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“Buon Sant Jordi, dolcizza! (sic)

Grazi (sic) per il libro. Tu non troverai niente al risveglio, ma… in un luogo fresco, in cui a volte si conservano elastici e caramelle, scoprirai cose belle e rinfrescanti.”

Il frigorifero. La soluzione all’enigma inviato per WhatsApp era “il frigorifero”: ogni tanto, il compagno di quarantena ci nasconde le sorpresine più assurde. Certo, non uguaglierà mai il suo connazionale Kit Harington, che ha fatto trovare all’attuale moglie una testa mozzata, infilata tra un’arancia e il vasetto del burro. Ma quello era un pesce d’aprile, mentre oggi è Sant Jordi: dunque, oggi mi toccavano un libro e una rosa.

Mi spiace pure un po’: la rosa gli sarà costata più del libro (che già aveva, l’ho riconosciuto!), ma dev’essere sceso in fretta a comprarla stamane, quando ha visto che, sullo zaino con cui esce al mattino, gli avevo lasciato la versione inglese del Piccolo Principe. Chi minchia regala Il Piccolo Principe a un trentenne inglese? Appunto. L’ho fatto proprio perché voleva essere un simbolo, visto che lui mi aveva confessato di non aver mai letto l’opera: era giusto per non far passare inosservata la ricorrenza.

Già, perché questo è il secondo Sant Jordi “strano”: mai come quello dell’anno scorso, che si è tenuto a luglio, ma comunque… Vi ho già spiegato le mille variabili del vero San Valentino catalano: fanculo al libro per gli uomini e la rosa per le donne, facciamolo al contrario, anzi, facciamo entrambi i regali a chiunque! Oppure, fanculo alla leggenda di San Giorgio che ammazza il drago per liberare la principessa: in realtà è stata la principessa a stecchire ‘sto santo inopportuno, magari per salvare il povero draghetto. Anzi, Sant Jordi in realtà era Santa Jordina. Macché, facciamo così: stanca di principi azzurri stinti, la principessa si avvicinò al drago e gli chiese, “Hai da accendere?“. E vissero felici e mangiarono pernici… anzi, no, mangiarono ceci! La tipica rima iberica che conclude le fiabe è stata stravolta così, proprio oggi, da una pagina vegana.

Perché vivo in un posto in cui, nonostante gli alti e bassi e i problemi enormi, il finale si può sempre riscrivere. Buone notizie: è una caratteristica esportabile.

A proposito di pagine vegane, infatti, leggo solo oggi che Carlotta di Cucina Botanica, la mia spacciatrice di ricette vegetali in italiano, festeggia il mezzo milione di utenti che la seguono. Solo due anni fa, ricorda lei, la sfottevano in paranza per la sua scelta etica. Adesso, invece, è la più seguita in Italia nel suo genere! E, se ho capito bene, lei viene dal mondo della moda: che modo fantastico di riscriversi!

E voi, avete in mente qualche colpo di scena per la vostra vita? Magari uno che sia più felice di quelli imposti da una pandemia. Sant Jordi si è dovuto reinventare in continuazione: durante il franchismo è stato privato di libri in catalano, e il primo anno di pandemia è stato posticipato alla stagione delle ciliegie. Quest’anno festeggeremo in mascherina, ma il nostro santo preferito è ancora qui ad aspettare un’altra riscrittura, un nuovo finale. Mentre scrivo queste righe, là fuori stanno acquistando per l’ennesima volta il romanzo di Montse Roig che mi ha ispirato il personaggio di Pepita, e che racconta di quando le spagnole dovevano andare ad abortire a Londra. E noi lo leggiamo ancora, il 23 aprile del 2021, per assicurarci che non succeda mai più. Né in Catalogna, né in Italia. Ma non guardiamo solo alle cose brutte: qui vanno forte anche i libri di Noemí Casquet! Perfino a me, che sono monogama di fatto, sembra interessante valutare il poliamore come alternativa al ritrito “ancora non ho trovato la persona giusta“, specie se non ci viene spontaneo vivere una relazione senza abbuffare di corna il prossimo!

