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Ovviamente, ho visto cose che voi umani.

Vestiti al 50% con mascherina abbinata; cappuccini all’aperto pagati quanto il PIL di un paese in via di sviluppo; gente che dopo aver bevuto si cerca in borsa la mascherina che aveva solo abbassato all’altezza del mento (ok, parlo di me).

E sto imparando a farmi bastare la passeggiata di un’ora, un solo chilometro per volta. Sto perfino meditando di infrangere la regola andandomene in spiaggia (a due chilometri da casa mia), ma alle sei del mattino: a Barcellona non si riempiono i tavolini di un bar prima di mezzogiorno, figurarsi quanta gente ci trovo là a quell’ora…

Ok, ok, non vado. Ma questa ripresa gradualissima della quotidianità (nella capitale catalana siamo appena in fase 1) è strana: noi che possiamo permettercelo, ci godiamo quel momento di sollievo tra la reclusione globbale totale e lo tsunami economico, che aspettiamo con la trepidazione riservata alla hit dell’estate di Enrique Iglesias (speriamo che almeno quella, quest’anno, ci venga risparmiata). Per dire, il mio bar fighetto preferito non ha ancora riaperto, nonostante due o tre tavolini, fuori, li mettesse sempre: sarà che non ne vale la pena, per loro, visto che secondo le nuove regole si può occupare solo il 50% dei posti all’aperto permessi in condizioni normali. Già immagino un’orda di hipster intenti a menarsi a colpi di monopattino per aggiudicarsi un latte caramel all’unico tavolino disponibile! (A parte quello piccolo con l’immancabile disinfettante per le mani.)

Inoltre, sempre più articoli sottolineano le difficoltà del lavoro di cura con i bimbi reclusi in casa: una questione che grava soprattutto sulle madri, e non solo “da Trieste in giù”, ma anche dagli USA alla Spagna, senza scordarsi il resto del mondo. Così i miei recenti tentativi di soffermarmi sugli aspetti positivi del non figliare stanno diventando sempre meno all’insegna de “la volpe e l’uva”, e sempre più un lungo “fiuuu”. Non fraintendetemi, non credo abbiate più dubbi sulla mia voglia frustrata di avere bambini, ma riconosco che diventa complicatissimo in una società che non dà il giusto valore al lavoro di cura: spero che l’attenzione maggiore al problema porti anche a delle soluzioni giuste (tipo, non chiamiamo mammo il papà che addirittura va a comprare gli omogeneizzati!).

Intanto mi formo sempre di più, come fanno altri che provano ad approfittare dei corsi online per specializzarsi o aggiornarsi nel loro campo: la speranza è non rimpiangere questi soldi sottratti all’affitto o addirittura a un difficile rimpatrio (si parla di voli di stato e navi che riprendono a funzionare). Però vi confesso la mia insofferenza per certe formazioni “letterarie” intraprese prima della quarantena (che fossero un seminario o l’incarico di un lavoro di editing), e abbandonate quando tutto mi sembrava troppo tecnico e preconfezionato. Specie se considerate che intanto mi sto sparando i filmoni d’autore che avevo ancora in sospeso: immaginatemi mentre, dopo l’ennesima lezione sulle unità aristoteliche, mi somministro insieme alla cena le due ore abbondanti de L’Avventura di Antonioni. Già mi vedo a fare una seduta spiritica e chiedere: scusi, signor Michelangelo (non il pittore, il regista!), qual è il vero tema del suo film? Mi saprebbe dire a che punto ha messo il climax? Ora, non mi meraviglierei se il fantasma, per tutta risposta, facesse sparire anche me come la sua Anna: magari sulle scogliere artificiali che volevo raggiungere aumm’ aumm’ alle sei del mattino!

