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Da betevé.cat

“Papà, tu mi porteresti con te a un evento con migliaia di persone che protestano fuori, e non ci vogliono lì?”.

Mio padre solleva la bocca dal fiero pasto – cioè, il piattone del buffet vicino casa – e capisce che mi riferisco alla visita del re con sua figlia, che deve consegnare alcuni premi intitolati a lei.

“Se è tuo dovere, sì”.

La forchetta rischia di schizzarmi via mentre m’inalbero: come, “dovere”? Una ragazzina di quattordici anni già sa che mestiere deve fare, perché ha gli stessi geni di suo padre? Ma veramente facciamo?

“La solita esagerata: dovete essere superiori a queste cose”.

E m’immagino la nonna mai conosciuta, o chi per lei, a dotare il figlio di questa scusa di comodo: ignorate quello che è al di sotto di voi. A “fare i superiori” non si rischia mai di cambiare niente (per carità!), e non si rischiano neanche le coltellate, eterno spauracchio delle signore nostrane a cui “scippano ‘o burzelli'” (semicit.).

Eppure mio padre, “superiore” a queste cose, mi ha accompagnata quella stessa sera a vedere la manifestazione avanti all’hotel che doveva ospitare il sovrano spagnolo con sua figlia. L’idea era controllarmi, assicurarsi che non facessi “scemenze”. Perché l’indipendenza continua a non sembrarmi la soluzione, ma sulla monarchia ho le idee chiare: specie con un monarca piazzato lì, in fin dei conti, da un dittatore. E allora eccoci in metro, con lui che protestava per “il viaggio” fino alla fine della Linea 3. Fuori alla decina di camionette al di là delle transenne erano già spiegati una ventina di agenti col volto coperto, ma col casco ancora in mano: nessun pericolo, per il momento.

Ci siamo fatti strada tra le persone munite di pentole e coperchi, o di fischietti, o di qualsiasi cosa che potesse fare casino per la cacerolada: il frastuono doveva sentirsi da un’oretta, ormai. Ho offerto un rumoroso mazzo di chiavi a mio padre, che all’inizio osservava basito le sue coetanee che “spentolavano” con forza instancabile, e constatava che i pochi incappucciati, a parte un paio proprio a ridosso delle transenne, avevano sedici anni. Io, dopo una breve tammurriata per il “re Borbone” – con le chiavi usate a mo’ di castagnette – facevo il mio video, che era il mio modo imbarazzato di partecipare a qualcosa che non condivido del tutto, ma che non mi suscita il livore che percepisco altrove: alcuni amici e conoscenti mi sembrano condannare il fenomeno con una rabbia uguale e contraria a quella dei manifestanti, ma con progetti politici non meno fumosi di quelli che sul fronte indepe si prevedono “a re cacciato” (che fa un po’ “a babbo morto”). In effetti sul fronte “non indepe” (bollato come “unionista”, come se avessi mai avuto la sensazione di vivere in Spagna) ascolto soprattutto generici richiami all’unità dei popoli, oppure sfuriate che rivelano che si tratta di una questione “personale”: contro la fidanzata indipendentista con cui si sono lasciati male, o la collega che si è permessa di meravigliarsi – neanche d’indignarsi – se dopo quindici anni a Barcellona non spiccicano una parola di catalano (e, se conoscete un po’ certi nostri connazionali, intuirete che la tizia che me lo raccontava era di quelle che se ne facevano un vanto). La mia sensazione quando vedo questo, e lo dico solo a voi, è che invecchiamo male.

Ora che l’ho detto, spiego anche il resto: che mio padre, mentre giravo il video e aggiungevo dettagli, è sparito dalla mia visuale. L’ho scoperto ripiegato verso un tombino, mentre svuotava lo scarso contenuto di due birre prima ammonticchiate in un cestino (e a questo punto vanificherei lo spirito repubblicano della protesta perché alcuni, di fronte alla penuria non so quanto casuale di bidoni, non hanno fatto la differenziata!). Dopodiché ha cominciato a sbattere le due lattine, unendosi al casino generale davanti agli occhi divertiti di un paio di signore.

Image result for cerveza estrella lata roja Devo dire che “Repubblica!” – slogan inventato da lui – lo diceva quasi bene, a parte quelle tre o quattro “b” che impone l’accento nostrano, ma non riusciva a pronunciare granché gli altri refrain (“Llibertat presos polítics”, “Fora les forces d’ocupació!”). Così ne ha proposti di suoi, tipo:

“Feli’, si te fai ‘na serenga ‘e porcellana addeviente ‘nu Richard Ginori!” (sì, l’ho censurata un po’).

