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Per dare un po’ di spazio anche a mamma. E dimostrare che la “purezza italica” è vera quanto le fragole a dicembre

Nella puntata precedente avevo portato mio padre a fare un aperitivo, cosa per lui del tutto inusuale, e come regalo di compleanno non gli avevo detto cosa stessi scrivendo: un saggio su come gestire un’annosa voglia di maternità, se all’improvviso ti ritrovi single a trentott’anni.

C’è un aggiornamento: ieri abbiamo ripetuto la scena e, quando mio padre si è lamentato perché “Quella coppia lì ha due figli e i miei ragazzi nessuno!”, gli ho spiegato dei quaderni. Terrorizzato dall’opzione “assenza di un padre” (d’altronde appartiene a una generazione di cambiatori seriali di pannolini, e rinomati chef di pappe), il mio premuroso genitore mi ha suggerito diverse strade alternative:

  • trovarmi uno mommo’, tanto “bastano sei mesi” (sic) a decidersi per una vita insieme;
  • mandare l’email a un povero ex che piuttosto che figliare preferirebbe il colera, arruolandolo per l’impresa: lui sarebbe stato senz’altro entusiasta. Cuore di papà.

Passando davanti a una casa ristrutturata da poco, mi ha detto:

“Forse qui abitava l’unico compagno tuo che aveva un progetto di vita ‘normale’? Quello che un altro po’ si sposa…”.

Grazie, papà.

“Eh, ma si metteva con tipe troppo strane”.

“E allora andavi benissimo!”.

“Troppo strane anche per me”.

Ha pagato i nostri aperitivi in silenzio, rifiutando la mia dieci euro già pronta rispetto al suo fascio di banconote, arrotolato male.

In realtà prima di uscire avevo visto una bambina bellissima, che una mamma già ce l’ha e che per fortuna, mi pare di capire, si è salvata con lei. Perché era Fatima, cinque mesi, a bordo di Mediterranea, la nave sequestrata ieri a Lampedusa.

Non posto l’immagine, perché mi sono ricordata dell’osservazione di un fotografo: i bambini africani hanno più probabilità di essere schiaffati dappertutto a figura intera, e senza autorizzazione dei genitori, perché non ci sono leggi in merito nei loro paesi.

Ho messo dunque la foto di una bimba bianca un po’ stagionata, che attacca una possibile immigrata: tornatene a casa tua, qui siamo ariani!

Ok, siamo io e mia madre.

Che, fedele alla linea dell’altra volta, se n’è rimasta a casa e ci ha lasciati ai nostri deliri.

Capirete che per me è commovente che al mondo esistano meraviglie come Fatima, visto e considerato che, per farne una io, al massimo posso mandare una mail all’ex di cui sopra, nella speranza che replichi con una foto della sua faccia. E allora mi chiedo: perché non siamo tutti là a salvarla dall’acqua, invece di augurarle la morte?

E so la risposta: perché l’idea fraudolenta che passa è che c’è un problema di sovraffollamento, quando la distribuzione dei migranti in Europa è diversa da quella che ci figuriamo. E la gente senza lavoro, né prospettiva di trovarne tramite i suoi leader, diventa feroce o anche solo un po’ stronza (penso a tutte le notizie false della storia, da quella degli untori al grasso di maiale e di vacca per le munizioni dei sepoy “britannici”).

Tuttavia, siccome ci crediamo “brava gente”, magari questa foto-meteora di Fatima che ho visto circolare aprirà coscienze. D’altronde, “cuccioli e tette” erano le nostre pubblicità, secondo una definizione inglese.

O almeno così giura il tipo che ieri s’è preso l’aperitivo con me. E che, niente, proprio non riesce ad accettare “qualcosa da stuzzicare”.

Dice che fa troppo caldo.

 

(Omaggio a Joao Gilberto, un altro che veniva da un paese etnicamente puro)

 

 

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Ieri era il compleanno di mio padre, e siamo andati a farci un aperitivo insieme.

Capirai, direte voi.

Invece la frase di sopra ha almeno due particolarità, riassunte da quell’ “insieme”: la prima è che ci trovavamo nello stesso pezzo di mondo, nella fattispecie il paese che ci ha cresciuti entrambi.