Ma, ribadisco, a me va di lusso. Il compagno di quarantena, invece, è andato a fare la quarantena altrove. Ha cominciato prima a restarsene zitto per giorni, poi si è messo a sostenere con insistenza che in autunno “saremmo tornati tutti dentro”. Infine, quando gli ho proposto di trasferirci in una zona migliore, con più verde e possibilità di passeggiare, ha balbettato che aveva tanta paura del futuro che non riusciva neanche a prendere una decisione del genere. Risultato? Si è preso una stanza da solo nella stessa zona che avevo proposto io! E quanto mi piacerebbe considerarlo solo un altro stronzo che non vuole impegnarsi sul serio in una relazione! Quelli, dopo una certa età e una ricca… formazione in fatto di casi umani, impari a lasciarli senza troppi rimorsi. Invece, a parte i rischi di intrecciare relazioni con un genere più privilegiato del tuo, so che il contraccolpo psicologico della quarantena dovrebbe sensibilizzarci di più e portarci alla domanda: è proprio sicuro che un problema mentale sia tanto meno grave e debilitante di un problema fisico? Siamo abituati a considerare la psicologia un lusso, e io per prima, dopo tanto praticare, ho qualche riserva sulla disciplina (o meglio, su qualche esponente della stessa). Però cacchio, se il problema c’è, bisogna dare la possibilità di porvi rimedio!

Insomma, prendiamo nota e agiamo di conseguenza: ci sono tante di quelle ragioni per sentire che non possiamo respirare (e, come insegnano i recenti fatti americani, rispetto ad altre categorie abbiamo i polmoni in piena funzione!).

Come diceva uno: forse un giorno gioverà ricordare tutto questo.

E non mi riferisco certo al paventato singolo di Enrique Iglesias.

 

(Un esempio di ciò che rischiamo, che trovate anche qui in una decostruzione esilarante!)

Quest’anno, vorrei augurarvi un buon primo maggio con le riflessioni di Unaelle, pubblicate su Facebook e Instagram. Salviamoci insieme, o non ci salveremo.

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Da Automatizzato comunismo memetico: seguite la pagina!

Ormai sapete come funziona.

“Esco, ti serve qualcosa?”, e faccio la lista.

La pasta mi serve sempre, ovvio, ma quale? Scrivo un nome, mostro una foto. La Garofalo nei formati lunghi è rara da trovare sotto casa, e io non amo la pasta corta, ma meglio che niente. “Quello che vuoi tu, ma che sia Garofalo”.

Il risultato lo scopro un’oretta dopo, in cucina. Appoggiato al microonde c’è un pacco che ha tutta la familiarità dei colori giusti: il rosso e nero della confezione, e il colore dorato di queste micropenne… Un momento, che formato è? Allora leggo meglio. Non è Garofalo, c’è scritto Gallo. “Maccheroni al huevo” (sic). Esasperata, apro il frigo. Ah, meno male, ha preso il latte di soia. Sì, aromatizzato alla vaniglia. Addio besciamella, maionese, pasta al forno. Ma tanto, con le micropenne della Gallo, cosa vuoi cucinare?

Tempo dopo vedo un meme che vuol essere divertente: una “lista della spesa per uomini”. Niente parole, solo fotografie del prodotto con la marca bene in vista. Beh, a casa mia s’è visto che magari neanche con quelle.

Ieri ho cominciato il discorso sul carico mentale delle donne, che è una cosa a cui in realtà non avevo mai pensato, per tre motivi: adoro vivere da sola; ho smesso di farlo da meno di tre mesi, e la casa appartiene a me; mi piace essere un po’ l’organizzatrice della situazione. Ma sì, è stressante a un certo punto essere tu quella che decide quando è indispensabile fare una lavatrice, col cielo che minaccia pioggia e un salotto dov’è complicato mettere uno stenditoio; o quella che riconosce che una parte dell’odiato compito di lavare i piatti consiste nel mettere a posto le stoviglie già asciutte, e non limitarsi a pulire solo quello che entrava nel lavandino. E non voglio neanche immaginare cosa diventi quando ci sono maggiori ristrettezze economiche, o bambini di mezzo.

Le donne della generazione di mia madre hanno sempre obiettato: “Che fa? Ti rovini la pace familiare per due scemenze che da sola spicci in quattro e quattr’otto?”. Quando non erano casalinghe, guadagnavano qualcosa come la metà del marito (e se succede il contrario, ho sperimentato sulla mia pelle, apriti cielo). Il marito non alzava un dito in casa, e le rare volte che lo faceva veniva o lodato come un bambino perché s’era riuscito a condire l’insalata, o trattato come un incapace, e tenuto lontano dai fornelli o dagli elettrodomestici (mantenendolo così, sospetto, in uno stato di necessità che compensasse almeno in parte la totale dipendenza economica di lei).

