Archivio degli articoli con tag: Jane Austen

L'immagine può contenere: 6 persone, testo Buon 1820! Siccome i diritti del lavoro e le sobrie reazioni all’uguaglianza vanno in quella direzione, direi di cominciare con… Jane Austen! Vediamo cosa dice – almeno sullo schermo – il suo Edmund, ennesimo bonazzo che sta per sposarsi con una pereta, invece di filarsi la brillante protagonista. Per fortuna l’amata gli mostra un lato superficiale che lui non aveva notato prima, e allora le dice papale papale:

“Siete un’estranea per me. Non vi conosco e, mi spiace dirlo, non ho nessun desiderio di conoscervi”.

Sì, l’avete individuato, l’attore era Sick Boy di Trainspotting, ma il punto non è questo: come nel meme di Gerry Scotti, quell’uomo parla di me! Tra tutti i bilanci di fine anno che mi sono piombati addosso, mi sono resa conto che una grande cosa che ho imparato l’anno scorso è: essere selettiva col mio tempo e le mie energie. Ma esserlo sul serio.

Le volte che ho fatto qualcosa che in realtà non desideravo, le conseguenze sono state inutilmente spiacevoli: vedi la lezioncina di buone maniere che mi forniva questo individuo. Dalla scarsa solidarietà che ne è seguita in circoli a me più vicini, mi sono resa conto che un collettivo a cui debba spiegare cosa ci sia di sbagliato, in tutto ciò, non m’interessa né m’incuriosisce: ce ne sono altri che sul GENDER!1!! sono già ferrati. Dunque, per fortuna, ho di meglio da fare.

E gli esempi sono tanti.

Poche ore dopo il brindisi di Capodanno, una pagina Facebook piuttosto divertente cancellava anche il mio secondo post: era uno spazio di riassunti “pecorecci” di figure di merda. Mi ero sforzata di mantenere un linguaggio semplice, anche se purtroppo, quanto a sonorità e durata, non sono brava a esprimermi a rutti, e non mi sembrava fosse richiesto dalla netiquette. Così questa è stata la prima cosa di cui mi sono sbarazzata nel 2020. Avrei potuto indagare, o ascoltare il paraculissimo invito dei moderatori a “scrivere meglio” (o peggio?) se i post venivano cancellati. Ma, per fortuna, ho di meglio da fare.

Dopo la visione del simpaticissimo trailer di Zalone, mi sto rendendo conto che la gente che vede il film segue due correnti opposte: o si crede furbissima a trovarci della satira politica, o si scopre indignata, specie a destra, per questo “ritratto della società italiana” (azz!). A me tutto ciò fa sospettare la paraculata che strizza l’occhio a tutti i tipi di pubblico, ma il problema non è quello. È che non ho nessuna curiosità di scoprire se ho ragione. Mi chiedo se chi si sbatte su ‘sta roba non sappia ancora lavorare d’immaginazione, per scoprire che c’è quasi sempre un’alternativa positiva a un argomento di discussione così modesto. Se no, per fortuna, avrebbero di meglio da fare.

Mentre scrivo questo post, ho ricevuto un messaggio di un tipo del Bangladesh, che con curioso tempismo mi scrive dopo il mio intervento sotto questa denuncia delle condizioni di alcune lavoratrici: se leggete nei commenti, un gruppo di uomini s’era messo a insinuare che un motivo per il licenziamento ci fosse (qualcuno ha detto victim blaming?). Ora, un hashtag comune ai vari commentatori (a cui ho chiesto “KITTIPAKA?11!”) riconduceva a un’associazione che Google mi dà per chiusa in via definitiva (boh), e che voleva che l’imprenditoria del paese “filasse nel più liscio dei modi”. Già. Da queste personcine non m’interessa ascoltare lezioni, quindi ho eliminato il messaggio: per fortuna, come ormai intuirete, ho di meglio da fare.

Con questa risoluzione, a volte, posso perdermi delle cose belle: è un rischio da considerare. Il ritardo di una potenziale collega, in un pomeriggio davvero complicato, mi stava persuadendo a mandare a monte tutto il progetto di cui avevamo discusso sui social. Accettare comunque la collaborazione ha portato a risultati ambivalenti: il mio “istinto” non si sbagliava sui problemi che avrei affrontato con una persona poco organizzata, ma devo dire che i vantaggi sono di fatto superiori ai grattacapi.