Ho intravisto anche un libro che mette a confronto l’indipendentismo catalano e quello scozzese, ma non oso regalarlo a nessuno, o alla prossima occasione mondana (prima o poi ce ne sarà pure una!) voleranno bicchieri di Brugal o di Macallan, che costa pure assai. Di fatto, però, questa e altre questioni sono sempre sul piatto, nella mia terra d’adozione: una terra, ripeto, in cui ho trovato lo stimolo costante a riscrivere la mia vita, a cambiarla quando mi è sembrato necessario. Senza le paure che avrei avuto altrove, dove i condizionamenti sociali sono più forti.

Riscriviamoci, dunque, se ci sembra utile e giusto. Rifiutiamo una volta per tutte di liquidare il cambiamento con un trito: si è sempre fatto così.

Sì, è vero, si è sempre fatto così. Fino al giorno in cui non si è fatto più.

El pequeño comercio afronta la campaña navideña con 11.000 ...

Da elindependiente.com

Insomma, mi pare di capire che giocherà il Napoli a Barcellona!

Scherzo, e sono tutto tranne che snob sulla squadra che mi ha portato a fare caroselli negli anni ’80 fuori dal mio orario di nanna: è che, dalla mia Grossa Crisi ai pensieri da quarantena, la passione per il calcio mi è andata scemando assai.

Ho avuto invece una visione che manco Rose in Titanic: la Rose novantenne, dico. Passando fuori uno dei tanti locali che non hanno più riaperto, attraverso la vetrata piena di polvere ho intravisto quei tavolini fighetti concentrati tutti sul bordo della sala, in modo che ci fosse spazio per ballare. Allora mi sono ricordata il casino che c’era l’anno scorso, quando in un tentativo di darmi ‘na botta de vita (mondana) ero finita a sentire un concerto presentato ambiziosamente come di bossanova. Circondata da donne brasiliane di ogni età e taglia (solo il colore generale era sul pallidino andante), m’ero vista esplodere intorno una samba collettiva che mi aveva intimidito pure nel rumorino minimalista che facevo col piede destro, sperando di andare almeno a tempo.

Intorno al bancone ora deserto e sgombero, un biondino spagnolo svelava alla mia nuova amica sudafricana, ma nata in Polonia, quale fosse davvero la sua nazionalità (lui lo sapeva meglio di lei!), e fiumi di birra consolavano delle danze mancate tutta la gente biondiccia affetta da SCN: Sindrome del Culo Nordico, termine coniato sul serio da un amico che sosteneva di non poter muovere i fianchi per via della sua nazionalità.

Per fortuna, il bar de tapas vicino a quel deserto sembra in ottima forma.

È in liquidazione, con sconti “fino al 70%”, il negozio fighetto i cui vestiti mangiavo con gli occhi ogni volta che ci passavo, scoraggiata poi dai prezzi a tre cifre (e la prima non sempre era 1). Vado a fare l’avvoltoiA?

È che, con buona pace degli accademici della crusca (o accade-machi? ah ah ah), sto declinando al femminile anche termini come “Megafona”: chiamo così la simpaticissima signora che, dall’attico a sinistra della mia finestra, lancia urla belluine e si scompiscia con tre comari in un orario che non supera mai le sette e un quarto di mattina.

