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Da cityvisitguide.com

Confesso il mio disagio.

(Era ora, direte voi).

No, il mio disagio su Barcellona e la sua gente. Mi hanno sorpreso, non avevo capito niente. Anche ora che tornano dissidi e polemiche, mi ha sorpreso la solidarietà che ho visto in queste ore, la capacità di mettere da parte qualsiasi considerazione su problemi pur urgenti e reali (turismo di massa, gentrificazione, spersonalizzazione degli spazi comuni) per fare quadrato.

Non c’è turismofobia che tenga, quando morti e feriti sono pianti come se fossero tutti della stessa città, e in qualche modo lo sono. E da ogni parte si parla di una città libera, aperta, multietnica, cosmopolita.

Adesso è il momento di non rendere tutto questo proprio inutile e pensarci bene, alla Barcellona che vogliamo.

Di ridefinirla anche quando questa tragedia sparirà dai riflettori e avrà preso posto accanto alle altre, a tutte quelle che Barcellona ha sopportato nei secoli dei secoli, uscendone abbattuta, incenerita, ma sempre in piedi anche quando la bombardavano. Perché questa Barcellona l’avevo lasciata il primo agosto (priva del soffitto in bagno e derubata del portafogli, ma vabbe’) con la sensazione che, come altre città che ho vissuto di meno, diventasse sempre di più a compartimenti stagni.

Ovviamente ci sono eccezioni, ma la mia sensazione è: ciascuno per sé. I catalani coi catalani, troppo presi dai progetti politici e dal fatto di perdere casa e lavoro, per considerare l’apporto degli stranieri al di là di un generico orgoglio cosmopolita. Fatto sta che in tanti ai loro occhi sembrano restare “guiris“, eterni turisti perlopiù occidentali.

Non nego che alcuni di questi guiris siano a loro volta rinchiusi in una loro torre d’avorio, capaci di vivere 10 anni a Barcellona con due parole in croce di spagnolo, e nessuna di catalano.

E quelli che sono solo di passaggio, come spesso accade in questi casi, non sempre si rendono conto di ciò che succede a un metro dai baretti di birra economica.

Insomma, mentre volavo verso Parigi intravedevo dall’alto le due, tre Barcellone sovrapposte: una città di mojitos che i turisti sono capaci di percorrere scambiandola per quella degli autoctoni; una città degli autoctoni in cui il negozio della nonna, o il Bar Manolo, viene sempre più spesso sostituito da un’ingombrante e costosa catena di bibite preconfezionate, senza che si trovi una terza via.

E poi c’è la Barcellona di mezzo, quella in cui ci si lamenta della supremazia dello spagnolo, ma si risponde in spagnolo agli stranieri che parlano catalano. Quella in cui vivaddio i rifugiati sono benvenuti, ma guiris go home. E i “paki” sono parte dello scenario, ma guai a togliere guadagni ai vicini “veri” in una festa de barri.

È questa la Barcellona di chi si crede catalana perché si sta scordando la lingua d’origine, e che prima o poi, quanto ci scommettiamo?, si sentirà dire da qualcuno “Torna al teu país”. Ma non perché sono razzisti, anzi, solo perché gli stronzi sono dappertutto.

È questa la Barcellona in cui la sacrosanta lotta per restare a casa propria, senza doverla cedere a chi paga di più, si confonde con la retorica del barri digne, e a qualche Consell de barri la richiesta di più polizia ottiene il pienone dei voti, soppiantando totalmente quella di più asili.

Ecco, queste Barcellone non dialogano abbastanza, secondo me, ed è un peccato che ci voglia una tragedia per ricordarci di quanto dobbiamo essere orgogliosi della città che ci ha dato i natali, o ospitati per qualche giorno, o accolti come se già fossimo un po’ suoi.

Allora perché sparare a zero sui catalani, se quello che ci rode è che loro qua ci sono nati e noi siamo gli stranieri?

Perché considerare gli stranieri occidentali tutti “guiris”? Va bene difendere la propria identità dalle minacce, ma non lasciamo fuori anche le nuove risorse.

E perché insultare la nostra intelligenza e ridurre una città incredibile a una sbronza nel Gotico?

Barcellona è questo e altro, ci mancherebbe.

E se delude chi ci vede solo la capitale della Catalogna, o solo la città cosmopolita, o solo un posto in cui ubriacarsi, è perché non può dare quello che non ha: un’identità piatta, stagnante.

Però può dare tutto il resto.

Prendiamocelo.

