sul pane era una festa. Sono deliziose, ma il loro sapore mi è estraneo.

Preferisco gli additivi globalizzati, allora? Giammai.

Al momento, insieme a tanti e tante che hanno lasciato l’Italia per altri lidi, faccio come la protagonista del manoscritto che mi assilla da un po’: strapazzata da domande spietate, a volte inopportune, spesso doverose, m’improvviso cuoca in tempi di crisi, e cerco d’impastare in una sola ricetta tutte le parti di me.

Ma non riesco mai a trovare le dosi esatte.

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Da terrablava.es

Il tipo del buffet take away all you can eat auannasgheps entra apposta dietro di noi, dimenticandosi di distribuire bigliettini ai turisti di altre nazionalità.

Prima che prendiamo i vassoi ci indica il disinfettante per le mani, che chiameremo Amuquinas: capisco che ci ha sentiti parlare italiano.

“Non sono offesa, avrei paura anch’io” dichiara mia madre.

Il signore che entra dopo di noi ha la pelle più scura della sua, e chiede con accento indiano se nell’insalata di pasta c’è del pesce. A lui non viene richiesto di lavarsi le mani.

Questa scena è di ieri sera: l’avevo presente insieme all’aneddoto della tizia lasciata a piedi da un tassista perché italiana, quando ho chiesto ai miei di parlare solo napoletano, davanti ai taxi in attesa a mezzanotte in Plaça Catalunya. Scrupolo inutile, magari, ma i contrattempi erano l’ultima cosa di cui avevano bisogno, alla vigilia di una partenza rimediata a stento. Il mio accento appreso da studentessa a Forcella faceva a pugni con quello loro di paese, che si erano sforzati di non “contagiarmi” (ah ah ah). Alla fine il tassista a stento capiva lo spagnolo, mentre gli chiedevo di condurli al porto.

Mentre scrivo, loro sono letteralmente in alto mare. Hanno preso la nave anche se partiva alle due e mezza di notte, invece che alla mezza come previsto. Oggi sarebbe partita all’una e mezza, invece che alle undici: mare mosso, a quanto pare. Dopo la cancellazione del volo, però, si sentivano intrappolati qua (il prossimo disponibile era previsto per il primo aprile, ma chissà che la Vueling non cancellasse pure quello). Combattuti fino all’ultimo, hanno preso la decisione quasi all’improvviso, dopo aver saputo che la compagnia di navigazione non chiude i battenti: l’avevano comunicato anche consolato e ambasciata. Le cabine a uso privato erano ancora libere. Basta pagare, e non sei costretto a mescolarti alla gente.

A quanto pare, è una questione di classe su tanti fronti. Per questo, a prescindere dagli aiuti spagnoli a chi deve restare in casa coi figli, e dalle misure che piano piano si adottano anche qua, traduco queste preoccupazioni del sindacato delle collaboratrici domestiche, Sindhogar Sindillar:

I padroni catalani, approfittando dell’epidemia del coronavirus, vogliono buttare per strada i lavoratori e le lavoratrici [suppongo si riferiscano a quelli indesiderati, che le leggi in materia di lavoro non permettevano di licenziare in uno schiocco].

Per le lavoratrici domestiche che sono in contatto diretto con le persone di cui si occupano non ci sono orientamenti chiari su come debbano proteggersi nella quotidianità.

Chi pagherà le lavoratrici domestiche, che guadagnano in base alle ore di lavoro svolte?

Che significa dover restare confinate in casa, quando condividi un appartamento con altre persone e con famiglie? [In alcune case, intere famiglie, perlopiù straniere, vivono in una stanza sola.] 

Che succederà ai lavoratori che non potranno realizzare il telelavoro?

Per non concludere solo con delle domande, faccio presenti le richieste del Sindicat de Llogater(e)s, che riunisce molte persone che vivono in affitto. Fino a tre ore fa, scrivevano qualcosa che in Italia forse sarebbe accolto, con qualche eccezione, come irresponsabile: “i rischi economici e sociali del Coronavirus sono in questo momento più grandi del rischio sanitario”. Questo è il loro “pla de xoc” (sic):

Intervenire sulla totalità delle risorse sanitarie private e metterle al servizio dell’interesse generale.

Apertura dei reparti degli ospedali pubblici chiusi per i tagli alla sanità.

Moratoria del pagamento degli affitti.

Moratoria dei mutui.

Paralisi degli sfratti.

