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Lo struscio, da lineapress.it

Anche quest’anno, a bocce ferme, la palma d’oro delle vacanze di Natale se l’aggiudica lo struscio!

(Pensavate che scrivessi “l’influenza“, vero? No, ho smesso di lamentarmi, giuro. Ehm.)

Dicesi “struscio” l’andirivieni sul corso di paeselli come il mio che si verifica in particolari feste comandate (di solito vigilie), quali: vigilia di Natale, ultimo dell’anno, notte dell’epifania. Sì, sarebbe la versione locale del “fare le vasche”, ma lasciatecelo dire a modo nostro!

Fare lo struscio è molto semplice, richiede tre mosse:

  •  impernacchiarsi, ovvero farsi belli;
  • esorcizzare l’influenz… ehm, l’odore di frittura che emana la cucina in assetto da cenone;
  • prepararsi a spendere una fortuna in “bollicine” per brindare (ma si può sempre scroccare), e a tornare a casa semiubriachi.

Assisto a questo spettacolo con la curiosità del tipico esploratore che finisce in pentola nelle vignette rétro, quelle con l’Africa ridotta a villaggio di cannibali: quest’atteggiamento è un po’ la vendetta di noi espatriati, unita al segreto sospetto che aspettassero la nostra partenza per apparare un po’ il paese (cioè, per migliorarlo).

Per me una parte irrinunciabile dello struscio sono le cufecchie: dette anche ‘nciuci, consistono nei più beceri pettegolezzi sulle persone che incontriamo per strada. Per farne, i miei accompagnatori approfittano della mia presenza, visto che ormai sono la “forestiera” da aggiornare sulle faccende di paese: grazie a loro scopro quindi chi si è sposato, chi ha figliato, chi tene ‘e corna, chi ha trovato lavoro, e chi non si capisce che lavoro faccia, ma sta sempre schiattato ‘e sorde.

Dai, ve la faccio tanto nera ma non è così drastico: in paese sono sempre stata la parente esaurita (figlia, sorella, cugina…) di gente più popolare di me, figuratevi se rendo la pariglia a criticare gli altri! Ma lo struscio è come una serie che va in onda solo tre volte all’anno: mi piace il momento del “recap”. Anche perché, che ve lo dico a fare, la realtà supera sempre la finzione!

Dello struscio di quest’anno, però, mi porto dietro soprattutto un dettaglio minore: una tizia salutata in fretta, insieme al fidanzato, da qualcuno della mia allegra brigata. Il mio informatore mi ha poi spiegato: “Quella sta sempre tutta apparata [sinonimo di “impernacchiata”, n.d.R.], pure quando va a fare a spesa”.

Adesso, sono d’accordo con voi, saranno anche fatti suoi. Magari il mio amico la incontrava sempre che tornava dal lavoro, un lavoro a contatto col pubblico che richiedesse una certa eleganza. Oppure anche la fanciulla soccombeva alla pressione estetica, quest’espressione che non riesco a inculcarvi ma che in Spagna ha dato il via a molte campagne contro l’idea che le donne debbano sempre sembrare bellissime, giovanissime, vestite bene.

Però io, che al secondo brindisi ero già ubriaca, oltre che di nuovo in preda alla tosse (d’oh! arieccomi che mi lamento), ho visto la cosa sotto una luce positiva: che ce ne frega dell’occasione per impernacchiarci? Ogni giorno dev’essere una festa! Anche quando le circostanze non sono tanto festose.

Non c’è bisogno di chissà che ricorrenza per uscire, va bene anche l’arrivo al supermercato dei regali vinti con la raccolta punti del Mulino Bianco! E metti che trovi uno sconto sulla tua marca di pasta preferita… (Scusate, è l’immigrata che parla).

Non occorre poi essere ossessionate di estetica per essere fan di Clio (anche se io sono team Lisa Eldridge, noblesse oblige!) e provare un nuovo smokey eyes, anche se addosso a noi farà un po’ l’effetto panda.

Infine, non serve il Natale per fare uno struscio, anche se l’isola pedonale è sempre più piacevole dei tubi di scappamento. Peraltro ricordo la posteggia sul corso di uno che, per fare i complimenti a un’amica che passava, le canticchiava la sigletta dei tronisti di Uomini e Donne. È il caso di dire: Magic Moments!