La seconda è che mio padre non fa mai l’aperitivo, non fuori casa. Sono anni che cerco di convincere lui e mamma, ma l’usanza è recente – dieci anni o giù di lì sono l’altro ieri, in una cittadina con velleità di capoluogo – e loro sono pantofolai come me, con la differenza che io non lo do troppo a vedere.

Quanto alla prima particolarità, sì, avevo preso l’aereo apposta per il compleanno di papà, perché mio fratello era in viaggio di lavoro: andasse almeno la figlia senza orari fissi, che i manoscritti si possono consegnare invano un po’ dappertutto!

A differenza di quelli programmati, questi ritorni improvvisi e improvvisati sono un ricettacolo di bilanci imprevisti, e non proprio auspicabili, come una foto scattata a tradimento.

Magari vengo immortalata in un vestito carino e fresco, e sembro pronta per uscire, il tempo di ravviarsi i capelli legati all’insù. E invece quello è l’abito che uso in casa – non si vede lo strappo proprio sul… ? – e i capelli sono intrisi di olio per impacchi.

Altre volte l’obiettivo impertinente mi sorprende con i capelli bagnati e un unico asciugamani a rivestirmi, tipo toga romana: in tal caso cominciate a bussare, che scendo. D’estate non asciugo i capelli, indosso tuniche leggere e sono pronta in tre ditate di correttore e due di ombretto (il lucidalabbra lo metto in ascensore).

Insomma, spesso sono tornata in paese con tutto un elenco di “risultati” (case, relazioni, lavori dall’aria stabile) e in realtà era un’impasse che chiamavo movimento. Altre volte, come adesso, sembro in pausa ma mi muovo.

“Hai finito il libro, allora?” mi aveva chiesto con accento texano il tipo che mi aveva vista scrivere per tutto il volo. Non era il primo nonnetto che in inglese si diceva strabiliato dalla velocità con cui scrivo, e sentiva il bisogno di farmelo sapere.

“Sono al terzo quaderno, ci siamo, credo” gli avevo sorriso.

“Hai scritto più di me in tutta la mia vita, devi essere una che pensa veloce” aveva concluso, prima di recuperare il bagaglio a mano.

Sto scrivendo un saggio strano, un po’ diario e un po’ GENDER, sul fatto di voler essere madre a trentotto anni, e di essermi ritrovata single qualche tempo fa. Tra “técnicas de reproducción asistida”, e amici gay (e non) che si propongono, sto scoprendo un sacco di cose di me, e degli altri.

Ieri sera ci siamo alzati dai tavolini all’aperto, che davano sul corso senza però toccarlo, e abbiamo aggirato un coetaneo di mio padre che cullava un bimbo paffutello nel passeggino:

“Sei stanco, a nonno?”.

“Ghghgugh” rispondeva il bimbo.

Stavo per spiegare a mio padre il contenuto dei miei quaderni, poi ho pensato che non avrebbe capito: in fondo aveva respinto anche il concetto di “qualcosa da stuzzicare” a cui l’aveva iniziato la cameriera, così ci erano arrivati al tavolo due miseri sanbitter e un’acqua minerale, mentre gli altri avventori s’ingozzavano di panini e cosette salate.

Portare mio padre a fare un aperitivo è stata un’impresa, e la cosa più facile del mondo. Un’impresa perché ci provavo da anni, e la cosa più facile perché stavolta mi ero limitata a proporglielo sicura di un no, mentre già mi avviavo verso la doccia per fare un giro almeno io, col fresco della sera. E aveva accettato.

Al ritorno mia madre, la più riluttante a scendere (e grazie, gli uomini della generazione di papà sono pronti in due mosse, per le donne è diverso), ha detto che l’avevamo colta alla sprovvista, ma che la prossima volta, magari, viene anche lei.

E niente, le cose succedono solo quando devono succedere.

O quando possono.

ChiaraFamiglia Mala tempora currunt, e allora ho chiesto a Chiara, 37 anni, futura mamma italiana residente a Barcellona, di parlarmi della famiglia che sta costruendo con sua moglie Sara, il nascituro Noah, ed Ebony, la gatta fantastica che vedete in foto col resto della truppa. Mi hanno regalato anche un messaggio per Noah adulto, che potrete leggere a fine intervista, e una canzone da dedicargli. Fossi in voi, diffonderei :p .