Copertura del 100% dei salari.

Copertura economica delle cure.

Interrompere tutti gli ERE [procedura di sospensione o licenziamento del personale].

Piano di supporto a chi lavora con partita IVA.

Programma per un’informazione corretta della popolazione.

L’idea è quella di proteggere sia la salute, che i diritti.

(Non voglio affatto mettere a paragone, ma… Adda passa’ ‘a nuttata.)

 

 

 

 

Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

Ieri era il compleanno di mio padre, e siamo andati a farci un aperitivo insieme.

Capirai, direte voi.

Invece la frase di sopra ha almeno due particolarità, riassunte da quell’ “insieme”: la prima è che ci trovavamo nello stesso pezzo di mondo, nella fattispecie il paese che ci ha cresciuti entrambi.

La seconda è che mio padre non fa mai l’aperitivo, non fuori casa. Sono anni che cerco di convincere lui e mamma, ma l’usanza è recente – dieci anni o giù di lì sono l’altro ieri, in una cittadina con velleità di capoluogo – e loro sono pantofolai come me, con la differenza che io non lo do troppo a vedere.

Quanto alla prima particolarità, sì, avevo preso l’aereo apposta per il compleanno di papà, perché mio fratello era in viaggio di lavoro: andasse almeno la figlia senza orari fissi, che i manoscritti si possono consegnare invano un po’ dappertutto!

A differenza di quelli programmati, questi ritorni improvvisi e improvvisati sono un ricettacolo di bilanci imprevisti, e non proprio auspicabili, come una foto scattata a tradimento.

Magari vengo immortalata in un vestito carino e fresco, e sembro pronta per uscire, il tempo di ravviarsi i capelli legati all’insù. E invece quello è l’abito che uso in casa – non si vede lo strappo proprio sul… ? – e i capelli sono intrisi di olio per impacchi.

Altre volte l’obiettivo impertinente mi sorprende con i capelli bagnati e un unico asciugamani a rivestirmi, tipo toga romana: in tal caso cominciate a bussare, che scendo. D’estate non asciugo i capelli, indosso tuniche leggere e sono pronta in tre ditate di correttore e due di ombretto (il lucidalabbra lo metto in ascensore).

Insomma, spesso sono tornata in paese con tutto un elenco di “risultati” (case, relazioni, lavori dall’aria stabile) e in realtà era un’impasse che chiamavo movimento. Altre volte, come adesso, sembro in pausa ma mi muovo.

“Hai finito il libro, allora?” mi aveva chiesto con accento texano il tipo che mi aveva vista scrivere per tutto il volo. Non era il primo nonnetto che in inglese si diceva strabiliato dalla velocità con cui scrivo, e sentiva il bisogno di farmelo sapere.

“Sono al terzo quaderno, ci siamo, credo” gli avevo sorriso.

“Hai scritto più di me in tutta la mia vita, devi essere una che pensa veloce” aveva concluso, prima di recuperare il bagaglio a mano.

Sto scrivendo un saggio strano, un po’ diario e un po’ GENDER, sul fatto di voler essere madre a trentotto anni, e di essermi ritrovata single qualche tempo fa. Tra “técnicas de reproducción asistida”, e amici gay (e non) che si propongono, sto scoprendo un sacco di cose di me, e degli altri.

Ieri sera ci siamo alzati dai tavolini all’aperto, che davano sul corso senza però toccarlo, e abbiamo aggirato un coetaneo di mio padre che cullava un bimbo paffutello nel passeggino:

“Sei stanco, a nonno?”.

“Ghghgugh” rispondeva il bimbo.

Stavo per spiegare a mio padre il contenuto dei miei quaderni, poi ho pensato che non avrebbe capito: in fondo aveva respinto anche il concetto di “qualcosa da stuzzicare” a cui l’aveva iniziato la cameriera, così ci erano arrivati al tavolo due miseri sanbitter e un’acqua minerale, mentre gli altri avventori s’ingozzavano di panini e cosette salate.

Portare mio padre a fare un aperitivo è stata un’impresa, e la cosa più facile del mondo. Un’impresa perché ci provavo da anni, e la cosa più facile perché stavolta mi ero limitata a proporglielo sicura di un no, mentre già mi avviavo verso la doccia per fare un giro almeno io, col fresco della sera. E aveva accettato.

Al ritorno mia madre, la più riluttante a scendere (e grazie, gli uomini della generazione di papà sono pronti in due mosse, per le donne è diverso), ha detto che l’avevamo colta alla sprovvista, ma che la prossima volta, magari, viene anche lei.

