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Las impactantes imágenes del funeral de Raffaella Carrà en Roma | MDZ Online

Immaginate Raffaella Carrà, sparata a palla alle 5 del mattino.

È vero che ogni momento è buono per ricordare Raffa, ma gli hipster del primo piano sono stati fortunati, perché l’hanno omaggiata proprio ora che sto seguendo un corso online di Buddismo e psicologia evoluzionistica, come già accennavo qui.

In un altro momento, i miei cari vicini sarebbero morti male, se non altro perché l’uocchie so’ peggio d’ ‘e scuppettate (ovvero, gli strali che lanci col solo mirare sono più perniciosi di un’arma da fuoco).

Adesso, invece, sto mettendo alla prova quanto apprendo al corso di cui sopra. Chiariamoci: continuo a sottoscrivere la massima di Gianfranco Marziano, per cui “Se esiste un club di padreterni, Buddha è chillo che mannano a piglia’ ‘o cafè”. Scherzi a parte, non ho niente da dire contro Siddhartone e le sue vivide descrizioni di cadaveri nei fossi… Diciamo, però, che per i miei gusti il buddismo ha lo stesso difetto di altre filosofie e religioni nate in tempi di indicibili sofferenze, e di piaghe inconcepibili anche per noi che abbiamo Enrique Iglesias. Quale sarebbe il difetto? Beh, sostenere che la vita è dolore, che dobbiamo condurre un’esistenza distaccata, e rimandare la gioia alla prossima reincarnazione (o all’aldilà). Intuirete che le autorità al potere si fregano le mani: “Ecco, bravi, statevene lì a meditare/aspettare il paradiso e non rompete troppo“.

Lo so, lo so, Buddha non diceva questo, anzi: solo che mi pare lo affermi spesso il suo fan club, a parte quell’esperto di Ashtanga Yoga che mi ha confessato che si vedeva sempre circondato da esauriti. “D’altronde” ha aggiunto con una punta di autoironia, “chi pensi che venga a fare meditazione? I tranquilloni?”. Uhm, no.

Però, grazie al corso di cui sopra, ho scoperto un aspetto interessante che accomuna buddismo e psicologia evoluzionistica: le emozioni sono “ingannevoli”, cioè influenzano pesantemente la nostra percezione delle cose (e dunque, i nostri pensieri); tuttavia, se impariamo a osservarle da fuori, saremo noi a dominare loro, e non viceversa.

Sì, sotto sotto c’è sempre questa demonizzazione della rabbia che puzza di privilegio da qui al Tibet: difficile trovare una religione antica e ancora in auge che non dia a Cesare quel che è di Cesare, pure quando Cesare è ‘nu scurnacchiato. Però l’idea di vivere in armonia con le emozioni non è affatto male! E avrebbe pure qualche fondamento scientifico. Da un punto di vista evoluzionistico, abbiamo un cervello supereroe che ci ha fatto sopravvivere all’era glaciale, ma a che prezzo? Quello del mainagioia! I nostri neuroni seguirebbero regole del gioco vecchie di ventimila anni, per cui:

  • perseguiamo piaceri che ci creano dipendenza (senza sesso e zuccheri, col cavolo che assicuravamo la conservazione della specie!);
  • vediamo minacce anche dove non ci sono, con l’eccezione di Enrique Iglesias che è una minaccia oggettiva;
  • per motivi piuttosto singolari, ci conviene distrarci spesso.

In un quadretto così allettante, il buddismo sfiderebbe le regole della nostra mente: cominciamo a osservare da fuori le nostre emozioni, e decideremo noi quali lasciar entrare e quali no. Continuo a vederci la paranoia per cui “il desiderio è sofferenza” (letto davvero in un articolo sulla meditazione), ma oh, mi piace un sacco il principio di gestire le nostre emozioni, prima che loro gestiscano noi.

Vorrà dire che, la prossima volta che i vicini hipster omaggeranno Raffa in terrazzo, farò cinque minuti di meditazione, poi prenderò un secchio d’acqua e glielo getterò addosso.

Però l’acqua sarà tiepida.

Bottle-Of-Keys  Ieri sono rimasta chiusa fuori casa, senza portafogli, con mezz’ora di tempo per andare al lavoro. Ero così presa dall’urgenza di scappare a prendere la metro (avevo passato troppo tempo a scrivere), che sbattendo la porta ho sentito il tintinnio delle chiavi che cadevano dall’altra parte del muro.

