Archivio degli articoli con tag: mèches
Qual è il processo chimico perché succeda questo?

Ieri ho avuto un’esperienza delle più allucinogene: mi sono lasciata fare la tintura ai capelli mentre leggevo Zadie Smith.

Solo che la quindicenne Irie, londinese di origini giamaicane, voleva stirarsi i capelli afro nei primi anni ’90 (un’operazione infernale) per piacere al suo amato Millat; io che in pratica ho i capelli cinesi (ma biondicci) volevo solo schiarire metà della criniera, per avere una tela bianca su cui giocare coi colori. Anche se mi si dice che non ho l’età.

Mentre leggevo di Irie con la testa in fiamme e i capelli che cadevano a ciuffi, riflettevo sulla pressione estetica: questo concetto che cerco di importare da un po’ in Italia, che Zadie Smith riassume in cifre. Le donne nere e di classe operaia sarebbero disposte a spendere anche nove volte di più delle bianche (già di per sé non proprio braccine corte) nella propria bellezza. Curioso, no?

Intanto il compagno di quarantena mi scriveva cose tipo “I’m dying to see your hair!”, con la faccina rovesciata: atroce gioco di parole tra die, morire, e dye, tingere. Tanto a lui che gliene fregava? Lui era un po’ come i clienti maschi di quel salone per capelli afro in cui si svolgevano le imprese tricologiche di Irie: i clienti non spendevano più di otto sterline, per acconciature che tardavano al massimo un quarto d’ora, e il compagno di quarantena si libera del suo jewfro ogni volta che gli gira, per quattro o sei euro tipo.

La mia parrucchiera cinese si faceva aiutare nell’operazione da una ragazzina che, a dirla tutta, di solito fa la manicure alle clienti, e ha delle mèches molto poco rassicuranti, ottone su nero. Quando la ragazza mi ha srotolato le prime ciocche e ho visto qualcosa che non mi quadrava, non ho detto niente e sono tornata al mio libro. Aspettavo serena l’epilogo, sia per Irie che per me.

È stata la parrucchiera senior a farmi accomodare davanti al lavandino, per srotolare le ultime ciocche e infliggermi un ultimo ritocco al colore: lei non era in negozio quando la ragazza aveva cominciato a conciarmi per le feste, e al suo arrivo mi ha subito avvisato (non prima di aver litigato in cinese con l’avventata aiutante), che quello che volevo io non si ottiene in una sola seduta (e già lo sapevo, grazie mille Brad Mondo), ma avremmo provato a ottenere “il colore più chiaro possibile”.

Adesso la titolare si era fatta insolitamente festosa, mentre io attendevo l’inevitabile sentenza. Quella inflitta alle clienti nel salon di Zadie Smith era sempre la stessa, lapidaria: “Più lisci di così non li avrai mai”, che non significava mai esattamente “lisci”.

Il verdetto della mia parrucchiera cinese è stato fin troppo gentile:

“Hai i capelli bellissimi! Sono di colore verde!”

A quel punto non era proprio una sorpresa: era solo la conferma che, nelle mie sbirciate mentre l’aiutante mi toglieva la prima carta argentata, non ero divenuta del tutto daltonica.

“Molto bello per la gioventù” si è degnata di lusingarmi la signora “e molto di moda!”

A quel punto, sapete cosa ho fatto?

Ho riso. Assai. Ho riso e ringraziato: i capelli con riflessi verdastri mi mancavano.

E poi, in un contesto apparentemente opposto alla prosa esilarante di Zadie Smith (la mia home di Instagram, sempre infestata dal cast di Game of Thrones) avevo notato qualche giorno fa un certo fenomeno: una serie di foto impeccabili che ritraevano un esercito di biondone, tutte bellissime, tutte colorate, tutte avvolte in abiti favolosi, e… Kit Harington, in una qualche pubblicità in cui se ne stava pallido come un cencio, con un maglione nero a collo alto, su uno sfondo rosso.