Era col pensiero a quella sveglia obbligatoria, e tutt’altro che desiderata, che venerdì notte sollecitavo ancora il mio coinquilino a girare un piccolo video di presentazione di Una via dritta, visto che lui aveva giocato un ruolo chiave nella stesura del romanzo. Ma, quando gliel’avevo accennato per la prima volta nel tardo pomeriggio, non c’eravamo capiti sullo svolgimento della presentazione. Lui pensava a “una chiacchierata informale”, da registrare (senza video) solo per poterla poi stendere per iscritto. Con quell’equivoco in corso, c’eravamo sparati prima una cena georgiana, in un ristorante che sembra godere di ottima salute nonostante i prezzi: tanto ha una folta clientela russa e un cameriere che all’improvviso comincia a ballare, con tanto di copricapo peloso! Al ritorno, il coinquilino tergiversava ancora, ignaro di ciò che lo aspettava, e si era insospettito solo quando mi aveva visto cercare la palette per gli occhi, ravviare i capelli asfaltati dall’afa… Quando ha capito, era troppo tardi. Il primo tentativo di registrazione è andato a vuoto per difficoltà tecniche (ho il cellulare dei Puffi, che volete?) e al secondo era fritto il coinquilino. O magari bollito, data la temperatura.

Allora, visto che ormai quel po’ di trucco era messo, e avevo sudato un’ora in più del previsto nel vestito decente (figuratevi gli altri!), mi sono ricordata delle tante donne che in un momento difficile hanno dovuto prendere decisioni in fretta, e tra tutte, scienziate o autrici o donne politiche, ho scelto di invocare… Reese Witherspoon! O meglio, la sua mamma che, con un accento della Louisiana, la esortava: “Se vuoi che si faccia qualcosa, tesoro, fallo tu stessa!”.

Il risultato è questo e, anche se i margini di miglioramento sono infiniti, francamente pensavo peggio.

 

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Un momento della mia conversione, dopo il biasimo di Padre Metelli (feat. Guido Cagnacci)

Stamattina, nel dormiveglia, ho visto una chiesa.

Mi era familiare, doveva essere una delle tante del quartiere: dalle parti di casa nuova, il Gotico cambia faccia. Nel dormiveglia mi sono chiesta come facessi a tornare da questa chiesa a casa mia: già ero pronta a studiarmi un percorso, che immaginavo come una linea rossa stile Google Maps (so che lì è blu, ma la mia era rossa, vabbuo’?).

Poi mi sono resa conto che a casa c’ero già.

Per la precisione ero in un letto di casa – non il solito, sono giorni che faccio e disfo letti in cui non sarò io a dormire – e non avevo bisogno di tracciare nessun percorso per tornarci. Amen.

Insomma, dopo anni di Jung, massime zen, e discorsi sulla felicità che è ben nascosta nel cuore degli uomini, l’unica domanda è: perché mi sbatto a trovare la strada di casa, se a casa ci sono già?

E devo dire che, senza filosofare troppo, si applica a molti campi.

Per esempio, d’ora in avanti il re di Svezia smettesse di rincorrermi con ‘sto Nobel per la letteratura! Ormai l’apice della mia carriera letteraria l’ho raggiunto: La bambina scartata è stata stroncata da Padre Aldo Metelli! Come, chi? Quello che biasima i peccatori, per conto dell’Associazione “Beato Bartolomeo Camaldolese”.

Vi lascio col momento più importante della mia vita di scrittrice:

 

L'immagine può contenere: una o più persone, vestito elegante e spazio al chiuso

Dal Facebook di Napoli VHS

In realtà, in questo passaggio del discorso agli Oscar, Ms. Germanotta faceva un po’ papa Giovanni:

E se siete a casa, seduti sul divano a guardare proprio adesso, tutto quello che ho da dire è che questo è il frutto di duro lavoro. Ho lavorato duro per tanto tempo, e non si tratta, sapete, non si tratta di vincere. Si tratta di non arrendersi. Se avete un sogno, lottate. C’è una disciplina per la passione. E non si tratta di quante volte siete respinti, o cadete, o siete calpestati. Si tratta di tutte le volte che vi rialzate, avete coraggio e andate avanti. Grazie!

(Ho tradotto a sentimento, eh, a fare l’interprete all’ONU mi chiamano un’altra volta.)