Inutile dire che la copia di riserva fosse nel giubbino del mio ragazzo. A Zagabria.

A mia discolpa, che si sappia: io le chiavi le appendo alla maniglia della porta e le prendo ogni volta come riflesso automatico. Le dimentico “solo” una volta all’anno.

Ma il mio cervello funziona in modo strano.

Sono come il tipo di quella barzelletta atroce che, frugandosi dietro l’orecchio, si ritrova in mano una supposta, e si chiede: “Dove avrò mai messo la penna?”. L’esempio più divertente fu una cena col mio migliore amico, a Barcellona. Al momento del conto misi 50 euro nel piattino e stavo già col portafogli aperto, in attesa del resto, quando il mio amico allungò a me la 10 euro che toccava pagare a lui, per semplificare le operazioni. Io la intascai come se fosse stata il resto e me ne andai tranquilla.

Dovevo aprire il portafogli? Sì. Dovevo intascare dei soldi? Fatto. Andiamo via e il cameriere si tenesse la mancia.

Fortuna che fosse parsa esagerata anche al ragazzo, raggiunto che già chiudeva, e fortuna che oltre ad aver fatto un po’ lo scemo, per cui mi ricordava, avesse una nazionalità che contrariamente a Salvini associo per esperienza a un’onestà non comune.

Insomma, io ci metto il mio, nella mia sbadataggine cronica, ma da anni ormai la stempero con un’operazione che, in effetti, ultimamente ho trascurato un po’: meditare.

Ecco qua, l’ho detto, ora accendete l’incenso e mettetevi la fascia hippie nei capelli, come questo qui, e prima di mandarmi a… cercare le chiavi, concedetemi un altro minuto di attenzione.

Meditare, a me, serve per “essere nel presente”. Questa affermazione un po’ esoterica potete sostituirla come volete. Le suore naziste da cui andavo a lezione da piccola lo chiamavano “Non distrarti!”. Una prof. più magnanima, alle medie, traduceva l’ordine in un rapido schiocco di dita davanti ai miei occhi, mentre la collega di matematica ovviava con: “Scetate, Caruli’, che l’aria è doce!”.

Insomma, ieri mi sarei risparmiata un sacco di guai se invece di pensare alla metro mi fossi accorta che il portafogli fosse nell’altra borsa e il Tampax Compak Pearl appena messo in tasca, per quanto progettato da talpe vergini ispirate all’anatomia di un hentai giapponese, in fondo non somigliasse al mazzo di chiavi che se ne restava ancora lì appeso.

E quando dico “mi sarei risparmiata un sacco di guai”, vado presa alla lettera.

Non avrei dovuto chiedere due euro al cassiere del supermercato, connazionale del cameriere onesto di cui sopra, per comprarmi almeno il biglietto di andata per il lavoro (che poi è aumentato a 2,15, fortuna che c’è l’abbonamento!). Non avrei dovuto correre a piedi alla Barceloneta dopo aver scoperto che il padrone di casa fosse lì, e col mazzo di chiavi di riserva (almeno questo, se no erano 250 di fabbro, minimo). Non sarei dovuta tornare verso casa sotto la prima pioggia battente del mese, a sperare che mi aprissero almeno il portone giù. Non avrei dovuto accorgermi una volta entrata che mi era stato dato il mazzo sbagliato.

Tralasciando i milioni di sterline che guadagnerei scrivendo le gag a Mr. Bean, il problema ieri era che fossi così presa dai miei problemi quotidiani da lasciarmene inghiottire, aggravandoli.

E che lo chiamiate distrazione, o non essere nel presente, la questione è la stessa: invece di prestare attenzione a ciò che ho fatto in ogni momento, sono finita con la testa in un altro mondo (quello delle preoccupazioni) e ho perso un pomeriggio prezioso a rimediare all’errore.

Sono cose che il corpo non dimentica, specie il mio che, se non avesse imparato da decenni a mandarmi segnali di cedimento quando serve, avrei fatto cadere a mare senza accorgermene da quando vado su due gambe.

Quindi, se la meditazione non vi è utile, trovate un altro sistema per essere presenti nelle azioni che fate, in ogni momento. Che ci vediate o meno un’aura spirituale, a me il problema pare essere spesso questo: gente che si trova troppo spesso in un posto col corpo e in un altro con la testa.

Ne riparleremo.