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Eh, Ricky, si invecchia: la vida loca la lascio a te!

Insomma, a sentire il tipo che consegna il Mate Cola, avrei dovuto ringraziarlo per aver fatto il suo lavoro.

No, ma lo capisco: vivo in una strada che più in centro non si può, che per una complicata combinazione di incroci infernali e fasce orarie da ZTL si rivela seconda per irraggiungibilità subito dopo l’Everest, ma senza gli sherpa a fare tutto il lavoro.

In effetti il tipo del Mate Cola era piuttosto improbabile come sherpa, con la mascherina blu e il jeans a tre quarti, ed era stato pure fortunato ad arrivare proprio il giorno dopo la riparazione dell’ascensore! Però niente da fare, per lui ero stata fortunata io.

“Il tuo numero mi risultava inesistente” si lamentava “però mi sono detto: andiamo comunque. Se non la trovo, vorrà dire che mi faccio la passeggiata da quelle parti“.

A parte il fatto che il numero s’è rivelato corretto ed esistentissimo (dove vivo adesso è meglio non risparmiare troppo con le compagnie telefoniche) mi ha colpito quell’accenno alla “passeggiata” che il signore gentile e chiacchierone si sarebbe fatto, se non fossi stata in casa. La mia mente drogata di memoria visiva mi ha restituito, come spesso accade, una sequela di immagini: muratore alla cassa del supermercato vicino alla Biblioteca de Catalunya, dove scrivevo la tesi di dottorato. Nel ricordo, il giovane muratore si lamenta che quella sia una zona guiri, cioè turistica: nessuna speranza di pranzare senza rimetterci un rene (un rene = ai tempi, 8 euro di menù fisso, adesso siamo saliti a 11-12, e lo stipendio del muratore è cambiato in modo meno spettacolare). Poi il fattorino IKEA che mi fa aspettare l’intera giornata nell’appartamento ancora vuoto per poi urlarmi al telefono, due ore dopo avermi annunciato il suo arrivo “tra cinque minuti”: “Lei sa in che zona vive!” (mi spiace, macho man, mi sono fatta restituire i soldi della consegna).

Ma l’immagine più evocativa è stata la faccia dell’ingegnere sardo conosciuto nel tripudio di mondanità che era stata la festa all’hotel che avrebbe poi ospitato il re Felipe con la famiglia: “Cazzo, ma allora fai proprio la vita giovane!”. Questo il commento quando aveva saputo il mio indirizzo. “In realtà ho scelto quella casa lì per potermi stabilire per un po’ e mettere su famiglia, ma la cosa non è andata in porto”. Dopo la mia precisazione, il tizio è ammutolito: troppe informazioni per una festa intorno alla piscina con tanto di dress code (la prima e l’ultima della mia vita). Così, per sdrammatizzare, ho tolto le ballerine atroci che avevo messo per rispettare il dress code e mi sono fatta accompagnare a mettere i piedi in acqua.

Ma sì, “vita giovane” è una possibile descrizione: bar a poca distanza, discoteche o taxi a un tiro di schioppo, senza contare la dddroga (anche se gli spacciatori sulla Rambla con me si sono arresi). Ma fa la vita giovane, chi come me si ritrova in un’idea standard di gioventù che non cercava, né desiderava?

Tutte queste storie gridano “privilegio” a dieci metri di distanza: affittando parte della casa posso dedicarmi alla scrittura e, anche se al mio arrivo detestavo la zona, devo ammettere che sono vicina a posti molto più fighi, specie ora che il turismo mordi e fuggi sta lasciando il posto a una meno invasiva tamarraggine locale (vi dico solo questa: sono tornate di moda le radioline portatili). Le conseguenze di queste e altre scelte sono però che: non ho un lavoro normale, non ho rapporti umani normali e, se provassi ad adottare la prole invece di generarla io, credo che la risposta dei servizi sociali sarebbe quella di chiamare la polizia. Peraltro, quando vivevo ancora a Napoli, in casa scherzavamo spesso sul fatto che, se fossi diventata madre, avrebbero chiamato subito i servizi sociali. Il cerchio si chiude.