No, non fatevi illusioni, continuerò a fare la spesa nelle romantiche tutone casalinghe che il sabato sera fanno dire ai vicini: “Uh, non ti avevo riconosciuta, vestita bene!”. Però grazie a quella sconosciuta dello struscio mi prenderò un momento per me, impernacchiata o meno, ogni pomeriggio in cui il lavoro me lo permetta. Per un caffè hipster prima di tornare a casa, o una puntatina al mio cinema preferito per vedere se hanno messo quel film che aspettavo da un po’. Sì, ok, ci metterei tre secondi a controllare su Google, ma lì trovo anche il volantino con la sinossi! E poi, se trovo il film, c’è la gioia di snobbare il carissimo bar del cinema per il “negozio di schifezze” accanto, che ha le stesse cose a un euro.

Insomma, mi preparerò al meglio perché al prossimo struscio abbiate tanto da sparlare su di me. Spero mi restituiate il favore!

Intanto, buon ritorno al lavoro con le immagini dell’ultimo struscio.

(Dalla pagina FB “Frattaiuolo”. ‘Sto fatto che il mio ex rappresentante d’istituto mo’ sia sindaco mi fa troppo strano!)

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L'immagine può contenere: una o più persone

Incredibile foto di Fulvio Ambrosio

A Barcellona se sgomberano un centro sociale scende in piazza mezzo quartiere.

Non i fricchettoni, proprio i vecchietti.

E quelli che si beneficiavano delle distribuzioni gratis di alimenti in questi tempi di crisi feroce. Quelli che andavano ai corsi gratuiti, che partecipavano alle attività culturali e ricreative. In quartieri ormai ben poco popolari come Gràcia.

Per certi sgomberi la gente non muove un dito, e questo dice molto. I centri che fanno bene alla popolazione sono tanti e si vedono, in una città in cui un solo proprietario può avere non so quante palazzine vuote per un’operazione di mercato. E il mio presidente preferito (dopo di me!) cerca casa perché gli hanno chiesto il 55% in più d’affitto.

Per questo, pur non condividendo diversi aspetti del movimento okupa, come viene chiamato qua, riconosco e rispetto un’attività sociale che spesso le istituzioni non sanno garantire. E so che si tratta solo di una parte della gigantesca costellazione di movimenti sociali che può ospitare una città.

È per questa confusione lessicale e semantica (“i centri sociali contro Salvini”?!) che mi dispiace che in Italia si cada ancora nella trappola di guardare cosa facciano duecento persone su migliaia di manifestanti che gridavano slogan, esibivano striscioni, facevano sentire la loro voce. Lasciamo perdere le mie dispute coniugali sull’inutilità o meno di esercitare violenza, che finiranno con la defenestrazione dell’aspirante facinoroso. Adesso parlo proprio di proporzioni tali da non giustificare titoli come questo.

Ho letto in giro diversi commenti critici verso la manifestazione di sabato. Alcuni li comprendevo, pur non condividendoli. Altri erano fatti da uomini che consideravano particolarmente strategico difendere la libertà di parola sul razzismo. Non scarseggiavano le donne convintissime di sapere cosa fosse una manifestazione, cosa un centro sociale, pur mancando di evidenti informazioni di base sull’argomento.

Soprattutto  ho trovato pericolose generalizzazioni.

È curioso che i giornali vengano creduti solo quando facciano sensazionalismi, solo quando sfoggino il titolo che meglio riassume cosa pensino di movimenti non inquadrati nei partiti che appoggiano: “Scontri con la polizia”.

E mi fa male al cuore pensare che la vecchietta non esattamente punkabbestia che abbracciava il palo allo sgombero del Banc Expropiat (una vicenda che mi vede in netto disaccordo col centro sociale per la gestione dei tumulti) sembri capire meglio cosa sia in gioco, al di là della solita domanda su chi sia il vero nemico da combattere. Sulla questione del nemico in Italia rispondiamo da tempo con una citazione mutilata e decontestualizzata di Pier Paolo Pasolini (che non amo particolarmente, ma difendo il diritto degli autori a essere citati bene!). Allora evitiamo di nominare “nemici” e soffermiamoci sulla posta in gioco.

