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La protagonista indiretta di tutta la faccenda

No, non del karma, ma di Karma, la mascotte filiforme dei video nella metro di Barcellona, che allungando le braccia snodate dà lezioni di educazione civica ai passeggeri. Il concetto gioca con la pronuncia identica, in catalano, della parola “karma” e del nome “Carme” (Carmela), e il messaggio è: comportati bene – anche in metro – e la vita ti premierà.

Ne parlavamo ieri, domenica, nel confronto finale del gruppo di scrittura, e la nuova venuta ci ascoltava perplessa.

Noi, per la verità, eravamo perplessi da lei. Si era presentata troppo presto per le due ore di scrittura silenziosa, e troppo tardi per l’ormai noto angolo dell’esercizio (aveva pure tentato di accaparrarsi il nostro guru, per “parlargli un momento”, ma quello le aveva chiesto di aspettare la fine della dettatura e mi aveva lanciato uno sguardo sorpreso).

Arrivato il suo turno di confrontarsi sulle due ore di scrittura, la signora dal portamento elegante e dal sorriso gentile, le rughe addolcite da una cascata di capelli tinti di biondo, aveva spiegato con accento misterioso che parlare in inglese non era il suo forte, e che non aveva capito bene la finalità del gruppo: era lì solo per chiederci se conoscessimo “an editor“, per il suo romanzo.

Al che io, fidandomi incauta dei suoi… false friends, mi ero offerta di fornirle un contatto.

Ricostruisco a beneficio vostro quello che è successo dopo.

Visto che stentiamo a capirci, e lei ha problemi di vista col cellulare, acconsento a seguirla nel bar più vicino – i tavolini all’aperto della snobissima Fábrica Moritz – per verificare bene cosa cerchi in realtà: un editore, con la “e” alla fine. E dire che la confusione tra editor e publisher (editore, appunto) era segnalata perfino nel manualetto d’istruzioni per la mia tesi di laurea! La signora a sua discolpa può dire di essere iraniana, di parlare un francese perfetto e di scrivere in ottimo spagnolo, tant’è vero che il suo mini-manoscritto, parte del lavoro finale della sua scuola d’arte, è stato distribuito in molte copie su richiesta della commissione. E si dice grata dell’incontro “miracoloso” con me: l’universo – o in questo caso, si diceva, il karma – le porta sempre cose incredibili!

Io non provo a contraddirla, anche se da un po’ riabbraccio un approccio scettico verso la sincronicità junghiana: le coincidenze sono davvero tali, ma se il cervello le nota, magari, è perché gli possono essere utili. Piuttosto mi permetto di dirle che, più di quel suo grazioso libercolo di undici pagine, mi sembra interessante la sua autobiografia, che pure ha scritto, di donna fuggita sia da Khomeini che, soprattutto, da un marito indesiderato: le consiglio quindi di contattare comunque l’editor che conosco, specificando che lavora per una casa editrice che non nomino anche a voi, ma che sarebbe l’equivalente spagnola della Mondadori.

A quel nome s’inchina perfino il karma, o Karma, o chi per loro, perché il nostro vicino di tavolo – un incrocio tra Sick Boy e Billy Idol, con davanti uno sciampagnino frizzante – ci interrompe. Il nome che ci offre non suona affatto familiare alle nostre orecchie straniere, così deve spiegarsi meglio: è un cadetto della famiglia che controlla la casa editrice. È come se fosse un figlio minore di Paolo Berlusconi, tanto per capirci. La mia accompagnatrice è ancora più sorpresa dei doni dell’universo.

Per la verità, il tipo ci ha prese per aspiranti venditrici di libri porta a porta, o qualcosa del genere, e vuole segnalarci che quel tipo d’impiego è un mezzo imbroglio – infatti ce lo descrive come una sorta di schema piramidale. Quando preciso che no, si parlava di manoscritti, l’altro s’informa sul nome del contatto che ho con la casa editrice: ah, sì, la conosce, una tipa molto in gamba, una vera scopritrice di talenti. Buon per me allora, aggiunge: se il mio libro “funziona”, la pubblicazione è certa! E io lì a precisare che ho incontrato quella persona in altri ambienti: magari pubblicassero me, gli squali di “casa” sua!