Se risaliamo addirittura alla generazione della mia prozia, recuperiamo l’eterno stupore di quest’ultima: “Mari’, ma i maschi che stanno allo studentato con te, come fanno? Cucinano le coinquiline? Ah, no? Mi stai dicendo che fanno tutto loro?”. E rideva.

Mica aveva torto. A volte, quando ho avuto ospiti italiani in solitaria, ho provato la stessa sensazione, declinata in modi diversi, di avere minori a carico. Per le donne, magari, si trattava di accompagnarle dappertutto, perché un’improvvisa libertà negli spostamenti era vissuta con sconcerto. D’altronde mi è sempre sembrato un po’ ricattatorio, il famoso: “Le strade sicure le fanno le donne che le attraversano”. E se non vogliono rischiare la pelle ad attraversarle, è colpa loro che siano insicure?

Con gli ospiti uomini, che avevano meno problemi di spostamento, devo dire che il più delle volte sono stata confortata: squisiti e invisibili, o magari visibili solo quando faceva piacere a me e a loro. Ogni tanto, però, anche con i coetanei mi sembrava di avere a che fare con un bambino incapace di qualsiasi attività domestica. Che non si rifacessero il letto erano fatti loro, magari non volevano e basta; ma cominciavo a sospettare qualcosa a tavola, quando, invece di fare le porzioni, una coinquilina si azzardava a mettere la pentola “palla al centro”, e che ognuno si servisse da sé. Allora vedevo il panico, e le strategie più strampalate: uno pretendeva di far scivolare le tagliatelle a cascata dalla pentola al piatto, invece di sollevarle con forchetta e cucchiaio!

Altri due, sono quasi sicura, non sapevano farsi il caffè: non saprò mai se fosse per il fornello a induzione, che avevano paura di usare, oppure proprio perché non avevano idea di come caricarsi la macchinetta. Altri si sorprendevano perché non facessi la spesa ogni mattina, o stendessi un bucato al giorno: sì, vivevano ancora a casa di mammà, poi per un matrimonio o un lavoro all’estero se ne sarebbero andati, ma intanto…

Per fortuna sta cambiando anche questo, ma adesso vi confesso una cosa che magari già sapete: anche io ero così, viziata dai salari bassissimi delle colf negli anni ’80 e ’90 – almeno in paese – e da una mamma che non voleva per i figli lo stesso lavoraccio in casa toccato a lei, nei ’60. Anch’io devo aver fatto i primi caffè dopo i venti, con risultati alterni, e non ero sola: ricordo un’amica che verso i trenta chiedeva su Facebook, dalla casa in cui villeggiava, “come scegliere il programma di lavaggio”. Lei adesso sarà cambiata, io non tanto: mi hanno garantito che con la quarantena perfino io avrei fatto le pulizie generali, e sto ancora aspettando che mi venga la voglia. Intanto, passo dai miei manoscritti alle letture, e faccio solo l’indispensabile, concetto di cui ho una definizione molto al disotto degli standard di chiunque: mia madre e mio fratello, quando venivano a farmi visita, si mandavano bollettini quotidiani su “cosa fossero riusciti a sistemarmi in casa” (e grazie mille ma bontà loro: erano problemi di cui neanche mi accorgevo!).

La condizione di ex impedita cronica nelle faccende domestiche e questioni pratiche, che ho superato per mera sopravvivenza e non certo per volontà, mi fa essere piuttosto empatica nei confronti dei miei compagni di specie: il che non vuol dire che siamo sullo stesso piano. “Sei piuttosto disordinata, per essere donna” mi sono sentita dire sia da parenti anziani che da un conterraneo del compagno di quarantena: uno che si vantava pure di essere moderno, “mica come gli italiani”. Avrei dovuto rispondergli: “Grazie!”.

“Sciattona” è stato uno degli insulti più bonari mai ricevuti, insieme a “intellettuuuale” (scusate il termine) da pronunciare con tre u. Certo è che, come Marta Rojals, ho scoperto solo andandomene di casa a ventidue anni – presto per un’italiana di classe media, tardissimo per le mie prime coinquiline inglesi, a volte minorenni – che non erano le fatine a farmi il letto e la colazione, che tutto quello che avevo dato per scontato era lavoro. E, soprattutto, lavoro tutt’altro che intuitivo: il caffè, i piatti, la lavatrice, sono come l’uovo di Colombo. “Facile, quando sai come si fa” dicono in inglese. Chi sostiene che non ci vuole l’arca di scienza è liberissimo, ma spero che prima di affermarlo ci abbia almeno provato. Nel mio primo incarico d’insegnamento mi accorsi di prendere cinquanta centesimi l’ora in meno della domestica a ore che mi aveva aiutato col trasloco, e vi giuro che la cosa mi sembrò avere molto senso: so insegnare l’italiano, ma sono incapace di pulire un pavimento senza lasciare strisce.