Così come sono stata fiera di me quando ho individuato subito il momento difficile vissuto da qualcuno che avrei voluto conoscere meglio, ma che ero pronta a mettere da parte per la mia consolidata avversione alla sindrome di Wendy: come nel caso della collega, però, altre cose che ho visto – tipo la dignità con cui venivano affrontati i problemi immaginati – mi hanno spinto ad andare avanti, con senno e prudenza, e non sono rimasta delusa dalla decisione.

Il fatto è che “Ho di meglio da fare” non deve diventare una canzoncina da opporre a qualsiasi circostanza che si presenti problematica. Io la porrei sempre come domanda: quest’attività, questo film, questa persona, mi può interessare nonostante le premesse poco incoraggianti?

Se la risposta è sì, avanti tutta. Se no, lavoriamo d’immaginazione e pensiamo a tutte le cose migliori da fare che abbiamo. E allora, per chiudere con un’altra immagine iconica, si fa come il buon Jep Gambardella: si arriva in paranza alla conclusione che “non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

 

 

 

Ci risiamo. Pioggia battente, e gli amici che lavorano ancora non possono uscire, come me un anno fa. E allora, dopo aver scritto e tradotto un po’, resto a casa a guardare quei tremendi film in costume, spezzettati su youtube con nomi criptati.

Ieri, ad esempio, alla lite tra Crocetta e Renzi ho preferito Becoming Jane, che è più insopportabile degli altri perché cerca di trasformare la vita di Jane Austen in un romanzo dei suoi. E allora i fans (o meglio, le fans) si scatenano a indovinare quali personaggi, di quelli reali, abbiano ispirato quelli dei romanzi. Non si rendono conto che è tutto il contrario, sono i personaggi dei romanzi a ispirare ora questi attori in redingote e crinolina, e chi ha scritto le loro battute. E il naufragar m’è dolce in questo mare di finzione.

Finché, all’improvviso, una scena più vera del vero: la Austen viene beccata dalla sorella a scrivere… una lettera? No, una cosa che ha iniziato da poco, su due sorelle. Titolo provvisorio, First impressions. Sì, è Orgoglio e pregiudizio. Ma Cassandra non lo sa. Finisce bene?, chiede. Jane la guarda. È innamorata di uno spiantato che non la può sposare, e Cassandra si è ritrovata vedova ancor prima di sposarsi. Sì, che finisce bene, risponde. Le due fanno matrimoni da favola e sono felici e contente per sempre. E allora la sorella ride, e ride pure lei, della vita che ai libri somiglia solo alla lontana.

Io il lieto fine di Orgoglio e pregiudizio lo lessi un giorno sopra le nuvole, il posto migliore per leggere un lieto fine. Anche se l’aereo va nella direzione sbagliata. Ero da tempo immune a queste illusioni, ma era la prima volta che leggevo le testuali parole di Lizzie, che spiega a suo padre perché quel tizio burbero alla fine se lo sposa, e la prima e l’ultima che speravo di ripetere a breve la scena con mio padre, che già immaginavo scendere a giocarsi i numeri.

Sulle nuvole tutto è possibile, è sotto che le cose si complicano.

Ma adesso che faccio la nana sulle spalle dei giganti, che scrivo invidiando quelle dalla penna facile (che però morivano quasi tutte vergini), devo ammettere che il lieto fine è la pornografia degli scrittori. Come gli attori superdotati e bruttini alle prese con splendide bambole gonfiabili. Come i vari scrittori maledetti che si ritrovano una bionda bendisposta sul pianerottolo. Le scrittrici si sono scritte la fine che non hanno avuto, l’antieroe che non hanno sposato, pure questa delle sfumature di grigio che non ho letto e che mi dicono essere una casalinga molto lontana dalla giovane protagonista sadomaso.

Ma questa fine non la voglio fare. Sfogare su Word (la piuma d’oca macchia) quello che non ottieni in 3D.
Allora coi miei personaggi ci gioco, quando scrivo di me. Cambio i nomi, chiamo un amore mancato come un altro che ho assaggiato poche ore, e mi diverto a scomporre come un puzzle i miei 4 anni a Barcellona, quasi fosse già un congedo.