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donnavelopc So che è più complicata, ma a me l’hanno raccontata così ed è vero che a volte sono meglio le storie che i fatti: durante una celebrazione accademica del Día de la Raza, che in Spagna non è del tutto sparito e che qualcuno vuole estendere all’Italia, Miguel de Unamuno dice tutto quello che pensa dell’ossimoro franchista “Viva la muerte!”. Che si riassumerebbe con “Il fascismo si cura leggendo”.

… e il razzismo viaggiando, ci ha aggiunto qualcuno.

Ci penso spesso quando mi meraviglio, da italiana all’estero, delle dichiarazioni sull’Islam di quelli che quando ero in Italia consideravo intellettuali seri. Gente che in gioventù aveva fatto attivismo e che si batteva per i diritti delle donne o denunciava soprusi, e che magari aveva alle spalle un rocambolesco passato di famiglie sparse per il mondo e persecuzioni assortite.

Devo dire che 8 anni dopo forse non riesco più a tastare “il polso del paese”. C’è una teoria sociologica, quella del contatto, per cui gente che convive quotidianamente con persone di altre culture è meno propensa a essere razzista, perché si tratterebbe di scagliarsi non contro un’idea astratta, ma contro un vicino che saluta ogni giorno. Questa storia sembra funzionare con gli elettori di Trump, americani bianchi che vivono in enclave in cui gli unici latini che incontrano sono quelli che gli spicciano casa.

Ecco, io mi chiedo se tutte queste persone che stiano ora intervenendo sulla pleonastica polemica del burkini non abbiano un problema del genere, con una variante: magari del “mondo arabo” non conoscono che il lavapiatti egiziano del loro ristorante preferito o l’intellettuale marocchino che, come dice mirabilmente un suo connazionale, “si ricorda di essere arabo solo quando deve vendere libri ai francesi”.

Il suo connazionale, professore di chimica organica, quando torna in Marocco si ritrova ogni tanto dei bulletti ultrareligiosi che occupano un pezzo di spiaggia e pretendono di restare da soli, perché le loro donne fanno il bagno. Sono casi abbastanza isolati e, a chiedere i documenti ai protagonisti di questi siparietti, è difficile dire chi sia più marocchino, se questi religiosi che fanno notizia, o il mio amico, o per esempio i collaboratori della mia associazione che lontano dalle spagnolissime fidanzate si ubriacano a merda e fanno persino due tiri.

So che questi non sono abbastanza esotici per uscire sui giornali, vorrei chiedere a chi li considera una minoranza privilegiata se ne sia sicuro, e se, ammesso che così fosse, non abbiano diritto alla rappresentanza. Ma entrerei in una polemica non dissimile da quelle tra i napoletani di ceto medio, che difendono ‘a cartulina con la triade Totò – Troisi – Daniele, e i giornali populisti che vedono solo quelli di madrelingua napoletana che ascoltano musica neomelodica. Chi è più napoletano? Nessuno.

Chi è più arabo? Nessuno.

E nessuno è più francese, tra quelli formaggio e baguette e quelli couscous e banlieue. Scusate i luoghi comuni, ma un prof. della mia università napoletana dubitava che gli attentatori di Parigi avessero nazionalità europea (ehm…).  Pensava forse al mitologico maggio francese che aveva vissuto nei termini descritti dal suo quasi coetaneo Bertolucci. Si ostinava a ripetere che i ragazzi cresciuti “in ghetti arabi” non fossero i francesi della liberté, égalité, fraternité. Ma de che.

Ho amici che lo sanno, come sono i francesi oggi. Che a Parigi ci hanno vissuto davvero, e per anni. Che hanno diviso un appartamento a Damasco con un italiano che poi è morto in Egitto, e adesso scoprono che all’Italia frega meno di due fucilieri di marina accusati di omicidio in India.

Mi chiedono perché e io non so che rispondere. Forse le generazioni hanno smesso del tutto di parlarsi, di collaborare. Gli ex  sessantottini sembrano troppo occupati a difendere il mondo che volevano cambiare, per vedere come cambia. E i loro figli e nipoti, che hanno viaggiato, che accumulano titoli su titoli senza mai avere un lavoro, perdono la speranza di dire la loro nella gerontocrazia di baroni e amici degli amici che li esclude.

Tutti difendono la loro realtà, nessuno si occupa della verità.

Ed è un peccato, perché la metà di quello che leggo la può scrivere solo gente che non sa di cosa parli.

 

La Haine 1995 1080p BluRay DTS x264-DON_mkv_snapshot_00_50_10_[2011_10_01_19_25_47] Un giorno, a Manchester, la mia diafana tutor del master se ne uscì così nel bel mezzo della lezione sul postcolonialismo:

– Noi siamo abituati a pensare all’Inghilterra come a una nazione bianca, ma in realtà non lo è più da tempo.

