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Da TimeOut

La mia prima volta al Sor Rita – nome che può significare sia “Suor Rita” che “zoccoletta” – il collega carino, che per mezzo ufficio “mi andava dietro”, s’era presentato nel locale con una bella andalusa. La tipa, però, mi aveva subito rassicurata: mica ci stava insieme, era solo un’amica della sua ragazza!

Il giorno dopo mi avevano sparato allo sciopero generale.

Quello dopo ancora mi avevano licenziata con tutto il resto della ciurma, compreso il collega carino e (segretamente) fidanzato.

Capirete che inso’, per me il Sor Rita portava un po’ sfiga.

Però era fantastico, dai! Col suo soffitto di tacchi incollati, la parete stracarica di foto di dive del passato, e quell’atmosfera volutamente kitsch: il suo “muso ispiratore”, Pedro Almodóvar, aveva ricevuto in regalo una Barbie, forse una di quelle sul retro, impegnate in pose collettive del kamasutra, con o senza Ken.

Purtroppo, da quella prima disavventura, c’ero tornata poco: il tempo di vedere un “paesano” mio ospite insidiato per scherzo da un amico gay, e di sentirmi dire da uno sconosciuto ghiotto di aglio che i miei occhi sono “oliva, tesoro”, ma la matita che ci metto è orrenda.

Tuttavia ho inserito il locale in due romanzi: la mia Barcellona non ha volti né contorni precisi, ma siccome volete tutti le descrizzzioni (tutti tranne De Giovanni, che mi “taglia le mani” se mi cimento), almeno le faccio di un posto che vende fantastiche mutande leopardate, sfoggia un cuore gigante fatto di teste di bambola, e organizza corse coi tacchi, vinte da gente nata col pene.

Purtroppo mi sono persa queste ultime, e anche il Cutreoke, cioè il karaoke tamarro, suppongo zeppo di canzoni di Raffaella.

Sì, perché si dà il caso che il Sor Rita chiude oggi, e l’ha comunicato ai social con annunci strappalacrime stile: “Ci chiudono il convento!”.

Perché? La pagina Facebook recita:

A volte neanche le migliori intenzioni, né tutto l’amore che ci metti nel tuo lavoro, possono qualcosa contro la rispettabile decisione di un nuovo proprietario del palazzo, che non vuole un bar sotto il suo futuro progetto immobiliare.

Tutto legale, tutto “rispettabile”, ma… È questo che vogliamo? Il Gotico sta diventando un unico grande bar, a immagine e somiglianza dei turisti: non so niente di questo caso specifico, ma capita che qualcuno compri un intero palazzo, mandi via gli inquilini in un modo o nell’altro, e… All’improvviso ti ritrovi annunci di appartamenti affittati a più di 4000 euro al mese. Vogliamo questo per le nostre città? Chi sorrideva delle mie preoccupazioni sul turismo di massa a Napoli, adesso condivide i post di Set Napoli – I diritti al tempo del turismo.

Ieri c’è stato il funerale di questa suora un po’ scollacciata, con una fila impossibile che mi ha impedito di entrare a lasciare Un beso y una flor, come nella canzone-simbolo del locale.

Credo che la lapide migliore sia il commento lasciato da una tizia che, a giudicare dal nome “quasi italiano”, dev’essere argentina:

Sono una ragazza trans che ha trovato sempre il suo spazio, e un sorriso accogliente, in questo incredibile posto di spirito almodovariano, che però sfugge a ogni tipo di definizione. È una grande perdita e mi addolora molto.

Speriamo che l’unica suora che io abbia mai amato risorga il terzo giorno, e il più lontano possibile da questa valle di lacrime.

 

(La corsa sui tacchi… Io sicuro che arrivavo prima, ma all’ospedale.)

 

 

 

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