Ora so che a PC spento possono succedere cose che se le scrivi in un romanzo ti dicono che non è credibile. Che stavolta l’hai sparata proprio grossa.

E allora è meglio, cara Jane, che te le tieni per te.

(Lizzie goes to Hollywood)

(Lizzie goes to Bollywood)

Lo ammetto, qualche volta ho degli sbalzi d’umore. Niente di serio, eh. Mi metto solo a piangere. E a volte butto oggetti per aria. E faccio un riassunto delle cose che non hanno funzionato nella mia vita a partire da quel ciucciotto perso nel lontano 1982 (scherzo, che sulla mia memoria circolano leggende metropolitane…).

Insomma, allegria a profusione, e Mariottide che medita di uccidermi per concorrenza sleale.
Per la sua gioia in questi casi, da 20 anni a questa parte, mi pongo la seguente domanda: “Il balcone sta là (ce n’è sempre uno a pochi metri e a discreta altezza), che fai, ti butti?”.

Checché vi suggerisca il disordine dei miei denti, la risposta è no. Anche se la prospettiva di centrare il vicino spacciatore che sta seeempre sotto casa è allettante.

Ma ignoro la postilla e concludo: “Allora se resti devi farlo bene”.

E scatta il contrattacco: per la gioia dei giornalisti catalani che mi credono una pericolosa anarchica, mi metto ad alzare barricate. Tascabili, s’intende, di solito in edizione economica. E con nomi strani: La peste, L’età dell’innocenza, White Noise… La montagna incantata no, quello mi serviva per dormire finché non ho scoperto che Mann dopo 500 pagine di sbadigli fa succedere qualsiasi cosa, magari in francese e in altre 100 pagine, ma intanto…

Insomma, Gandhi diceva che se non sei parte della soluzione, sei parte del problema. E finalmente ho trasformato i miei libri in soluzione.
Prima erano il problema: erano troppo belli per quello che mi aspettava dopo che li chiudessi.

Che ne so, a 11 anni leggo Ettore dire: “Dolce consorte, ciò tutto che dicesti a me pur anco ange il pensier”. Qualche anno dopo un Ettore postmoderno dice di me: “’E zizze se l’ha scurdate ‘ncopp’ ‘o tavolo, ‘o culo ‘ncopp’ ‘o cesso…”. No, qualcosa non quadra.

E meno male, se no starei ancora tra quegli stilnovisti. E se i libri sono stati un rifugio un po’ autistico da quello che mi aspettava fuori casa, adesso mi aiutano a vivere, come i sogni di Marzullo.

Ultimamente mi sto fissando coi classici rivisitati, mi piace l’idea di una storia più o meno antica e delle mille interpretazioni che ne possano uscire. È cominciato tutto guardando l’ultimo Cime Tempestose, con l’Heathcliff nero. Allora mi sono ricomprata il libro, che avevo letto a 14 anni facendomi strane idee sulle storie impossibili trascinate fino allo sfinimento. Intanto cercavo tutte le versioni su piccolo e grande schermo.
Conclusione: la stessa storia, che su carta stampata mi sembra pallosetta e mal raccontata, può essere letta in tremila modi diversi. Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma può rivelarsi utile: stavolta mi sono resa conto che Cathy aveva un bel girovagare nella brughiera, Heatchcliff poteva fare ad libitum il gitano bellicapelli con tendenze sadomaso, ma i loro figli/nipoti sono gli unici a capire che l’amore è anche lavoro e speranza, e la loro è l’unica storia che chiuso il libro possa essere credibile (le mie non fanno testo).

Nei film queste sfumature si vedono ancora meglio. Specie con Jane Austen, ho l’impressione che quando registi e sceneggiatori mettono le attrici in cuffietta e crinolina, riscrivano il libro come avremmo fatto noi: la classica “spalla” della protagonista ha una personalità, la sorella passionale di Emma Thompson si sposa per amore e non per noia, e Lizzie con la coda dell’occhio guarda il culo a Darcy. Tutto troppo semplice e prosaico? Niente paura, la stessa storia sarà raccontata ancora, su carta, sullo schermo, sull’iPad, finché non cambieremo noi, e allora cambieremo anche lei. E con lei la nostra vita.