Ma il tipo non vuole sentire ragioni e, intanto che distribuisce tabacco e cartine a dei passanti che gliene chiedono, parla a manetta: per lui sono solo affari, i manoscritti manco se li fila, gli interessa solo quanto possa guadagnarci. Parla così tanto che dimentica anche di bere, e a un certo punto ci fa notare che gli è sparito il calice mezzo pieno che aveva davanti: io penso a uno dei numerosi passanti, mentre il cameriere sembra ricordare che gliel’ha sottratto un collega, e gliene porta un altro. Intanto il “derubato” fornisce dettagli curiosi sul processo di selezione dei manoscritti: storie di commissioni nazionali ed estere, percentuali di guadagno… La signora è scioccata, io so che le case editrici so’ così e quindi, dopo un’oretta di conversazione surreale, me ne vado per fatti miei: sono divertita dalle circostanze ma non mi piace parlare con quel tipo, e ho già spiegato tutto quello che dovevo alla mia nuova amica, che invece rimane lì a chiacchierare.

Qualche ora dopo, mando un messaggio veloce all’aspirante scrittrice per assicurarmi che vada tutto bene, senza lanciarmi in osservazioni sullo sconosciuto per timore che sia ancora in sua compagnia: mi arriva in risposta un pippone dalla sintassi precaria, in cui lei mi annuncia che il giovane rampollo le presenterà mezzo mondo. Ok, rispondo, buon per lei: in quel momento l’ipotesi più probabile per me è che il tipo sia reduce da una sbronza o da un surplus di acidi, e che si dimenticherà di lei al momento stesso di lasciare il bar. Certo, se lui le ha dato il suo numero tentar non nuoce, dico alla signora quando mi chiama per scusarsi del messaggio (scopro che l’ha scritto per scherzo il ragazzo stesso): lei, al contrario di me, ha apprezzato la conversazione, dunque non vedo troppe controindicazioni se si presenta a un eventuale appuntamento in pieno giorno, e accompagnata, e dopo aver verificato che il luogo in questione sia davvero una sede della casa editrice. In fondo, la sua storia è molto più “vendibile” delle mie. Rifiuto però l’ipotesi di andare con lei.

Attenzione, perché i problemi arrivano adesso.

Io, nel bar più fighetto di Sant Antoni, posso incontrare anche Jason Momoa sbronzo che si vanta di essere Khal Drogo (ah ah ah). Posso perfino – e qui altro che karma, vado a piedi a Pompei – ottenere il suo numero, nella speranza che, chiamandolo, si ricordi di me.

Fin lì non è del tutto implausibile, ed è pure un buon aneddoto. Il problema sorge se dopo è Jason stesso a chiamarmi, anzi, a martellarmi senza ritegno.

In effetti, mentre mi appresto finalmente a cenare – in tutto quel casino non ho neanche pranzato – mi arriva un WhatsApp della signora che mi informa che il tizio l’ha contattata di nuovo, con messaggi insistenti: le sta chiedendo in tono sempre più aggressivo di dargli il mio numero.

A questo punto divento Super Saiyan, e faccio azzeccare gli spaghetti mentre, al telefono, cerco di convincere la mia gentile interlocutrice che: stando così le cose il tizio può essere un truffatore, o uno stalker; nella migliore delle ipotesi è chi dice di essere, ma ha evidenti problemi di varia natura, e non è comunque attendibile; siccome afferma di conoscere la mia amica editor, meglio chiedere riscontri a lei. In ogni caso, insisto, le conviene restare in contatto con uno zotico che quasi la minaccia? Per fortuna lei, che scrive per hobby e come la sottoscritta non vuole mica pubblicare “a qualunque costo”, si dichiara d’accordo con me.