1) Innanzitutto, auguri! Un amico, nel tentativo di… curarmi dalla “follia” di avere figli, mi ha chiesto: “Perché ne vuoi?”. Gli ho risposto: “Perché ne voglio!”. Tu e tua moglie avete una risposta migliore? Come avete preso la decisione?

Io ho desiderio di essere madre da ben più di un decennio (ora di anni ne ho 37). Le cose della vita non me lo hanno permesso. Poi un giorno ho conosciuto Sara, a cui mai ho nascosto questo mio pensiero, ma sulla quale non ho mai voluto esercitare alcuna pressione, anche perché la nostra condizione finanziaria era a dir poco precaria. Dopo due matrimoni, tanta strada e fatica (sotto ogni punto di vista possibile) e quasi cinque anni dopo, un giorno lei mi ha guardato e mi ha detto: “Desidero un figlio insieme a te” e da lì sono io che mi sono messa in moto. Circa un anno dopo, tra screening, controlli e quant’altro con lei sempre al mio fianco, stiamo realizzando questo desiderio di entrambe.
Credo ogni gravidanza sia un atto di egoismo, MA al di sopra e al di là di questo, un progetto di vita e di amore davvero immenso.

2) Per il nuovo Ministro della Famiglia e disabilità (sic), non esistete. In realtà ha detto che le cosiddette famiglie arcobaleno “per la legge in questo momento non esistono”. Secondo te, perché è così?

Il diverso incute sempre timore nelle menti chiuse. Lo vediamo tutti i giorni: un diverso colore, un diverso orientamento sessuale o religione… Tutto viene guardato con sospetto, nel migliore dei casi.
Quando, parlando di famiglie omogenitoriali, non riescono ad appellarsi alla religione, perché si obietta che lo Stato italiano è o dovrebbe essere laico, allora ecco che interpellano la natura, come se, a tutti gli effetti, la famiglia come oggi è intesa in parte del mondo occidentale (visto che di fatto con “famiglia” in altre parti del mondo si intendono insiemi di persone differenti da “mamma, papà, bambino”) non fosse in realtà un costrutto sociale, quindi per definizione artificiale e mutabile (e già grandemente peraltro mutato rispetto al recente passato).
Quindi tradizione, timore di ciò che non si conosce e religione stanno alla base di tutto e entrano nei luoghi in cui l’uguaglianza e i pari diritti dei cittadini dovrebbero avere precedenza sulle proprie e personali ideologie.
Tralasciamo poi l’ipocrisia di chi difende la “famiglia naturale” avendone di fatto più d’una, e dei tanti omofobi di mestiere che, da una parte, lucrano sull’odio che sono in grado di diffondere (e che importa se a farne le spese siano anche giovani ragazzi senza gli strumenti adatti per difendersi), e dall’altra, molto più spesso di quanto si immagini, finiscono per subire outing (quindi, in realtà dimostrano che il rifiuto più che dell’altro fosse proprio verso sé stessi)…
Famiglia è progettualità, responsabilità e amore. Il resto sono baggianate che di cristiano hanno davvero poco: prima lo capiranno, prima l’Italia progredirà.

3) Il fatto che viviate nello Stato spagnolo complica delle cose (una sola parola: “Consolato”!) e ne avvantaggia altre: per esempio, nessuno dalle istituzioni viene a dirvi che “non esistete”! Quali sono gli aspetti burocratici più complicati del lieto evento?

Il più complicato in assoluto? La trascrizione dell’atto di nascita, dove, di fatto le istituzioni italiane entreranno eccome. Ad oggi vari sindaci hanno con coraggio preso la decisione autonoma e non supportata da una legge statale, di accogliere le trascrizioni dei bimbi nati da coppie dello stesso sesso, ma dal nuovo Governo arrivano le voci di chi già pensa di sanzionarli. Quanti avranno ancora il coraggio di remare contro? Quando quest’onda positiva potrà ancora continuare? Ci sono mamme che hanno atteso ANNI prima di avere un documento per il proprio figlio, apolide fino ad allora, e solo con avvocati, spese ingenti (immagino) e tanto lottare ce l’hanno fatta. Quello che so è che non mi piegherò mai a dichiararmi madre single per poter ottenere l’agognato passaporto: Noah ha due mamme, e questo è e sarà un dato di fatto immutabile e irrinunciabile.
Quindi è questo il mio più grande timore: non poter avere ciò che a nostro figlio spetta di diritto (una trascrizione su cui compaiano i nomi di entrambi i suoi genitori e un passaporto italiano con il suo nome completo) senza lotte, estrema fatica e, chissà, coinvolgimenti dell’UE. E solo perché c’è chi dichiara di voler “difendere i bambini”, quando in realtà desidera solo difenderne alcuni, lasciandone migliaia di altri in un limbo burocratico.
4) Vostro figlio vivrà a Barcellona, che (per fortuna) è un crocevia di culture diverse. Cosa gli racconterete del vostro paese? Pensi che, un po’, sarà anche il suo?

