Archivio degli articoli con tag: lettura

Risultati immagini per un giorno tutto questo salone del libro

Nel romanzo Robinson, di Vicenç Pagès Jordà, uno sfigato asociale di mezza età decide di seguire il consiglio di un capo sioux e passare una settimana al mese lontano dalla sua routine quotidiana, solo e senza mezzi di sostentamento. Meta prescelta: la casa dei suoi ignari vicini, appena partiti per le vacanze.

Ho fatto qualcosa del genere (solitudine e mezzi a parte), andando a Torino per il Salone del Libro. Ufficialmente era per un concorso, che non ho vinto, ma era anche per farmi i fatti degli amici che avrei trovato lì. E pure un po’ i miei, perché, viste da lontano, le subdole manovre per darmi più alla scrittura che alla ricerca di “mezzi di sostentamento” si sono risolte mentre ingollavo la terza focaccina all’olio dal buffet dell’albergo (per la gioia della cameriera).

Ecco le altre cose che ricorderò del viaggio:

  • il turista con gli occhi a mandorla che in aeroporto a Barcellona, proprio mentre m’interrogavo sulla sua nazionalità, ha fatto un inchino alla tipa che lo perquisiva;
  • i lunghi istanti in cui, uscendo dall’aeroporto di Torino, mi sono detta: “Ehi, capisco la lingua locale!”.
  • la macchinetta in metro che, all’improvviso, mi ha scritto in tedesco “biglietti esauriti” – e la salvatrice che mi ha fatto passare col biglietto suo;
  • l’attesa, col libro da firmare, di una scrittrice che ho conosciuto ventenne in stazione, una ragazza con le scarpe sportive sotto la gonna, e la constatazione improvvisa che, tredici anni dopo, quell’accostamento curioso l’avevo fatto io;
  • la foto che mi hanno scattato mentre, seduta, leggevo lo stesso libro esposto sulla tavola imbandita che lo “offriva” al pubblico (il mio racconto era nella sezione contorni, ma io cominciavo dall’antipasto);
  • lo stoicismo dell’amica che nonostante gli impegni mi ha fatto scoprire che esiste la ribollita vegetale (anche se sono partita senza provarla), e col marito mi ha fatto riprovare gli angioletti salati di Starita;
  • il mio aereo che precipitava.

In realtà faceva l’esatto contrario: riprendeva quota proprio mentre saremmo dovuti atterrare a Barcellona. Ma una cosa così fa paura lo stesso, specie nella brezzolina che spesso allieta il mare catalano. La pista d’atterraggio era occupata, e ammazzavamo l’attesa con virate non proprio rassicuranti. Allora ho capito la cosa più importante.

Che no, non è “tutte le cose si equivalgono perché basta ‘a salute”: vivere alla giornata a tutti i costi resta un’idea discutibile. Però a volte sacrifichiamo un presente niente male alla paura di un futuro nero. Da lì sopra sapevo che, se fossi mai atterrata, avrei continuato a cercare svolte economiche e tempo per scrivere. Ma sapevo anche che non sarebbe servito a niente, se avessi perso il punto della situazione, che secondo i miei calcoli è: esserci sul serio, finché ci sono.

Poi niente, siamo atterrati e sono tornata a fare la fila per la navetta, con la borsa ben stretta a me.

Ma tanto, stavolta, il portafogli era coperto dai libri.

 

Annunci

bastian Quando seguo tante storie, è perché ho perso il filo della mia.

I romanzi che leggo, Netflix… Tutto ultimamente mi rievoca il fantasma della mia remota dipendenza dalle storie altrui, prima di carta, poi di pixel.

Premetto che non m’impasticcavo, ma quando entravo nella mia “cameretta” in paese vedevo tutti quei libri di fronte a me come altrettante porte per universi paralleli, pronti ad aprirsi a comando quando ci fosse stata un’emergenza nell’universo mio.

Come i fantasmi del Natale di uno famoso, questo mondo di storie mi prendeva e mi portava via da una vita che non tanto doveva piacermi. Per cui, invece di pensare a me, finivo per affezionarmi di più a lontane principesse, poi a ragazze perdute lawrenciane, passando per adolescenti con problemi di punteggiatura. L’ho fatto perfino coi cartoni animati, in un’epoca in cui non stava bene guardarli dopo i 13 anni. O, di nascosto a mia madre, con certe telenovelas latine che mi causavano la stessa dipendenza di recenti successi letterari un po’ più arzigogolati.

Tutto pur di non soffermarmi sulla mia, di storia. Perché? Ovvio. Perché la mia storia non ha né capo né coda. L’unica caratteristica che avrei potuto copiare da qualche testo era il narratore in prima persona, e manco onnisciente! E poi, nessuna delle vicende che mi riguardavano finiva una volta per tutte in un’ultima frase poetica. Tutto si smacchiava nei giorni, come una patacca di pizza sulla maglia bianca appena comprata. Roba che a dimenticarmene per un po’ o mi chiedevo che ci facesse ancora là, quella traccia di un incidente remoto, o mi sorprendevo a trovare la stoffa così bianca da scordarmi quasi che qualcosa, un tempo, ne avesse rovinato le pieghe.

Quando lo feci io, il cambio di scenario (andando all’estero), diedi un’altra possibilità alla mia, di storia. Non è necessario, come colpo di  scena. Diciamo che a me ha aiutato.