I diritti. Questa parolaccia in cui nel mio paese non sembriamo credere neanche più, allora sfottiamo chi la invoca, credendoci furbi nel nostro cinismo, pardon, realismo.

La questione sul diritto di parola a uno che predica l’odio razziale (caratteristica di un movimento politico che nel nostro paese è illegale) è come l’uovo di Colombo. Da un punto di vista meramente strategico, non so se faccia meglio lasciar parlare o manifestare energicamente il proprio dissenso. Quel che so per certo è che non saremo tanto noi a pagare le conseguenze di questo dilemma, ma le vittime di quest’odio razziale. E questo per me è intollerabile.

Ma per favore, non riduciamo ogni tentativo di dissenso a una fede cieca nel fatto che i centri sociali siano degli sbandati pericolosi, che una manifestazione di migliaia di persone sia un gigantesco scontro con la polizia.

E infine: piantiamola-di-citare-a-sproposito-Pasolini.

Non ce lo cachiamo per 364 giorni all’anno.

L’unico in cui potremmo lasciarlo quieto, che riposi in pace almeno lui.

Risultati immagini per pumpkin spice latte

Lo confesso: nonostante i buoni propositi, il telo da spiaggia per il dopo-lezione me lo sono portato una volta sola. A metà settembre. Con un cielo non proprio terso e una brezzolina che mi faceva accapponare la pelle. Così ho desistito e sono entrata, udite udite, da Starbucks, la cui soglia a Barcellona avevo varcato una volta sola, almeno per restarci.

Ma m’incuriosiva una serie di bibite reclamizzate come Pumpkin Spicequalcosa (ho sempre creduto nell’uso della zucca nei dolci). Anche se ora non ricordavo, delle bevande raffigurate all’entrata, quale volessi provare. Pumpkin Spice Cappuccino? Boh, affare fatto. Che poi affare per modo di dire, quattro euro e qualcosa un cappuccino?! Mi sono seduta a uno di quei banconi per avventori non accompagnati, con sei sedie disposte una accanto all’altra. Al di là del vetro che mi separava dalla strada, il retro dell’insegna che avevo letto all’ingresso pubblicizzava un Pumpkin Spice Latte. Ecco cosa volevo. Ecco.

Ed eccomi seduta davanti a una Barcellona quasi autunnale, con in borsa un telo da mare stropicciato solo dalla ricerca di un libro che, al contrario del cappuccino, trangugiavo avidamente. Il tempo che mancava alla partita del Napoli mi suggeriva che fosse già troppo buio, per le due ore legali spagnole. Insomma, sembrava un pomeriggio vero. Di quelli in cui la spiaggia non è un’opzione, la gente torna dal lavoro, i bambini dal doposcuola, e tutti pensano all’estate, invece di starci ancora immersi.

Allora ho formulato due riflessioni, una su settembre e un’altra sul Pumpkin Spice Cappuccino.

Quest’ultimo, è doloroso ammetterlo, pareggia quasi quelli del mio bar hipster preferito, con le stesse polverine magiche che si trasformano in tè spumoso. Devo rassegnarmi al fatto che se non vado dallo spartano Sirvent (“gelatai dal 300 a.C.”) non saprò mai “cos’ho nel bicchiere”. Comunque il bancone a cui ero appoggiata era appiccicaticcio.

Con settembre, invece, ci ho fatto pace. Ho ammesso che le nostre incomprensioni fossero dettate dalle mie aspettative su di lui, dalla mia ostinazione a vederci quello che non era più (agosto), invece di quello che potesse diventare (primi buoni propositi e ultimi gelati).

È come confrontare la vostra nuova fiamma col vostro ex. O, peggio, paragonare la vostra relazione reale con una immaginaria, che coltivate da secoli con qualcuno che non vi si fili proprio.

Mentre ad agosto perdoniamo tutto, dal caldo affollato ai fruttivendoli chiusi, di settembre ignoriamo il piacevole fresco, le gite meno sudate, le “pizzate” del post-vacanze, e guardiamo solo all’anticamera del freddo e del lavoro (anche se spesso, di questi tempi, o non l’abbiamo mai interrotto, o non l’abbiamo neanche iniziato).

