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Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

Image result for 'nu jeans e 'na magliettaSto cercando di capire: ‘sto caos generale, che “mi rappresenta”?

Alla lettera, proprio: che volto ha per me?

Perché ieri, a uno scambio linguistico, una giovane avvocatessa catalana mi faceva notare: “Anche in Spagna, il governo è un casino”. Ok, e che dovrebbero dire gli amici emigrati in Inghilterra? Però, riguardo la nostra telenovela parlamentare, perfino un’amica politologa, interpellata sull’autogol di Salvini, replicava: “Sarà stata la droga”.

Quindi, prima d’incontrare l’avvocatessa, cercavo un riscontro privato che avrei fissato nella memoria come esempio di questi tempi confusi e (ben poco) felici. Devo dire che non ci è voluto molto.

Un’oretta prima dello scambio linguistico, avevo abbandonato il gruppo di una pagina Facebook in fondo simpatica, di nostalgici di un momento della TV della mia infanzia, pieno di caschetti biondi, di “cunfiette” (cioè di sparatorie), di bomboli con le salsicce che si freddavano al ritmo di canzoni molto nasali.

Da piccola una coppia di zii, amanti del jazz, mi aveva detto che un giorno avrei capito cosa c’era che non andasse, in quella roba lì, e tanto tempo dopo continuo a vederci un problema solo: il possibile rinchiudercisi come se fosse l’unico mondo possibile, un ricordo nostalgico di gioventù a cui ci afferriamo citazione dopo citazione, rimpiangendo soprattutto il programma erotico che tagliava le “inquadrature sporche” (dico spesso che di Rocco ho visto sempre e solo la faccia!). Il nome somiglia molto a quello della chat del gruppo che aveva stuprato una turista inglese a Sorrento, ma il programma, che aveva parodie fantastiche, sostituiva ben altri… programmi: quelli scolastici. Infatti costituiva tutta l’educazione sessuale che fornissero alla nostra generazione – a parte qualche frettolosa spiegazione della prof. di Biologia per metterci in guardia dall’AIDS.

In ogni caso, non accuso certo quello se un amministratore della pagina, e non un utente, ha postato un meme con una presentatrice modello Barbie, capelli gialli inclusi, immortalata accanto a un tizio con una capigliatura simile, e la barba scura. Il meme, in un napoletano senza vocali, recitava: “La ragazza che mi piace” (sotto la Barbie), “La ragazza che mi chiavo” (sotto la barba). Cinquantacinque like, finché non ho smesso di contare, per una narrazione che sì, ho ascoltato in altre lingue, ma mai così pervasiva: in questi gruppi impazza la presentazione come male necessario dei “purpi”, versione ittica dei “cessi” nazionali. Ragazze considerate brutte, che i poveretti della situazione sono tenuti a portarsi a quelle serate in cui si entra solo in coppia. Anzi, come suggerisce il meme, sono addirittura “costretti a chiavarsele”, forse per prescrizione medica, o perché schiavi della loro “prorompente virilità” (scusate l’ossimoro). In tempi meno magri si sarebbero limitati ad abbatterle a colpi di sfottò, magari seguendo gli stessi standard hollywoodiani che non sarebbero generosissimi coi tanti di loro che sono alti un metro e una vigorsol, sfoggiano stempiature precoci, e hanno perlopiù il fisico estivo delle braciole tenute troppo tempo a soffriggere.

Fatto sta che qualcosa della loro educazione (in realtà, tutto) gli ha fatto credere che anche così potessero giudicare ragazze pronte ad affermare di “amare gli uomini con un po’ di pancetta”, oppure “soprattutto simpatici”, da tenere a bada con un controllo ferreo del cellulare: d’altronde, uno stipendio di commessa in certe zone può anche non superare i 600 euro, e questo passa il convento.

Credo esibisse una biondina nella foto profilo quello che, commentando il meme di cui sopra, si chiedeva sempre senza vocali: “È meglio una pecora nera, o una nera a pecora?”. O forse la biondina la vantava il tizio che gli rispondeva che lui non aveva dubbi sulla risposta, ma i sardi magari non sarebbero stati d’accordo.

Prima di uscire dal gruppo li ho invitati a sfogarsi piuttosto con una pastiera, che la torta di mele mi sembrava un po’ esterofila, oppure ad accettare una volta per tutte il noto invito di un filosofo di Gomorra.

