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Lo scenario che ho trovato dietro la lavatrice

Ci sono due modi di raccontare questa storiella, ma io scelgo il terzo che non c’è: il mix tra lo “Sticazzi” e il “Miracolo! Miracolo!” (che poi, come insegna Lello Arena, c’è miracolo e miracolo).

Era il mio ultimo pomeriggio a Marsiglia, e, anche se i cosmetici me li produco da me, per una volta mi ero concessa di comprare un correttore e due rossetti in una catena più affidabile di altre.

Immaginatemi davanti allo specchio del bagno, i capelli sciolti perché ho perso di nuovo la pinza (non mi ero portata elastici!), mentre mi accorgo che prima del mio volo mi dovrei procurare un nuovo sacchetto per i liquidi: quello verdolino per congelare gli alimenti, che per di più esibisce tronfio la scritta “IKEA“, è troppo piccolo per contenere anche i nuovi acquisti. Sono un po’ preoccupata: vicino casa non ho visto bazar che vendano queste cose, e non voglio passare il mio ultimo giorno lì a cercarne uno. Però non voglio neanche litigare con qualche addetta ai controlli dal forte accento marsigliese.

Un minuto dopo aver pensato tutto questo, riesco a far cadere il cellulare dietro la lavatrice incassata in un angolo del bagno, e sormontata da una mensola: ovviamente, il triplo salto carpiato lo mette in una posizione che neanche David Gnomo potrebbe raggiungere.

Non mi resta che spostare la macchina infernale, abbastanza da potermi infilare tra il tubo di scarico e la parete.

Nell’operazione recupero: tre chili di fuliggine, un elastico per capelli, un calzino nero, e un sacchetto trasparente per liquidi di quelli che si usano negli aeroporti.

Per fortuna recupero anche il cellulare, e poi ingaggio la lotta furiosa con la lavatrice per rimetterla al suo posto, pregando gli dei che ho bestemmiato trenta secondi prima perché non mi facciano rigare il finto parquet, o bye bye caparra.

Ma voi, che siete più svegli – e meno sudati – di me, avete notato qualcosa, vero?

Ebbene sì. All’improvviso, ho il mio sacchetto per i liquidi. Trasparente e non verdolino, e abbastanza capiente per i nuovi acquisti. Una buona lavata e posso usare sia quello che l’elastico, alla faccia della pinza. Ok, a casa mi mancherebbe un calzino uguale a quello recuperato, ma su quello decido di soprassedere.

Come dicevo sopra, questa storia si può raccontare in due modi. Un amico guru direbbe: “Hai fatto una richiesta all’Universo, e l’Universo ti ha dato quello che ti serviva, nel più imprevedibile dei modi”.

Un’amica scienziata gli risponderebbe: “Wow, un sacchetto per liquidi finito dietro una lavatrice, in un appartamento turistico! Che ci faceva, lì? Cose da pazzi!”.

Io ho deciso di dirmi che, intanto, adesso ho il mio sacchetto. E la parte più importante della storia non è la “miracolosità” del ritrovamento, ma il fatto che lo stavo completamente ignorando.

Troppo intenta a bestemmiare, sudare e maledire il mio cellulare, non mi stavo neanche accorgendo che la soluzione a un mio piccolo problema era lì, a portata di mano.

Secondo Watzlawick, le coincidenze non esistono che nella nostra testa. Secondo me, banalmente, se ci aiutano avanti tutta.

Non rimpiango di essermi aperta all’irrazionale, in un periodo in cui ne avevo bisogno. Credo ancora che noi umani dovremmo dargli il giusto spazio, invece di lasciarlo alla chiesa, alla pubblicità e ai rettiliani.

Però la cosa più magica che possiamo fare resta quella che ci ha portati fin qui: saper guardare.

Che sia un oggetto impolverato dietro la lavatrice, o qualcosa d’infinitamente più vitale.

Questa “magia” non ce la toglie nessuno.

Se ci ricordiamo di applicarla, l’Universo si può riposare un po’ anche lui, dopo 13 miliardi di anni di onorata attività.

Poi ci lamentiamo dell’età pensionabile.

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Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Dalla copertina di Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Ecco, il fatto della sincronicità. Delle coincidenze “che non esistono”.

Come ve li spiego, pensavo, sia il fenomeno che l’opinione mia in merito? (Lo so, lo so, non aspettavate altro, oggi).

Magari la storia la sapete, i saggi che Jung scrive col fisico quantistico Pauli per provare “scientificamente” che le coincidenze possono non essere casuali, che ci sono dei meccanismi, il cui funzionamento ignoriamo, che si mettono in moto nello spazio e nel tempo, e spiegano cose come la telefonata dell’amico a cui avevamo appena pensato, o perché l’I Ching, nei primi mesi inappetenti della mia crisi, mi consigliasse costantemente di mangiare (“E ce vuleva l’I Ching!”, sentenzierebbe mio padre, armato di Dostinex). O perché, la prima volta che ho giocato coi tarocchi, ogni volta che chiedevo del mio amore perduto, su 22 Arcani Maggiori mi uscisse 3 volte di fila la Ruota della Fortuna. La fine o l’inizio di un ciclo. La fine, mi sa.