Ci sono relazioni che si sono rotte per molto meno, progetti mandati alle ortiche da un cocktail similare di false aspettative e scarso senso della realtà.

Allora mi sono ripromessa di guardare anche settembre, e perfino Starbucks, con gli occhi giusti. E, dopo aver cercato invano di buttare il mio bicchiere monouso (ma almeno riciclano?), ho raggiunto un Bar Blau reso ancora abbordabile dagli ultimi assenti, e dalla nutrita concorrenza che trasmette la Champions. Ho riconosciuto i lunghi capelli delle napoletane, ancora raccolti in una cipolla anticaldo. Ho ammirato le abbronzature ramate a me interdette da una bisavola altoatesina, e lo sguardo color caffè di chi alle mie cortesie di sconosciuta risponde “gracias”, con l’espressione di mia madre che i miei occhi chiari non sanno imitare.

E niente, abbiamo pure vinto.

Beach Body Mio padre mi ha raccontato una storia sull’ America’s Cup a Napoli.

Passando per la famosa ZTL (lavora in un ospedale a Posillipo), si è ritrovato un assembramento di motorini a un angolino di via Caracciolo.

La prima volta non ci ha fatto caso.

La seconda, i motorini si erano moltiplicati. Allora ha fermato uno dei ragazzi e gli ha chiesto che fosse successo. “Ci stanno le veline dell’America’s Cup”, testuali parole.

Si è affacciato a guardare, e in effetti c’erano le belle ragazze che facevano da hostess, non so a che titolo, nel corso della gara. Approfittavano della pausa pranzo per prendere il sole sugli scogli, magari in topless. “Erano quasi tutte settentrionali”, ha precisato a questo punto papà, “ma non c’è niente di male, eh”.

Al terzo giorno, c’erano due poliziotti a pattugliare.

Ora, quando mi ha raccontato questa storia ho sorriso. Siamo i soliti morti di figa (un amico veneto mi dice che da lui lo sono altrettanto, solo che si sentono ridicoli a mostrarlo troppo), ma quest’episodio sembrava divertente. E dire che, appena toccato il suolo dell’aeroporto di Capodichino, mi ero preparata psicologicamente al cartellone pubblicitario che avrei trovato agli arrivi.

Due anni fa ero scesa dall’aereo con la tutor catalana del dottorato, alla vigilia della discussione tesi, e ci aspettava in scala 10:1 uno di quei completi porno Yamamay. L’altra aveva commentato: “Solo in Italia”. Con altrettanta solidarietà e apertura mentale mi ero detta che dalle parti sue per essere una donna oggetto bastava riuscire ad abbinare la gonna con la maglia. No, non ne vado affatto fiera.

Ma l’episodio di via Caracciolo mi ha fatto ricordare che la bellezza dev’essere un gioco, uno degli aspetti che allietano la vita se si dà loro la collocazione giusta. Se si smette di esserne ossessionati, specie noialtri del Belpaese (come lamentava un mio ex inglese, ignorato in patria perché British Asian e idolo delle folle a Napoli) e la si coltiva come uno dei tanti aspetti della vita.

L’Italia che ho trovato è un pochino più attenta alla questione donne oggetto, e magari trascura quella del corpo maschile trasformato in un tubo di maionese. Sarà perché fa molto antiberlusconismo, o perché il femminicidio improvvisamente fa notizia (in Spagna, almeno, la fa dai tempi di Zapatero), ma si comincia a pensare che, se le donne vengono presentate come una merce, poi come merce vengono trattate.

Io sarò tutta storta, ma altro che merce, quando ammiro un uomo lo idealizzo, non so come spiegarlo. Riconosco che per uno scherzo del destino è portatore (spesso sano) di un dono che non si è cercato e fa poco per coltivare. E ne rispetto la sacralità, perché la mia idea è che fare un bel corpo è un miracolo di coincidenze e convergenze simili a quelle che fanno una bella mente.