Cento pavoni e un becchino. Anzi, chiedo scusa ai becchini: uno schiattamuorto, che ha connotazioni un po’ diverse.

Se fosse sceso giù un extraterrestre, avevo pensato, guardando quelle foto non avrebbe avuto dubbi sul colore della pelle di chi comandasse: già, ma chi comandava? I pavoni o lo schiattamuorto? Magari la creatura aliena si sarebbe fatta depistare dalla magnificenza dei pavoni, e da qualche simpatica battuta sulle mogli terrestri scovata sul Duolingo marziano. Però io, che non sono un extraterrestre, so quante ore di lavoro ci vogliano perché una donna diventi un pavone: oppure lo immagino, calcolando che io, per farmi i capelli verdognoli, di ore ne ho aspettate quasi tre.

E allora cosa voglio essere, pavone o schiattamuorto? Sarebbe facile rispondere “una via di mezzo”, ma non è così. Perché il mio movimento politico preferito, il femminismo, continua nelle sue sfere più visibili (che sono spesso bianche e di classe media), a credere che il corpo sia un impedimento, una cosa da accettare e prendere a benvolere, ma l’importante è altro, è la tua testa ecc. Sapete qual è il problema? Che rovesciando gli addendi il risultato non cambia.

Si passa dall’aspirare a cogliere lo sguardo maschile (come Irie vuole stirarsi i capelli per piacere a Millat) a cercare a tutti i costi di far dimenticare che siamo donne, a farvi perdonare perché lo siamo: non c’è questo, dietro le battutacce da ufficio, gli inviti a “mostrare la testa e non le tette”? Il messaggio che ci vedo è: “Che tu sia cessa o pisellabile per i miei gusti, fammi dimenticare che sei una donna, e solo allora mi concentrerò su quello che mi dici.”

Nossignore. Io rido. Mi diverto e mi godo uno sguardo che, quando ha smesso di scimmiottare quello altrui, si è rivelato curioso e attento, e anche divertente: il mio. E i capelli giallognoli con riflessi verdi gli mancavano.

La parrucchiera era soddisfatta: ha convinto una cliente idiota che quella tinta sbagliata le stava bene.

Ero soddisfatta anch’io: sapevo a cosa andavo incontro a non rivolgermi alla mia Dea del capello, ma non avevo nessuna intenzione di spendere cento euro in qualcosa che avrei ricoperto di pigmenti rosa in ventiquattr’ore.

Così ci siamo salutate entrambe con soddisfazione, e io ci ho guadagnato pure l’omaggio di polverina verde (abbinata?) che dovrebbe trasformarmi in tre sorsi in uno di quei fantastici pavoni su Instagram, oltre a farmi dormire bene. Mi fido, perché le istruzioni sono scritte in cinese.

Intanto sfoggio con fierezza i miei capelli biondi con sfumature Hulk: sono la cosa più vicina a un pavone che abbia mai portato.

So’ capa ‘e lione…

images (8) Da piccola avevo i capelli biondi, del “biondo cenere” che per qualche scrittore più a Nord del Brennero è un colore incerto che va scurendosi col tempo.

Incerta sarà la nonna dello scrittore, evidente estimatore del giallo paglierino di qualche bella nordica. Ma è vero che il biondo cenere, con gli anni, si confonde facile con il castano.

In effetti, in tempi recenti, una professoressa di francese definiva senza troppi complimenti i miei capelli come “châtain”.

Il che ammetto che faccia un po’ strano, dopo essere stata ufficialmente “biondina” per i miei primi 20 anni. Ma per dichiararmi castana ci vorrebbe, appunto, una discreta componente di marrone, che le mie chiome non hanno.

A Barcellona mi rivolsi a una parrucchiera di queste catene infami, dove cercano sempre di venderti un balsamo miracoloso mentre ti fanno lo shampoo. Chiesi se ci fosse un metodo (anche pagando il balsamo, vabbuo’?) per riavere qualcosa di simile al “rubio de la infancia”.