E niente, le cose succedono solo quando devono succedere.

O quando possono.

L'immagine può contenere: fiore, pianta, natura e spazio all'aperto Per tanti di noi all’estero, il 25 aprile non c’è niente come raccogliersi intorno al fiore del partigiano, anche quando diventa la “cipolla” di capelli attorcigliati (detta anche “man bun”) di un cantautore italiano, in un bar che scoppia di gente.

Ma ci andiamo lo stesso per dirci che ci siamo ancora, che ci crediamo, che qualcosa di buono nella nostra storia c’è stato anche dopo Michael Angelo, come lo chiamano certi alunni miei d’italiano, al che un conterrOneo può insorgere e argomentare che Giambattista Vico è venuto un bel po’ dopo, e avrebbe ragione da vendere.

Perché minchia, rappresentare tutte le parti in causa è un casino, e il cantautore del nord magari sa tutte le canzoni partigiane di default o se le è preparate senza troppa difficoltà, mentre qualcuno sui social protesta per la scarsa visibilità di quanto s’è fatto molto prima e altrove, a latitudini più basse e più ignorate di quelle interessate dal 25 aprile. Tutto vero, ma entrambi i momenti sono parte della mia storia, e va bene così anche se si soffoca di caldo e il cantante finge di scordarsi di Bella ciao, come se un organista a un matrimonio omettesse apposta la marcia nuziale.

… morto per la libertà!

Poi esco. Ovvio che a un certo punto, al posto del duce, è stato nominato Salvini, che – lo confesso – io non volevo alle celebrazioni della ricorrenza. Sì, la carica istituzionale e tutto quanto, ma mi sarebbe parso un modo d’insozzare la memoria di chi appunto era morto perché lui sparasse quelle perniciose frottole da uomo senza qualità: in fondo, rispetto al milionario che per vent’anni ha titillato le fantasie di mezza Italia (quello “sceso in campo”, dico), questo bomberino de noantri non ha altra dote che quella di rappresentare l’eterna voglia di dimenticarsi dei problemi complicati da risolvere, semplificando in negativo quelli risolvibili (traducendo: vedete la bufala dell’invasione migrante, mentre le famose accise sulla benzina non si eliminano).

Ma vabbe’, almeno ieri sera bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao. E se i partigiani sono morti per la libertà, noi per la libertà viviamo. Cerchiamo altre soluzioni alla tempesta d’odio in cui ci stiamo perdendo invece di spostare l’attenzione sulle cose giuste, e farlo bene, con un messaggio positivo che rassicuri, ma spaventi anche un po’ sulle conseguenze di fare gli gnorri.

Non mi sento sempre a mio agio tra i connazionali, e mi sa che è reciproco e comunque non sono l’unica. Troppe divisioni e troppo maschilismo, troppe pretese di superiorità nonostante tutto.

Ma nonostante tutto, come dimostrava il bancariello di Mediterranea Saving Humans – che aspettava la fine del concerto per tornare a vendere cammeselle – vale ancora la pena tentare.

(Donate, fetenti! O compratevi la cammesella).

 

Una delle hit della serata…

Image result for figurine panini introvabiliMa state di nuovo tutti qua? E io che mi aspettavo che tornaste intorno a Pasqua!

È a partire da quel momento che Rambla e dintorni si riempiono di turisti, dunque d’italiani. Ma ho concluso che ora ci sarà qualche offerta speciale Ryanair, e in fondo non mi dispiace vedere l’evoluzione nazionale di ciuffi e risvoltini, e del trucco femminile abbinato alle sempre più diffuse “scarpe comode” per visitare la città. Mi compiaccio, ma attenzione a stringervi meglio quei borsoni formato pic-nic, che in metro rubano assai!

Intanto io, che magari giro in uno dei pochi cappotti sobri di Desigual, mi ritrovo a origliare le conversazioni più assurde, tra gente che dà per scontato che non la capisca.

Mi è capitato ieri sera in metro con dei ragazzini francesi, convinti che non sapessi cosa fosse “la chatte” (anche se uno mi osservava preoccupato). Ancor prima avevo condiviso il vagone con dei trentenni italiani, uno dei quali particolarmente carino. Mi piaceva quell’eleganza noiosetta ma “spontanea” che riconosco ai compatrioti, e la chioma fluente che non diventava mai criniera.