Ora, io gli Oscar non avevo capito che fossero quattro giorni fa, proprio perché ero alle prese con quella storia della disciplina per la passione: ieri scadeva uno di quei concorsoni letterari impossibili-ma-ci-provo, e da una settimana passavo notte e giorno a correggere le 200 pagine del romanzo nuovo (221, se invece di accecarmi avessi messo interlinea 16). Il problema è che l’avevo cominciato a scrivere solo il 5 gennaio.

Intanto erano pure ripresi i corsi d’italiano che impartisco, ma vabbe’.

Se avessi saputo degli Oscar avrei tifato a prescindere per l’amore della mia vita, che come sapete è il mio quasi-concittadino Viggo Mortensen (bello che a Barcellona si sia concittadini anche se si è non di due paesi diversi, ma di 20.000, e lui ci mette gli altri 19.999).

Comunque, nelle pause dalla revisione e dalla wok da asporto (finché non ho attivato io la vaporiera, e a momenti mi daranno la cittadinanza cinese), vedevo i meme che “friendzonavano” la nostra Lady Gaga al cospetto della moglie di Bradley Cooper. Si sa, una può vincere Emmy, Oscar e Golden Globe, ma il problema è che sia “cessa” rispetto a Irina Shayk, come i 9/10 dell’umanità. A questo punto risparmio il lavoro ai bulli che l’avevano fatto con Stefani Germanotta e mi vado a buttare nella monnezza da sola.

Vi scrivo tutto questo perché mi ha divertito beccare il discorso di cui sopra verso le undici di sera, quando mi restavano almeno altre due ore di correzioni e cominciavo a vedere la Madonna di Montserrat, che m’invitava piuttosto a un pellegrinaggio da lei. A seguire il ragionamento di Lady Gaga sarebbe stato da credere che, per come mi sto sbattendo, per il casino che ho fatto per potermelo permettere, per quello che ho perso strada facendo, mi danno un Nobel per la letteratura che Bob Dylan scansati.

E invece non è così.

O non dev’esserlo per forza: puoi sbatterti quanto vuoi e restare comunque a bocca asciutta. Chiedetelo a tutte le sorelle di Shakespeare del mondo, specie a quelle arabe che pretendono di arrivare a noi senza scrivere solo di oppressione. Oppure agli scrittori a cui non sono degna di allacciare i calzari (ma di solito portavano scarpe rotte), e che sono morti soli e squattrinati, e li abbiamo scoperti solo dopo. Buonaseeera…

Quindi non voglio contraddire l’unica artista che mi abbia commossa sulla fiducia con l’inno americano – nonché regina delle icone gay dopo Raffaella: ha detto tante cose vere. L’importante è lavorare duro, disciplinare la passione, e rialzarsi.

Ma c’è una cosa molto più importante da accettare: che si può fare tutto questo, e comunque non riuscire. E una cosa ancora più importante: capire che va bene lo stesso.

Nel senso un po’ socratico che vivere una buona vita è di per sé il premio, che ci sia o meno un aldilà felice, o un assegno non restituibile per i diritti d’autore. E per chi vive d’arte, o d’amore, o anche di cartellini da timbrare se si è orgogliosi del proprio lavoro, un gran premio è amare quello che si fa.

Vincere quell’altro, di premio, mi aiuterebbe un po’ con le note tasse sulla casa, quindi, se proprio non sanno a chi darlo, presente. Però è vero che in questi giorni di correzione, definizione delle personalità, e tanti, tanti tagli ho conosciuto meglio i miei personaggi, questi scarabocchi in un bar che sono diventati poi refusi su Word, e ora occupanti fissi dei miei pensieri. E pure della mia casa, a giudicare dal casino che ho lasciato in giro in questi giorni.

Intanto, quei poveracci dei vicini mi possono sentire sotto la doccia, piccola Archimede 2.0 a un secondo dall’aprire l’acqua, mentre caccio un Eureka tipo: “Oh, cazzo! Posso presentare la protagonista attraverso i suoi dati sul curriculum!”.

Se nessuno chiama un’ambulanza a prendermi, questo la dice lunga su quante cose in cielo e in terra abbiano visto i miei vicini a Barcellona.

