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Risultati immagini per barcelona 25 marzo 2018

Da ElDiario.mx

Ieri sera l’indepe di casa mi ha raccontato che un autobus si era messo di traverso tra Passeig de Gràcia e Diagonal, per aiutare i manifestanti che protestavano per la cattura di Puigdemont.

Io avevo in corpo la birra vinta al pub quiz, dolce ripiego per quella domenica in solitaria, e lui tornava incolume dalla manifestazione.

“Un atto d’insurrezione dell’autista, spontaneo” ha commentato poi, dandomi la buonanotte.

Prima di chiudere gli occhi, però, mi ha chiesto:

“Ma se vengono ad arrestare anche me, tu davvero gli dici ‘Portatevillo’?”.

“Ovvio”.

Non l’ho manco chiamato subito, ieri pomeriggio, per vedere se fosse tutto intero. Ci è voluto il solito WhatsApp di mia madre: ci sono disturbi a Barcellona, voi tutto bene, vero? Sì: ormai so che almeno è una personcina prudente.

E poi funziona così da ottobre: io che non sono indipendentista impreco e mi dedico alle mie cose, lui va a queste manifestazioni che finiscono su Repubblica con la parola “Scontri” nel titolo.

Ho un amico genovese, sindacalista, che fa questo da trent’anni: ha moglie e figli catalani “indepe”, e ci litiga bonariamente ogni giorno.

I miei amici sotto i quaranta sono meno sportivi, specie quelli che stanno proprio con catalani indipendentisti, eventualità che io ho sempre troncato sul nascere.

L’agguato me l’ha fatto il tempo: tanti italiani di sinistra arrivano a Barcellona convinti che gli indipendentisti siano la Lega. Poi si accorgono che l’indipendenza la vogliono tutti i nuovi compagni dei movimenti, e anche le persone che si porterebbero a letto. Tempo qualche mese, hanno cambiato idea anche loro. L’indepe di casa non ha fatto eccezione, convinto che rispetto a questa Spagna sarebbe meglio anche la Repubblica di Mordor. Su questo, mi sa, non ha tutti i torti.

A me restano gli aneddoti, come quello dell’autista che ha messo l’autobus di traverso per bloccare la polizia. O del poliziotto arrestato perché manifestava.

Fatto sta che, ogni volta che spengo il lume sul comodino, mi chiedo cos’altro succederà domani.

E so che io me la cavo sicuro, ma gli altri boh.

 

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Certo che lo so, che qui a Barcellona si sono riunite le alte sfere della Banca Centrale Europea. Non sono sorda.

I giornali hanno parlato a lungo dell’incontro di giovedì, “bajo fuertes medidas de seguridad”: 8.000 agenti mobilitati e temporanea sospensione del Trattato di Schengen (la Convenzione di Ginevra per il momento è graziata). Penso sorridendo al giornalista che alla presentazione de La Gomorra catalana si lamentava delle misure di sicurezza richieste da Roberto Saviano, che non credo prevedessero l’elicottero. Continuo e assordante.

Per qualcuno (giacché in questi casi le leggende metropolitane abbondano) pattugliava solo, per altri addirittura ospitava i veri meeting invece che il Forum, per altri ancora prelevava gli illustri partecipanti dall’aeroporto del Prat e li portava all’Arts, hotel extralusso non troppo lontano da Arc de Triomf, dal mio ristorante cinese preferito e da casa di Alessandra. Alle prese con un trasloco, l’amica sarda si chiedeva come facesse la gente, sotto casa sua, a prendersi un caffè all’aperto, circondata da un esercito di mossos d’esquadra e cullata dalle dolci pale di questo tipico ritmo urbano, ormai secondo solo alla sardana.

Fran, invece, venezuelano di Sala Consilina (ma tifoso del Napoli) si chiedeva perché avesse dovuto lasciare la sua terra per ritrovarsi anche qua sbattuto contro un muro e perquisito sulla strada di casa. Il giorno dopo la sua pubblica lamentela, esibiva su facebook una foto del suo rasoio da barba, presumibilmente nuovo: era il suo piano B per convincere le forze dell’ordine che fosse un bravo ragazzo.