La differenza coi compagni di specie, appunto, è che nel loro caso lo stato di ignoranza, se per “ignorare” intendiamo anche “fingere che non stia succedendo”, può protrarsi vita natural durante. Cioè, per fortuna non fanno tutti così (e mi sembra anche di trattarli come dei cretini a doverlo ribadire, ma a quanto pare alcuni ne hanno bisogno): ma in linea di massima possono farlo, il che fa tutta la differenza. Su di loro gravano altre aspettative ingiuste e pesanti, ma il carico mentale non è tra queste. Un amico napoletano affermava tra il serio e il faceto che contava di passare la vita intera senza stirarsi una camicia, e si premurava di accompagnarsi a ragazze insicure e servizievoli che avverassero questa profezia.

Io il ferro da stiro non ce l’ho, lo trovo inutile se non fai certi lavori. Ho la consapevolezza che il lavoro di casa o viene svalutato, o viene relegato a donne con un potere d’acquisto minore rispetto a chi le impiega: a volte, almeno per i giornalisti di Repubblica, come soluzione politica alla disparità di genere (…).

E invece, purtroppo, s’ha da fare. Il minimo indispensabile, almeno. E la risposta alla domanda “Perché vuoi rovinare la ‘pace familiare’?” è: in realtà è una guerra, di nervi. Magari ad alcune non costa davvero niente, ma ho visto cosa faccia a tante donne mandare avanti la casa quasi da sole, come le corroda a poco a poco e le renda propense a discutere con i compagni per mille futili motivi, invece di affrontare quei due o tre che contano, tra cui il logorio costante di doversi sempre incaricare di tutto.

È un equilibrio dettato spesso da condizionamenti economici, e psicologici, che nessuno dovrebbe accettare a cuor leggero: ne va più di una pasta al forno scotta con micropenne della Gallo.

Che comunque è una bella metafora del rischio che corriamo, a far finta di niente.

 

 

 

Ok, ci risiamo.

I  bambini, chi pensa ai bambini. Adesso c’è questo dibattito sui rientri a scuola, con i genitori che premono perché avvengano e il corpo docenti che fa notare che le scuole italiane – e quelle iberiche, se è per questo – non sempre sono attrezzate per una ripresa sicura delle lezioni.

Com’è giusto che sia, si è tornato a parlare del lavoro di cura, e del perché ricada soprattutto sulle donne: non solo una questione di mentalità (o “d’istinto”, come vuole la mentalità di qualcuno), ma anche di risorse economiche, tra soffitti di cristallo e pavimenti appiccicosi.

Per fortuna, l’argomento si concentra molto sull’infanzia, su come tutelarla sul serio – la mia impressione, confesso, è che di solito l’argomento si strumentalizzi per sfruttare con salari inferiori la metà della forza lavoro: una metà a caso. Stavolta, però, a difendere la prole ci sono quelle femministe che, a volte, accusano le compagne che non sono madri di non comprenderle, di trattarle come attiviste di serie B, che si siano fatte fregare dal sistema. L’ho visto nel dibattito sull’equiparazione dei permessi di paternità e maternità, su proposta di Podemos. Lo vedrò ancora. Dall’altra parte si sottolinea come la pressione sociale per avere figli sia ancora fortissima, quindi tutti questi vantaggi sociali nel non averne non si vedono.

Tra i due fuochi (che poi per fortuna non sempre si affrontano, ma si confrontano o ci provano) mi sento un po’ in mezzo, come femminista che di figli ne voleva, ma non ha fatto in tempo a 1) raggiungere la sanità mentale per averne; 2) imparare ad accompagnarsi a gente a sua volta sana di mente, e con le idee chiare sull’argomento (impresa che forse mi riuscirà a novant’anni, cinque minuti prima di lasciare questo mondo).