Poi mi sono chiesta cosa m’innervosisse tanto: quella gente m’interessa? Mi sembra interessante sotto un qualunque profilo, intellettuale o fisico o almeno umoristico?

No, mi sono risposta, in realtà sticazzi.

E allora cosa mi turba dell’episodio?

Beh, che nessuno dicesse niente. Che nemmeno per il commento sulla nera a pecora e sui sardi ci fossero rimostranze di qualsiasi tipo, almeno per un quarto d’ora, e non parlo certo di un intervento dell’illuminato amministratore che aveva postato il meme iniziale. E sì, queste cose si verificano anche nelle pagine più caciare in altre lingue: ma lì, come anche in pagine nazionali con più iscritte, una persona o due finiscono per intervenire, fosse anche per denunciare un sentore di obsoleto, stantio. Immobile.

E so che eppur si muove, e meno male: sempre più spesso ci rendiamo conto che dagli anni dei cunfietti sono successe tante cose. Perlopiù brutte, secondo i più nostalgici, ma sono successe.

Godiamoci pure i caschetti biondi, anche quando i loro proprietari imbiancano bene e senza tradirsi, ma teniamo presente che da allora le tinture sono migliorate assai.

E non solo quelle.

(Il mio medley preferito di tutti i tempi, scusa Freddie)

 

 

 

 

Il baciamano

Mio nonno da bambina mi fece baciare la mano a un prete. In realtà quest’ultimo o non aveva preso ancora gli ordini o si spretò presto, non ricordo la storia, comunque lo trovammo fuori chiesa e il nonno (classe 1917) m’ingiunse: “Bacia la mano a don Vincenzo!”. Io eseguii un po’ stupita, ma convinta che, se me lo diceva il nonno, fosse cosa buona e giusta. I suoi tentativi di farmi baciare la mano di mamma durante qualche litigio erano stati scongiurati da mia madre stessa, con mio grande sollievo. Quello sì che mi sarebbe sembrato strano.

D’altronde il “libro Cuore” (che il nonno pronunciava con la “o” chiusa delle nostre parti), riportava non so che scazzo tra il protagonista Enrico e sua sorella, che poi gliene scriveva quattro sul diario. Lui rispondeva tipo: “Non sono degno di baciarti le mani”. Avrei anche provato a suscitare la stessa reazione in mio fratello, allora un vispo fanciullo in prima elementare, ma con ogni probabilità mi avrebbe sferrato un calcione e avrebbe continuato a tirarmi le pantofole da sotto al tavolo.

Insomma, il baciamano è una componente ormai folkloristica della mia cultura, che io stessa, nella prima giovinezza, ho adottato. All’inizio ne facevo una riappropriazione femminista: baciavo la mano a chi lo facesse con me nel tentativo, evidente e un po’ patetico, di arrivare a baciarmi qualcos’altro. Poi l’ho adottato apposta con chi credesse che femminismo significasse sfidarmi a una gara di rutti perché volevo “essere uomo”. Una volta, per scherzo, baciai la mano di un signore che ammiravo, e credo anche che molti baciamano si siano verificati all’inaugurazione di un’associazione, in paese, quando il vescovo in persona venne per la benedizione. Allora noi membri mangiapreti del collettivo (la maggioranza della truppa) avevamo visto spuntare un crocifisso sulla parete d’ingresso, nell’imminenza dell’arrivo del prelato. Perché sono sicura che in tanti abbiano baciato la mano al vescovo, anche se non ne ho memoria? Perché la mano si bacia ai “salvatori”, o ai loro rappresentanti in terra: insomma, a chi sembra in grado di toglierci le castagne dal fuoco, magari con la sola imposizione delle mani appena baciate.

Si è fatto tutto un parlare del tizio ad Afragola (paese vicino al mio) che ha espresso così la sua “devozione” a Salvini, nuovo salvatore di derelitti che ancora non capiscono in che guerra tra poveri si sono cacciati. Ho letto i commenti simpatici di quelli che insinuavano che il tipo (a quanto mi dicono, un morto di fame) avesse “la casa abusiva a Ischia“, o che avesse voluto fare un saluto mafioso. Immagino sostengano questo i furastieri che vengono a fare il “safari” a Napoli, per poi spiegarmi la mia città nel corso di una calçotada: gente senza speranza, senza futuro, però si mangia bene, eh, e il “fumo” costa poco. Hai ragione, approva qualche compaesana in visita che ha paura di andare a Napoli da sola, o qualcuno che, quando ci viveva, in centVo non scendeva quasi mai. Dove sei stato e per quanto tempo, chiedo allora all’illuminato furastiero. Una settimana ai Quartieri Spagnoli, è la risposta. E allora sorrido. Che altro posso fare?