“Si’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza ‘i l’uommene!” (in corsivo, la variazione frattaiola sull’originale).

Gli insulti classici non ve li sto a raccontare: diciamo che all’inizio credevo chiedesse anche lui le dimissioni del capo dei mossos, che di cognome fa Buch… poi però la parola continuava! Quindi si è accostato alle transenne. Io gli facevo notare che, più della minaccia di una carica – il re non c’era, non si trattava di “difenderlo” – c’era il pericolo di falsi allarmi e fughe generali, e lui, quanto a mobilità, non lo vedevo benissimo. Quello che mi ha risposto è stato:

“Secondo te quell’agente lì è una donna?”.

Quando l’ho convinto a lasciare le transenne ai pochi incappucciati – o a qualche donna cresciuta sotto Franco, che osservava in silenzio gli uomini in divisa – ha deciso che era  direttamente il caso di andarsene.

Insomma, è finita che io ho accompagnato lui.

Che, detto tra noi, a casa ha precisato che una quattordicenne dovrebbe fare la sua vita senza essere coinvolta in beghe politiche perché “figlia di”.

Però la sua, di figlia, è venuto a “difenderla”.

Anche se un altro po’ e dovevo fare il contrario.

 

(Uno dei cavalli di battaglia di mio padre!)

 

Nessuna descrizione della foto disponibile. Diciamo che alla “mani” per il Cile ci sono andata per igiene mentale.

Per ricordarmi che esiste un mondo al di fuori del mio, e uno in cui si uccidono i manifestanti, si fanno sparire le persone e si violentano le donne sorprese in giro dopo il coprifuoco, anche se non c’è bisogno di quel pretesto lì. Questo per attenersi alle ultime “novità”, e dimenticare un momento il resto.

La cosa più inquietante del mio, di mondo, è la calma di ogni giorno: qui la rabbia è diventata una giornata come le altre, in cui ho finito la candeggina. Allora scatta la passeggiata tra sacchi dell’immondizia accumulati in assenza dei bidoni – bruciati e mai rimpiazzati “per motivi di sicurezza”. Il magazzino di elettrodomestici ha gli ingressi sprangati, tranne quello che fungeva da uscita, e tra le infinite file di scaffali del Corte Inglés non si aggirano che qualche signora un po’ stranita, e i pochi turisti che si avventurano in zona. Stanno tornando, eh: quelli lì, letteralmente, chi li ammazza. E tranquilli, ci aggiungo subito un “meno male”. Almeno loro. A voler evitarli, bisogna scapparsene su via Laietana, ma dal lato del chiosco delle riviste, perché il marciapiede della Policía Nacional è ricoperto di transenne. Sono uguali a quelle impilate in attesa all’angolo di casa mia, nell’incrocio col retro della caserma. Stanno lì, come i sacchi dell’immondizia, a ricordare che qualcosa è successo, e qualcosa succederà.

Lo sa anche il bambino che, su un raro spiazzo accanto all’Arc de Triomf, si lancia in picchiata in triciclo gridando: “Al fuoco! Al fuoco!”. E varie teste si girano in fretta a ogni scoppio, fosse anche quello di un palloncino. Poi tornano ad abbassarsi.

In quartieri meno centrali non è così, si capisce. Ma da Plaça Catalunya mi separano pochi passi, e mentre li percorrevo ieri pomeriggio, diretta alla manifestazione cilena, il solito chitarrista di strada sul Portal de l’Àngel intonava i Coldplay dietro i fari blu delle camionette. Erano quattro, disposte in fila davanti al magazzino che vende zen in comodi flaconi di olio e incensi, anche in confezione regalo. Qualcuno dei bei ragazzi in divisa osservava di sbieco le commesse, che offrivano campioncini alle passanti.

Ma tutto quello non era per il Cile, mi sono detta prima d’immergermi nella manifestazione più bella che abbia visto da anni: un trionfo di slogan (“facciamo paura perché abbiamo perso la paura”), percussioni di ogni tipo (uno aveva ancora l’etichetta del prezzo sul bollilatte, comprato apposta per sbatterci su il cucchiaio), e di Inti Illimani cantati con l’accento giusto.

Ho accusato stoica i colpi di chitarra nei reni del suonatore in poncho inca, che però ogni tanto mi chiedeva scusa, e ho scherzato con un amico bassetto che ho incrociato ormai a metà Rambla: si accodasse, che era  la prima manifestazione con poche schiene abbastanza alte da coprirci la testa del corteo… Quello ha riso – per fortuna! – e si è scusato: aveva un appuntamento in un’ora, e ormai si faceva buio,

Se n’è andato lui, ed è venuto l’elicottero.

