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Una volta ho rubato la sporta a una senzatetto.

Sì, è stato uno dei momenti bassi della mia vita, oltre a una delle più grandi figure di merda. Perché ero convinta che lei stesse derubando me.

Stavo distribuendo panini e zuppa in strada con quest’associazione, e le nostre sporte erano simili a quelle che adottavano gli assistiti più anziani. Metteteci pure che ‘sta signora cercava ogni volta di curiosare nelle nostre provviste, convinta com’era che nascondessimo qualcosa a lei o ai suoi compagni.

Un volontario ben più paziente di me l’avrebbe ripresa in un documentario sul Raval, mentre scherzavano insieme. Nel mio caso, una sua unghiata mi fece mollare la presa, e il mio ex, lì con me, mi indicò dove fosse finito il carrellino che trasportavo io. Al che lei, prima che sgomberassimo lo spiazzo, venne apposta da me a dichiarare:

“Ehi, io non ho mai rubato mai niente a nessuno in vita mia, eh?”.

Ma con una voce solenne, diversa da quella dispettosa che le conoscevo.

Ve lo racconto perché è un tipico esempio di situazione in cui la peggiore delle ipotesi non è affatto la più probabile, ma la si dà per scontata. Buonsenso? No: pregiudizio e, in definitiva, paura.

Quante volte lo facciamo? Quante volte sbagliamo i nostri calcoli per paura che gli altri ci freghino? E magari finisce che ci fregano davvero.

Il signore che mi sgridò all’aeroporto perché saltavo la fila dei controlli, mi rivolse lo sguardo soddisfatto di chi aveva sventato un crimine internazionale: “a me non la si fa”. Non si rendeva conto che: 1) la serpentina disordinata che aveva contribuito a formare ci stava confondendo in tanti; 2) ero solo rintronata perché mi avevano appena rubato il portafogli, e rubare a lui cinque minuti di vantaggio era proprio l’ultimo dei miei pensieri.

E vi coinvolgo in tutto questo perché ieri, nel mio trionfale ritorno al gruppo di scrittura, l’esercizio psicologico aveva qualcosa a che vedere col cosiddetto worst case scenario: la peggiore delle ipotesi, appunto. Il nostro guru preferito ci elencava una serie di situazioni che si verificano quando pensiamo ai nostri problemi in termini catastrofici: vediamo tutto o bianco o nero (“se il mondo non è fantastico, fa schifo”), oppure generalizziamo (“tutti mi odiano”), e poi, va da sé, diamo per scontato che l’esito più nefasto in una vicenda sia anche il più probabile, e ci sentiamo intelligenti per questo. Insomma, dalle nostre parti opponiamo all’ottimismo ipertrofico dei ‘mericani un pessimismo cosmico che crediamo furbizia pura, e che invece ci rende fessi senza accorgercene. Prendiamo l’emotional reasoning, o ragionamento emotivo: scambiamo l’emozione che proviamo in quel momento per il frutto di un ragionamento. Come suggerisce questa terapeuta, un esempio tipico è: “Sono arrabbiata con te, quindi mi stai facendo sicuramente un torto”.

Come me con la signora della sporta, che non sopportavo per problemi pregressi. Come qualcuno che comincia una nuova relazione, e per la paura di soffrire pensa che l’altra persona lo voglia lasciare: per cui si comporta in modo così paranoico e sgradevole che la nuova fiamma lo lascia davvero. Perché sì, avete indovinato: la peggiore delle ipotesi ha il vizio di generare profezie, che poi si avverano da sole. Il bello è che, dopo, ci diciamo pure che avevamo ragione noi!

E invece, a dare per buona la peggiore delle ipotesi, la soluzione più probabile ci passa davanti inosservata. Ma quella è antipatica, perché comporta una sana autocritica sul nostro ruolo nella questione, e la spaventosa constatazione che in realtà non possiamo immaginare tutti i fattori, perché la vita è imprevedibile.

Solo che a volte preferiremmo immaginarla orrenda, piuttosto che fuori dal nostro controllo. Facendo così, riusciamo a controllare l’ansia, ma perdiamo opportunità: fossero anche quelle di capire come una persona, o una situazione, ci farà davvero del male.

Molti anni fa temevo rappresaglie al lavoro per aver partecipato allo sciopero generale in un giorno di riunione col capo: invece il mattino dopo licenziarono non solo me, ma tutto il dipartimento, e per una questione di malfunzionamento del sito aziendale che aveva abbassato i profitti. Nei documenti già pronti da chissà quanto mi avevano conteggiato la giornata d’assenza tra quelle lavorative. Una volta in strada, un collega mi confessò ridendo che avrebbe anche voluto partecipare allo sciopero, ma aveva paura del licenziamento: invece io, almeno, avevo fatto quello che volevo, e la situazione che ci aveva rispediti a casa era stata tutt’altra. Una che lui, per le sue mansioni, aveva anche intravisto, confidandosi con noi in pausa pranzo: ma per una mente allarmata un licenziamento da sciopero fa più Dickens, rispetto al classico “Sono finiti i soldi”.

Quindi, siate intelligenti. Non immaginatevi la peggiore delle ipotesi, ma la più probabile.

Se no la vita ci frega sul serio, e non ce ne accorgiamo neanche.

 

(I miei nuovi idoli di sempre)