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Uh, l’ultima volta è stata giusto un mese fa.

L’ultima volta che ho scritto sul blog, dico: vi invitavo a una presentazione. Una delle varie. Riprendo dopo un mese perché mi serviva una pausa, da tutto. Cosa ho imparato dal mio grand tour italiano?

Che i libri si vendono, pensate un po’. Sono prodotti come gli altri. È un’informazione ambigua che ci nascondiamo dai tempi di quel dignitario egizio che annoverava i papiri tra i beni materiali più preziosi in suo possesso: sono merce, si vende. Lo so, per me e per voi sono molto altro. Ma sono anche quello, e le case editrici sono aziende: dunque la ballerina ex GF vende più di me anche se non scrive per mestiere. E va bene così.

Una libraia a Monza mi ha suggerito di piazzare i miei romanzi come se fossero stati saponette, impalata all’ingresso a presentarmi ai clienti: dovevo convincere la gente che il mio prodotto era vincente. Non ha detto proprio così, ma il messaggio era quello. Taaac.

Io dico solo: perché essere multitasking per forza? È una trappola: io i libri li scrivo, la libraia taaac dovrebbe venderli. Meglio pensare all’amica che ha mollato tutto per venirmi a fare da relatrice al Salone del libro.

Per combattere in me la libraia, le piaghe ai piedi del Salone del libro, e la colica notturna che mi è venuta a Torino, adesso sto lavorando a quattro manoscritti. È uno sfogo, non so quanto durerà, e mi è consentito dal fatto che ogni manoscritto è a uno stadio differente: completo ma da rifinire, seconda revisione, prima bozza ma quasi finito, prima bozza ma appena iniziato. A volte li alterno.

Sento che questo è il mio mestiere. Lo svolgo ogni mattina, e ora ogni pomeriggio perché ho mandato al diavolo quel brutto corso di psicologia: troppi soldi per ciò che offriva in realtà. A volte mi è stato insinuato che non potevo definirmi una scrittrice, come una dilettante che spennella tele due volte al mese non si può considerare una pittrice. Io penso che potrei essere una pessima scrittrice, chissà, ma di certo non faccio altri mestieri, a ben vedere non faccio altro: è un privilegio, e un continuo vivere nella mia testa. “Vedo la gente personaggio!” (semicit).

Stamattina scrivevo in un bar col wifi: era il più autobiografico dei miei manoscritti. Dovevo spiegare perché, quando ascolto Mr. Brightside dei Killers, mi si accelera il respiro, mi porto una mano al petto e, se sto parlando con voi, vi sorrido con un po’ d’imbarazzo e spero di non urlare. Spoiler: c’entrano le circostanze in cui ho ascoltato la canzone per la prima volta (il corso di psicologia è servito a qualcosa!).

Sì, ma bando alle spiegazioni: come ve lo faccio sentire, tutto ciò? Come vi faccio entrare nella mia testa mentre sto avendo questo mini-attacco di panico?

Beh, rivivendolo io, che nel bar mi sono immedesimata in quel primo ascolto, e ci ho perso il respiro intanto che continuavo a battere sulla tastiera. Che è una novità recente: un manoscritto così lo scarabocchio prima su un quaderno, con la faccia che… bimba dell’Esorcista, scansate proprio.

Sarò riuscita, adesso, a rendere l’idea sul foglio Word? Questo me lo direte voi.

Niente paura, non cercherò di vendervi il risultato come se fosse una saponetta.

Salutando il barista molisano gli ho augurato buona giornata e buon lavoro.

Lui, che mi vede sempre in simbiosi col computer, ha risposto: “Buona giornata e buon lavoro anche a te”.

Ho sorriso: sì, buon lavoro. Il mio lavoro. Ci vuole ottimismo.

Sarà che sono Ms. Brightside.

Image result for dona un libro alla pediatria di macerata L’idea per cominciare bene l’anno non mi è stata servita su un piatto d’argento, ma su una parete della Feltrinelli di Macerata.

L’ospedale locale raccoglieva libri per i bambini del reparto pediatrico, e non ho potuto fare a meno di pensare al mio romanzo, che presenterò in paese giovedì prossimo. Ora, l’ex leucemica Anna è un personaggio inventato, di una storia non autobiografica: lo sottolineo per smentire equivoci recenti che mi vorrebbero alta, magrissima e incazzata col mondo, come la protagonista Fatima (e almeno due delle tre caratteristiche sono palesemente estranee alla mia persona!). Ma è vero quello che Anna racconta a Fatima, sulla sua malattia: una storia di corse contro il tempo, di comunioni fatte quando già sembri una sposa, e di capodanni passati in ospedale a bere qualcosa di analcolico al gusto pesca.

Alle piccole Anna maceratesi avrei voluto regalare Rodari, quello che non riesco a leggere senza commuovermi quando racconta le peripezie di Giacomo di Cristallo: è un ragazzino colpevole di essere trasparente e poter “pensare” soltanto la verità, anche quando il tiranno locale lo sbatte in galera. In mancanza di quello, tra i libri disponibili c’erano tante storie di animali domestici – le altre specie, a occhio e croce, devono avere qualcosa di antipatico, ma era comunque un buon inizio.

La libraia ha fatto qualcosa che è la seconda Feltrinelli – e la terza libreria italiana – che mi succede. Quando le ho spiegato di non avere la tessera di fidelizzazione perché non vivo in Italia, ha commentato: “Beata lei! Specie di questi tempi…”. E ha aggiunto: “Una vita fa adoravo la Spagna“. Al che non ho replicato con i soliti distinguo tra Spagna, Catalogna e Barcellona, che poi è un mondo a parte: riservo tutto questo a un altro romanzo, che se tutto va bene vedrà la luce quest’anno.

Ho spiegato invece che sto cercando d’imparare questa difficile arte di raccontare storie, e che spero sul serio di potere, un giorno, presentare un testo proprio in quella libreria. L’altra ha annuito, poi è stata un po’ soprappensiero, come se stesse cercando qualcosa nella sua testa.

“Suerte!” si è ricordata infine. Buona fortuna.

Credo che finora sia stato il miglior augurio di anno nuovo.