“Meicojoni, benvenuta nel Regno Unito!”, pensai. Mi veniva da ridere, perché di quest’Inghilterra bianca avevo visto poco e niente. Ero passata direttamente da un Erasmus arcobaleno, popolato da gente di tutto il mondo, alla comitiva del mio ragazzo, un manchesteriano mezzo pakistano e mezzo irlandese che aveva tra gli amici: un tipo inglese da 10 generazioni coi capelli bianchi a 23 anni; un amico di origine indiana; vari conoscenti di origine pakistana; due-tre latini; un africano nerissimo il cui padre purtroppo morì di malaria (…); la ragazza biondissima del tipo inglese di cui sopra, che però era oriunda perché veniva da Liverpool.

Insomma, io quest’Inghilterra bianca, francamente, l’ho sempre vista poco. Ne ho sempre ammirata una così colorata, dal bianco neve all’ebano, da far invidia a una palette della Mac.

Ma tutto questo, forse, è più evidente per una che sia venuta da fuori. Per qualcuno che in un posto ci sia nato e che ci sia immerso da una quarantina d’anni, come la prof. del master, magari è difficile rendersi conto di quanto sia diversa “la sua terra” da come se la immagini.

Mi piace pensare, o voglio sperare, che sia così anche per chi in questi giorni parla di attacco all’Europa, a proposito degli eventi di Parigi o Bruxelles (Ankara per molti sembra essere in provincia di Atlantide). Mi incuriosisce questa definizione perché, ed è la domanda su cui Salvini non rispondeva l’altro giorno a Ballarò, come la mettiamo sul fatto che gli attentatori siano europei?

A proposito di Parigi, a novembre un barone storico della mia università, pure un bell’uomo, aveva scritto nell’ondata emotiva: non vorrete farmi credere che gli attentatori vengano dalla Francia della liberté, égalité, fraternité? Ehm, ehm. Gli si fece notare che in effetti sì: passaporto europeo per tutti. Allora lui aggiustò il tiro: vabbe’, ma mica erano europei, venivano dai ghetti. E l’altro giorno uno su facebook mi rimproverava per cercare di sottilizzare sulla differenza tra cittadini europei e “immigrati storici”. Questo ossimoro me lo segno!

Attenzione a questi discorsi pelosi, perché sopraggiungono quando davvero dobbiamo guardarci in faccia  e chiederci “quale Europa” sia sotto scacco. Quella che bestemmiamo un giorno sì e un giorno no per essere un’Unione di merci e non di persone? Quella che ci richiede costantemente di riconoscere i diritti civili alle famiglie arcobaleno, mentre noi organizziamo il Family Day e lasciamo bambini che già esistono senza assistenza/eredità?

E l’emarginazione delle comunità musulmane che da trent’anni almeno sono europee, quanto è diversa da quella del resto delle periferie? Penso alla mia Napoli, rievocata spesso a proposito della polizia attaccata durante la cattura di Salah Abdeslam. Già emarginiamo gente che riconosceremmo più facilmente come compatriota, ma che non condivide l’idea di gusto inculcata dal ceto medio, e parla una lingua non ufficiale e marginalizzata che era la stessa dei nostri nonni.

Insomma, qual è l’Europa sotto attacco? Quella che odiamo tutti prima di fare quadrato quando ci sentiamo minacciati? E da cosa la stiamo difendendo, quest’Europa?

Da noi stessi. Perché è l’Europa ad attaccare l’Europa. Due volte. Prima con la politica, quando fa gli interessi di pochi a cui le grandi masse si devono adeguare. Poi, con le bombe. Che vengono da una parte infinitesimale (meno della mafia in Italia) dell’Europa che è già Europa, ma che non vogliamo vedere perché la sentiamo estranea, anche se è già qui da prima che nascessimo.

Che ci sia familiare o no, quest’Europa multiculturale e multietnica è già con noi.

Col pakirlandese di Manchester andai in Sicilia. Lì una bambina di origine indiana, che diceva “Miii” e “Mariiia”, gli spiegò tante belle cose su Palermo, nell’italiano perfetto che lui non capiva.

Immaginatevi un pakirlandese britannico rispondere in italiano stentato a un’indianina siciliana.

Buffo, no? Non è spaventoso, né deprecabile. È buffo.

Non sentiamoci minacciati dalla complessità. Specie in Europa.

Se no staremo coi fucili puntati contro tutto e tutti, senza accorgerci che il nemico siamo noi.