Due fermate più tardi, sono entrate molte persone da una stazione affollata, e nel subbuglio generale il mio nuovo eroe ha detto tipo: “Spostiamoci più in là, che c’è una figa!”. Ho contratto subito la faccia in una smorfia di disgusto, e l’altro dev’essersene accorto, perché si è consultato con gli amici e ha chiesto subito: “No?”. In realtà, sembrava chiedere se la figa in questione fosse tale, e mi sa di no perché, considerate la mia posizione e la scarsità di under 70 che mi circondavano, forse la fortunata vagina ambulante dovevo essere proprio io. È capitato a un’amica veramente “figa”, che ha sbuggerato dal vivo il tipo che spiegava in dettaglio agli amici cosa le avrebbe voluto combinare. Io invece ho fatto una cosa che mi capita spesso quando qualcuno mi sta simpatico a pelle: ho cominciato a giustificarlo. In fondo dai, lo faccio anch’io! A volte mi attraggono fisicamente uomini che trovo ripugnanti sotto ogni altro punto di vista: magari in quei casi mi sembrano davvero “portatori sani di figaggine”, bei corpi sotto un cervello mai usato.

Poi mi sono accorta che, ascoltando parlare italiano, avevo reagito di riflesso come facevo quando ancora vivevo in Italia. Perché l’argomento “figa” aveva scatenato una discussione tra questi miei conterranei in metro: quale delle ragazze rimediate in loco era la più “notevole”? Come fare per rimorchiarne di nuove? E io lì, con tutta la buona volontà, a chiedermi se non facessi lo stesso tipo di selezione, in quest’epoca di corpi da scartare come figurine scorrendo il dito a sinistra dello schermo. Mi sono dovuta rispondere di no: quei cataloghi in mano a me sono durati una settimana.

Ma volevo per forza continuare a trovare simpatico quel tizio dall’accento del Nord, e fare lo stesso errore di quando vivevo in Italia. Allora le mie analisi femministe si concentravano più su lavoro e relazioni stabili, mentre liquidavo le questioni di attrazione sessuale con un indulgente de gustibus: quando vedevo che anche gli amici più intelligenti parlavano di donne come di figurine Panini, pensavo che “questo passava il convento”, dunque doveva essere così dappertutto. Ero più blanda del solito pure nel criticare qualche bravo comico che, quando si parlava di sesso, diventava peggio di un barzellettiere da bar.

In effetti, nei miei primi mesi a Barcellona, due conoscenti locali dichiararono con un sorrisetto di voler ritrovare “una bella tetería nel Gotico“, e nella mia ignoranza pensai a un posto in cui la cameriera fosse particolarmente prosperosa! Una “tetteria”, appunto. E già m’ingegnavo a sorridere e a stare al gioco, prima di accorgermi che cercassero solo una sala da tè. Dunque, con loro non dovevo trovare strategie per farmeli piacere per forza. Che poi, perché “farci piacere” cose che vanno a svantaggio nostro? Il fenomeno me lo spiegò, molto riassunto, una psichiatra: perché, quando si arriva all’ o te magne ‘sta menesta o te votte d’ ‘a fenesta, preferiamo farci venir fame.

Mi fa piacere, quindi, essere diventata campionessa mondiale di salto dalla finestra! E magari fosse solo con gli italiani: era francese il tipo che nei miei mesi Erasmus, nel cesso del bar in cui stavamo, voleva “cedermi” a un compagno che me lo raccontò pure, nella speranza di propiziare tale “cessione”; era francese pure quello che, intanto che ci ammettevano in discoteca, propose di “violentare me per passare il tempo” (l’amico marsigliese gli segnalò troppo tardi la “gaffe”). D’altronde, amici olandesi mi hanno sorpreso per certe idee antiquate sull’opportunità per le ragazze di “concedersi o meno”, e certi bulletti pakistani del Raval mi sembrano la versione ancora vergine dei miei compaesani in motorino. Davvero, come fanno gli italiani a parlare del “maschilismo dei migranti”. Magari vogliono l’esclusiva delle figurine Panini…

Fatto sta che quella iberica è terra di manadas, ma anche di donne e uomini che contro i branchi scendono a migliaia in piazza, e, come dico spesso, sono i miei alunni a protestare per un paragrafo machista del libro di testo, o a lamentarsi perché il fidanzato della sorella lascia che i servizi li faccia lei.

