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Rose e fiori (del Kashmir)

Ieri è stato il mio giorno fortunato: mi si è allagata due volte casa, ho litigato col capo e mi è venuto il raffreddore.

Per la casa è presto detto: l’ormai noto Abdul aveva giurato che potessimo finalmente usare il bagno, nonostante l’evidente mancanza del lavandino che avrebbe dovuto procurarmi due settimane fa (spoiler: “Non si erano capiti con il negoziante”, il che, 9 su 10, significa che non aveva capito un cazzo lui). Allora ho fatto la lavatrice. E niente, fa già ridere così. Per fortuna il mio coinquilino preferito, durante il trasloco, aveva trasportato per sbaglio un bustone di panni destinati alla beneficenza, se no non avremmo avuto abbastanza asciugamani per arginare il Gange prodottosi in bagno. Mi spiace solo per le turiste che non potranno acquistare i miei fantastici vestitini fucsia a fiori, comprati già di seconda mano.

Per “il capo”, come lo chiamo per comodità, meglio non entrare in dettagli: fingiamo che io sia un’imbonitrice di prodotti di bellezza (altra ipotesi esilarante!), che mi sia stato chiesto di pagare per lavorare, che abbia rifiutato perché forse lavoravo anche altrove, e che per questo mi sia sorbita una lezione di correttezza da chi, appunto, mi chiedeva di pagare per lavorare. Ci avete capito qualcosa? No? Neanche io.

Per il raffreddore, solo tre parole: grazie. al. ca’.

Il momento più esilarante è stato quando ad arrivare è stato proprio Abdul, che mi ha trovata armata di mocho e padelle da svuotare in cucina nel bel mezzo del secondo diluvio universale della giornata. Allora, dopo tempi di reazione pari a quelli della tartaruga di Achille, ha:

  1. farfugliato istruzioni che non abbiamo afferrato subito;
  2. afferrato lui, finalmente, il mio mocho, per provare a tirarci fuori da quel guaio;
  3. dato la colpa alla lavatrice, a noi, all’idraulico, “e forse un po’ anche a se stesso”;
  4. riconosciuto all’istante come made in Kashmir il lungo scialle da testa che uso come coperta davanti al pc, anche se il mio ex che è amico suo me l’aveva regalato con propositi del tutto diversi (campa cavallo). Al che è scattata la seguente conversazione:

Abdul: “Secondo me T. è in visita in Pakistan… Ma perché non hai più sue notizie?”

Io: “Va bene così, Abdul”.

Abdul: “Sì, ma perché?”.

Io (rinuncio a spiegargli il concetto di stalking).

Abdul (attende un po’, poi…): “Certe cose accadono per volontà di Allah”.

Io: “Appunto”.

Insomma, va a finire che il mio ex, come già i miei negozianti preferiti, torna dal suo paese con una sposa che sappia fare buon uso dei suoi regali ricamati (però sul serio, è una coperta formidabile!), e che Abdul oggi, dopo la preghiera del venerdì, me lo monta sul serio, questo benedetto lavandino.

La mercantessa in fiera non la faccio più, ma, a proposito di vendere qualcosa, trovate sempre qui il mio libro e qui l’ebook. La Madonna ve lo rende ancora una volta.

Anche se, a questo punto, rimpiango di non aver scritto Io speriamo che me la cavo.

 

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Lo scenario che ho trovato dietro la lavatrice

Ci sono due modi di raccontare questa storiella, ma io scelgo il terzo che non c’è: il mix tra lo “Sticazzi” e il “Miracolo! Miracolo!” (che poi, come insegna Lello Arena, c’è miracolo e miracolo).

Era il mio ultimo pomeriggio a Marsiglia, e, anche se i cosmetici me li produco da me, per una volta mi ero concessa di comprare un correttore e due rossetti in una catena più affidabile di altre.

Immaginatemi davanti allo specchio del bagno, i capelli sciolti perché ho perso di nuovo la pinza (non mi ero portata elastici!), mentre mi accorgo che prima del mio volo mi dovrei procurare un nuovo sacchetto per i liquidi: quello verdolino per congelare gli alimenti, che per di più esibisce tronfio la scritta “IKEA“, è troppo piccolo per contenere anche i nuovi acquisti. Sono un po’ preoccupata: vicino casa non ho visto bazar che vendano queste cose, e non voglio passare il mio ultimo giorno lì a cercarne uno. Però non voglio neanche litigare con qualche addetta ai controlli dal forte accento marsigliese.

Un minuto dopo aver pensato tutto questo, riesco a far cadere il cellulare dietro la lavatrice incassata in un angolo del bagno, e sormontata da una mensola: ovviamente, il triplo salto carpiato lo mette in una posizione che neanche David Gnomo potrebbe raggiungere.

Non mi resta che spostare la macchina infernale, abbastanza da potermi infilare tra il tubo di scarico e la parete.

Nell’operazione recupero: tre chili di fuliggine, un elastico per capelli, un calzino nero, e un sacchetto trasparente per liquidi di quelli che si usano negli aeroporti.

Per fortuna recupero anche il cellulare, e poi ingaggio la lotta furiosa con la lavatrice per rimetterla al suo posto, pregando gli dei che ho bestemmiato trenta secondi prima perché non mi facciano rigare il finto parquet, o bye bye caparra.

Ma voi, che siete più svegli – e meno sudati – di me, avete notato qualcosa, vero?

Ebbene sì. All’improvviso, ho il mio sacchetto per i liquidi. Trasparente e non verdolino, e abbastanza capiente per i nuovi acquisti. Una buona lavata e posso usare sia quello che l’elastico, alla faccia della pinza. Ok, a casa mi mancherebbe un calzino uguale a quello recuperato, ma su quello decido di soprassedere.

Come dicevo sopra, questa storia si può raccontare in due modi. Un amico guru direbbe: “Hai fatto una richiesta all’Universo, e l’Universo ti ha dato quello che ti serviva, nel più imprevedibile dei modi”.

Un’amica scienziata gli risponderebbe: “Wow, un sacchetto per liquidi finito dietro una lavatrice, in un appartamento turistico! Che ci faceva, lì? Cose da pazzi!”.

Io ho deciso di dirmi che, intanto, adesso ho il mio sacchetto. E la parte più importante della storia non è la “miracolosità” del ritrovamento, ma il fatto che lo stavo completamente ignorando.

Troppo intenta a bestemmiare, sudare e maledire il mio cellulare, non mi stavo neanche accorgendo che la soluzione a un mio piccolo problema era lì, a portata di mano.

Secondo Watzlawick, le coincidenze non esistono che nella nostra testa. Secondo me, banalmente, se ci aiutano avanti tutta.

Non rimpiango di essermi aperta all’irrazionale, in un periodo in cui ne avevo bisogno. Credo ancora che noi umani dovremmo dargli il giusto spazio, invece di lasciarlo alla chiesa, alla pubblicità e ai rettiliani.

Però la cosa più magica che possiamo fare resta quella che ci ha portati fin qui: saper guardare.

Che sia un oggetto impolverato dietro la lavatrice, o qualcosa d’infinitamente più vitale.

Questa “magia” non ce la toglie nessuno.

Se ci ricordiamo di applicarla, l’Universo si può riposare un po’ anche lui, dopo 13 miliardi di anni di onorata attività.

Poi ci lamentiamo dell’età pensionabile.