Mi trovai giocoforza a dare più spazio alla quotidianità da riscrivere ad altre latitudini e da riscoprire, perciò, nell’esercizio quotidiano. Quindi abbandonai un po’ i romanzi, e in un periodo storico pericoloso, per farlo: quello delle tentazioni online, sempre più insistenti, delle storie da scaricare e guardare, ascoltare, leggere dappertutto. Aspettavo solo di assaggiarle, come la lezione di Storia commestibile al gusto granatina di una favola di Rodari. E siccome intanto scoprivo la cucina indo-pakistana, nelle sue curiose varianti inglesi, mi successe un po’ anche questo: di mangiarmela, la Storia, nelle sue contaminazioni speziate.

Insomma, quando inseguo le storie è un po’ che ho perso la mia. E nun me piace, s’adda cagna’.

Infatti sono ottimista. Comincio a recuperare la buona abitudine di portarmi nella mia giornata i protagonisti di quelle altre storie. Di diventare sul serio un po’ loro, di farli entrare nel mio mondo come io entro ogni giorno, da intrusa guardona, nel loro. Allora divento la protagonista post-atomica di qualche romanzo per ragazzi che pure leggo, contenta di aver risvegliato la sua sosia assopita in me. Oppure riconosco in qualche mia vigliaccheria i suoi diretti antagonisti, che pure porto dentro.

Credo che questo sia il modo migliore di affrontare le storie altrui: portarle dentro. Sottopelle, proprio. Ti risolve la giornata.

E poi è più pratico di Kindle.

gustav dorè Diciamo che il mio rapporto con la scrittura è sempre stato un po’ strano. Che fosse mia o altrui, eh, a parte la constatazione che quella altrui è quasi sempre meglio (ma non mettiamo limiti alla Provvidenza).

Dopo un glorioso intento di traduzione all’impronta della Stele di Rosetta, al British Museum, con tanto di scolaresca impaziente alle spalle, gli ultimi episodi imbarazzanti di questa tempestosa relazione si sono verificati sempre in Inghilterra, durante l’Erasmus: sono stata tra le migliaia di idioti che davvero hanno battuto le mani quando Peter Pan chiede se crediamo nelle fate, e sono stata sentita urlare a quello stronzo del marito di Tess of the d’Urbervilles di tornare indietro, perdio, che prima fai il fariniello e una volta che tua moglie ti confessa di aver fatto altrettanto, peraltro in circostanze non chiarissime, prendi e la molli.

Non a caso quelli menzionati furono gli ultimi episodi proprio da ricovero, in coincidenza col mio ingresso nel mondo. Che per me avviene quando scopri che le fate esisteranno pure, ma non sono loro a rifarti il letto e a prepararti da mangiare, e se devi farti nuove amicizie dopo la scuola dell’obbligo, buona fortuna.

L’ingresso alla vita nei suoi aspetti più belli e brutti mi allontanò anche, un po’, dai libri. Che persero per me una funzione vitale: quella di rifugio dal mondo che non capivo, e che nei fumi dell’esistenzialismo pre-bimbominkia sembrava ricambiarmi con piacere.

Vi racconto tutto sto pippone perché immagino sia successo anche a voi di identificarvi con qualcosa che amaste molto (che so, un’arte, un hobby, una squadra di calcio, perfino un partito), e poi allontanarvene quando ha perso la funzione iniziale: penso alle tante scarpe ballerine appese al chiodo da aspiranti Isadora Duncan, che si sono accontentate di un corso di salsa, e a tutti gli astronauti che invece dello scafandro d’ordinanza hanno infilato un casco di motorino e sono andati a sfidare il traffico in centro.

Oppure, per non limitarci ai “sogni infranti” o presunti tali dell’infanzia, pensiamo ai ripieghi infranti, quelli che la nostra generazione si è vista sfumare pure quando pensava vabbe’, io rinuncio a fare la ballerina, ma un posto da insegnante me lo trovo, sì? Ed eccoti a ripassare a memoria la graduatoria vita natural durante.

Insomma, ci sono cose che a un certo punto della nostra vita ci definiscono, magari per i motivi sbagliati. Poi, per tante ragioni, spariscono, a spizzichi e mozzichi o tutte insieme.

Allora, può succedere che non tornino più e restino solo a simboleggiare un’epoca della nostra vita.

Ma a volte ritornano.

Con la forza e complessità degli amori giovanili ripresi più tardi con meno impeto, ma con più costanza.

La scrittura, per esempio, è tornata nella mia vita. E mi sembra di trattarla meglio, adesso che non ne ho bisogno. Adesso che non mi serve per scappare dal mondo, mi sembra che si sia alleata col mondo stesso per farmelo capire meglio. E per farmi vivere tutti i mondi possibili, che si aprono ogni giorno davanti a me fuori alla porta e dentro la babele di titoli sui miei scaffali malandati.

Se avessi detto “O questo o niente”, se avessi preteso come il Grande Gatsby che l’oggetto del mio amore fosse lo stesso dei primi tempi, allora avrei perso per sempre i libri nella mia vita.

E invece, dopo la prima, cocente delusione (“cari libri, non mi servite più a niente, il mondo è meglio di voi”), possiamo aprirci a un ritorno, condividere quello che siamo intanto diventati con quello che eravamo, e trovare la sintesi definitiva.

Quella che ci porterà a essere sempre noi in ogni capitolo, col passato che s’incroci in ogni momento con presente e futuro, come in una storia scritta proprio bene.

Sarà un caso, ma la prima a riuscirci sul serio si chiamava Odissea.