Image result for dona un libro alla pediatria di macerata L’idea per cominciare bene l’anno non mi è stata servita su un piatto d’argento, ma su una parete della Feltrinelli di Macerata.

L’ospedale locale raccoglieva libri per i bambini del reparto pediatrico, e non ho potuto fare a meno di pensare al mio romanzo, che presenterò in paese giovedì prossimo. Ora, l’ex leucemica Anna è un personaggio inventato, di una storia non autobiografica: lo sottolineo per smentire equivoci recenti che mi vorrebbero alta, magrissima e incazzata col mondo, come la protagonista Fatima (e almeno due delle tre caratteristiche sono palesemente estranee alla mia persona!). Ma è vero quello che Anna racconta a Fatima, sulla sua malattia: una storia di corse contro il tempo, di comunioni fatte quando già sembri una sposa, e di capodanni passati in ospedale a bere qualcosa di analcolico al gusto pesca.

Alle piccole Anna maceratesi avrei voluto regalare Rodari, quello che non riesco a leggere senza commuovermi quando racconta le peripezie di Giacomo di Cristallo: è un ragazzino colpevole di essere trasparente e poter “pensare” soltanto la verità, anche quando il tiranno locale lo sbatte in galera. In mancanza di quello, tra i libri disponibili c’erano tante storie di animali domestici – le altre specie, a occhio e croce, devono avere qualcosa di antipatico, ma era comunque un buon inizio.

La libraia ha fatto qualcosa che è la seconda Feltrinelli – e la terza libreria italiana – che mi succede. Quando le ho spiegato di non avere la tessera di fidelizzazione perché non vivo in Italia, ha commentato: “Beata lei! Specie di questi tempi…”. E ha aggiunto: “Una vita fa adoravo la Spagna“. Al che non ho replicato con i soliti distinguo tra Spagna, Catalogna e Barcellona, che poi è un mondo a parte: riservo tutto questo a un altro romanzo, che se tutto va bene vedrà la luce quest’anno.

Ho spiegato invece che sto cercando d’imparare questa difficile arte di raccontare storie, e che spero sul serio di potere, un giorno, presentare un testo proprio in quella libreria. L’altra ha annuito, poi è stata un po’ soprappensiero, come se stesse cercando qualcosa nella sua testa.

“Suerte!” si è ricordata infine. Buona fortuna.

Credo che finora sia stato il miglior augurio di anno nuovo.

 Prima di raccontarvi il mio trasloco – che ovviamente è stato tragicomico – vorrei accennare a quello di Fatima e Anna, passate da un quadernone sballottato tra una casa e l’altra a un ebook che racconta la loro storia, in attesa che venga stampata.

Anche se almeno Fatima ci è abituata (vedi titolo), non è stato carino da parte mia trascurarle così a lungo: ma oggi è un anno dal referendum catalano, e in questi mesi la mia energia è andata tutta a tre italianini che, stavolta in un documento Word, hanno avuto la sfiga di ritrovarsi davanti a un seggio caricato dalla polizia, e la fortuna di salvare un’anima bella. A quanto pare, però, a loro è più difficile affezionarsi: sono troppo “politici” e parlano tanto. Spero di riuscire a rimediare almeno sulla loquacità.

Fatima e Anna neanche scherzano, eh, anzi: i loro litigi sono la parte che più mi diverte, della loro convivenza improvvisata. Perché anch’io vorrei, in circostanze più amene di un lutto in famiglia, conoscere l’altra me: quella che sarei diventata se a quel bivio avessi preso un’altra strada, o se i casi della vita non mi avessero piazzata in quella situazione speciale. O tragica, come nel caso delle donne meravigliose che mi hanno aiutato a dare vita ad Anna.

Se scrivete vi sarà capitato questo: di finire un testo e non ricordare cosa abbiate raccontato, come se non fosse opera vostra. Ecco, quando mi succede so di aver fatto la cosa più importante: di aver smesso di parlare di me, di aver dato ai miei personaggi la libertà di abbandonarmi.