Nella mia posizione ibrida, mi sento dunque di tradurre l’appello sulla pagina Facebook della sindaca di Barcellona, Ada Colau, che da madre si chiede perché la quarantena non tiene conto delle esigenze dei bambini, se ad esempio vengono ascoltate, com’è giusto che sia, quelle dei cani. Aggiungerei come già ho fatto altrove che sono tante le categorie di umani che si beneficerebbero molto di un’ora d’aria, per questioni di salute mentale. E che mi piace il fatto che, mentre dall’Italia mi arrivano video con frasi tipo “nella bara non vi vedono la messa in piega”, la cui tragica ironia posso comprendere ma non mi sembra porti lontano, mi fa piacere che chi amministra la mia città si stia chiedendo, come già in questo post, se più di lasciare tutti a casa non sarebbe stato meglio, in questa pandemia mondiale che ci ha trovati impreparati a gestirla, rendere sicure brevi uscite per la popolazione.

NB: Colau usa il termine “les criatures”, simile al napoletano ‘e criature, che io traduco come “i bambini”, ma a malincuore: so che in tanti non ne sentite il bisogno, ma io sento l’esigenza di trovare anche in italiano una soluzione inclusiva. E no, non ho niente di meglio da fare, o riesco a fare quello e quello!

“In questi giorni sono sempre più le voci che richiedono che si tenga conto delle bambine e dei bambini in questo confinamento. Però ancora non siamo abbastanza. La situazione è insostenibile e bisogna parlare chiaro e a voce alta.

Scrivo come sindaca e come madre di due bambini di 9 e 3 anni, che da un mese non escono. Da più di un mese siamo in casa con due bimbi piccoli che non sono usciti neanche un solo giorno, cosa che non capiscono: “Mamma, se io non ho il virus, non posso fare niente di male, perché non posso uscire? Io non ho nessuna colpa”.

Settimana dopo settimana, litigano tra loro ogni giorno di più, hanno attacchi di tristezza, di rabbia… è quasi impossibile mantenere un orario, né un ordine, né fare i compiti, niente di niente. Il piccolo di tre anni, che ormai stava lasciando il pannolino, è tornato indietro e non chiede più di andare in bagno. Non voglio pensare in nessun modo che sia colpa nostra. Facciamo quello che possiamo, come tutti. Li amiamo molto, che è la cosa più importante. Però questi bambini hanno bisogno di uscire.

Il fatto è che, se possono uscire a passeggiare degli adulti con un cane, e ora alcune attività economiche non essenziali si riattivano, perché i nostri bambini e le nostre bambine devono continuare ad aspettare? Sappiamo già che possono contagiare senza avere nessun sintomo: come molti adulti. Troviamo il modo di fare le cose per bene e d’accordo con i consigli degli esperti in salute. Nel corso di queste settimane tanto i bambini quanto i loro familiari hanno dimostrato che sono responsabili e che non sono idioti: hanno seguito tutte le raccomandazioni e istruzioni che sono state date. Per questo siamo sicuri che possono uscire a fare un giro vicino casa, mantenendo le stesse distanze che manteniamo noi adulti quando andiamo a fare la spesa.

Viviamo in una società eccessivamente adultocentrica che ci condanna a patimenti che possiamo evitare. I bambini non sono un incidente, né un peso da gestire. Sono persone con diritti propri dell’infanzia, raccolti in trattati internazionali, ma sistematicamente calpestati. Sento che le autorità nel campo dell’educazione sono molto preoccupate per il sistema di valutazione. D’accordo, ma a me, a molti padri e madri, quello che più preoccupa è la salute psicologica ed emotiva dei nostri bambini e delle nostre bambine. Siamo stanche [plurale femminile inclusivo, ndR] che ci dicano che siamo soldati e che questa sia una guerra, invece di parlare di come prenderci cura della vita e prenderci cura le une delle altre. Se c’è un insegnamento che mi piacerebbe ricavassimo da questa terribile crisi è che il nuovo mondo che ne venga fuori sia più femminista, che metta al centro le persone ed educhi all’amore e alla corresponsabilità, invece che all’individualismo, alla paura e alla guerra.

Non aspettate un minuto di più: liberate i nostri bambini!”.

 Ho fatto la casalinga disperata per un giorno. Ho preparato il seitan, che almeno in una cosa è come il maiale: non si butta niente. Neanche l’acqua di preparazione. Infatti tra fornelli, forno e rotella tagliapasta ho cucinato per ore e lavato tutto io, in tre momenti diversi. Il mio ragazzo, con cui ci dividiamo al 50% le faccende domestiche (ok, fa più lui, ma solo perché è fanatico), non poteva aiutarmi per un problemino di salute.