Abbiamo deciso di non nascondergli mai nulla (compatibilmente con la sua età e le tappe della sua vita). Gli racconteremo il bene e il male del nostro malandato Paese per come lo vediamo noi, sperando però di riuscire a dargli gli strumenti per crearsi una sua visione dell’Italia (come del mondo) che sarà anche il suo Paese, solo se lo vorrà. Lì avrà parte della sua famiglia: i suoi nonni e una marea di zii, zie e cugini che lo amano tantissimo fin da ora, ed è questa la cosa più importante di tutte.

5) Domanda da un milione di dollari: secondo te, in che modo si potrebbero instaurare, in Italia, gli stessi diritti che lo Stato spagnolo riconosce a tutti i tipi di famiglie?

Tempo fa pensavo (o mi illudevo) che certe chiusure fossero appannaggio di una minoranza rumorosa. Dopo gli ultimi risultati elettorali devo dire che ho seriamente iniziato a pensare che l’Italia sia in realtà in balia di una maggioranza di persone che, pur di difendere il proprio orticello e non essere obbligate a guardare al di là del proprio naso, sono disposte a tutto.
Credo davvero che la nostra salvezza possa arrivare solo dall’Europa e dai suoi solleciti e sanzioni (se non decideranno improvvidamente di voltarle le spalle prima).

6) In Catalogna c’è una grandissima attenzione all’infanzia, e a quello che in Italia bollano come “GENDER!1!1”: anche l’educazione infantile porta allo sviluppo di una personalità senza pregiudizi e costrizioni, dalla scelta dei giocattoli a quella delle future professioni. Hai già pensato a che educazione vorresti per tuo figlio?

Mi sono guardata attorno e ho indagato e letto tanto sui vari metodi di insegnamento disponibili nelle scuole di Barcellona (molte di esse private), ma più per curiosità che altro. Non siamo una famiglia abbiente, e nostro figlio frequenterà la scuola pubblica. Quello che desidero è che possa inserirsi in un ambiente accogliente, in cui ci sia rispetto verso le necessità diverse di ogni bambino e dove le attitudini possano essere valorizzate, senza troppe pressioni o aspettative logoranti.
In casa speriamo di riuscire a passargli serenità, rispetto per ogni tipo di diversità (che è sempre ricchezza) e senso di umiltà, fra le altre cose.  Desideriamo tanto che possa essere un bambino indipendente e felice e che possa seguire la sua natura, qualsiasi essa sia, senza stigmi. Crescere un bambino “gender neutral” anche qui credo sia abbastanza complicato, ma penso anche non sia fondamentale: credo che fintanto che saremo in suo profondo ascolto tutto verrà comunque da sé.

7) Qualcuno in Italia sdrammatizza: un bambino con due mamme avrà “due lasagne!” (Casa Surace). E la sua dolce metà avrà “due suocere”… Ho visto qualche coppia di mamme che sta al gioco. A te l’hanno già detto? È un umorismo che aiuta o che rafforza stereotipi?

Ancora non è capitato 🙂 .
Credo però che un po’ di sano umorismo non guasti e che la distinzione tra questa ironia e le battute sgradevoli, offensive e gli stereotipi che feriscono sia sempre piuttosto chiara. Guai a farsi portare via anche l’ironia! Sarebbe un vero disastro.

8) Domanda aperta: scrivi (o scrivete!) un messaggio per tuo figlio, qualcosa che vorresti leggergli quando compirà 18 anni.

