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SUBBACQUI!1! (Dal Facebook di Mediterranea BCN)

Adesso, dire “Io c’ero” è un parolone.

In una scena degna di Benny Hill mi sono messa a inseguire il corteo di Open Arms dal Passeig de Gràcia, a un incrocio di distanza, quando mi sono accorta che stava andando in direzione opposta rispetto a me, ancora diretta verso il punto di partenza (un Consolato a caso…).

Si vede che è stato il Karma. O l’Universo. O qualsiasi lettura semplificata di filosofie orientali vi venga in mente: solo per dire che l’altro giorno ho espresso un desiderio, e nel giro di ventiquattr’ore si è avverato.

Mi sono detta che la mia asocialità di fatto faceva che da anni, ormai, non mi sedessi a un tavolino all’aperto con un’allegra brigata, per restarci ore come si fa da queste parti (lo so, anche da noi, ma qui di più, giuro). Il pensiero mi è dispiaciuto.

Ed ecco che nell’arco di ventiquattr’ore, subito dopo la manifestazione per la libertà di soccorrere vite in mare, ero seduta con una ventina di persone di Mediterranea, e tutta la paranza che si era tirata dietro: avevamo invaso l’esterno di un bar di fronte al cosiddetto Museu del Born, col sant’uomo del cameriere che si affannava a trovarci sedie. Le terrazas, cioè i tavolini all’aperto, devono avere un numero limitato di posti a sedere.

Visto? Basta chiedere al destino!

Oppure basta muovere il culetto: andare alla manifestazione; cercare l’organizzazione italiana che non si rassegna a come il suo governo stia trattando la questione migranti; resistere fino ai comunicati finali, gracchiati dal megafono giocattolo (a dispetto dei finanziamenti di Soros, sic, i potenti mezzi sono quelli). E poi è fatta, anche perché il coefficiente siculo del gruppo aveva fatto estendere l’invito alla birretta anche a me e agli altri due che si erano accollati.

Di fatto, che il nostro tavolo post-manifestazione fosse tricolore (o meglio, ehm, “trinacrio”) era svelato da un particolare: invece del tipico quadretto locale di birre vuote a centrotavola, con un corrispettivo di panini nella stagnola ammacchiati sottobanco, sulle nostre due panche unite sono fioccati crocchette, patatine, curiosi intingoli al sapore di mare… Non si finiva più di mangiare! E di parlare di cibo, ovvio. “Riusciamo sempre a parlare di cibo!” piagnucolava una veneta.

Ma per una volta, queste idiosincrasie nazionali non mi dispiacevano: l’Universo mi aveva ascoltata, o meglio avevo alzato il culo.

Un po’ come l’oggetto della manifestazione, no? Non è che preghi “per le anime di chi non tocca mai più terra” (quando non auguri affondamenti assortiti). Ti metti in mare e vedi cosa puoi fare, capendo che l’affondamento di un barcone non ti trova un lavoro, ma ti distrae dal nulla che sta facendo chi dovrebbe garantirtelo.

Perché questi si stanno aiutando a casa loro, senza chiedere permesso a nessuno.

E noi, quando ci aiutiamo a casa nostra?

 

(Immagini della manifestazione. Non vi perdete uno sfavillante “Salbini Mussolini”, sic, e mettete like, che hanno fatto prima gli amargaos)

 

 

 

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L'immagine può contenere: 8 persone, tra cui Marcello Belotti, persone che sorridono, folla e spazio all'aperto

Foto di Stefano Buonamici @stefanobuonamiciphotographie

Stamattina, Gad Lerner ha postato questo brano di Francesco Matteo Cataluccio. Mi ha colpito l’alzata di scudi, anzi di… offendicula, contro una famiglia di senegalesi subentrata nel condominio d’infanzia dell’autore. A Barcellona lo fanno a volte contro noi stranieri europei, mischiando un po’ le carte della filosofia locale Refugees welcome, tourist go home

Mercoledì, i miei amici a Barcellona manifestavano con la comunitat gitana in solidarietà con i rom italiani. Io, invece, ero in giro per Napoli a fare cose.

Tipo la dichiarazione dei redditi, seduta su una panchina in Via Luca Giordano.

Oppure il Lascia o raddoppia a distanza per vendere casa.