Quindi adesso vi dico una cosa che se la scrive Coelho fa un sacco di soldi: quando avete uno sbalzo di umore rileggete la vostra vita, illuminatene un po’ le ombre e mandate a spasso i personaggi superflui. Poi chiudete il libro e andate a scrivere il seguito. Possibilmente, passando per la porta.

Come dice Jane Austen (e se non era lei era sua sorella) il miglior rimedio al mal d’amore è non annoiarsi mai.

Il problema è prenderla alla lettera, e capire ad esempio che se inviti gente a pranzo potrebbero anche accettare. Eccomi alle 11 del mattino coi capelli di una strega e il compito di fare una pasta al forno di cui mi manca un ingrediente a caso: la pasta. Fortuna che c’è Oliver Twist a mettermi di buon umore: ho appena tradotto l’impiccagione di Fagin.

Corro al Caprabo, vicino Rambla Raval, e mi pianto col carrello tra Barilla e Garofalo, quando un tizio prende un pacco di spaghetti all’uovo Eroski a 70 centesimi e se ne va. Per rappresaglia compro gazpacho in bottiglia e salsa Romesco in barattolo.

Tutto fila, però: rieccomi a casa, la polpa Mutti “pippea” sul fornello, le uova sode sono pronte a ustionarmi, e alla terza bestemmia perfino il forno a gas si è deciso a funzionare.

Mentre medito di usare il caciocavallo come arma di difesa personale (è un po’ duro, devo ammetterlo), sento odore di bruciato.

Il sugo non è.

Da fuori non proviene.

Guardo davanti a me. Dalla parete esce una graziosa nuvoletta di fumo.

Il soffitto comincia ad annerirsi.

Con uno scatto felino stacco la spina dello scaldabagno. Era da tempo che associavo l’acqua calda a uno strano odore, ma siccome la mia casa avrà visto passare Colombo a 5 anni (non sapevate che era catalano?) non ci avevo fatto caso.

Indago un po’: il fumo si è arrestato, ma dalla finta mattonella da cui usciva proviene un inquietante scricchiolio. Sbircio e scopro che sono cavi elettrici anneriti.

Inforno e chiamo l’agenzia, reggendo il telefono con una mano e il mocho con l’altra (chi soffre per amore non ha tempo di pulire casa, dicevano in coro le sorelle Brontë). Ma i bastardi sono già andati a mangiare.

I miei ospiti trovano la tavola imbandita, la pasta fumante e vere e proprie scintille in cucina. Miguelín comincia a urlare che andiamo a fuoco, quasi svenendo per il tonfo del forno che si chiude. Gli altri, semplicemente, mi fanno spegnere il contatore.

Non hai un elettricista a portata di mano?, mi chiedono attaccando la pasta. No, rispondo in fretta. Meglio ardere modello strega del ‘600 che dovere una birra a quello del terzo piano, che per fortuna si fece pagare proprio per l’antenna che non funziona, autorizzandomi così a depennarlo per sempre.

E poi ci sarebbe… No, non posso, mi dico lottando col caciocavallo assassino. No, non se ne parla proprio. Poi penso al pecorino originale che già farà la muffa, al provolone sottovuoto, alle poche foglie di minestra che ancora si conservano…

– Pronto, Fahim?

Risponde un risolino ironico:

– Salve. È un po’ che non chiami. Pensavo fossi tornata in Italia.
– No, semplicemente sono stufa di tenerti mezz’ora di fronte a me a mangiare patatine, guardarmi fisso e chiedere “cómo está tu padre madre bien”.

Ma quello che dico davvero è:

– Mi si sono incendiati dei cavi in cucina, non ti chiamerei se non temessi di saltare in aria.

Dopo due minuti ammette di non capire. Dopo cinque mi passa un amico “che parla bene”. Dopo dieci minuti l’amico mi sbatte il telefono in faccia annunciandomi che “ahora venir”.