La questione è, come immaginerete: cos’è una vita giovane, e cosa una vita adulta.

Perché, sì, discuto spesso e a volte litigo con gente allergica al concetto di settle down, asentarse, sistemarsi, comunque lo chiamiate: anche a me non è mai piaciuto, ma ho la sensazione che adesso faccia figo vivere piuttosto come se fosse l’ultimo giorno, come suggerisce un fortunato consiglio di Jim Morrison, mentre io andrei più per il concetto di truva’ pace, di Eduardo De Filippo. Che non significa fare la mia vita da nonna, che si ricorda che è sabato solo perché vede più gente in strada. Ma farsi un’idea di ciò che si vuole: se coincide con quello che vuole tanta altra gente, forse è meglio così, magari è un po” più facile. Altrimenti oh, va bene uguale!

Ho fatto un sondaggio tra le mie amicizie e non vogliono la luna, oppure vogliono quella e qualcosa di fin troppo normale, che solo una crisi economica ormai calcificata rende impossibile: che so, l’indipendenza catalana e un lavoro d’ufficio, cambiare il mondo e un monolocale non troppo lontano da una metro, sotto i seicento euro (e scatta la battuta: “Allora come lo vorresti cambiare, ‘sto mondo?”).

Insomma, per me vita significa sapere più o meno che si vuole in un lasso di tempo ragionevole (a volte siamo preda di desideri espressi in momenti del tutto diversi della nostra vita), più che doversi per forza dare obiettivi che il vicino di casa possa apprezzare o invidiare.

Niente a che vedere con norme scolpite nella roccia e, soprattutto, con l’idea più idiota e più radicata che leggo in giro quando si parla della vita: bisogna soffrire.

Non è che succeda, non è che sia quasi una conseguenza del nostro stile di vita: ma bisogna, se non soffrire, sperimentare un’eterna insoddisfazione, un misto di ansie, preoccupazioni e sogni frustrati.

Per citare la Treccani: ma anche no.

Ne riparleremo.

Odio postare nomi reali, ma la tipa coreana che mi vendeva casa si chiamava Jin Young Moon: indovinate cos’è diventata in bocca al notaio, il giorno della firma.

Che poi era una notaia, e ha fatto pure una pausa comica quando ha letto che di mestiere facessi la scrittrice. Un omaggio scherzoso dell’amico avvocato che ha fornito i miei dati.

Uscendo da lì con le chiavi in borsa, ho scritto al mio coinquilino preferito (l’unico): “Comprato”.

Poi mi sono girata due banche, una sbagliata e una no, per estinguere un mutuo. E già che c’ero ho fatto una capatina a… casa nuova.

Si erano portati il frigorifero.

Avevamo litigato in due puntate, e si erano portati il frigorifero.

Il maltolto è poi stato riportato che ero già arrivata a casa vecchia, altra corsa per tornare indietro.

Ho finito di trottare alle cinque del pomeriggio, e sono morta sul divano di casa vecchia: certe cose ho scoperto che o si fanno in coppia, o in famiglia. Io, si diceva, mi sono ritrovata per la seconda volta a farle da sola, circondata da gente che non le capiva.

Infatti sono andata in bagno e ho scoperto che mancava il dentifricio.

“Ma non avevi fatto la spesa?” ho buttato una voce in corridoio.

“Mi hai scritto che l’avevi comprato” è stata la risposta.

“L’appartamento, non il dentifricio”.

Ieri mi sono alzata dal letto con la voglia di essere a casa nuova.

I cambiamenti radicali spaventano, specie se “scappi” da una vita accogliente, di quel tranquillo che se non stai attenta si fa stagnante. La mia bella vita stagnante mi manteneva serena tra i suoi libri di testo e i tè costosi, e le porte chiuse, che ad aprirle sapevo già, più o meno, cosa trovarci.

Ma poi è un momento. Natalie Portman, nel – pretenziosetto – Closer, dice che c’è sempre un momento in cui puoi resistere, prima di entrare nella deriva che ti porterà al tradimento. Oppure cedi.