Dunque non mi resta che scendere alla prossima fermata, lasciando i maschi alfa di turno al loro tristo album di figurine Panini. A sentirli, in tanti confessano di sfogliare inutili vagine ambulanti in attesa della loro figurina “introvabile”, o così gli piace credere: quella che sia degna di portare in grembo i loro figli, tra cinquant’anni o giù di lì, e li faccia morire “senza mai stirarsi una camicia” (semicit.).

A questo punto, però, auguro alla Pizzaballa di turno di non farsi trovare mai.

 

 

 

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Foto di Antimo Puca

Sì, avete indovinato: anch’io sono molto più bona adesso che dieci anni fa! (“Non ci voleva molto”, commenterà la vocetta isolata di qualcuno che vuole morire presto.)

E comunque il 10-Year Challenge lo sto facendo da qualche settimana, perché, seguendo il consiglio scherzoso di un signore che adesso ha pubblicato un libro, sto scrivendo un romanzo ispirato ai miei primi tempi a Barcellona: dieci anni fa, appunto. Ma il consiglio era di dieci anni fa, quindi sono piuttosto in ritardo.

Embe’, a voi non capita mai di dover rimuginare un po’ sulle cose, prima di trarre conclusioni? Diciamo che me la sono presa comoda.

Mi ci è voluto letteralmente un decennio per capire, grazie anche a una signora che di libri ne ha scritti tanti, una cosa importantissima: non siamo noi il punto. È vero, non dobbiamo mai sparire dal quadro e inserire il pilota automatico, o vivere per interposta persona.

Ma, se ci concentriamo su noi stessi, ci perdiamo la vita. Se scriviamo solo di noi, ci perdiamo il romanzo.

Finiamo per scrivere qualcosa di diverso, in cui i personaggi sono incatenati ai “fatti”, dimentichi che oltre alla strada che abbiamo imboccato noi ce n’erano mille altre che abbiamo scartato, e che sarebbe divertente esplorare con loro.

Dieci anni fa avevo imboccato diversi vicoli ciechi, ma ho imparato un sacco di cose, nel modo meno pratico possibile. A un’olandese appena arrivata a Barcellona finii per raccomandare: “Fai tutti gli errori che puoi il primo mese”. Mi ha pure citata nel libro che ha scritto anche lei! (Ma l’ha pubblicato nella sua lingua, quindi non lo trovo…)

E io, di errori, quanti ne ho fatti: ho sbagliato casa, coinquilini, metodo di studio, e mi sono giocata ogni possibilità, ammesso che ce ne fossero, di coronare il sogno d’ammmore romantico dei vent’anni, da realizzare a patto di tornare “a casa” a un certo punto. Sono tornata? No. Anche questo è stato un errore? Boh.

Ma, se sto qua da dieci anni, qualcosa ci avrò pur trovato.

È vero, molti di noi fanno la vita che fanno anche per paura, per inerzia, o per una serie di decisioni prese in un momento diverso da quello che vivono ora, le cui conseguenze, però, stanno ancora scontando.

Non ho ricette, solo la consapevolezza che c’è quasi sempre qualcosa che possiamo cambiare, e un tentativo va fatto, se no è uno spreco.

Forse è questa la vera sfida dei dieci anni: non sprecarci.

 

 

 

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Una scena della presentazione (foto di Claudia Crescenzo)

Stamattina mi sono svegliata alle 6 e mi sono messa a leggere Guerra e pace, per giunta in formato elettronico. A mia discolpa posso dire che ho un po’ di labirintite, e che ho rimandato la lettura a quest’età perché a vent’anni mi ripromettevo ancora di farlo, un giorno, in lingua originale. Poi il mio russo si è fermato a frasi come “Io amo la mia nonnina”, e soprattutto: “Quanto costa un chilo di mele?”, che mi dicono essere molto utile a Mosca, dove le mele sarebbero ottime.

Sono arrivata a metà lettura, quando l’esercito francese avanza proprio verso Mosca, e una dama di questa città si sforza di non parlare la lingua del nemico, pena una multa a favore delle truppe russe. A un certo punto, però, la pettegola non si trattiene e, riferendosi a due conoscenti, insinua nella lingua di Napoleone: “Lei si è pure un po’ innamorata di lui…”. “Multa! Multa Multa!” protestano dal suo seguito. E la signora, indispettita: “Ma come si fa a dire questo in russo?”.

