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Se qualcuno ruba un fiore per te… Chiama la polizia!

Si potrebbe chiamare anche “perché mi sento spesso a disagio nei gruppi di soli uomini”.

Non fingerò che succeda solo in Italia, o dovrei dimenticare il compleanno pieno di maestri uruguaiani del sarcasmo che elargivano perle tipo “La tua datrice di lavoro è nervosa? Scopatela!”. Tra esilaranti osservazioni su come suonasse in spagnolo “sfogliatelle” (follar è scopare), e il classico “Sei più bella senza gli occhi fissi sul cellulare”, aspettavo che si facesse un’ora decente per squagliarmela, e intanto cercavo il meno peggio con cui conversare. Che poi era uno che aveva partecipato al mio stesso concorso letterario, scoperta che lo aveva portato all’ovvia conclusione: “Allora andiamo di là, no?” (in italiano, che fa ridere di più). In effetti era un bel sollievo, scoprire che almeno uno, lì in mezzo, sapesse scrivere. Ma la mia gratitudine verso la vita finiva lì.

D’altronde, nei miei primi mesi a Barcellona, avevo ascoltato un tizio spagnolo che raccontava un avvincente dopocena con turiste come una visita a un bordello con buffet libero, con tanto di appelli via SMS agli improvvidi amici rimasti a casa: “Vieni che si tromba!”. All’intramontabile domanda “Perché a voi italiane è così difficile scoparvi?”, m’era venuto da rispondere: “Nel tuo caso sarà perché a squallore siamo a posto, non ci serve niente”.

Non avrei certo ripiegato sull’uscita “di sole donne” che una ragazza messicana mi proponeva, per scapparcene dalla palude di francesi ubriachi in cui ci eravamo ficcate: mettiamoci tutte in tiro, suggeriva lei, e sediamoci al bancone di un bar. Di bei ragazzi ne troveremo a decine, verranno a offrirci da bere. Era finita che io avevo detto adieu ai francesi, e lei si era sposata il più ubriaco.

È per questo che, nonostante ne intuisca la sostanziale utilità (dopotutto studio il GENDER!11!1!), i gruppi dello stesso sesso li lascerei a occasioni speciali, e collettivi appositi.

Però c’è da dire una cosa: nella provincia denuclearizzata a Nord di Napoli mi capitava spesso di essere l’unica donna, nei gruppi che frequentavo: “Io glielo dico, ai ragazzi: una sola donna hanno, nel giornale, e dev’essere così?” (poi il tipo mi chiese se mi ero offesa). Così come? Senza zizze, suppongo. Un altro compagno mi chiedeva proprio, all’uscita dal bagno: “E le tette?!”. Ma con faccia allarmata, come se le avessi dimenticate sulla tavoletta del cesso. Ovviamente lui aveva il fisico dei crocchè di Di Matteo, e io, nonostante questa grave malformazione del busto, a qualcuno piacevo: infatti si rifiutavano di farmi una foto abbracciata ad amici meno stronzi, per non “mancare di rispetto” all’interessato. Sto parlando degli anni 2000, eh, non dei ’50.

E non potevo neanche prendermela troppo, spiegava l’unico che interessasse a me (e che ovviamente nun me se filava): di questi simpatici umoristi, uno aveva perso i genitori, un altro non aveva lavoro, un altro ancora veniva da “un contesto difficile”…

Era un contesto da piccola città a pochi chilometri dal mio paesone, che per certi versi era addirittura più moderno di quella roba lì. Roba che prima di andarci a fare una pizza guardavano il mio migliore amico e ingiungevano: “Prendi la macchina”. Al che precisavo: “Siamo venuti con la mia”. E allora: “Ma guida lui, vero?”.