Oppure leggevo un brano del mio racconto contenuto in questa raccolta: il piglio allegro della presentazione mi aveva fatto escludere il passaggio, un po’ didascalico, che voleva provare al pubblico che noi vegani non siamo il diavolo. Ma sembra che oggi, ancor più del seitan preconfezionato a peso d’oro, vanno di moda i pregiudizi.

Soprattutto, giravo per Piazza Garibaldi, tra i baretti che una volta vendevano marenne unte, e che ora sono pizzerie fresche di restyling, in cui qualche cameriere nero “come il carbon” s’industria a parlare l’inglese che i colleghi autoctoni non tanto masticano.

In una traversina del Corso Umberto, tra icone sacre del XIX secolo, i negozianti pakistani chiudevano le saracinesche tra i pochi turisti e gli autoctoni che rincasavano: avevo trovato il posto in cui avrei potuto essere di qualsiasi posto, l’unico che ormai senta davvero mio.

Resta l’impressione che il problema non sia solo di etnia, ma di classe: in Italia non vogliono i poveri. Forse si sarebbero levati meno offendicula se l’autore del brano di cui sopra avesse dichiarato che ad abitare in quel palazzo ci sarebbe venuto “l’ambasciatore del Senegal“. Stessa cosa del mio antico proprietario, a Forcella (…), che aveva schifato un vietnamita perché “non voleva cinesi”, per poi andarci d’amore e d’accordo quando aveva visto che era uno studente fuorisede come tanti. Il pregiudizio è che tutti gli stranieri non nordici siano migranti, e che tutti i migranti siano poveri. E i poveri, si sa, sono anche brutti, sporchi e cattivi. Metti che sputano a terra e fermano le ragazze più di tanti miei compaesani. Metti che l’odore dei loro cibi invade le scale più del ragù, e, se non ti piace respirare quello un’intera domenica, si vede che era carne c’ ‘a pummarola.

W i poveri, dunque, e se stranieri meglio ancora: ci permettono di passare sottogamba le evasioni fiscali, la caccia alle raccomandazioni, e la paura che nostro figlio non trovi mai lavoro. E non perché c’è uno straniero a rubarglielo, che nostro figlio “non ha studiato per tanti anni per andare a raccogliere pomodori”; ma perché chi concentra tutta l’attenzione su quanto siano brutti, sporchi e pericolosi gli stranieri non è in grado di dargliene uno.

Alla luce di tutte queste osservazioni, è la prima volta che mi sento davvero straniera anch’io.

Un po’ di gente in Plaça Catalunya, per i migranti

Ero indecisa tra questo titolo e “La nit degli imbrogli”, pensando alla giornata di ieri.

Lo so, vi starete chiedendo perché non sto già a Repubblica a scegliere i titoli in prima pagina. Ma vedete, la giornata di ieri si era aperta con il tecnico che, in chat, ci chiedeva 60 euro per riparare una serratura “con maniglia nuova”, e 100 per la stessa serratura, senza cambiare la maniglia. Tra il primo e il secondo preventivo era passata una notte di mezzo, e il tipo non aveva neanche avuto l’intelligenza di andarsi a rivedere i WhatsApp iniziali, prima di spararci un’altra enormità.

Era con umore tetro, quindi, che mi apprestavo ad andare alla grande manifestazione contro la Ley de Extranjería, che non permette agli extracomunitari neanche di risiedere ufficialmente nella casa in cui vivono. Queste manifestazioni sono belle partecipate, a Barcellona: infatti eravamo più di mille, e secondo la Guardia Urbana, eh. Solo che, cvd, gli amici che cercavo non erano tra gli energici ragazzi africani (e non) in testa al corteo, ma in coda. Tra autoctoni che, come aveva osservato uno dei compagni, “Sono come noi: contenti di essere qui, ma anche stanchi della settimana di lavoro”. Passo strascicato verso la Rambla, pochi slogan improbabili…

Io mi sono allontanata all’altezza di carrer del Carme, alla vana ricerca di un fabbro nel mio Raval. Tutti chiusi anche lì. Sapete dove l’ho trovato, alla fine? Su Facebook: italiano con buone referenze e tariffe FISSE. Accordo raggiunto su WhatsApp in un breve scambio di battute e fotografie “artistiche”, tra maniglie e lucchetti. Cari luddisti antisocial, sinceramente nun ve capisco.

Il momento di scollamento è venuto la sera, quando il mio telefonino mi ha annunciato in spagnolo che “El primer ministro italiano renuncia a su cargo”. Da Nassirya in poi, quando leggo notizie sull’Italia in un’altra lingua, mi viene questo momento di alienazione in cui non so dove mi trovo.