Lo faccio anche ora con queste stralunate compagne di viaggio, sperando arrivino dove non riesco io.

Cocktail verde con ombrellino: Midori sour, a base di liquore al melone

Da winedharma.com

Non “se”: il punto è “perché”, sono felice.

Grazie al ca’, direte voi: è agosto, e perfino la tua alunna più secchiona è attaccata come una cozza a uno scoglio o a un ventilatore.

Ok, ma per essere felici non basta NON fare qualcosa (tipo lavorare per due soldi). Anche se in effetti aiuta scrollarsi di dosso i progetti iniziati in modo leggero, e finiti tipo a ristrutturare la Grande Muraglia.

Vi do un indizio: si tratta di FARE, qualcosa.

No, ancora non ho comprato quella reggia sul mare con amaca in terrazzo, e Kim Rossi Stuart ignora sempre la mia esistenza (a meno che non ricordi con fastidio la quattordicenne che s’infilò dietro le quinte di un suo spettacolo…).

Per fortuna, però, sono diverse le cose che ci rendono felici, e una o due sono a portata di mano.

Oggi ho le prove che farne una ogni giorno cambia la vita, in meglio.

Perché sto scrivendo ogni giorno: mi costruisco da me i mondi che voglio abitare. Oppure metto su mondi orribili e ci mando ad abitare altri, che m’invento di sana pianta. La cazzimma dà le sue soddisfazioni.

Poi chiudo il quaderno o il foglio Word, e guardo un po’ in faccia il mondo mio: vi assicuro, ci guadagna. Di sicuro ci guadagna anche il bar dove vado a prendermi bibite sovrapprezzo intanto che scrivo tutta ‘sta roba! Ma sono soldi ben spesi: è una reazione a catena.

Infatti torno a casa più contenta, e più paziente verso mio padre, che quindi evita di chiedermi per la quinta volta come si dica “momento” in spagnolo (spoiler: si dice uguale). Allora mamma, non sentendoci litigare, sopporta meglio il caldo di questi giorni. Così non si mette a cacciare le farfalle che hanno trasformato la mia cucina in un luogo d’appuntamenti, e circolano in lussuriosi rombi a due teste che sfuggono ai nostri tentativi di fare da buoncostume.

Inso’, se anche uno solo di noi fa quello che ama, stanno tutti meglio, farfalle arrapate comprese: come suggerisce nonno Watzlawick, se introduci un elemento nuovo, l’intera situazione cambia.

Adesso tocca a voi.

bastian Quando seguo tante storie, è perché ho perso il filo della mia.

I romanzi che leggo, Netflix… Tutto ultimamente mi rievoca il fantasma della mia remota dipendenza dalle storie altrui, prima di carta, poi di pixel.

Premetto che non m’impasticcavo, ma quando entravo nella mia “cameretta” in paese vedevo tutti quei libri di fronte a me come altrettante porte per universi paralleli, pronti ad aprirsi a comando quando ci fosse stata un’emergenza nell’universo mio.

Come i fantasmi del Natale di uno famoso, questo mondo di storie mi prendeva e mi portava via da una vita che non tanto doveva piacermi. Per cui, invece di pensare a me, finivo per affezionarmi di più a lontane principesse, poi a ragazze perdute lawrenciane, passando per adolescenti con problemi di punteggiatura. L’ho fatto perfino coi cartoni animati, in un’epoca in cui non stava bene guardarli dopo i 13 anni. O, di nascosto a mia madre, con certe telenovelas latine che mi causavano la stessa dipendenza di recenti successi letterari un po’ più arzigogolati.

