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Image result for desert island L’altra volta spiegavo che un esercizio del gruppo di scrittura mi aveva cambiato la vita.

Lo facciamo insieme? E dai!

Prendete un problema che vi sta assillando da un po’. (Non barate: uno solo!)

Immaginate di avere tutte le risorse possibili, cioè di essere Dio coi soldi di Amancio Ortega, e scrivete tutte tutte le soluzioni che vi possano venire in mente, anche le più dispendiose, o strampalate, o decisamente impossibili.

Fatto? E sbrigatevi, avete quattro minuti! Ok, adesso, della bella lista che avete, scremate le idee, ma da una prospettiva possibilista: cioè, questa parte l’ho capita poco (tra breve scoprirete il perché), ma si tratta di prendere la lista e analizzarla dal punto di vista di chi ha risorse e possibilità, ma non proprio quelle dei due personaggi di cui sopra. Ok, avete scremato un po’ le opzioni?

Adesso demolitele! Cioè analizzate le proposte ancora in piedi come se foste Brontolo dei Sette Nani, o il Leopardi “pessimista cosmico” che ci vendevano a scuola. Finito?

In teoria, da una gamma enorme di soluzioni, vi sono rimaste giusto le più solide e fattibili. Grandioso, eh?

Ebbene, io quest’esercizio l’ho sbagliato: l’ho fatto al contrario. Ho invertito la parte possibilista con quella scettica, e non ci stavo capendo più niente. Di buono c’è che mi è servita lo stesso.

La prima parte, soprattutto, è stata esilarante, proprio perché avevo già scandagliato da tempo le opzioni “logiche” per essere madre, una volta rimasta single a 38 anni. Così, nella nuova veste “onnipotente”, non mi restava che tirar fuori ipotesi tipo:

  • Partenogenesi (sì, arrivo tardi, anche se non è detta l’ultima parola!).
  • Andare su un’isola deserta dove la priorità sia sopravvivere a base di noci di cocco, e radici dal curioso colore giallo fluo.
  • Diventare la zia del barrio come certe pakistane del Raval, e offrire babysitteraggio (gratis) a quaranta bambini alla volta: così mi passa la voglia.
  • Pubblicare un best-seller (ci sto lavorando!) su quanto la società ci faccia pressione fin da piccole perché ci identifichiamo come madri, e farmi tanti di quei soldi da avere la stessa via privilegiata all’adozione di Madonna.

Il commento del prof. a tutto questo è stato serafico: “A volte devi pensare a qualcosa di stupido, per pensare a qualcosa d’intelligente”.

E comunque alla fine è andata bene lo stesso, perché sono giunta alla seguente conclusione: potrei dedicarmi alla ricerca di una vita così completa e soddisfacente, che mi permetta di essere felice anche se i progetti a cui tengo non si dovessero realizzare. Una vita così sarebbe un gioiello in sé.

“E ci voleva ‘sta scemenza per grafomani?”, chiederete. A me sì, vabbuo’?

E poi l’esercizio è valido per tante cose! Prendete la tizia che a quanto pare ha ricevuto un pugno dal suo capo di movimento: o meglio, prendete i commenti all’episodio. Un tizio su Facebook sosteneva che non si trattava per forza di violenza di genere, ma di una litigata “tra amici”, e visto che i rapporti umani sono fatti prima di tutto “di persone” bisognava capire cosa effettivamente si fossero detti i due contendenti. Tutto questo mi fa pensare che in Italia più che altrove (ed è una bella gara!) ci perdiamo un dettaglio: non siamo “tutti uguali”, o “prima di tutto persone”, come amano scrivere tanti. Ed è pericoloso formulare giudizi a partire da un mondo perfetto, invece che farlo dal mondo che abbiamo.

Forse è un effetto collaterale di aver fatto passare tutti i diritti civili attraverso un discorso marxista del tipo “una volta risolta la lotta di classe si risolvono anche i problemi di donne, minoranze etniche ecc.” (e il fatto che l’omosessualità sia stata a lungo un “ecc.” pure la dice lunga). Fatto sta che mio padre settantenne e un certo ventiquattrenne dei movimenti torinesi hanno la stessa idea del “piropo callejero“, cioè dei fischi e dei commenti alle donne in strada: episodi di “maleducazione”. Forse perché sono situazioni che ai due personaggi in questione non limitano la mobilità e la percezione di sicurezza, e non lo faranno mai nella vita.

Per colmare il gap, ho proposto almeno a mio padre di guardare la terza stagione di Dear White People (allerta spoiler!): nel secondo episodio, un’alunna dalla pelle di latte porta all’aitante professore nero un muffin, dolcetto dal nome molto simile al suo, e specifica che è “bello caldo”, che lui ha la “giusta prestanza” per consumarlo, e che può fare “quello che vuole” dell’offerta. E le battute alla Pierino lasciano il tempo che trovano, perché non si tratta di farti la tua alunna, è la tua alunna a credersi “in diritto” di farsi te.

Io dieci anni fa sfottevo l’amico gay che non voleva entrare da Nennella ai Quartieri, timoroso del classico “applauso a ‘stu ricchione!” proposto spesso nella trattoria. Sì, ogni tanto sfottevano pure le donne: ma se per me il leggendario Ciro poteva dirmi quello che voleva, non avevo il diritto d’imporre la mia posizione privilegiata di eterosessuale ad altri.