Questa storia al momento finisce qui: l’amica editor è in vacanza, e quando la gente di qua va in vacanza butta più o meno il cellulare nel cesso. Non so se la signora abbia bloccato il numero del tipo o abbia almeno disattivato le notifiche, come le consigliavo.

Lungi da me penetrare i misteri del karma, o di Karma, ma continuo a sospettare che certe coincidenze abbiano spiegazioni molto chiare: a parte l’insondabilità dell’animo umano, questa è una città complicata, ve lo dico spesso.

E come tante città complicate, attira ogni tipo di disagio: da quello “acido” del milionario che si degna di conversare con due sconosciute al bar, ai mezzucci a cui ricorre un tipo che si vede aumentare l’affitto a dismisura mentre, magari, vive sul serio di lavoretti. Che possono essere precari quanto quello da cui, all’inizio della conversazione, il nostro “facoltoso amico” cercava di metterci in guardia: un impiego che sembrava conoscere benissimo, e magari ti consente l’accesso a informazioni reali su una casa editrice di cui puoi addirittura arrivare a fingerti erede.

Beh, almeno ringrazio per quel consiglio lì.

E ringrazio l’universo – o “la ciorta”, preferisco – per non aver bisogno né di soldi, né del numero di una sconosciuta, né di diversioni per sopravvivere a una vita da “bella e dannata”.

Insomma, a conti fatti, non so come mi comporto io col karma, ma almeno lui (o lei) si comporta bene con me.

 

(Aggiornamento: l’amica editor mi conferma via mail che non ha mai sentito parlare di questo individuo…)

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Image result for mitochondria meme Per la prima volta dopo vent’anni, devo ammettere una cosa: il mio professore di chimica aveva ragione. Va bene che ero un’adolescente problematica, traumatizzata da un liceo classico fatto di raccomandazioni e genitori arrivisti, ma se mi faceva la domanda “Cosa sono i mitocondri?” (ovvio che insegnava anche biologia), e a me veniva un infarto piuttosto che rispondere… beh, lui era lì per insegnare, e non per fare lo psicologo, aveva un registro da riempire di voti e un numero massimo di giustificazioni da offrire. Quindi potevo serbargli tutto il rancore del mondo, ma nel nostro rapporto poco poetico, fondato su cosa fossero i mitocondri, a un certo punto dovevo pur conoscere la risposta.

Per fortuna, la vita non è né una continua interrogazione, né un mercato, che dobbiamo stare a fissare per tutti un voto, o un cartellino del prezzo. Ma è utile sapere cosa vogliamo da qualcuno e cosa offriamo, quali sono i patti del nostro interagire, che sia per prenderci una birra o per una finestra da riparare.

E se l’altra persona non fa la sua parte, arrivederci. Che non significa per forza addio, eh, ma mettere paletti, stabilire la quantità di ridicolo che il nostro fegato è in grado di metabolizzare.

Scrivo tutto questo perché riesumare una vita sociale post-trasloco mi ha esposta di nuovo a casi umani che sbaglino luogo e ora degli appuntamenti, oppure, come questi, facciano qualcosa di sgradevole che mi metta in qualche modo nei guai.

E lo so, non è colpa loro, o non sempre. Il mitico Abdul, per esempio, è caduto mentre con un giorno di ritardo mi finiva di dipingere il bagno (un lavoro che, ovviamente, non gli avevo neanche richiesto), e per aggrapparsi a qualcosa mi ha scardinato il cesso. Quello appena montato da lui, che, Alhamdulillah, è rimasto illeso. Il cesso, invece, ha perso la tavoletta, e sono o trenta euro per comprarne una nuova, o due euro per rimpiazzare l’ “introvabile” chiodo rotto (che sarebbe introvabile giusto per chi non tanto usa Internet, ma lui a stento alza il ditino sul cellulare per avvisarmi quando non viene…).

Chi invece bussa ancora a soldi a due settimane dall’addio è la mia ex padrona di casa, orfana di una griglia da forno che non ho mai trovato lì, né tantomeno buttato per capriccio un giorno che mi annoiavo. Nonostante questo, vuole sapere, mi va bene se me la sconta dall’ultima rata della caparra?