Ho concluso la giornata molto stanca e ancora più ammirata nei confronti di quelle persone, nella nostra cultura soprattutto donne, che fanno tutto questo come lavoro a tempo pieno, senza mai smontare.

Mi sono chiesta, però, cosa spinga alla stessa attività anche le donne che non hanno orari lavorativi differenti dai loro compagni, che cioè hanno le loro stesse opportunità di occuparsi del lavoro domestico. Spesso danno per scontato che, come mi disse a 15 anni una ragazza che ora si avvicinerà alla cinquantina, “alcune cose le dobbiamo fare noi”.

So che dietro la tendenza a sobbarcarsi tutto il lavoro domestico ci sono diversi fattori, spesso culturali. La generazione di mia madre mi ha spesso detto: “Quanto sei pesante, evita storie in casa e non perderti per due piatti”. Oppure: “E se tuo marito non vuole, tu che fai?”. Al che, con una vena polemica che ho perso (mi limito a vivere felice con un uomo che fa la sua parte), rispondevo che i “due piatti”, in realtà un’intera casa da mantenere, diventano tali solo quando la maggior parte del lavoro la svolge un’altra donna, magari straniera, a un prezzo a volte inferiore ai 10 euro l’ora. L’emancipazione  di tante donne di ceto medio è avvenuta non per una distribuzione più equa dei ruoli in casa, ma perché c’erano altre donne a lavorare per loro.

Un’altra motivazione, invero squalificante per gli uomini e per chi li “pensa” in questi termini, è che loro siano meno bravi nelle faccende domestiche. Che ricorda un po’ la storia delle donne che non saprebbero guidare. Che fondamento può avere, questa fregnaccia? Questione d’esperienza? Mi permetto di dubitarne, visto che ricordo i messaggi facebook disperati di coetanee alle prese con la loro prima lavatrice, in vacanza, quando io ero già a Barcellona (e ci sono arrivata a 27 anni).

Stendiamo dunque un velo pietoso e soffermiamoci sulla mia ragione preferita: il “Quante storie!”. Che subentra quando non solo fai tutto tu, ma l’hai trasformato in una sorta di missione eroica, che se permetti odora ancora dei ceri del catechismo. Per di più a spese di un marito così refrattario ad alzare un dito in casa che ci sta perfino a farsi considerare scemo. Scemo pe’ nun ghi’ ‘a guerra, si dice dalle mie parti.

Io le faccende domestiche da sola le ho svolte per 13 anni, quelli vissuti per conto mio o in appartamenti condivisi, e sarei capace di svolgerle per sempre, se le condizioni fisiche del mio compagno lo richiedessero. Quindi non è che sia meno resistente di te, amica tuttofare. Voglio solo accertarmi che tu lo faccia perché hai proprio la passione per il prelavaggio e la scopa Pippo che arriva negli angoli, e non perché non hai mai pensato si potesse fare altrimenti.

Perché resti la manodopera a costo zero più amata da chi deve occuparsi di welfare: perché arrovellarsi, se ci sei tu? E allora reinserimento zero dopo la maternità, asili nido pochissimi e costosi, ma tanto l’istinto materno compensa tutto, vero? Vero? Mettici il problema di vivere con uno che in Italia, tra mamme e nonne adoranti, rischia davvero di non aver alzato una mutanda da terra per i primi 30 anni della sua vita… E allora faccio io, tesoro, che santa sono. Che santa sei, cara. Oh, mi stiri la camicia, che stasera ho la cena aziendale?

E quindi, siccome così sono tutti contenti (tranne te), che fai? Te lo fai piacere. Anzi, ci basi la tua identità. Ciao, sono Wonder Woman, cucino, lavo, spazzo, porto i figli a scuola e lo faccio tutto BE-NIS-SI-MO. Tu di che ti lamenti? Non lo sai fare?

Sì, che lo so fare. Solo che non voglio.

E sono felice. Tu invece sei stanca. Chi è stanco non ha tempo di essere felice. Chi è felice, invece, vuole tutti felici.

Quindi, la smetti di fare Wonder Woman e provi a essere felice pure tu?