Addirittura, ho pensato vedendolo volteggiare sulle nostre teste. Ma poi, come per le camionette di poc’anzi, mi sono detta: non è per noi.

Quando abbiamo raggiunto la statua di Colombo, tanto “cara” alle manifestazioni latine, altre quattro sirene hanno fatto per venirci incontro dal lato del mare, ma poi hanno girato tutte a destra, sul lato della Rambla opposto al nostro. Si sarebbe detto che andassero…

Sì, avete indovinato. Verso casa mia.

Ma poi ho letto le notizie: manifestazione di studenti e sindacati indipendentisti a Plaça Universitat. Semplicemente, per l’occasione erano tagliate le stesse strade che non avevano più bidoni.

Nel giorno in cui i resti di Franco sono stati rimossi dal Valle de los Caídos – dio, quanto ci mettono a morire davvero i dittatori – un gruppo d’indipendentisti è andato fuori al Consolato cinese a chiedere libertà per Hong Kong, i cui manifestati, in questi giorni, stanno ricambiando con un ampio sfoggio di estelades.

L’elicottero quasi non lo vedevo più, mentre guadavo la Rambla nella stessa direzione delle camionette.

Sarà anche un autunno caldo, ma a un certo punto mi sono accorta che la giacchetta traforata non mi bastava.

Se stavolta mi lasciano tornare a casa, ho pensato, vado a prendere il cappotto.

(Per la serie Tiempe ‘e Pappagone… “Io non lo vedo piuaaah!”. Sotto, un appello serio dal Cile.)

 

L'immagine può contenere: 6 persone, persone sedute e spazio all'aperto

SUBBACQUI!1! (Dal Facebook di Mediterranea BCN)

Adesso, dire “Io c’ero” è un parolone.

In una scena degna di Benny Hill mi sono messa a inseguire il corteo di Open Arms dal Passeig de Gràcia, a un incrocio di distanza, quando mi sono accorta che stava andando in direzione opposta rispetto a me, ancora diretta verso il punto di partenza (un Consolato a caso…).

Si vede che è stato il Karma. O l’Universo. O qualsiasi lettura semplificata di filosofie orientali vi venga in mente: solo per dire che l’altro giorno ho espresso un desiderio, e nel giro di ventiquattr’ore si è avverato.

Mi sono detta che la mia asocialità di fatto faceva che da anni, ormai, non mi sedessi a un tavolino all’aperto con un’allegra brigata, per restarci ore come si fa da queste parti (lo so, anche da noi, ma qui di più, giuro). Il pensiero mi è dispiaciuto.

Ed ecco che nell’arco di ventiquattr’ore, subito dopo la manifestazione per la libertà di soccorrere vite in mare, ero seduta con una ventina di persone di Mediterranea, e tutta la paranza che si era tirata dietro: avevamo invaso l’esterno di un bar di fronte al cosiddetto Museu del Born, col sant’uomo del cameriere che si affannava a trovarci sedie. Le terrazas, cioè i tavolini all’aperto, devono avere un numero limitato di posti a sedere.

Visto? Basta chiedere al destino!

Oppure basta muovere il culetto: andare alla manifestazione; cercare l’organizzazione italiana che non si rassegna a come il suo governo stia trattando la questione migranti; resistere fino ai comunicati finali, gracchiati dal megafono giocattolo (a dispetto dei finanziamenti di Soros, sic, i potenti mezzi sono quelli). E poi è fatta, anche perché il coefficiente siculo del gruppo aveva fatto estendere l’invito alla birretta anche a me e agli altri due che si erano accollati.

Di fatto, che il nostro tavolo post-manifestazione fosse tricolore (o meglio, ehm, “trinacrio”) era svelato da un particolare: invece del tipico quadretto locale di birre vuote a centrotavola, con un corrispettivo di panini nella stagnola ammacchiati sottobanco, sulle nostre due panche unite sono fioccati crocchette, patatine, curiosi intingoli al sapore di mare… Non si finiva più di mangiare! E di parlare di cibo, ovvio. “Riusciamo sempre a parlare di cibo!” piagnucolava una veneta.

Ma per una volta, queste idiosincrasie nazionali non mi dispiacevano: l’Universo mi aveva ascoltata, o meglio avevo alzato il culo.

Un po’ come l’oggetto della manifestazione, no? Non è che preghi “per le anime di chi non tocca mai più terra” (quando non auguri affondamenti assortiti). Ti metti in mare e vedi cosa puoi fare, capendo che l’affondamento di un barcone non ti trova un lavoro, ma ti distrae dal nulla che sta facendo chi dovrebbe garantirtelo.

Perché questi si stanno aiutando a casa loro, senza chiedere permesso a nessuno.