Proprio in questi giorni, mentre nuoti ancora beato nella mia pancia, hai iniziato a farti sentire forte e chiaro sia da me che dalla tua mamma Sara. La tua determinazione e la tua volontà di esistere ci sono state incredibilmente evidenti dal primo istante in cui abbiamo scoperto che eri in arrivo, quell’istante in cui, con il test di gravidanza ancora in mano, non smettevamo più di sorridere per la gioia immensa che ci aveva investito.
Ora sei grande. Spero che l’adolescenza non ti abbia lasciato segni troppo profondi e mi auguro di non essere stata troppo pesante o apprensiva (Sara è molto più brava di me in questo).
Figlio mio, per il tuo futuro ti auguro prima di tutto serenità, quella serenità che arriva dalla coerenza verso sé stessi e verso ciò in cui si crede, quella serenità che ti dona sonni tranquilli e ti permette, anche nelle difficoltà che purtroppo la vita sempre riserva, di guardare al domani con speranza.
Spero che i valori che ti abbiamo insegnato siano il timone che ti aiuterà a solcare i giorni a venire.
Continua a non tacere mai di fronte alle ingiustizie e a seguire i tuoi sogni con forza e determinazione. Ricorda che avrai in noi sempre due alleate, a volte severe, ma il cui cuore batte solo per vederti felice.
Mi auguro, se sarà quello che vorrai, che tu possa trovare qualcuno che possa amarti come si amano le tue mamme, che si prenda cura del tuo grande cuore, e che ti rispetti e ti accompagni nel tuo futuro, dovunque esso ti porti. Mi auguro che tu faccia altrettanto e che non smetta mai di lasciare che chi ti è accanto scorga la meraviglia che sei e che nulla ti impedisca di esprimere sempre ciò che provi, perché, come mille volte ci hai sentito dire, la libertà di poter esprimere ciò che si prova non è mai e poi mai una debolezza.
Nessuno ci insegna come fare i genitori. Tanti provano a farlo, come se ci fosse una formula universale, applicabile uguale per ogni esperienza e ogni nuova famiglia, ma non funziona così. Spero entrambe le tue mamme siano riuscite a fare un buon lavoro, e spero che tu possa perdonare le nostre eventuali mancanze, leggerezze e incomprensioni: mai, in nessun momento, con nessuno dei nostri “no” abbiamo avuto intenzione di ostacolarti o ferirti. Tutto ciò che fino ad oggi e che in futuro faremo è e sarà guidato dall’infinito amore che abbiamo per te, Noah, nostro figlio, il regalo più grande che la vita ci abbia offerto. Buon compleanno, piccolo grande uomo! Le tue mamme Chiara e Sara ti amano tantissimo.

Risultati immagini per madonna delle sette spade Di recente ho avuto un’interessante discussione con qualcuno che odia con tutta l’anima il detto “Volere è potere”.

Il mio interlocutore mi faceva notare quanto fosse vano e poco accurato un motto che, parafrasando, riconduce alla volontà umana fenomeni in gran parte estranei al suo controllo.

Sono consapevole di questo, infatti volevo spiegare la mia posizione in merito.

Per me volere è patire.

Farò l’esempio della classica amica, o se preferite “mia cuggina”, che l’ha sperimentato sulla sua pelle.

Fin sulla soglia dei 30, costei era convinta di volersene restare in beata solitudine. Figli ok, ma magari anche quelli da sola.

In realtà, la Nostra stava trascurando la parte di lei che non era troppo d’accordo, non sapendo che queste parti ignorate possono cacciare una cazzimma non indifferente.

Sì, perché a evitarle, le paure, si avverano. La Nostra precipita dunque in una relazione caratterizzata dalla più totale assenza di ciò che fa belle le relazioni: amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Continuate voi.

Datele un anno per crogiolarsi nel suo errore ed essere scaricata nel più ridicolo dei modi.

Datele un anno e mezzo per riprendersi.

In questo lasso di tempo, la Nostra dice: voglio cambiare! Adesso ci metto tutte le mie energie, mi prendo tutto il tempo necessario, ma volli, sempre volli ecc.

E quando finalmente diventa una personcina più consapevole e responsabile verso se stessa, le si presenta un regalo fantastico: una relazione con tutto quello che fa belle le relazioni! Amore reciproco, allegria, rispetto, sostegno… Che ve lo dico a fare.

Ma, ma… Allora è vero che volere è potere!

Seh.