Potrei cercare di spiegarvi tutto questo.

O potrei argomentare perché non escludo affatto l’intepretazione di Watzlawick, per cui è la nostra mente a vedere delle coincidenze, e rilevanti, nell’infinità di cose che ci succedono ogni giorno. Potrei spiegare perché credo che quest’ipotesi non cambi il fatto che, se vedere coincidenze è utile, ben venga pure l’autoinganno, l’illusione di sincronicità.

Ma ho deciso che si capisce meglio con Per dieci minuti, di Chiara Gamberale.

Dieci minuti erano quelli che mi separavano effettivamente dalla chiamata per il mio volo, e avevo deciso di passarli alla Feltrinelli di Capodichino, a cercare l’ultimo romanzo di questa autrice, mia quasi-coetanea.

Mi accorgo solo in aereo che mi hanno dato il libro sbagliato. O meglio, che mi hanno dato quello che ho richiesto, “l’ultimo romanzo”, ma per le sfasature temporali tra Napoli e Barcellona il libro che cercavo io era già diventato il penultimo.

Prima di bestemmiare, comincio a leggere.

È la storia di una che alla fine di un trasloco difficile, in una zona che non le piace, viene lasciata dal compagno.

Guardo fuori dall’oblò, Napoli che si allontana.

Ok, obietterebbe chi conosce me e il libro, ma lei trasloca dalla sua casa di gioventù e viene lasciata dal marito, non da uno che, parafrasando l’autrice, è sempre rimasto sulla soglia a bloccare il traffico.

Va bene, va bene. Continuo a leggere.

La tizia entra in un buco nero e si scorda di mangiare e dormire.

Ok, succede a tutti. Proseguo.

Ogni giorno, per dieci minuti, deve fare qualcosa di nuovo, di mai fatto.

Ora, vi ho già parlato di Julia Cameron, delle pagine del mattino. Quello che non so proprio fare, delle prescrizioni dell’autrice, è l’appuntamento con l’artista. Andare a fare qualcosa di curioso, mai sperimentato prima, una volta a settimana. Non ne ho la voglia, semplicemente. Non sento curiosità, non ancora.

Come la protagonista. Che però, a differenza mia, per dieci minuti al giorno prova smalti fucsia, abbraccia vecchi amori mancati, si dà all’hip-hop e al ricamo.

E ai tarocchi. Sissignori. Ok, chiunque stia in un periodo nero cerca qualsiasi pretesto per recuperare il controllo sulle cose (vedi articolo corrispondente). E poi mica le esce la Ruota della Fortuna. Le esce il Matto. Che non vi dico chi rappresenta, per me, quando tiro le mie carte. Strano, perché per lei rappresenta tutto il contrario. Rappresenta il cambiamento.

Quello che, distogliendo un attimo gli occhi dal libro, leggo negli occhi verdi che, prima che il loro proprietario si sieda due file davanti a me, posto corridoio, insistono nell’incontrare i miei. Che allora scappano di nuovo tra le nuvole fuori all’oblò, impreparati.

Quella curiosità che ancora non mi viene, mentre invece mi arriva la primavera e lo stesso giorno di una ben triste notizia trovo curiosamente la casetta che avevo smesso di cercare, proprio per trovarla prima. Proprio perché noto, come la protagonista del libro, che “Da quando la mia vita è vuota non mi ero mai accorta che fosse così piena”. E che se invece di sbattersi, e sbattere le corna contro muri appena acquistati, dedichiamo a noi stessi almeno 10 minuti al giorno, le cose succedono da sole. Cioè, non da sole, perché le avremo preparate, e (contrariamente agli occhi verdi di cui sopra) ci siamo preparati a riceverle. Ma succedono proprio quelle cose che buttandoci il sangue non siamo riusciti a provocare.

Non tutte, eh, magari fossero tutte. O magari anche no.

E magari è un caso che mi sia imbattuta in questo libro, che trovo un po’ ingenuo in molti tratti e che ho scoperto essere una sorta di diario, tenuto dall’autrice proprio mentre scriveva il romanzo che avrei voluto leggere.

Ma nessuno venga a dirmi che in questo momento di cambiamenti, in cui ieri di corsa ho sentito gli accordi volgari di una lambada ambulante nel sottopassaggio di Gràcia e mi è venuta voglia di ballare, in cui allo specchio mi sono detta “Perché non ti dai una seconda opportunità?”, e ho giocato a tenermi i capelli su per 10 secondi (10 minuti era troppo) e mi sono scoperta a piangere, come si piange delle Cose Serie tipo nascite e morti, ed era quello che mi stava succedendo in quel momento, tutto insieme… Nessuno mi venga a dire che in questo momento, per combinazione, non fosse questo il libro utile da leggere. Non il più utile, magari, ma utile uguale. Nessuno me lo venga a dire.

Perché forse avrebbe ragione. Ma fa lo stesso.