Dipende: se è il prezzo da pagare per non sentirla mai più, può anche tenersi l’ultima rata intera. Le tasse sulla casa nuova mi avranno anche spolpata viva, ma la vita è fatta di priorità, e il mio fegato è una di queste.

Infatti ho detto ad Abdul che se non trova il chiodo oggi fa niente, provvedo io. E sono pronta a vedere se l’amico che sbaglia sempre appuntamento riesce almeno ad azzeccare la strada di casa mia, un pomeriggio che non devo uscire.

Insomma, d’ora in poi bando a oracoli e segni del destino, la mia unica guida sarà il fegato, quando mi avverte che non ce la fa più.

Chissà se c’entrano qualcosa i mitocondri.

Dalla pagina Facebook di Supermercat del Món, https://www.facebook.com/BHGSupermercatDelMon/

Oggi, a tre giorni dalle elezioni catalane (e dalla mia partenza per Natale), ho letto il post su Facebook di un amico che fa yoga. Ve lo traduco qui sotto, metteteci voi il suono del gong tibetano:

Solo quando smetti di avere bisogno, si presentano le opportunità. Quando smetti di cercare, trovi.

A me non convince del tutto l’ultima frase: sarà che, nonostante gli anni passati a maltrattarlo, il caro buon nesso causa-effetto fatica ad abbandonarmi. Temo quindi che in qualche caso, smettendo di cercare, perdiamo quella minima possibilità di trovare che avessimo!

D’altro canto capita spesso che, se non ci sbattiamo troppo a cercare qualcosa, magari mettiamo insieme la calma per ottenerlo: che so, quando dimentico un nome o un indirizzo è inutile che mi scervelli. Meglio continuare con le mie cose, e magari un particolare inaspettato mi farà ritornare la memoria.

Oppure, se ho perso le chiavi, non serve buttar giù venti metri di paradiso a chi cojo cojo: se mi calmo un attimo ho più possibilità di ritrovarle proprio sotto la borsa che ho sbattuto con malagrazia sul tavolino all’ingresso.

Ma la soluzione “magica” proposta dal mio amico mi ha ricordato un gioco di prestigio che avviene da un po’ nel mio portafogli: spariscono interi biglietti da venti euro, prima che capisca dove siano finiti! No, non sono i ladri della metro di Barcellona: con loro come minimo mi sparisce l’intero portafogli (Mago Silvan, scansati).

Sarà che ho fatto spesso la spesa al ritorno dalle mie lezioni mattutine a Sant Cugat, quando sono quasi a digiuno, perché sono l’unica donna al mondo che soffre il mal di treno. Quindi al ritorno in città ho una fame da lupo, e si sa, la gente affamata fa pessimi acquisti. Allora arrivo a comprare perfino gli esosi crackers ai tre cereali del pako del Parlament. Una volta (una sola, però) ho gettato alle ortiche il fai-da-te e mi sono scoperta a caccia di polpettine precotte: ancora non si capisce come possa il seitan, che è glutine puro, costare quanto un quarto di bue! Invece, a fare la spesa con la panza piena avrei comprato solo sale, riso, legumi secchi e fedelini De Cecco (oh, ognuno ha le sue necessità!). Insomma, con cinque euro me la sarei cavata, fedelini compresi.

Alla luce della mia spesa fallimentare, ipotizzo che tre euro di colazione al veggie dietro Plaça Universitat me ne fanno risparmiare dieci di spesa inutile!

Insomma, devo un rooïbos all’amico che mi ha fornito un ottimo promemoria, per il momento in cui mi trovo: una fase di transizione, in una città in transizione, in una provincia autonoma (per qualcuno, aspirante stato) in transizione.

Allora, tra tanti desideri e aspirazioni frustrate, trovare quello che mi serve davvero è un casino. È una tortura. È una sfida.

Come diceva uno, mo’ me lo segno.

E forse ottanta centesimi per le gomme mi avanzano.