Sorrido di chi si preoccupa di come si manifesti l’ammirazione per Salvini, se baciandogli la mano o leccandogli il culo, invece di chiedersi come mai, adesso, per mezza Italia è diventato un salvatore. Piuttosto, come si fa a chiarire l’equivoco e convincere tutti che non salverà… il resto di niente? Che pure è un’espressione tipica delle mie parti, e rende bene l’idea.

Ecco, forse è questo il problema del pezzo di terra in cui sono nata: rendiamo bene l’idea.

 

 

 

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Con voi che mi leggete (grazie!) la buona azione di Natale la faccio ogni giorno: non mi lamento. Non vi confesso quanto schifi anch’io l’inverno, fosse solo per gli strati su strati che devo frapporre tra me e le mie braccia: infatti aspetto con ansia l’invenzione di una “bolla termica” isolante, che mi faccia andare in giro nuda a dicembre, e già che ci siamo m’impedisca di baciare mezzo mondo a Natale… Ah, ecco, per esempio: cerco di non stracciarvi troppo le gonadi su quanto schifi le feste! Ma dalla lettura di vari post ho scoperto che noi migranti, e in particolare noi terroni fuori sede, non siamo sinceri su questo punto! Ovvio che devono piacerci le seguenti cose:

  • la nonna che scodella struffoli ogni minuto! Anche se mia nonna si prendeva in giro da sola su quanto cucinasse male;
  • ingozzarci di specialità risalenti a un periodo in cui questo avevamo, e questo cucinavamo (e perfino Alessandro Siani è d’accordo con me);
  • parenti e amici di famiglia (ma quelli sono universali) che ci fanno “bonariamente” tutte quelle domande ottuse sulla nostra vita privata, invece di farsi i fatti loro.

È per questo che, dichiarandomi fedele seguace di Pulecenella e di Funiculì Funiculà (che spiegava a Troisi che Napule nun adda cagna’), propongo alle donne in ascolto un giochino per far fronte a quest’ultima piaga. Tradurremo liberamente i “botta e risposta” in catalano dell’immagine postata, omettendo quelli che mi sembrano meno divertenti. In corsivo scriverò le mie risposte alternative. Attendo le vostre!

Ancora non sei sposata? 

  1. No, vado di fiore in fiore.
  2. No: non ho né marito, né figli, né voglia di ascoltarti.
  3. No, ma ti prometto che stasera vado allo struscio solo per rimediare.

Ma vieni conciata così al pranzo di Natale?

  1. Ma vieni a rompere le semenzelle anche al pranzo di Natale? (Ok, questa traduzione era molto libera.)
  2. Dici che faccio ancora in tempo per un look gotico?
  3. Eh, col freddo che fa qua dentro, in minigonna e calze a rete non potevo. Ma gli infissi ve li ha montati il nonno di Garibaldi?

Non dire questo a papà / a nonno / a [amico fascio di nonno] perché si arrabbia…

  1. Veramente? E pensare che qua fuori c’è un esercito di femministe armate di torce e forbici tagliapene che aspetta solo che dica: “Al mio segnale, scatenate…”.
  2. (Starnuto) Scusa, è che sono allergica ai commenti di merda.
  3. Sarò muta come un pesce! (Caccio la lavagnetta e i colori e gli vado a fare un disegnino.)

E quando avrai dei figli? Guarda che non fai in tempo, perdi il treno!

  1. Li avrò per quando avrai smesso di chiedermelo.
  2. Non ho bisogno di figli, mi occupo già di tutte le domande che nessuno ti ha richiesto stasera.
  3. Anche i tuoi neuroni non hanno fatto in tempo, eppure sei qui.

Dici così perché sei giovane…

  1. Tranqui, dirò la stessa cosa quando avrò la tua età.
  2. Dici così perché sei vecchio (o vecchia).
  3. Dici così perché non hai un cazzo da fare.

Ma che ci hai, il ciclo?