Tutto pur di non soffermarmi sulla mia, di storia. Perché? Ovvio. Perché la mia storia non ha né capo né coda. L’unica caratteristica che avrei potuto copiare da qualche testo era il narratore in prima persona, e manco onnisciente! E poi, nessuna delle vicende che mi riguardavano finiva una volta per tutte in un’ultima frase poetica. Tutto si smacchiava nei giorni, come una patacca di pizza sulla maglia bianca appena comprata. Roba che a dimenticarmene per un po’ o mi chiedevo che ci facesse ancora là, quella traccia di un incidente remoto, o mi sorprendevo a trovare la stoffa così bianca da scordarmi quasi che qualcosa, un tempo, ne avesse rovinato le pieghe.

Quando lo feci io, il cambio di scenario (andando all’estero), diedi un’altra possibilità alla mia, di storia. Non è necessario, come colpo di  scena. Diciamo che a me ha aiutato.

Mi trovai giocoforza a dare più spazio alla quotidianità da riscrivere ad altre latitudini e da riscoprire, perciò, nell’esercizio quotidiano. Quindi abbandonai un po’ i romanzi, e in un periodo storico pericoloso, per farlo: quello delle tentazioni online, sempre più insistenti, delle storie da scaricare e guardare, ascoltare, leggere dappertutto. Aspettavo solo di assaggiarle, come la lezione di Storia commestibile al gusto granatina di una favola di Rodari. E siccome intanto scoprivo la cucina indo-pakistana, nelle sue curiose varianti inglesi, mi successe un po’ anche questo: di mangiarmela, la Storia, nelle sue contaminazioni speziate.

Insomma, quando inseguo le storie è un po’ che ho perso la mia. E nun me piace, s’adda cagna’.

Infatti sono ottimista. Comincio a recuperare la buona abitudine di portarmi nella mia giornata i protagonisti di quelle altre storie. Di diventare sul serio un po’ loro, di farli entrare nel mio mondo come io entro ogni giorno, da intrusa guardona, nel loro. Allora divento la protagonista post-atomica di qualche romanzo per ragazzi che pure leggo, contenta di aver risvegliato la sua sosia assopita in me. Oppure riconosco in qualche mia vigliaccheria i suoi diretti antagonisti, che pure porto dentro.

Credo che questo sia il modo migliore di affrontare le storie altrui: portarle dentro. Sottopelle, proprio. Ti risolve la giornata.

E poi è più pratico di Kindle.

Grandi Jackal

Solo una cosa: se a uno lo sfottono tutti, alla fine lo votano.

Come il Grande Fratello: se c’è una concorrente sfigata, vincerà quella. Non credo che i due fenomeni siano separati, in un mondo in cui se nasci in una famiglia povera difficilmente arriverai alla corona inglese in due generazioni (come è successo a una tizia ultimamente). Se chi ha studiato e si crede intelligente comincia a sfottere selvaggiamente un personaggio pubblico impresentabile, che sia un televoto o una berlina mediatica, o un’urna elettorale, scopri che per la maggioranza dei votanti quello fosse la vittima e i “professoroni” i carnefici.

È un topos eterno: la rivincita dello scornato sui suoi assalitori. Una storia che va da Giobbe a Ulisse, anche loro non proprio dei poveracci.

Mentre in tanti seguivano quella fiction in diretta che erano le elezioni americane, io l’avevo abbandonata in mancanza di qualcuno per cui “tifare” (per il meno peggio non mi disturbo), e stavo guardando una serie vera: The People vs O.J. Simpson.

Un processo per duplice omicidio che è diventato uno scontro tra storie.

La pm era così sicura che i fatti parlassero da sé che ha puntato tutto su quelli. Sul DNA delle vittime. Sul guanto dell’assassino, che Cuba Gooding Junior indossa con uno sforzo ben più credibile, rispetto all’O.J. che ha imparato a recitare nei film con Leslie Nielsen.

E invece l’avvocato della difesa, l’attivista afroamericano John Cochran, su cosa ha puntato? Su una storia altrettanto vera, orribile, sacrosanta da raccontare: quella dei diritti dei neri, calpestati da sempre, calpestati ancora, in America e altrove.

Tra due storie ha vinto la migliore, quella con pochi fatti correlati al delitto in questione, ma con secoli di tradizione.