E cosa c’entra con tutto questo il mio supergioco, vi chiederete. Beh, lo sto applicando a questo problema della cecità ai privilegi e sono alla prima parte, quella “onnipotente”. Mi aiutare a escludere ipotesi?

“Per risolvere la cecità ai rapporti di potere in Italia si può:

  • Diventare tutti Platinette, ma nera e senza soldi.
  • Trasferire il papa in un posto non meglio identificato in Lapponia.
  • Trasferire il fan club di Salvini sulla zattera della Medusa, e vedere come se la cavano con i banchi di sabbia al largo della Mauritania.
  • Renderci conto che la società in cui viviamo non ci rende individui neutrali, che i privilegi che abbiamo o non abbiamo sono influenzati da genere, classe e provenienza geografica.
  • Affondare l’Italia e farci un Acquapark“.

Ancora devo decidere qual è l’ipotesi più assurda, ma ricordate cosa dice il guru degli esercizi: a volte bisogna pensare a qualcosa di stupido, per uscircene con un’idea intelligente.

A giudicare da quanto leggo sui social, a ‘sto giro potrebbero pure darci il Nobel.

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lovewinsLo confesso: ci voleva Mad Men, prima stagione vista in ritardo, perché scoprissi il “gingolino” della campagna elettorale di Kennedy del 1960. Una cosa che fa un po’ sigla di Bim Bum Bam e un po’ canzone scartata allo Zecchino d’Oro. Ma, come sempre, il volpino Don Draper ci vede più lungo di me: per lui lo spot di Kennedy fa presa facile e fa pensare al ritorno di giorni felici. Tutto il contrario del faccione di Nixon che descrive le ripercussioni fiscali di un’eventuale vittoria dell’avversario. Sai che palle.

Morale della favola: si fa molto di più regalando una visione, che ragionando pacatamente su ciò che NON vorremmo. La felicità, per quanto utopica, fa molto più presa della paura.

Più di 50 anni dopo, non ho mai rivelato così spesso di avere un master e un dottorato in Studi di Genere, non perché mi abbiano dato mai ‘na gioia, ma per annunciare a chi ancora ci crede che la teoria del gender non esiste. E come tutti i parti della paranoia è inventata così male che ci avrebbe fatto sbellicare, coi compagni di master, nella sala mensa dell’Università di Manchester, davanti alla nostra brava jacket potato ripiena di ogni schifezza. Ma hai voglia di spiegare tutto questo (omettendo la jacket potato) su siti di fondamentalisti cattolici e genitori nel panico. Hai voglia di ragionare, fornire dati, confutare argomentazioni…

Niente, a dirmi che ero sulla strada sbagliata ci voleva il faccione di Obama, dopo la decisione della Corte Costituzionale americana di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso, in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

È stato leggendo le notizie che ho visto per la prima volta l’hashtag #lovewins. Confesso che ho pensato: e che è, la sigla di Mio Mini Pony? Cioè, semplifichiamo un concetto così importante per la vita di tutti noi con due parole da jingle pubblicitario?

Ovvio che sì! Cosa c’è di più semplice, sintetico e immediato di un’idea simile? Le spiegazioni sono sempre possibili, adesso bisogna dare una visione, un’immagine.

Quello che cercavo di fare io con trite analisi e dati (perfetti in un saggio, meno in chat), me l’ha sparaflesciato come inutile l’arcobaleno che ha invaso la Casa Bianca e, ovviamente, facebook.

Insomma, nel ’60 come nel 2015: inutile dirci cosa NON vogliamo essere, meglio parlare sempre di cosa vorremmo.

Anche nella vita di tutti i giorni.

Ripenso agli amici scaricati all’improvviso e alle loro ripicche un po’ ingenue, disperate: foto su fb che suggeriscano grandi conquiste, dichiarazioni sfrontate ad amici dell’ex, frecciatine assortite…

In questi casi, se lo scopo della nostra vita diventa vendicarci dell’ex, invece di trovarcene uno più stabile emotivamente, possiamo avere la nostra vendetta, ma non la nostra felicità.

Invece di passare il tempo a rosicare su rabbia e dolore, regaliamoci la speranza di una nuova vita.

“La teoria gender non esiste” è un messaggio che pretende razionalità su un argomento inculcato irrazionalmente, mediante paura e paranoia. Come l’idea che le ruspe risolvano la crisi o che i diritti di qualcuno vadano a ledere quelli di qualcun altro. Meglio dire “quello che combattete è lo stesso amore che state cercando voi, e vincerà lui, statene certi”.

Credo che, senza rifare gli orribili coretti di Kennedy, dovremmo riappropriarci della semplicità. E di un ottimismo che non sia più la finta utopia di imbonitori che ci infarciscono di scemenze per continuare a farsi i fatti propri, o la triste bugia che debellando chi è diverso da noi (“noi” chi, poi?) risolviamo tutto il resto.

Non c’è niente di meglio che una visione, per portare avanti un progetto. Immaginiamolo realizzato, immaginiamoci realizzati in quello. Non viviamo a partire dall’odio e dalla paura.

Puntiamo al coraggio e, per una volta senza riserve, alla ricerca della felicità.