Poi mi sono ricordata: mi trovo un posto che ci ha messo mesi, a sua volta, a scegliersi un president, con tutti quei candidati in galera o giù di lì. Ok, lo confesso: mi sono chiesta anche se fossi io a portare sfiga.

Tutta la storia della rinuncia di Conte l’ho appresa a casa, più dai drammi su Facebook che dalle notizie: “Il governo lo decidono i mercati!” tuonava anche chi schifa la Lega. “Adesso che si torna a elezioni, vedrai quanto prende Salvini!” si lamentava un altro.

“Meno male, ‘sti fasci non sono saliti al potere” esultavano invece quelli della manifestazione, reduci da un cineforum col film sul giovane Karl Marx. Infatti, la dichiarazione che mi è piaciuta di più è stata: “Riassunto della giornata: The young Karl Marx is for dummies, the old Mattarella is for communists”.

Il riassunto della mia, di giornata, è stato: l’impotenza a volte è un sollievo. Se la porta è bloccata e ho fatto di tutto per aprirla, mi siedo e aspetto il tecnico. Se nei miei due paesi non riescono a formare un governo, oh, mi è bastata la lezione dello scorso ottobre: penso al mio lavoro, ai miei maldestri tentativi di svoltare e faccio il poco che posso.

Per esempio, racconto a chi è rimasto in Italia che qui scendono in piazza 1200 persone (soprattutto autoctone) contro le nuove leggi razziali.

Hai visto mai che, prima o poi, succede anche da noi.

 

 

Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

IMG_20180308_200650“La taglia 34 mi stringe la patata, la taglia 36 mi stringe la clitoride, la taglia 38 mi stringe la figa!”.

E in catalano e spagnolo, per dire, le frasi precedenti sono a rima baciata! (Tranne la prima, che è un’assonanza.)

Per me questo coro allegro fuori al Corte Inglés di Plaça Catalunya è stato il momento più alto della manifestazione di 200.000 persone (secondo la Guardia Urbana, eh!) che ha coronato lo sciopero generale in Catalogna. Mai così riuscita, nonostante i successi precedenti: pensate che i miei, in visita per l’occasione, hanno aspettato due ore, con la suspense del caso, che il loro aereo partisse!

Non sono mancate critiche: sul mansplaining ha detto già tutto Zerocalcare. Invece, alcune donne che legittimamente hanno deciso di non scioperare ci hanno deliziate con frasi tipo “tu fai sciopero e intanto ti serve il caffè una donna che lavora / una donna ripulisce i manifesti che butti a terra”. Adesso, c’è chi non ha ben chiaro cosa sia uno sciopero generale, o inzacchera inutilmente le strade (già abbiamo visto, peraltro, che le fioriere contano più delle persone). Ma vedere solo questi casi, rispetto alla stragrande maggioranza, fa troppo televisione italiana alle manifestazioni antifasciste! Insicurezza? Coda di paglia? Rammarico (a volte) per non aver avuto il coraggio di scioperare? Quando io non ho scioperato per i “prigionieri politici”, l’anno scorso, non ho né dato spiegazioni, né fracassato le gonadi al prossimo.

Vabbe’, mi consolo con un’immagine che mi è tornata in mente ieri: l’incontro con una donna che ho conosciuto in Italia, molti anni fa.

La prima cosa che ho visto di lei è stata… il suo accompagnatore, perché in realtà volevo uscirci io, e da un bel po’. Anzi, mi rimase a lungo la fantasia che, arrivando cinque minuti prima all’appuntamento, avrei cambiato il mio destino. E invece li ho trovati lì soli (era il primo incontro anche per loro), e si capiva subito che non sarebbe finita lì. Che anzi sarebbe stata una fiamma dura a spegnersi, e avrei dovuto aspettare paziente che lo facesse, perché alle nostre tre vite potesse applicarsi l’unica soluzione possibile: la mia.

Quanto tempo perdiamo, noialtre, ad aspettare.

Ovvio che la mia soluzione non si è affatto realizzata, ma almeno sono sopravvissuta all’amore romantico.

Lo ha fatto anche questa donna, che ora ha la sua vita, e dei successi degni di lei.

E io?

Come al solito, io speriamo che me la cavo.

(Canzone gettonatissima fuori al Corte Inglés.)