E noi, quando ci aiutiamo a casa nostra?

 

(Immagini della manifestazione. Non vi perdete uno sfavillante “Salbini Mussolini”, sic, e mettete like, che hanno fatto prima gli amargaos)

 

 

 

L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Marcello Belotti, persone che sorridono, folla e spazio all'aperto

Foto di Stefano Buonamici @stefanobuonamiciphotographie

Stamattina, Gad Lerner ha postato questo brano di Francesco Matteo Cataluccio. Mi ha colpito l’alzata di scudi, anzi di… offendicula, contro una famiglia di senegalesi subentrata nel condominio d’infanzia dell’autore. A Barcellona lo fanno a volte contro noi stranieri europei, mischiando un po’ le carte della filosofia locale Refugees welcome, tourist go home

Mercoledì, i miei amici a Barcellona manifestavano con la comunitat gitana in solidarietà con i rom italiani. Io, invece, ero in giro per Napoli a fare cose.

Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.

Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.

Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.

Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.

In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.

Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.

W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.

Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.

Un po’ di gente in Plaça Catalunya, per i migranti

Ero indecisa tra questo titolo e “La nit degli imbrogli”, pensando alla giornata di ieri.

Lo so, vi starete chiedendo perché non sto già a Repubblica a scegliere i titoli in prima pagina. Ma vedete, la giornata di ieri si era aperta con il tecnico che, in chat, ci chiedeva 60 euro per riparare una serratura “con maniglia nuova”, e 100 per la stessa serratura, senza cambiare la maniglia. Tra il primo e il secondo preventivo era passata una notte di mezzo, e il tipo non aveva neanche avuto l’intelligenza di andarsi a rivedere i WhatsApp iniziali, prima di spararci un’altra enormità.

Era con umore tetro, quindi, che mi apprestavo ad andare alla grande manifestazione contro la Ley de Extranjería, che non permette agli extracomunitari neanche di risiedere ufficialmente nella casa in cui vivono. Queste manifestazioni sono belle partecipate, a Barcellona: infatti eravamo più di mille, e secondo la Guardia Urbana, eh. Solo che, cvd, gli amici che cercavo non erano tra gli energici ragazzi africani (e non) in testa al corteo, ma in coda. Tra autoctoni che, come aveva osservato uno dei compagni, “Sono come noi: contenti di essere qui, ma anche stanchi della settimana di lavoro”. Passo strascicato verso la Rambla, pochi slogan improbabili…

Io mi sono allontanata all’altezza di carrer del Carme, alla vana ricerca di un fabbro nel mio Raval. Tutti chiusi anche lì. Sapete dove l’ho trovato, alla fine? Su Facebook: italiano con buone referenze e tariffe FISSE. Accordo raggiunto su WhatsApp in un breve scambio di battute e fotografie “artistiche”, tra maniglie e lucchetti. Cari luddisti antisocial, sinceramente nun ve capisco.

Il momento di scollamento è venuto la sera, quando il mio telefonino mi ha annunciato in spagnolo che “El primer ministro italiano renuncia a su cargo”. Da Nassirya in poi, quando leggo notizie sull’Italia in un’altra lingua, mi viene questo momento di alienazione in cui non so dove mi trovo.

Poi mi sono ricordata: mi trovo un posto che ci ha messo mesi, a sua volta, a scegliersi un president, con tutti quei candidati in galera o giù di lì. Ok, lo confesso: mi sono chiesta anche se fossi io a portare sfiga.

Tutta la storia della rinuncia di Conte l’ho appresa a casa, più dai drammi su Facebook che dalle notizie: “Il governo lo decidono i mercati!” tuonava anche chi schifa la Lega. “Adesso che si torna a elezioni, vedrai quanto prende Salvini!” si lamentava un altro.

“Meno male, ‘sti fasci non sono saliti al potere” esultavano invece quelli della manifestazione, reduci da un cineforum col film sul giovane Karl Marx. Infatti, la dichiarazione che mi è piaciuta di più è stata: “Riassunto della giornata: The young Karl Marx is for dummies, the old Mattarella is for communists”.

Il riassunto della mia, di giornata, è stato: l’impotenza a volte è un sollievo. Se la porta è bloccata e ho fatto di tutto per aprirla, mi siedo e aspetto il tecnico. Se nei miei due paesi non riescono a formare un governo, oh, mi è bastata la lezione dello scorso ottobre: penso al mio lavoro, ai miei maldestri tentativi di svoltare e faccio il poco che posso.

Per esempio, racconto a chi è rimasto in Italia che qui scendono in piazza 1200 persone (soprattutto autoctone) contro le nuove leggi razziali.

Hai visto mai che, prima o poi, succede anche da noi.

 

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)