Forse non avrei dovuto fidarmi di una con daltoniche chiome bicolore e grossi orecchini a cerchio, ma tant’è: quando mi disse che l’unica fosse colorarli, ci credetti ed eseguii.

La prima volta ebbi fortuna, con un discreto effetto naturale, ma le sedute successive andarono degenerando, finché una tipa decisamente vrenzola, nello scartarmi le mèches dalla stagnola, non dichiarò per non farsi picchiare:

– Te le ho fatte volontariamente più chiare, eh? Stai meglio così.

Dal momento in cui uscii dal negozio, cominciarono a chiamarmi Shakira.

Quando da Shakira passai a Donna Summer, stavolta grazie a un italiano “costoso”, non mi restò che correre in un negozietto con qualche pretesa nel cuore del Raval hipster, di cui ho già parlato qua. Mi sentii dire che avevo una macedonia in testa e l’unica era, udite udite, tingermi i capelli di un colore simile a quello naturale, in un gioco di specchi senza fine.

Allora ho ripensato a uno di quei maestri del capello delle parti mie, uno che si atteggia un po’ nel suo salone di Piazza dei Martiri e che mi aveva avvertito: hai dei bei capelli, non ci fare mai niente. Consiglio ripetutomi da una ragazza nella sala d’aspetto della stazione di Napoli, che sperava che esistesse una formula chimica targata L’Oréal per riprodurre l’opera della natura.

Ma no, io inseguivo più la mia definizione di “bionda” che la reale evoluzione dei miei capelli. Non succede solo a me: pensate ai drogati di lavoro che non accettano la pensione, a chi s’identifica con la propria bellezza anche quando l’ha ormai persa, alle tettone che si rifanno il seno quando glielo svuota lo svezzamento. Siamo tutti intenti a catturare la definizione di ciò che siamo, anche quando non lo siamo più.

Se è una fissazione, è triste, perché non accettiamo che l’unica cosa stabile sia il cambiamento. Se è un gioco, in fondo non c’è niente di male a far sì che (come diceva uno in un caso più estremo) il mio corpo mi rassomigli.

Be’, io non sono una talebana della naturalità, faccio Studi di Genere!

Così è stato divertente constatare che la “soluzione” a questo problema da due soldi mi sia venuta dal mio peculiarissimo signor padre. Che si è presentato a Barcellona, l’estate scorsa, con un potpourri di ciocche (le poche che gli restano) che viravano dal biancolatte all’oro rosso.

– Ma come hai fatto? – gli ho chiesto.

Prima di ripartire, mi ha lasciato una strana boccetta sul lavandino e mi ha detto:

– Un regalo per te.

Era una composizione piuttosto semplice: un misurino di camomilla Schultz, lozione, in 200 millilitri d’acqua.

La parte più importante della ricetta era la costanza. E infatti ogni santo giorno me la sono nebulizzata due secondi sui capelli, fino ad oggi. Due secondi sono un prezzo accettabile da pagare, per un capriccio.

Il primo risultato è stato uno schiarimento che aveva dell’iridescente, o così mi giuravano da casa, via cam. Come fai a fidarti di tuo padre, rideva mamma, senza pensarlo davvero.

E invece adesso mi sento dire, quando torno in paese: “Ma sei tu? Non ti riconoscevo, bionda”. Con una differenza con le tinture: quelle il colore te l’inventano, invece le mie mèches naturali si combinano “artisticamente” con le dosi d’acqua giallina che le irrorano.

Insomma, sta storia che Impossible is nothing è un po’ sopravvalutata, diciamo, ma a volte ci arrendiamo subito. Per le cazzate. Figuriamoci per le cose importanti!

Ecco, adesso mi piacerebbe fare lo stesso con un’altra cosa che avevo nell’infanzia: le tette! Spuntatemi a 9 anni per un ciclo precoce e rimaste più o meno tali e quali ad allora. Senza arrivare a imbottirmele di silicone, che Barcellona mi ha insegnato a star comoda (letteralmente) nel mio corpicino snodabile, a prova di metro nell’ora di punta.