 

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Incredibile foto di Fulvio Ambrosio

A Barcellona se sgomberano un centro sociale scende in piazza mezzo quartiere.

Non i fricchettoni, proprio i vecchietti.

E quelli che si beneficiavano delle distribuzioni gratis di alimenti in questi tempi di crisi feroce. Quelli che andavano ai corsi gratuiti, che partecipavano alle attività culturali e ricreative. In quartieri ormai ben poco popolari come Gràcia.

Per certi sgomberi la gente non muove un dito, e questo dice molto. I centri che fanno bene alla popolazione sono tanti e si vedono, in una città in cui un solo proprietario può avere non so quante palazzine vuote per un’operazione di mercato. E il mio presidente preferito (dopo di me!) cerca casa perché gli hanno chiesto il 55% in più d’affitto.

Per questo, pur non condividendo diversi aspetti del movimento okupa, come viene chiamato qua, riconosco e rispetto un’attività sociale che spesso le istituzioni non sanno garantire. E so che si tratta solo di una parte della gigantesca costellazione di movimenti sociali che può ospitare una città.

È per questa confusione lessicale e semantica (“i centri sociali contro Salvini”?!) che mi dispiace che in Italia si cada ancora nella trappola di guardare cosa facciano duecento persone su migliaia di manifestanti che gridavano slogan, esibivano striscioni, facevano sentire la loro voce. Lasciamo perdere le mie dispute coniugali sull’inutilità o meno di esercitare violenza, che finiranno con la defenestrazione dell’aspirante facinoroso. Adesso parlo proprio di proporzioni tali da non giustificare titoli come questo.

Ho letto in giro diversi commenti critici verso la manifestazione di sabato. Alcuni li comprendevo, pur non condividendoli. Altri erano fatti da uomini che consideravano particolarmente strategico difendere la libertà di parola sul razzismo. Non scarseggiavano le donne convintissime di sapere cosa fosse una manifestazione, cosa un centro sociale, pur mancando di evidenti informazioni di base sull’argomento.

Soprattutto  ho trovato pericolose generalizzazioni.

È curioso che i giornali vengano creduti solo quando facciano sensazionalismi, solo quando sfoggino il titolo che meglio riassume cosa pensino di movimenti non inquadrati nei partiti che appoggiano: “Scontri con la polizia”.

E mi fa male al cuore pensare che la vecchietta non esattamente punkabbestia che abbracciava il palo allo sgombero del Banc Expropiat (una vicenda che mi vede in netto disaccordo col centro sociale per la gestione dei tumulti) sembri capire meglio cosa sia in gioco, al di là della solita domanda su chi sia il vero nemico da combattere. Sulla questione del nemico in Italia rispondiamo da tempo con una citazione mutilata e decontestualizzata di Pier Paolo Pasolini (che non amo particolarmente, ma difendo il diritto degli autori a essere citati bene!). Allora evitiamo di nominare “nemici” e soffermiamoci sulla posta in gioco.

I diritti. Questa parolaccia in cui nel mio paese non sembriamo credere neanche più, allora sfottiamo chi la invoca, credendoci furbi nel nostro cinismo, pardon, realismo.

La questione sul diritto di parola a uno che predica l’odio razziale (caratteristica di un movimento politico che nel nostro paese è illegale) è come l’uovo di Colombo. Da un punto di vista meramente strategico, non so se faccia meglio lasciar parlare o manifestare energicamente il proprio dissenso. Quel che so per certo è che non saremo tanto noi a pagare le conseguenze di questo dilemma, ma le vittime di quest’odio razziale. E questo per me è intollerabile.

Ma per favore, non riduciamo ogni tentativo di dissenso a una fede cieca nel fatto che i centri sociali siano degli sbandati pericolosi, che una manifestazione di migliaia di persone sia un gigantesco scontro con la polizia.

E infine: piantiamola-di-citare-a-sproposito-Pasolini.

Non ce lo cachiamo per 364 giorni all’anno.

L’unico in cui potremmo lasciarlo quieto, che riposi in pace almeno lui.

imagesSono giorni che mi sbatto a cercare famiglie arcobaleno a Barcellona che manifestino solidarietà per chi non ha ancora i loro diritti in Italia.

Non ne trovo nessuna. Le poche che conosco hanno da fare. I bambini sono anche un lavoro a tempo pieno. Alla faccia di chi insinua che i gay non siano buoni genitori.