Solo che con un po’ di allenamento, rispetto all’intelligenza, la bellezza la sgami un po’ dappertutto. Quella bellezza che “sta nell’occhio che guarda”, come ricordava sempre mio padre a una mia amica inglese, cercando di citare Shakespeare direttamente dall’italiano (e usciva una cosa tipo in the eye that sees).

Io non la trovo tanto in quei volenterosi servizi fotografici di donne “belle lo stesso”, tipo pubblicità della Dove, volte a evidenziare che sei bella anche se non rispetti i volubili e contraddittori standard di bellezza: temo che questi standard vengano reiterati e riaffermati in ogni scatto che pretenda di contraddirli, perché nel presentarsi come autorevole contraddittorio sta dando loro autorità.

Ma quando le lettrici di Repubblica (tra cui alcune amiche mie) hanno mandato all’edizione online una loro foto con su scritto Non sono una donna a sua disposizione ho passato vari giorni a osservarle, l’occhio mai stanco da tanta varietà di forme e di stili. Dal modo in cui i capelli venivano raccolti su un volto “troppo ovale”, le rughe accentuate da un bel sorriso che me le faceva dimenticare. Di quanto la varietà della vita, superi spesso e volentieri la plastica.

Questa è la bellezza che voglio coltivare. Come un gioco che non stanca finché sai quando è il tempo di smettere.

E non so quanto c’entri ma, guardando un servizio sul femminicidio col mio migliore amico, lui improvvisamente mi ha fatto una delle carezze ruvide e un po’ impacciate che è il massimo che si concedono certi uomini, depositandomi addirittura un bacio sulla tempia. Mi sono sentita un po’ una specie protetta, come il panda del WWF, eppure sono maggioranza, al mondo.

Ma ho capito e mi è piaciuto molto.

pernacchioQuesto è il classico articolo post-evento in cui sfotto a tutti quanti. E dopo aver faticato tanto alla serata Ricomincio da te – Da Barcellona per Città della Scienza, un cordiale pernacchio non ce lo meritiamo forse pure noi?

E allora sfotto Marco R., che tra un’emergenza e l’altra pareva la tarantola evocata ben due volte in corso di concerto, Matteo ‘o fotografo che, checché ne dica, pare sempre ‘o frate ‘e Saviano (“‘o frate intelligente”, specifica), e pure la sua promessa sposa, maestra di tarantella calabrese per una sera, che sta per passare stu guajo. E poi Ada, che stava lì a correre avanti e indietro appresso alle chiavi del Pou de la Figuera (“L’armadietto… L’armadietto interno!”), mentre Stefania, da brava attrice, proprio s’immedesimava nel suo ruolo di perseguitartisti, mettendoli in riga. A proposito di mettere in riga, Diego poco ci mancava che trasformasse il fulvo barbone in un minibaffetto e ci dicesse alla Acuto “Ki nun akkattare bigliettinen, è propeto ‘nu Kainen”. Il bello è che aveva ragione, fosse stato per me e le mie collaboratrici-attrici alla porta (onore al merito, soprattutto per avermi sopportato), una decina di biglietti dell’estrazione nun se vendevano.

Gli artisti, purtroppo, non posso sfotterli a dovere, perché tra cassa e spedizioni per comprare i piatti e la guardia allo sgabuzzino (la cosa che mi riusciva meglio) ho visto poco e niente. Ho adorato l’ultima canzone di Alessio Arena, che se ne stava soletto con la sua chitarra ad aspettare cu’ ‘na pacienza ‘e Giobbe che, negli orari slittati, venisse il suo turno. E mi ha sorpreso il Buonanotte Fiorellino, dell’allegrerrimo Ciccio De Gregori, cantato dai Ual·la música. Non mi posso manco più godere la Tammurriata nera dei Salentu Taranya, perché per colpa di John Turturro ormai canto Lay that pistol down. E parlando di pizziche e tarante, che dire dell’eroico Marco B, che cercava impavido di far ballare la pizzica a una banda di sfrantummate che, per qualche arcano motivo, proprio non riuscivano.