  1. Sì. Vuoi vedere?
  2. No, sono in menopausa, ricordi? Ho perso il treno!
  3. In effetti ho bollito la coppetta mestruale nella pentola della minestra. Era buona, vero?

Se non sanno cosa sia una coppetta mestruale (d’altronde in certi ambienti anche il Tampax è visto con sospetto) riprenderei la lavagna del disegnino. In ogni caso, anche senza la corrispettiva domanda, mi terrei l’ultima rivelazione per quando comincia la tombola. Così, almeno quest’anno, non sentiremo lo zio simpatico dichiarare “Ambo!” al primo numero.

 

Image result for rossella o'hara curtain dress Vi è mai capitato di credervi “fatti apposta” per qualcosa, per poi scoprire che… servite a tutt’altro?

A me sì. Per questo adoro il termine pugliese “fattapposta”, che indica “l’apposito oggetto” da adoperare in una determinata situazione. Oggetto che, ovviamente, cambia a seconda del problema. Se perde il rubinetto, il fattapposta sarà una chiave inglese. Se in forno scotta il “ruoto” (ma davvero davvero non si chiama così in italiano?!), una presina o un guanto foderato saranno il fattapposta perfetto.

Ovviamente, in tempo di bisogno, tutto diventa fattapposta.

Soprattutto, le cose a volte si creano per uno scopo, e si utilizzano per un altro.

Come le tende che, in tempo di guerra, possono diventare abiti – vero, Rossella O’Hara?

Come il classico libro che regge un tavolo traballante (quando tutto va male potete usare così il mio, anche se è piccolino).

Il che ci porta a un’altra questione: esistono soluzioni “sbagliate” solo perché non erano previste in quel modo lì?

Torniamo sui banchi di scuola. Ricordate quante volte ci sgamavano a copiare perché, dopo mesi di “impreparato”, avevamo azzeccato tutte le risposte del questionario? I più furbi, infatti, ne sbagliavano apposta un paio, pratica utilissima nel mondo di concorsi truccati in cui alcuni sarebbero finiti in seguito…

Insomma, quanti fattapposta non sono per niente “fatti apposta” per i problemi che risolvono, ma li risolvono lo stesso!

Anche le persone diventano, ahimè, “fattapposta”, quando le usiamo per tappare vuoti esistenziali, o per raggiungere i nostri scopi.

Ma noi umani, come fattapposta, facciamo davvero schifo: un’amicizia nata in un momento delicato può diventare amore anche se non era previsto, e sì, a volte succede perfino il contrario, se non ci si sbatte troppo perché sia così.

E le nostre faccende? Le lauree che dovevano assicurarci un certo lavoro magari ci portano a fare tutt’altro, in tutt’altro posto. Oppure gli studi scientifici ci spingono ad aprire un ristorante dalle ardite sperimentazioni culinarie.

Insomma, nessuno è fatto apposta per quello che si è scelto, ma, se cambiano le scelte, può riciclarsi. Come la pasta avanzata che diventa frittata (splendido “fattapposta” per i buchi della fame, anche in questa versione).

Chissà che prima o poi non scopriamo che non siamo fatti “apposta”, ma siamo fatti meglio: meglio della vita che ci siamo scelti, o affibbiati.

E allora starà a noi trovare la soluzione.

 

 

 Prima di raccontarvi il mio trasloco – che ovviamente è stato tragicomico – vorrei accennare a quello di Fatima e Anna, passate da un quadernone sballottato tra una casa e l’altra a un ebook che racconta la loro storia, in attesa che venga stampata.

Anche se almeno Fatima ci è abituata (vedi titolo), non è stato carino da parte mia trascurarle così a lungo: ma oggi è un anno dal referendum catalano, e in questi mesi la mia energia è andata tutta a tre italianini che, stavolta in un documento Word, hanno avuto la sfiga di ritrovarsi davanti a un seggio caricato dalla polizia, e la fortuna di salvare un’anima bella. A quanto pare, però, a loro è più difficile affezionarsi: sono troppo “politici” e parlano tanto. Spero di riuscire a rimediare almeno sulla loquacità.