È paradossale che abbia letto tutto ciò dopo la presentazione del libro di ieri sera (qui le foto, grazie ancora a tutti i presenti!): in quella sede avevo giusto spiegato che mi ero “impadronita” del napoletano alla veneranda età di sedici anni (comunque troppi per parlarlo come il mio eroe Nino D’Angelo). Le lingue, dicevo, compiono percorsi tortuosi nel loro intreccio con le nostre vite, e io, rispetto al napoletano, devo essere qualcosa come una “madrelingua passiva”. Va da sé che l’italiano è molto più “mio” del francese parlato dalle dame moscovite d’inizio Ottocento: ma mi piaceva recuperare quest’altra lingua, quella casalinga dei nonni (una maestra e un dirigente statale, fieri del loro italiano), e quella che i genitori mescolavano senza problemi nelle loro comunicazioni quotidiane.

Un po’ come il catalano: forse è vero, a Barcellona, secondo gli standard dei puristi, lo parliamo male (e dopo dieci anni mi butto nel calderone anch’io). Magari lo “sporchiamo” di spagnolo e inglese più che nel resto della Catalogna, ma, delle serie girate tutte in catalano, un amico argentino sosteneva: “I dialoghi suonano falsi, perché un po’ di spagnolo ogni tanto scappa”. Così come, nello spagnolo che ascolto a Barcellona, la parola “ahora” (ora), diventa quasi sempre “ara” (l’equivalente in catalano). Vero: ci sono espressioni intraducibili nell’una e nell’altra lingua, anche se le serie più popolari contaminano un po’ troppo la lingua a beneficio del pubblico (salvo mettere in una famiglia barcellonese doc una bimba con accento di Girona, che è come mettere una salernitana a Napoli, o una napoletana a Salerno). Però, amici del posto che studiano un italiano scolastico con prof. non madrelingua, avanti a un caffè usano ancora termini come “certuni”, “codesto”, o “Vai forte!”, che magari, a seconda della regione d’origine, ci sembrerebbero un po’ artificiali.

Adesso i figli dei miei vicini mi svegliano d’estate coi loro accenti del Nord, e le espressioni tipo: “Eh, ma non ci sono le robe!”, al che mi ricordo di quando le loro mamme e zie si rimproveravano nel dialetto paesano gli errori fatti giocando a molla.

Insomma, le lingue compiono giri affascinanti, e capisco ogni tentativo di difenderle dagli “eserciti invasori”: tic linguistici, espressioni alla moda, e gli errori che facciamo noi all’estero, che finiamo per parlare male tutte le lingue sul curriculum.

Ma niente, quando devo esprimere il fastidio supremo di interagire con determinati individui mi lascio scappare il sempiterno: “Non voglio mettermi a competere con quello là”. Al che i non napoletani in ascolto mi rimproverano per l’ambiguità semantica. E allora mi viene da parafrasare quella dama russa impicciona che, con Napoleone alle porte, si ostinava a parlare francese: “E questo come si esprime, in qualsiasi altra lingua del mondo?”.

i-talk-alot-but-say-very-little-meme-41068In realtà non me lo dicono più, che parlo troppo. Non so se si sono rassegnati o se sono migliorata io, ammesso che parlare meno significhi migliorare. Per me il limite è quando le parole eccedono il contenuto, cioè quando hai già detto quello che dovevi, e vuoi solo continuare a sentire la tua voce.

Sapete quando me lo dicono ancora, che parlo troppo? Allo scambio linguistico a cui collaboro ogni tanto. Ci sta, perché lì devo spronare in spagnolo gente che non si conosce, a dire cose in una lingua che non padroneggia. Ma le due volte che, ultimamente, hanno scherzato su “quanto io chiacchieri”, è stato lì.

Questo mi ha fatto pensare: è logico, lo spagnolo non l’ho mai studiato. Me lo invento da dieci anni, con buoni risultati, mi dicono; ma in fondo, se parlo molto, è perché non so bene come dire quello che voglio. Allora faccio i proverbiali giri di parole.

Vi scrivo tutto questo perché a volte non è neanche incapacità di esprimersi, ma mancanza di volontà: usiamo mille frasi perché non abbiamo il coraggio di dire “non voglio”, “mi dispiace”, “ho cambiato idea”, “non ti amo”.

È vero, “il coraggio uno non se lo può dare”, diceva uno che nascondeva le sue paure dietro al latinorum.

Ma darsi coraggio è il miglior modo di risparmiare il fiato.

E, alla lunga, pure la salute.