Non avendone di miei, comincio a chiedermi se i pargoli siano appunto una scusa per smettere di fare qualsiasi altra cosa (finalmente!) o davvero si tratti di eterni riproduttori di malattie che ne sfornano una nuova ogni cinque minuti.

Oppure, semplicemente, tante coppie di qua non sentono particolari esigenze di manifestare per diritti che già hanno. Magari quelle italiane residenti a Barcellona sono ancora scottate dai chili di omofobia e pregiudizi travestiti da problemi morali che si sono viste buttare addosso prima di andarsene altrove.

Ma no, forse qua non è un’urgenza e quindi vengono prima le pappe, le visite dal medico per l’ennesima otite (ma quante ne beccano?!), la gita fuori porta complicata dall’attacco di vomito a metà strada.

Che ‘ntender no la può chi no la prova, canta mia madre a mo’ di ritornello, per indicare che solo se sperimenti qualcosa su te stesso puoi comprenderla.

Ecco, io non la provo e magari non la posso intendere.

Però ricordo che, ai tempi degli Indignados, qualcuno diceva che era questo il principio per cui non s’indignassero tanto in Francia. Non potevano capire. Non erano la Spagna messa in ginocchio dalla burbuja inmobiliaria e gli sfratti, col ceto medio in strada per i mutui sfuggiti di mano.

Mi chiedo cosa succederebbe se il ceto medio finisse in strada in Italia, a parte un ricorrere agli amici onorevoli perché “solo io e la mia famiglia” non si venisse sfrattati all’improvviso, ma forse è meglio restare col dubbio.

In ogni caso, la storia della mobilitazione che nasca solo dai propri interessi è roba di cui abbiamo già parlato. È come se tutto si muovesse a partire da un bisogno proprio e al di là di quello non potessimo far molto.

Aggiungici che siamo annichiliti da giornate di lavoro lunghe e umilianti che prima si sostenevano in nome di uno stipendio più o meno decente e di un posto fisso, ma che cadute ste premesse diventano solo una tediosa incombenza. Aggiungici che le donne devono ancora essere addestrate a credere che i figli siano SOLO un meraviglioso dono, senza essere del tutto informate sulla storia delle otiti o almeno di cosa significhi a livello di stress emotivo, frustrazione, sensazione di star buttando la tua vita a beneficio di un altro essere umano che “istintivamente” deve diventare la tua priorità (questa non è mia, eh, me l’ha confessata una mamma). Specie in una società in cui in nome dell’istinto materno (?) gli uomini sarebbero esentati da una percentuale enorme di cura. Ma se non si fa così è la fine, le donne sono la manodopera più a basso costo che si trova, guai a monetizzare il loro lavoro in una società monetizzata, e figurati se pretendono una lauta ricompensa se decidono di fare quel che vogliono del proprio utero e creano bambini per chi non può averne.

No, no, ‘ntender no la può chi no la prova.

Io intendo che da quando sono uscita da questo meccanismo sto meglio. Sì, è vero, mi devo scontrare col buonsenso un po’ soffocante di chi scambia “prendersi cura di sé” con “fare solo ciò che gli conviene”. O si nasconde dietro il paradigma altruista del “fare ciò che conviene agli altri”. Perché anche chi per “vocazione” si dedica agli altri, spesso, non è disposto a fare nient’altro che quello che soddisfi immediatamente il suo desiderio di altruismo.

Ho aiutato a organizzare due mercatini in cui ci si è sbattuti infinitamente per racimolare poche centinaia di euro, buone a distribuire panini tra chi dopo avrà ancora fame. Ma in pochi sono disposti a dedicare qualche ora meno esaltante a un dibattito, una conferenza, un incontro con delle istituzioni, per far sì che piano piano il panino se lo possa permettere chi lo vuole.

A me pare egoismo anche quello, esemplificato brillantemente dalla signora che se ne andò dall’associazione di volontariato con cui collaboro perché quando distribuiva i pasti, diceva, “Nessuno mi ringrazia”.

E certo, se lo fai per soddisfare un tuo bisogno immediato di sentirti speciale, rimarrai delusa. Se ti mobiliti solo quando hai bisogno di qualcosa, non sorprenderti se nessuno lo farà per te.

Diceva uno che confesso di non amare molto, ma questa l’ha detta bene: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”.

Anche se non vengo altrettanto bene nei poster, aggiungerei: siate sempre capaci di sentire le ingiustizie che, attraverso gli altri, commettono contro di voi.