margherite bianche

Questo post si autodistruggerà tra… No, vabbè, non è niente di serio quello che sto per scrivere, dunque qua rimane.

Dopo il solito aprile schifoso, l’eterno dilemma del maggio barcellonese (“Coperta o piumone?”) semina insonnie. E io allieto le mie notti bianche con amene letture. Stamattina alle cinque e mezzo toccava a un libro edito in italiano da Tlön, che sto leggendo nella versione originale (come sempre il titolo è stravolto, anche se stavolta intuisco il perché). Ho sfogliato solo i primi due capitoli, ma il libro mi è sembrato interessante, specie come lettura da diffondere in Italia. Tuttavia, ai miei occhi cisposi e ancora mezzi chiusi, quella mi sembrava più che altro una versione aggiornata e, finalmente, non essenzialista, di ciò che leggevo quindici anni fa per il master in Studi di Genere. Con in più la tendenza un po’ ‘mericana a frullare nella stessa narrazione alcuni miti distanti tra loro millenni, e migliaia di chilometri: il tutto per provare teorie giustissime, che però, decontestualizzate così, rischiano di confermare solo le convinzioni iniziali dell’autrice.

Vabbè, ho pensato, sono io che ancora non ho collegato il cervello: cambiamo un po’ lettura. Il primo libro ad alta diffusione che parli di stupro in Italia (correggetemi se sbaglio, io ricordo solo Sibilla Aleramo a inizio ‘900) è incredibilmente semplice, scritto in una prosa leggera e quasi infantile, che diventa per questo anche più efficace: in fondo, X è una lettera dell’autrice al fratello minore, il “fratellino” fascio che ha finito per allearsi col camerata stupratore. Che capitolo mi toccava stamane all’alba? Uno che l’autrice trascorre tutto a giustificarsi per… essersi rifatta il naso. Come me, che ne ho già parlato qui e che, se potessi, adesso mi farei le tette a fiori: proprio un margheritone per lato, col capezzolo tinto di giallo grazie alla micropigmentazione (ah, non si può fare?). Ma purtroppo le tette tocca farle anatomiche o niente: chirurgia senza fantasia!

In ogni caso, come si “giustifica” un’ex diciannovenne che si rifà il naso, dopo che peraltro lo stupratore l’ha chiamata “la mia Nasona”? Si giustifica con la pressione estetica. La bellezza è un concetto che non dovrebbe esistere proprio, eppure le donne ne sono schiave perché dipendono economicamente dagli uomini… Perfetto, verissimo. Però, come ho scritto anche qui, temo che la questione sia incompleta, messa così. Intendiamoci: è triste che si modifichi il corpo per un senso di inadeguatezza, e tragico che se ne senta l’esigenza dopo uno stupro. Se invece si trasforma un caso così intimo in una questione generale, non capisco il problema se vogliamo che il nostro corpo ci rassomigli, come cantava uno. I tatuaggi e i capelli viola (che adoro) sono ok, ma un naso diverso no? Piuttosto, è un peccato che sia uno sfizio così caro, alla portata di poche persone (anche se, qui dove vivo, si arriva a livelli di rateizzazione che non ci credereste). Dice che una volta, nell’aborrito Venezuela, le tette le passava la mutua!

Vabbè, scusate. Saranno le crisi di identità che diventano gioiose scoperte. Sarà in particolare la scoperta dello specismo, che nel femminismo che vorrei finirebbe nel mirino dell’intersezionalità. Il fatto è che, mi sembra sempre più evidente, Stefano Benni aveva ragione: noi esseri umani siamo comici, spaventati guerrieri. Ultimamente sto apprezzando la comicità della fetta di specie che è toccata a me: quella che ha più spesso le tette, rifatte o meno.

Ma capisco che le cose si fanno un passo alla volta. Prima si scopre la pressione estetica, e poi si difende il diritto di decidere della propria estetica. Prima si capisce che c’è una narrativa che ci ha designate come “l’altra metà del cielo” (e una metà un po’ mostruosa), e poi ci si rende conto che non c’è bisogno di ricorrere a suggestioni junghiane ed esaltare il sacro potere della patata, pur di farci risorgere l’autostima dalle ceneri.

La cosa più importante, sapete qual è? È la più banale di tutte: scegliere. Cosa vi piace, cosa no? Cosa scegliete di portarvi dietro, nei limiti della questione complicata che è la libertà di scelta? Cos’ha un senso per voi, cosa contribuisce a costruirvi un’identità più piena, aperta, rispettosa delle identità altrui?

Io, più che spaventata e guerriera, vorrei essere comica e basta. Quindi, peccato che ancora non esistano le tette a fiori.

E peccato che non le passi la mutua.