Dopo un bel po’ di tempo, all’improvviso… CAMBIO DI PIANI! Il lavoro minaccia di separare le strade della coppia, e il piano B (Bebé), fino ad allora condiviso, si fa improvvisamente un desiderio unilaterale.

La Nostra che deve fare? Ha fatto una scommessa, l’ha persa.

Qualunque decisione prenda, non le porterà con certezza quello che voleva.

Volere è potere, dunque? Manco per il ca’.

Volere è patire. Sbattersi a lavorare seriamente su qualcosa, senza neanche sapere se riuscirà.

Così deprimente che la gente si dimentica di provarci.

Ecco, mia cuggina almeno ci ha provato.

Devi volerlo fortissimamente (cambiare, dico) e non sai manco se riesci.

Ma se non vuoi, non riesci sicuro.

La vita è un film d’azione che al confronto Speed è Babbi l’orsetto.

Io, nel dubbio, comincerei a volere. Poi nel caso a patire.

Buon venerdì di Passione!

 

bimboA 15 anni, in uno di quegli atroci villaggi vacanze con chitarrata pomeridiana e spettacolino dello junior club, mi accingevo appunto a partecipare a un balletto, con due povere animatrici-coreografe che per quattro soldi dovevano insegnarci ad andare a tempo.

A un certo punto, il tono della lezione passa da monotono a animato, una delle due annuncia: “Ragazzi, col prossimo passo che v’insegno, veramente ci divertiamo!”. La collega conferma con tanto di  pollici alzati. Noi ci prepariamo ad assistere a tanto divertimento e… le due si cimentano in una complicata capriola di coppia che promette svariati colpi della strega.

Il nostro “Nooo” si eleva fino al cielo. Le due, sconfitte, non insistono e ripiegano su un passo alternativo che dovevano aver già concordato.

Ho ripensato stamattina a queste due eroine del gioco-aperitivo perché riflettevo sulle cose poco appetibili che cercano di farci passare per fantastiche (anche perché spesso è l’unico modo di farcele accettare). Le ragazze dovevano aver sperimentato con altri adolescenti svogliati l’ostilità verso quella capriola e avevano intuito che a presentarcela come bellissima ci avrebbero ammansiti un po’.

Nel loro caso, magari, non funzionava perché avevano poco tempo per addomesticarci. Ma, passando a questioni molto meno giocose, provate a leggere la descrizione di un’infibulazione da parte di chi l’ha vissuta: spesso scoprirete che la vittima attendeva con ansia questo grande momento di consacrazione della propria femminilità, questo rito di passaggio che l’avrebbe resa donna e, qui viene il bello, ufficialmente accettata nella comunità. Lo so, lo so, anche io ho reagito così. Chiunque si permetta di sottolineare questa parte di attesa della bambina viene sommerso da critiche benintenzionate ma fuori luogo.

Perché se un qualsiasi individuo viene chiamato a dare un passo importante, ma gravoso e irreversibile, la cosa più semplice è che gli dicano che è bellissimo.

Figuratevi che succede quando questo passo lo è davvero, bellissimo: mi riferisco all’atto di mettere al mondo un figlio.

Leggo vari articoli di donne che giustamente denunciano la pressione sociale che le invita a sentirsi orologi ambulanti che stanno perdendo l’occasione della loro vita. Le loro proteste sono spesso accompagnate dalla magnificazione di una vita senza pargoli, dedicata gioiosamente a realizzarsi come persone. Capisco che sia una reazione comprensibile alla pressione sociale, ma non tanto mi convince la loro assertività, tipica di chi cerca di persuadere prima se stesso che stia facendo la cosa giusta, poi d’imporla agli altri. Se fossero davvero convinte, a mio parere, starebbero serene con la loro decisione e non la sdoganerebbero come la migliore possibile, come d’altronde fanno con loro le supermamme.

Dall’altro lato, invece, ci sono articoli simpatici e graziosi come questo, un dialogo tra Dio e una mamma assonnata, spompata, esasperata da una neonata troppo esigente per la quale non ha il libretto d’istruzioni (“Le hai, si chiamano istinti”, risponde`più o meno Dio in uno dei passaggi più significativi). La bimba non la fa dormire né occuparsi di nient’altro. “Ma sei MADRE!”, le ricorda Dio, “Cosa può esserci di più importante?”.