Su questa cosa, però, mio padre, medico ortodosso che riderebbe di massaggi cinesi e integratori, proprio non mi può aiutare.

mirkoSi parlava di ingredienti, ultimamente, del fatto che abbiamo l’occorrente per darci a grandi piatti, e tiriamo avanti a pasta scaldata.

Lasciamo sta metafora culinaria, che non so più come portarla avanti (oh, se volevate leggere il blog di Sartre, purtroppo siete arrivati tardi) e passiamo alle confessioni. Una volta che avrete “accettato il vostro destino”, formula poetica per dire che vi sarete decisi a essere voi, fino in fondo, una volta che sarà successo questo, comincerà la parte più scocciante: affrontare gli errori che avete fatto prima.

E che credete, che solo perché avete deciso spariscono i debiti? Che traslocate immediatamente dal cesso di casa che vi siete trovati? Che ve ne andate anzi in un’altra città, con un altro lavoro, con un’altra persona che vi faccia star meglio del campione di cazzimma che vi siete trovati per partner?

Seh, buonanotte.

Se ho imparato una cosa, sulla strada dei cambiamenti, è che la parte più irriducibile sono gli errori. Sono come le rate del televisore. Subisco ancora le conseguenze delle stronzate che ho fatto un anno fa, prima che mi decidessi a cambiare. E no, non vale, quando viene l’esattore di questo tipo di tasse, dirgli “Guardi, la persona che ha contratto questi debiti era molto diversa dalla me che sono ora, non mi sembra giusto pagare anche per i suoi errori”. Diciamo che datori di lavoro, amori sbagliati e malattie cardiache non hanno il nostro stesso senso filosofico: esigono attenzione e soluzioni immediate.

Adesso arriva la buona notizia.

Dopo averle provate tutte, per estinguere debiti e rimediare a errori, sono arrivata a questa conclusione: una volta fatto il nostro, gli errori si risolvono da soli.

O meglio, se lasciati a decantare, migliorano. Se li trattiamo coerentemente con la nostra nuova strada, se al lavoro smettiamo di fare i Fantozzi senza per questo chiudere le mani del capo in un cassetto, se evitiamo di mentire al nostro ragazzo senza per questo aspettarci una medaglia d’oro, se ci prendiamo le nostre responsabilità senza per forza mandare tutto a carte quarantotto, in qualche modo gli errori assumono una forma accettabile, piano piano trovano la loro strada per risolversi. Magari non come volevamo noi, e non tutti gli errori, eh, che ad alcuni non c’è rimedio. Ma perlopiù si risolvono.

Come spesso accade, l’idea mi è venuta nel modo più banale possibile: osservando le mèches di una conoscente molto bella che, posando per prodotti per i capelli, doveva farsi delle tinture “sbagliate”. O meglio, doveva tingersi i capelli in modo da incarnare lo stereotipo di bellezza che voleva vendere la sua azienda, invece di mantenere il suo fascino originale.

L’ultima volta che l’ho vista, invece, aveva trovato un lavoro più stabile e aveva dei capelli perfetti, un curioso mix di mèches biondicce e toni più scuri. Tranquilli, non vi faccio una lezione di shatush, basti dire che le feci i complimenti e mi rispose:

– Sì, sono mèches di un anno fa. Non le tocco da allora, si sono un po’ schiarite per il sole e intanto emerge il colore naturale.

E la mia mente malata già covava il metaforone: errori e mèches non si cancellano. Ma quello che ne facciamo, lasciandoli lì a curarsi da soli intanto che proseguiamo col cambiamento, diventa una cosa unica, una parte di noi inedita.

La “mesciata” a un certo punto si è fatta seria, ha guardato i miei, di capelli, ormai corti e senza più tracce del biondo dell’infanzia che inseguivo chimicamente, e mi ha detto:

– Mi piaci, così, sei più tu.

Già. Sarà che ho smesso di fare il più grande errore: cercare di essere lei, o una come lei.

Ho capito che provare a essere me, per una volta, è l’idea più azzeccata che mi sia venuta ultimamente.