Sergio si sfotte da solo, immedesimato com’era nel ruolo di plurivaiassa della Gatta Cenerentola, tanto che tra una risata e l’altra mi aspettavo, come insulto fuori programma, un funiculare senza currente! E del bravo presentatore Banzo-Super Almuerzo ricorderò soprattutto gli improperi assortiti nei confronti del Casal, reo di essersi spostato apposta perché non lo trovasse più. Fortuna che poi ce l’ha fatta, e ha resistito 6 ore in piedi con tanto di sfiancante sorteggio finale (ahò, ‘na ventina di biglietti estratti per 5 premi!).

E soprattutto sfotto me, che a un certo punto avrò ‘mbriacato gli eroi del bar mandandogli clienti con 10 bigliettini cocozza (quelli da due euro, ricordo ancora) per consumazioni da 1,50. Che alla terza canzone delle Questioni Meridionali (e ricordiamo sempre che Piero è in realtà Giancarlo Giannini), quando siamo riusciti a far ballare anche l’assessore, mi sono levata gli stivali da trans e mi sono messa a ballare (male) coi soli calzerotti multicolor stile Pippi Calzelunghe (abbinati a una tenuta azzurro transgenico che faceva più Puffetta che curva B del Napoli. A proposito, Fozza Napoli!).

E perché ho fatto quest’articolo a schiovere? Perché sfottere fa bene. Perché sfottendo sfottendo, faticando e senza mai prenderci sul serio, abbiamo fatto un evento di cui siamo orgogliosi. Perché una vrancata di sfrantummati si è messa lì e per una sera si è ricordata che si può essere napoletani, italiani, esseri umani nel mondo senza smettere di pigliare tarantelle.

E scusate se è poco.

(Messaggio per il tipo bellissimo con cui, dopo mesi di pizziche solitarie, stavo per ballare un secondo prima che finisse il tunnel umano: di solito le porto, le scarpe, eh).

casatielloMentre guardavamo la puntata di Presa Diretta sullo stabilimento Caffaro di Brescia, accusato di avvelenare il suolo circostante tramite gli sversamenti nell’acqua, il mio migliore amico e io abbiamo appreso che il primo quartiere colpito dall’inquinamento, il Primo Maggio, sorge giusto vicino al cimitero.

Allora, con tutto il sarcasmo delle nostre terre alla diossina, che si avviano ad avere più tumori che abitanti, ci siamo guardati e abbiamo detto la stessa cosa:

– Ah, fanno casa e puteca.

È uno humour nero simile alle leggendarie battute sulla morte che si attribuivano a Falcone e Borsellino, che da fuori si capisce poco e si può pure trovare offensivo, ma ricordo che quando vivevo qui mi aiutava non poco a campare.

Solo che l’unica cosa buona che diceva la mia professoressa di Storia e Filosofia al liceo era che il sarcasmo napoletano è un problema, mentre l’ironia è costruttiva.

Quella, però, temo di averla imparata fuori.

Infatti questi giorni di Pasqua in paese stanno trascorrendo in un’atmosfera surreale, con mio padre che non poteva venirmi a prendere all’aeroporto per la ZTL, in vista dell’America’s Cup. Non so proprio niente del percorso della regata, ma non posso fare a meno di chiedermi se nelle foto uscirebbero anche le rovine della Città della Scienza.

Intanto dovrei cominciare a giocarmi i numeri sull’Italia del non-governo, coi non credenti ipnotizzati da un papa che dice buonasera perché non c’è molto altro di cui parlare, a parte la straordinaria coincidenza per cui su dieci saggi oh, uno che fosse donna proprio non si trovava. E non parlo di quote rosa, proprio della coincidenza. Tutti uomini, maturi e discutibili.

Io, d’altronde, ho fatto aeroporto-casa e non sono uscita più. Dove vado. La distanza ti fa capire che il posto in cui vivevi era fatto soprattutto di reti, di amici e amici di amici che supplissero all’assenza di teatri, cinema che non mandassero solo film doppiati e scorregge Vanzina, festival di musica. Alla fame di cultura che può crescere facile, in una provincia denuclearizzata (ma piena di scorie non meglio identificate) in cui i pochi che vorrebbero più stimoli, più mondo, in attesa di avere anche un lavoro, si organizzano come possono. E fanno anche cose belle.

