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Gerardo non ha ancora capito che a me, i bar, piacciono sozzi.

E invece eccolo là a sgamarmi il posticino con opzioni vegane in cui invitarmi, bontà sua, durante la pausa pranzo, visto che lavora come portiere in un palazzo a pochi passi da casa mia.

A me andrebbe benissimo anche una razione di pa amb tomàquet, vicino a del pimiento del padrón: per me vegano è quello. Tanto più che non ci eravamo capiti sull’orario, e ho dovuto fare una corsa coi capelli da strega e una tuta inguardabile, per raggiungerlo in tempo.

Ma starei ore ad ascoltare il suo italiano.

È perfetto, pure negli errori! C’è riflessa tutta la storia della sua famiglia: milanesi di origini marchigiane, passati per il Venezuela e finiti a Hospitalet, dov’è nato lui.

Quindi, non dice mai “andare affanculo”, ma sempre “andare a dar via il culo”. E mi ha insegnato il meraviglioso verbo “intafanare”, mai sentito in trentotto anni di vita. A volte pare Adriano Celentano in un’intervista da giovane!

Fa anche strano ascoltare un milanese che parla di linguaggio inclusivo – senza riderne, dico – e spiega l’imbarazzo che suscitava il cognato che, a ogni brindisi, continuava a gridare: “Salute e figli maschi!”. Al che gli ho confessato che io ho sempre sentito “auguri”, al posto di “salute”, e solo ai matrimoni, o in riferimento a qualche coppia novella. Poi gli ho insegnato le sottigliezze di certi brindisi napoletani.

È sempre questione d’identità. In ambienti di movimento che pure rispetto c’è un po’ la vulgata che io me ne sarei scappata, e loro sarebbero eroicamente rimasti per “cambiare le cose”: tutt’al più, quando hanno provato a farsi eleggere, ci hanno concesso che noi all’estero “siamo stati costretti a scappare”. Per quale altra ragione si vorrebbe vivere fuori, a contatto con altre culture, e magari con maschi etero che usino un linguaggio inclusivo? Senza tener conto del fatto che per me, ormai, le battaglie di tutti sono anche le mie, che i manteros sono discriminati come le vittime di Salvini (certe politiche di Sánchez non sono migliori). Quando ho difeso la mia terra d’origine dal razzismo, l’ho fatto con gli stessi argomenti che avrei usato per altre comunità (quella gitana, per esempio). Invece il razzista di turno mi credeva punta sul vivo, come se difendere una categoria sola servisse a qualcosa, a qualcuno.

Gerardo, invece, non si è mai definito di un posto in particolare. In Italia non ci ha mai vissuto, anche se parla un italiano migliore di certa gente che conosco. Però, mi ha fatto capire, faceva fatica anche a identificarsi come uno di qua. Così, per sicurezza, nelle sue ore passate in guardiola sta imparando tutte le lingue che può, compresi russo e tedesco. Nelle sue parole ho rivisto quelle del mio ex catalano: uno con due cognomi del Sud, che aveva risolto il suo busillis identitario diventando prima un ottimo pianista di flamenco fusión, e poi un català de debò – con tanto di laccetto giallo nella foto profilo – due anni fa, quando quel genio di Rajoy aveva risposto con la forza a un referendum che rischiava pure di essere meno affollato di altri, di per sé irrisolutivi, che l’avevano preceduto.

Nel bar in cui siamo approdati ieri per il… brunch (mi ci vedete?) non c’era molto spazio per le bulerías di Carlos, ma a un certo punto è scattato l’iconico basso di Seven Nation Army.

Al che ho ricordato. Mi sono rivista ben undici anni fa, coi francesi della mia prima, sgangherata comitiva locale: gente che ti chiamava solo il fine settimana per ubriacarsi, e che al terzo chupito gratis si metteva a sfottere l’Italia. Allora per zittirli mi bastava accennare le prime tre o quattro note, senza neanche intonare il solito: “Po po po po po po po”. Ma così, per ridere. Ridevano anche loro, meridionali come me, più marsigliesi o tolosani che “sudditi di Parigi“.

Ovviamente, tutto questo per Gerardo non significava niente: per lui quella canzone era solo un sottofondo da bar, e io mi chiedevo, invece, se in Italia qualcuno la intonasse ancora negli stadi, o per strada.

Il bello era che, sul serio, non lo sapevo. Ormai non lo sapevo più.

“A che pensi?” mi ha chiesto il non-milanese, uscendo dal locale. Stava dimenticando dentro la sciarpa, ma se ne sarebbe accorto solo mezz’ora dopo.

“Penso” gli ho confessato, scostando le briciole del brunch dalla tuta inguardabile “che su questa cosa dell’identità ci scriverò un post”.

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, persone in piedi e vestito elegante

Questa l’ho presa da Facebook, se no ciao proprio

Sarò breve: a volte mi chiamano perché ho una vagina, per quello che mi serve.

Vado quasi sempre, anche se.

Si vede quando a un evento (o una conferenza, un incontro, una riunione) ti chiamano perché hai la vagina: tentano di farti dire quello che vogliono loro. Che so, ti mettono a recitare poesie. Ti fanno riempire “lo spazio degli altri”, quelli che sono lì perché ci devono stare. Ma ti fanno prendere solo la parte che gli altri non hanno tempo e voglia di riempire.

Infatti ti chiedono di parlare di un argomento, e poi magari te ne appioppano un altro, proprio perché in quel momento sembrava più urgente: è una variazione sull’hostess che porta la bottiglia d’acqua. Tu invece procuri argomenti quando serve. Un po’ come quando la domenica, a casa, lo chef si degna di cucinare quel suo risotto speciale che è l’unico contributo ai fornelli, sempre che la cuoca gli affetti la cipolla.

“Hanno chiamato anche te?” ci interroghiamo con un mezzo sorriso tra noialtre che andiamo, e che magari ci occupiamo di tutt’altro, rispetto ai temi trattati: cose su cui di rado organizzano conferenze.

Concludiamo che ‘sto fatto delle quote ok, funziona, ok, si capisce. Ma, ma, ma.

Quando si sentono moderni a chiamarti perché hai una vagina capisci in pieno la frase: non ci sono soluzioni perfette. A meno che.

A meno che non ti prendi lo spazio.

Ma sul serio: non reciti la poesia, non parli di quello che vogliono, spieghi ciò che preme a te. Parli del rapporto tra nazionalità e diritto al voto, di problemi sociali, e sai che non puoi parlare per chi ha ancora meno visibilità di te: chi ha una vagina ma meno soldi, un passaporto non europeo, la pelle più scura.

E allora apprezzano, ti citano, magari ti travisano pure, ma in quel momento poco importa.

Lo spazio te lo sei preso.

Prendiamoci lo spazio. Siamo talmente abituate a vivere in un angolino perché “fuori è pericoloso” (e pericolosa può essere anche la voglia di espandersi, se poi devi tornare a rannicchiarti) che non ci proviamo più. Capisco quelle che non vogliono provarci: la colpa non è loro, come stanno insinuando dei signori ragionevoli e coltissimi sui social, la colpa è di quello che ci hanno insegnato fin da piccoli (a tutti, anche ai signori) e dei poteri, dei soldi soprattutto, che girano intorno a quegli insegnamenti.

Però che bello quando ci prendiamo lo spazio. Per condividerlo, se vogliamo. Per condividerci.

In ogni caso è nostro.

(Una che a un certo punto si è presa lo spazio :p )