Tralasciando la tentazione di rispondere alla domanda retorica, è curioso che Dio venga invocato in questioni di maternità e presentato goliardicamente come il responsabile di un’azienda che fabbrichi bambini: a fare la profexxorona ci vedrei un brillante nesso tra divinità, concepimento e capitalismo, ma vi risparmio la pippa mentale. Quello che m’interessa è la maniera sottile e simpatica, come per le mie due animatrici, in cui venga fatta passare una cosa che, ahimè, anche le tipe “antimaternità” danno per scontata: un bambino lo cresce solo la madre e richiede il sacrificio della sua vita.

È l’ineluttabilità di questo presunto assioma a spingere tante persone a schierarsi manicheamente rispetto al tema, quasi a dirsi di aver fatto la scelta giusta, qualunque essa sia.

Ed è questo che mi spiace tanto: mi sembra che una donna sia liberissima di dedicarsi completamente alla maternità, ma voglio che sia, appunto, una scelta. Che non le facciano credere che sia l’unica opzione, che tra lavoro e famiglia deve per forza scegliere e che deve fare tutto lei perché ha “l’istinto materno”: curioso che questa caratteristica così presuntamente innata cambi tanto nella storia, o non si spiegherebbero né le madri settecentesche che senza necessità mandavano il figlio a balia, con ottime probabilità di ritirarlo cadavere, né quelle madri “spartane” (e saranno in minoranza ma non sono poche, ve lo assicuro) che in ogni guerra invitano i figli a morire per la patria.

Comunque ad assecondare il ricatto morale anch’io sceglierei la famiglia, mica m’identifico col lavoro o i lavori che faccio. E mi premuro di accompagnarmi a uomini che su questo la pensino come me. Purtroppo i padri, sempre in nome degli istinti, vanno tenuti ai margini anche quando vogliono fare i genitori sul serio, non le figure di contorno. “Tanto che ne capiscono, loro”. Quanto è bello sentirsi indispensabili, specie quando, nel proprio contesto sociale, si hanno poche altre soddisfazioni.

Volete questo modello? Fantastico. Ma che non sia un’imposizione né l’unico modo di vivere la maternità. Qualcuna può affermare che sia una necessità, perché guarda caso suo marito guadagna più di lei e chi dei due ha dovuto rinunciare al lavoro? Sono sicura che in tanti casi sia ancora così (senza che giustifichi lo schiavismo materno, eh!). Ma per favore, siamo una generazione di padri ingegneri e mamme maestre? La crisi dà un contributo molto triste alle pari opportunità: non dà lavori sicuri alle mamme, li toglie ai papà. Così stiamo tutti con le pezze al culo. Io a Barcellona, che non è l’Eldorado, i genitori li vedo lavorare in call center di merda a pari salario, o insegnare entrambi, o fare lavori d’ufficio retribuiti uguale. A Barcellona vedo un sacco di papà con tracolla e passeggino che si accollano la metà dell’allevamento del figlio, non tengono la bambina un pomeriggio mentre vai ad aiutare una zia malata e per questo diventano il papà dell’anno.

Insomma, mettere al mondo dei figli mi sembra meraviglioso, è una cosa che mi piacerebbe tanto fare. Ma proprio tanto.

Viverlo come un lavoro a tempo pieno che mi accolli tutto io perché “ho l’istinto” e che non mi lasci il tempo per respirare, e per giunta mi piaccia pure, è un’idea che lascio a chi non sappia uscire dal dilemma di quella corrispondente indiana dell’Huffington Post che, con ingenuità illuminante, smascherava l’idea corrente di emancipazione chiamandola “essere allevate come uomini”. Perché se cresci “come un uomo” pensi al lavoro, se cresci “come una donna” diventi il piedistallo su cui metti i tuoi figli.

Scelgo la busta 3, per favore. Sono una donna che vuole che i suoi figli, se avrà la possibilità di averne, abbiano una madre forte e contenta, con tante di quelle energie che le avanzano per tutto il mondo, specie per loro.

E non ditemi “quando sarai madre capirai”, che vi faccio fare la capriola spezzaschiena di cui sopra. Senza colpo della strega, mica lo potete capire, che è pericolosa.

(PS: Subito dopo aver scritto il post, sono andata a vedere gli ultimi commenti al mio intervento sul dialogo “divino”. Mi veniva detto: “Ne riparliamo quando sarai madre”. Ho smesso di leggere.)