Ma a stare fuori da queste ragnatele di rapporti fai fatica a rientrarci, specie se hai poche energie e la pappa pronta a un’ora e mezza d’aereo (guardate solo che potrei fare, oggi, a Barcellona).

Così resto a organizzare il viaggio di mio fratello in Catalogna, la settimana prossima, a litigare con mio padre sull’opportunità di passare al microonde il salmorejo andaluso ghiacciato, quando toccherà a lui venire, e a sentire mia nonna parlare di vecchi spasimanti che l’avevano respinta per mancanza di dote (“Io che ero maestra!”) e adesso si trovano sottoterra con tutta la loro famiglia (che, qui torna il sarcasmo, dev’essere una bella soddisfazione).

Qualche rimpatriata importante aspetta anche me.

E la mia refrattarietà alla carne si è arrestata, come prevedibile, davanti al casatiello.

Insomma, una cosa mi accomuna a chi è rimasto qua: seguire ostinatamente il consiglio di Jannacci, in una canzone dal titolo che meno milanese non si può. Una delle poche sue che hanno significato qualcosa, per me. Poche ma buone.

metrovanvitelli È ufficiale: non so più venire a casa tua.

Vabbe’ che ora stai lontano e non ti ci troverei nemmeno, ma cavolo, il Vomero non lo conosco più.

Pensa che in metro ho dovuto chiedere a una se per arrivare a via Kerbaker dovessi scendere a Vanvitelli o a Medaglie d’Oro. Quella credeva che a Vanvitelli ci fosse proprio l’uscita Kerbaker. E attraversando quella stazione labirintica, più vecchia di 10 anni, ho ricordato te che mi chiedevi “Fammi capire, non hai mai ammesso che fossi il tuo ragazzo, e ora sono diventato il tuo ex?”.

Chissà se a dirti che sei stato ampiamente vendicato saresti venuto con me da Loffredo, per la presentazione di Mondo Azzurro.

Sì, magari tu a Granada non hai mai visto neanche una partita del Napoli. Ma qui si parlava del Napoli di chi se n’è andato, dei napoletani all’estero come me e, prima, te.

E per Marco Rossano, l’autore, Napoli e la napoletanità sono un marchio da esportare alla faccia dei pregiudizi, del “terrone” detto per scherzo da un catalano che, se tu e io fossimo di Quito, non ci chiamerebbe mai sudaca.

Anche attraverso il calcio. Nel dibattito che è seguito (sì, il dibattito sì), tra discussioni su cultura, lingua, e sport come forma di politica, una delle domande è stata “come si fa a essere napoletani e tifare altre squadre?”.

E Pino Imperatore, che moderava fresco di secondo libro, ha rivendicato questa possibilità nonostante la passione viola.

Ma io e te lo sappiamo, che la passione ha mille strade, non tutte lineari. T’innamori da piccolo di una divisa, o della squadra che ama tuo padre, o di quella della città in cui vai in vacanza.

La mia passione si è riaccesa al Camp Nou il 22 agosto 2011, ci sono rimasta secca come a 9 anni, quando festeggiavo in una Piazzetta di Capri per una volta scostumata e felice. Nel ’90 vincevamo, nel 2011 ci distruggevano. Ma che importa.

E poi gli essenzialismi in cui sfociano questi discorsi sono figli di ferite vive e aperte, e lunghe da rimarginare, che noi ci siamo leccati da lontano fin quasi a scordarcene. E forse guadagnando, suggeriva Marco, una nuova obiettività nel vedere le cose belle che i napoletani scordano perché vi sono immersi. Come la Sanità e i suoi tesori, rivendicava Pino, che ridendo e pensando la fa percorrere tutta d’un fiato.

Come la tua San Martino, pensavo io.

Ti rivedevo di notte, seduto a gambe incrociate sul parapetto, che davi le spalle a Sant’Elmo per goderti quella vista mozzafiato. Mi confessavi che ogni tanto ci venivi da solo e ti dicevi:

– Un milione di anime.

Allora le vedevo anch’io. E per una volta, con tuo grande sollievo, restavo senza parole.

Ora sappiamo che quel milione di anime campa benissimo anche senza di noi seduti lì a guardarle.

Ma come le guardavamo noi, Sebastia’.

Come le guardavamo noi.