Infatti in men che non si dica mi ritrovo Fahim in terrazza a bere coca cola (i paki non pagano un cazzo d’affitto ma non hanno il balcone), aspettando un amico elettricista e chiedendomi se mi padre madre bien, mentre gli amici, spazzolata la pasta, si lanciano sulle lettere della Guerra Civil regalatemi da un’amica.

Leggono ancora, quando l’elettricista, ripreso fiato dopo i cinque piani a piedi, annuncia che tornerà alle 16 e chiede 40 euro per cambiare i cavi di cucina e bagno. Rifletto: l’agenzia me lo farebbe gratis, ma chissà quando. 40 euro e il caciocavallo sarà di nuovo libero di attentare alla mia vita.

Accetto.

Entrambi i moros se ne vanno proprio mentre la señora Mercedes, franchista convinta, nella sua grafia elegante e timorata di Dio ricorda che “no hay mal que por bien no venga”. Austen e Brontë le fanno un baffo.

Mentre scendo a prelevare soldi per l’elettricista, Miguel scopre una lettera scritta dalla “zona repubblicana”.

– Zona roja – lo correggo con una linguaccia.

Si vendica facendosi trovare a russare sul mio letto, che avendo vita propria (le molle schioppano da sole) si starà emozionando per il primo occupante maschile dai tempi di mio padre alla festa della Mercè.

Mi siedo al sole con David ed Elisenda, che ispirata dalle lettere franchiste spiega che suo nonno era carlista perché gli avevano ammazzato il padre. L’altro suo nonno, interpellato suo malgrado, aveva dovuto scegliere tra padre e figlio e aveva sacrificato il più anziano. Io parlo del bisnonno socialista e operaio, che dopo lo sciopero organizzato per il rapimento di Matteotti tornò a casa, unico a piede libero, per scoprire che la moglie intanto aveva iscritto i bambini al Partito fascista. Da allora, per 20 anni li aveva messi a guardia della cantina mentre faceva il suo discorso antifascista:

– Musulline è ‘n ommo ‘e merda…!

E questa la capiscono anche i catalani, che svegliatosi Miguelín cedono il testimone all’elettricista di ritorno con gli attrezzi.

– Di dove sei? – chiede lui mentre sposto il microonde.
– Italiana.
– Ah, si vede dagli errori che fai quando parli spagnolo.
– Era catalano.
– Ah.

In un inglese sfigurato dall’accento si fuma una sigaretta sul balcone e mi spiega perché i paki hanno conquistato il Raval: la vita è una, e se avesse i soldi starebbe sempre in vacanza, ma con questa crisi il mondo è di chi se lo piglia, ci sono mille occasioni per far soldi lavorando sodo ma senza mai sporcarsi le mani. Lui per esempio sa fare di tutto, dall’elettricista al sarto.

– Anche sistemare antenne?

Non l’avessi mai chiesto. Ordina una sedia, si fa aprire il terrazzo comune, armeggia coi telecomandi, mentre sento salire lo spacciatore del quarto piano che per nessuna ragione deve trovare il balcone aperto, specie se consideriamo che proprio lì accanto c’è il mio.

Quando l’elettricista getta la spugna, e mi dà due baci che un velo in testa mi risparmierebbe, mi metto a lavare i piatti pensando che ogni tanto un po’ di noia non guasterebbe… Ma ribussano alla porta.

È ancora l’elettricista, con un aggeggio tristemente familiare.

– Scusa, voglio fare un ultimo tentativo – dice captando il segnale dell’antenna.

Sono troppo stanca per mandarlo via. Stavolta sale sul tetto, arrampicandosi da una misteriosa cavità (canna fumaria? Pozzo magico? Oracolo?) da cui proviene nitida la voce dello spacciatore. Ho un’improvvisa illuminazione: Fagin è lui! Stesse basette, pure.

Il neovittoriano sta ancora litigando sulle scale per una questione di soldi quando riesco a mettere alla porta l’elettricista, che non chiede nulla per lo straordinario ma m’invita a prendere un caffè.

– Il mio numero ce l’hai, anzi se mi dai il tuo…
– Arrivederci e grazie.

L’unico vicino che ti chiede il numero invece che rubarlo.

Parafrasando Jane Austen, me cago en el amor.