Il mio status di “donna che accettava di stare con uomini” mi precludeva scappatoie che le altre, amiche e fidanzate di chi le lasciava a casa per uscire con noialtri, potevano giocarsi: una comprensibile indignazione verso determinati energumeni, e un certo diritto a richiamare all’ordine l’amato bene, che spariva per concedere alla fortunata un po’ di tempo “da soli”. Io ero orgogliosa, lo ammetto, di “tener testa” a questi senza essere considerata una bambolina di porcellana (d’altronde, s’è detto, non ne avevo le sembianze incantevoli). Ma tra i vari svantaggi c’era quello di “dover stare al gioco”.

Per esempio, dovevo ridere molto. Se a una festa terrona con tanto di paste dicevo “Uh, mi piacciono i cannoli!”, mi si rispondeva “Ah, davvero?”, e dovevo fare un sorrisetto con aria superiore, come mi aveva insegnato mamma. Se facevano doppi sensi che sarebbero stati scontati alle elementari, l’idea era “rispondere con ironia”, o “metterli a posto”.

Poi sono venuta a vivere qui, che non è il paradiso, ma la gente scende in piazza in migliaia se violentano una in gruppo, e l’8 marzo è festa grande (in senso lato), anche senza spogliarellisti più interessati al buttafuori che al pubblico urlante (che si prende il suo giorno di Carnevale, prima di tornare a “farsi desiderare”). E allora ho capito una volta per tutte che ridere, in fondo, non è necessario.

Quando m’insultano, mi sminuiscono, mi trattano come un essere umano di serie B in nome delle tette non possiederei, o della figa che non “elargirei” come se piovesse, o del semplice fatto che non sappiano loro come trattare una donna da non mettere su un piedistallo… Quando mi capita tutto questo, non ho nessuna voglia di ridere.

E non è che “non so stare al gioco”, “non mi faccio una risata”, o “mi prendo troppo sul serio”.

È perché loro non fanno ridere. Perché possono anche smettere di restare in attesa che li chiamino da Made in Sud: perfino lì, li metterebbero a pulire i cessi.

Pazienza se il simpaticone di turno ha perso entrambi i genitori, gli animali domestici e il cincillà da passeggio in un brutto incidente, o viene dalla stessa famiglia della Piccola Fiammiferaia.

Questo sarcasmo triste che vedo in giro, specie in Italia, è troppo diffuso e scontato per diventare ironia, per cambiare cose, per smuovere altro dall’ego represso di chi lo utilizza. Rispediamolo pure al mittente senza paura di non saper “stare al gioco”.

È che noi, semplicemente, giochiamo con altre regole. Fondate addirittura sul rispetto, e sulla vaga idea che questi Lenny Bruce de Capalbio devono cercare altri mezzi per risalire dall’abisso squallido in cui si ritrovano.

Quando tutto viene meno, possono sempre farsi una risata.

 

 

 

 

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occhioMi rendo conto che da quando avevo circa 12 anni ho abbassato gli occhi a terra per non alzarli più.

Sì, è il famoso “testa alta e occhi bassi” dei film-cliché sui siciliani in coppola e lupara. E no, non prendetemi alla lettera, c’è chi guarda altrove per evitare il contatto visivo, chi osserva un solo istante. Ognuno, più che altro ognuna, ha il suo modo di fuggire agli sguardi altrui.

Il bello è che quando lo fai notare scatta spesso il chittesencula (tranquilli che il mondo è pieno di fessi) e c’è pure il blogger simpatico che fa ridere finché non sfotte le “cesse” che si permettono pure di lamentarsi se un pazzo occasionale le degna di uno sguardo. Ah ah ah.

Nel mio caso gli occhi li abbasso (o devio) un po’ per timidezza, malcelata da un umorismo aggressivo, un po’ per il compagno di università che mi confessò che quando era circondato da amici uomini e passava una tizia guardabile si sentiva quasi obbligato, per non passare per ricchione, a lanciarle sguardi malati. Simili, magari, a quelli che in Gomorra Saviano raccontava di percepire in chiesa su una sua amica, a cui finiva per infilare un anello al dito, per quieto vivere.

Invece, in Erasmus a Manchester, prima uscita in minigonna tra squadroni di matricole postadolescenti e non mi cagavano manco di striscio. Che bello!