In effetti, ammetto che quanto a punkabbestia Barcellona offre un campionario notevole, ma l’idea di sovversivo degli agenti è davvero stravagante: eccoli travestiti da pericolosi black bloc, volti coperti, occhiali da sole, indumenti che sembrano stati scartati dagli Encants e una fascia gialla al braccio per distinguersi tra loro. Giuro che l’immagine, che ho visto per la prima volta diffusa dagli indignados di Democracia real ya, mi sembrava un falso, una foto dello sciopero che ritraesse dei veri antisistema, ripresi certo in pose un po’ marziali, a qualche manifestazione. E invece li ha visti anche Alessandra, trattata certo con maggiori riguardi del barbuto Fran.

Comunque, l’accusa che i black bloc siano poliziotti travestiti dev’essere infondata: a parte che sposo il cliché per cui i veri incendia-bidoni vestono Diesel coi soldi di papà, questi sembravano una tale caricatura dell’originale da far pensare ai turisti in sombrero, nacchere e sagoma taurina sulla maglietta (tanto per loro Messico e Spagna sono la stessa cosa, anzi, credono davvero che Barcellona sia una città spagnola).

E qua nel Raval? Be’, siamo lontani sia dai lussi dell’Arts che dal Forum, che associavo più a una Fiera andalusa che a un meeting BCE. E poi qui la polizia passa spesso. Il primo maggio, di ritorno dalla Fiera di cui sopra, mi chiesi perché la metro della linea 2 non fermasse a Universitat, ma dimenticavo la manifestazione dei lavoratori e non mi dispiacque evitare possibili scenari da guerriglia urbana al di là delle scale mobili.

Il giorno dopo, un incendio accanto al mio vecchio palazzo di c. Joaquim Costa aveva portato all’evacuazione di parte della strada. Avevo ammirato i vicini in barbone e copricapo arabo accanto ai giovanottoni rasati in divisa blu e giallo fluorescente. Già, perché insieme ai pompieri erano accorse 3-4 volanti, due delle quali sotto al mio portone. E finché si sgombera un tratto di strada, ok.

Ma il giorno dopo? Ancora polizia, ancora volanti, e sempre sotto casa mia, tra c. Joaquim Costa, c. Carme e Riera Alta. Dove vivono anche per anni, senza mai spingersi troppo oltre, tanti extracomunitari in attesa del permesso di soggiorno. Che tra breve dovrebbero ottenere solo se conoscono il catalano di base, utilissimo per parlare coi sudamericani nelle cucine in cui sono impiegati e nei ghetti in cui, va detto, si autorecludono, fino a farne la succursale del paesello che hanno lasciato (al piano di sotto lo zio, a quello di sopra il fratello…).

In tutto questo, l’elicottero ha continuato a sorvolarci il capo fino a giovedì (Ale diceva venerdì, forse avevo tanto sonno che nemmeno i mossos mi hanno scossa dal torpore). L’unico posto in cui non lo sentivo era la doccia, il vetro rotto della finestra dà su un cortile interno e al massimo arrivano gli spifferi di vento ad attaccarti la tendina alle parti basse. Le stesse che volevo esibire sul balcone per salutare il volatile meccanico, decidendo poi che come gesto di protesta era troppo radical-chic.

Una volta aperta la tendina, se il velivolo planava basso pareva più vicino delle gocce grondanti dal braccio, facendomi pensare banalmente che, mentre spremevo il tubo della crema per il corpo, qualcuno dall’alto dei cieli (perché è sempre da lì che lo fanno) stava decidendo di cose importanti per la mia vita.

E io non ci potevo fare niente.

Fortuna che ce ne sono un bel po’ che non si possano decidere da lassù. Non così a bassa quota, almeno.