Succede anche con la vita in generale.

E ieri mattina, alzandomi dal letto, ho sentito il momento: la nostalgia impossibile del soggiorno che non ho ancora vissuto, delle presentazioni del libro ancora da fare, delle nuove città che non ho mai visitato.

Solo allora mi sono detta:

“Quando cominciamo?”.

iomammapapà2 Tempo di cambiamenti che non ho scelto. Il più fesso, figurarsi gli altri, è quello della casa. È stata la mia tana per due anni e ora non la sento più sicura. Magari siamo tutti paranoici da quando è morta la gatta, ma l’altra notte ho sentito qualcuno camminarmi sul tetto. Passi precisi e regolari, con incluso trasporto di oggetto inanimato (qualcosa che rotolava). Difficile pensare a un gabbiano sovrappeso. Quando ho sentito anche una specie di tonfo, come se qualcuno si calasse su qualche balcone, sono uscita di casa (alle 3 di notte) senza saper bene cosa fare.

Poi rinunce, a cose molto belle.

Così belle che ho pensato che per provare minimamente a compensarle ci vuole qualcosa di bello assai. Così non spreco manco energie. Come ho detto a un’amica di qua: “Tanto amor sin que nadie lo aproveche…”. Mio padre mi ha insegnato a non buttare niente.

Sto consultando pagine di volontariato. E nel Raval, stereotipi a parte, ce ne sono, di cose da fare. Fortuna che la gente è solidale, tra compaesani e correligionari sono l’altruismo personificato. Però ci sono i problemi dei poveri, famiglie disagiate senza soldi per coprire la loro vergogna, bambini da tenere a bada mentre entrambi i genitori lavorano… Mal che vada organizzo un corso intensivo di napoletano, così imparano la sottile arte del chitemmuorto.

Ok, per gli altri stiamo a posto. O meglio, per me che fingo di farlo per gli altri.

E per me, proprio me stessa medesima in persona?

Pensavo a una casa. E non coi soldi dei miei, che mi rassegnavo a invocare a 32 anni suonati, quando dai 18 ho chiesto un solo intervento per bollette impreviste. Un mutuo equivalente all’affitto che sto pagando, con loro che garantiscano per me, se me lo fanno fare. Così non mi metto scuorno di chiedere troppo e non volo basso con le case. In fondo 30 anni di speranza di vita che li ho, vado pure in palestra 4 volte a settimana. A pensarci bene la crisi ne ha fatto la mia unica risorsa costante.

All’affitto ci sono sempre arrivata, non vedo perché spendere i soldi a vuoto. E se sto con l’acqua alla gola, mi rassegno a vivere con altri. A 30 anni, col residuo della borsa di dottorato e i primi soldi del lavoro d’impiegata mi regalai un appartamento senza coinquilini. Basta appartamento spagnolo, Erasmus, la Bohème. Mi sembrava un indice di maturità.

Ora ho capito che vivere al di sopra delle tue possiblità può essere piuttosto un segno d’infantilismo.

Ho capito anche un’altra cosa, forse, un’ovvietà di quelle a cui arrivo sempre tardi. La controversa questione del sorridere anche in tempi avversi. Una forzatura disumana, sottolineava un amico su facebook. Non per me, che lo facevo costantemente per due motivi altrettanto sbagliati: o perché confondevo lo “star bene” col “fare cose”, o non riuscivo mai del tutto a star male, che è grave come quelle malattie per cui perdi la sensibilità e ti pugnalano senza che te ne accorga.

Ora ho capito, forse, che la questione è star male e imparare a sorridere “nonostante”.

Ve l’avevo detto, che era una banalità.

PS: L’ho scritto qualche giorno fa. Intanto ho scoperto che l’avallo può fartelo pure Bill Gates, ma finché non porti una busta paga col tuo nome nisba (lo so, sono di un’ingenuità spaventosa, ma sono in buona compagnia). E De Gregori non aveva ancora fatto l’intervista che manco ho letto, perché di lui ormai ascolto poche canzoni, tra cui questa.