Ok, so che su questo i pareri sono discordanti, che certe mie conterranee hanno bisogno di essere squadrate da chi guarderà uguale anche la prossima che passa, per credere di valere qualcosa. No, non esagero, me lo diceva ridendo una signora spagnola, italianini che simpatici, ti sussurrano “bella” e a quella dopo di te uguale. Non tutti, per fortuna. A Barcellona esportiamo il meglio e il peggio di noi, ma vaglielo a spiegare.

Anche perché a Barcellona il piropo callejero (e già parliamo di parole, oltre agli sguardi) lo prendono molto sul serio, ci sono gruppi di donne che filmano i tipi che glielo fanno e c’è un divertente modulo da distribuire ai simpaticoni, con inclusa la domanda “Cosa pretende di aver ottenuto con questo?” (no, perché, tra l’altro, sti guardoni hanno mai rimediato?).

Io non so bene neanche cosa si ottenga criminalizzandola, la pusteggia, ma so che percepisco qualcosa di intrusivo, in certi sguardi, quel diritto che si arrogano di non applicare con te le regole della buona educazione, perché per loro non esisti se non in quel momento, e come fonte di divertimento.

Finché ieri che mi ero messa un vestito che deve starmi particolarmente bene (e no, non era troppo corto e con me le scollature non fanno testo), improvvisamente ho alzato gli occhi.

Ho visto gente. Alcuni, com’è ovvio, non mi calcolavano proprio. Qualcuno sì, mi seguiva con lo sguardo. E c’erano le donne, perché in strada ci siamo anche noi. Qualcuna mi guardava i sandali, pare che piacciano particolarmente, l’ho già notato in altre occasioni. Altre pensavano ai fatti loro. Qualche pakistana si aggiustava il velo, qualcuna spingeva una carrozzina. Sono belli, i papà coi bimbi in braccio. Un’altra scena a cui, dalle parti mie, sono poco abituata. Vieni troppo poco, direbbe mio padre, le cose stanno cambiando.

Devono star cambiando proprio in fretta, allora.

Comunque, ho visto. Ho visto anche, ma di sbieco, perché comunque mi indispone un po’, gli occhi di un bel ragazzo che doveva star riparando qualcosa di un marciapiede, in tenuta catarifrangente che gli esaltava l’abbronzatura. Lui no, non sembrava maleducato. Sembrava che semplicemente gli piacesse quello che vedeva. Quando succede a me non riesco a guardare fisso perché temo di disturbare la privacy altrui come sento si disturbi la mia. Ma forse sono troppo rigida, in questo. Forse esistono sguardi che non sono intrusi, non sono sfacciati. Solo ammirati, divertiti, divertenti.

In ogni caso, riprendiamoci il nostro.

Il diritto a guardare. C’è una bella risposta di Simonetta Marino, che ovviamente non trovo, alla lettera di una ragazza che le chiede come farsi valere in un mondo in cui ti considerano una cosa, in cui pure un “pubblico ufficiale” fa la battutina mortificante in presenza dei sodali. La risposta della prof. è stata tipo: non abbassare gli occhi, e rispondi a tono alle provocazioni.

Non mi piacciono le interviste-cliché di donne convinte di mettersi il velo per “proteggersi dal desiderio degli uomini” (io credo che bisognerebbe smettere di trovarci spiegazioni razionali, a ste cose, peggiorano solo la situazione). Le altre hanno il “testa alta e occhi bassi”. Come se l’invadenza altrui fosse quasi un diritto, una legge della natura inappellabile, e ci fosse più comodo sentirci vittime che soggetti capaci di ricambiare lo sguardo, magari accompagnato da un sottile vaffanculo.

Sia quel che sia, quello che proprio non dovremmo fare è lasciare che qualcun altro decida dove e come possiamo guardare.

Come direbbe la scrittrice algerina Assia Djebar, il nostro sguardo appartiene solo a noi.

Noi che finalmente guardiamo.

Noi che incominciamo.