Cosa ci ricorda? A me l’avvocato nero (ma di madre bianca) che finisce dall’essere scambiato per un cameriere a diventare il primo presidente afroamericano. Partendo da una campagna per le primarie (contro quello squalo di Hillary Clinton), fatta di incontri in piccole stanze e biscotti sfornati da sostenitrici sempre più numerose. E gli abitini da grande magazzino di Michelle, presto imitata dalle principesse europee di origine borghese. Non si leggeva niente di così avvincente dai tempi di Cenerentola.

Vincono le storie. Anche “noi che abbiamo studiato” veniamo da un altro mito, ripetuto così spesso da diventare realtà: i libri insegnano la vita. E la bontà. Come sapevano quei condottieri romani che recitavano Omero a memoria, mentre facevano il deserto e lo chiamavano pace.

Visto? Vincono le storie.

E allora smettiamo di fingere che i fatti bastino, e proviamo a raccontare quelle.

Ma che siano storie che ci aiutino a capire. Come quelle raccontate ai bambini a scuola contro il razzismo, prima che i loro genitori insorgano contro il compagno rom. O quelle che insegnano loro a non avere mai paura né vergogna di quello che sono e che amano, prima che vengano proibite perché costituiscono il nuovo babau: il GENDER.

Proviamo a capire le paure che portano a votare un impresentabile se dall’altra parte c’è l’esponente di egemonie rivoltanti, sostenuta da un’intellighenzia complice.

Il mio bisnonno, operaio socialista che scioperò quando scomparve Matteotti, credeva nell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, ma diceva: “‘E libre so’ comme ‘e muntagne”.

È il caso di smetterla di trincerarvisi e di calare qualche corda, non trovate?

Oppure ci faremo sempre la guerra.

E vincerà il peggiore.

paginebiancheÈ da un po’ che ogni volta che finisco un quaderno, un’agenda, un diario, mi accorgo sempre di aver lasciato due pagine bianche alla fine, giusto prima dell’ultima pagina.

L’ho fatto pure con l’agendina di un amico, che me l’aveva prestata perché appuntassi un bel testo che mi dettava. Alla fine, strappando i fogli dall’agenda, mi sono accorta di avergliela decimata.

Io capisco che, a questo punto, lo sticazzi sia in agguato. Ma ultimamente sono più strana del solito e cerco un perché a tutte le cose, come se non avessi imparato abbastanza che sapere i perché non serve a niente.
Irriducibile, sono andata su google e ho cercato in varie lingue “lasciare le pagine in bianco”. Non ho trovato una ceppa di spiegazione, ovviamente, ma il testo più carino era in inglese, una complicata descrizione su come ottenere pagine bianche da un documento digitale, “per iniziare un nuovo libro”.

Allora ho pensato che stessi cercando di fare la stessa cosa.

Sto scrivendo un libro di pagine bianche.

Prima e dopo c’è la strage di parole, i miei dubbi pensieri ossessioni e i soliti perché, perché, perché.

Poi giri pagina e ti ritrovi questo bianco perfetto.

La giri ancora e c’è l’ultimo peana a una ragione che mi serve ogni giorno di meno.

Ma il libro delle pagine bianche si fa strada imperterrito, col suo bianco perfetto, tra i fiumi di inchiostro e parole, beandosi della sua intonsa quiete.

No, qui sbaglio. Quiete non so, c’è bianco e bianco. E non mi riferisco solo ai quaderni in carta riciclata di Fnac, o alle setosità inedite di qualche agendina di lusso comprata per capriccio.

È proprio la qualità del non-testo a cambiare agenda dopo agenda, mese dopo mese.

Mi piacerebbe imparare a decifrare il mio libro delle pagine bianche, l’inchiostro simpatico che immagino contenga la mia vita e la vostra e tutti i perché che possiamo immaginare per trastullarci invece di vivere.

Ma comincio a pensare che non me li svelerà mai.

O forse comincio sul serio a sperarlo.