Fatima e Anna neanche scherzano, eh, anzi: i loro litigi sono la parte che più mi diverte, della loro convivenza improvvisata. Perché anch’io vorrei, in circostanze più amene di un lutto in famiglia, conoscere l’altra me: quella che sarei diventata se a quel bivio avessi preso un’altra strada, o se i casi della vita non mi avessero piazzata in quella situazione speciale. O tragica, come nel caso delle donne meravigliose che mi hanno aiutato a dare vita ad Anna.

Se scrivete vi sarà capitato questo: di finire un testo e non ricordare cosa abbiate raccontato, come se non fosse opera vostra. Ecco, quando mi succede so di aver fatto la cosa più importante: di aver smesso di parlare di me, di aver dato ai miei personaggi la libertà di abbandonarmi.

Lo faccio anche ora con queste stralunate compagne di viaggio, sperando arrivino dove non riesco io.

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Ieri sera tornavo in auto coi miei da Napoli, dove avevo ritirato questo premio, e volevo chiudere col botto: visitare l’allummata di San Sossio! O Sosio, per i puristi: ma, nella terra in cui “babà” si pronuncia con quattro o cinque “b”, una sola “s”, e per giunta sonora, mi sembra un po’ sadica.

Il patrono della mia ridente cittadina mi aveva già omaggiato – lui a me – con due giorni di festa della pizza, grande scusa per passeggiare tra effluvi di olio e basilico, e contemplare le luminarie, insieme ai tacchi argentati delle preadolescenti di una scuola di ballo.

Ieri sera non mi restava che chiedere ai miei, carichi di pergamene e souvenir del concorso, di lasciarmi all’incrocio con il Corso, perché proseguissi a piedi nell’abito tutto volant in cui mi ero insalsicciata per l’occasione (fortuna che non metto tacchi!).

Che bello, comincia il concerto, ho pensato una volta in piazza, mentre mi facevo strada tra bambini che correvano, e qualche papà che mi guardava allibito.

E invece no: stava solo provando il suono, la vincitrice di Sanremo canta Napoli, accompagnata alla chitarra dall’artista locale che era anche l’autore della sua canzone. Peraltro provavano con una cosuccia da niente: Tu si’ ‘na cosa grande, di Modugno.

Mentre la bellissima cantante l’intonava, con una pronuncia che mi ha fatto dubitare delle sue origini siciliane, ho scoperto una cosa strana. Della piccola folla che si era assiepata davanti al palco, ero l’unica a cantarla insieme a lei.

Eppure ricordo bene i miei anziani, ormai tutti scomparsi, che alle feste di famiglia imploravano noi nipoti di togliere i Queen e mettere “le canzoni napoletane”, cioè Murolo e Aurelio Fierro. Loro sì che le intonavano, Era de maggio e Reginella (di solito preferivano il repertorio malinconico), e Mimmo Modugno, rispetto a quelle canzoni lì, era roba recente. Ma i presenti di ieri sera, compaesani di ogni età, si limitavano ad ascoltare.

Magari sono io a fare sempre la spettatrice gasata: anche nel buffet seguito alla premiazione, avevo accompagnato con entusiasmo il duetto che intonava La garota de Ipanema, e una versione molto “Elvis” di ‘O sole mio.

Però una folla intera cantava con me, tre mesi fa, in una Piazza Dante intasata dai fan del noto Alessio, chiamato a cantare all’inaugurazione di un negozio. Ero pure l’unica a non conoscere i testi!

E allora Alessio sì, e la canzone classica no?

Generazioni che cambiano, dinamiche che cambiano: cantiamo quello che ascoltiamo più spesso. O così mi sono detta.

E in fondo ci sta. Io, dopo un’infanzia passata a parlare italiano, mangiare hamburger e ascoltare musica in inglese, ho deciso a sedici anni suonati di approfondire quella parte d’identità che per certa classe media, dalle mie parti, “fa brutto” riconoscere come propria.

Da allora, come “napoletana di ritorno”, ho scoperto una piccola grande verità: se non puoi essere una cosa, la studi. E diventi più realista del re, come me che insegno regole del catalano agli autoctoni che le ignorano (e che ricambiano col catalano che si parla sul serio). O come gli europei “folgorati dall’India” che, il Giorno della Terra, suonano il sitar in tuniche bianche, mentre gli indiani passano con buste di plastica tra il pubblico per recitare un unico mantra: “cervezabeer, cervezabeer…”.

Invece, magari, i ragazzi col turbante che ieri sera si perdevano tra le bancarelle erano più napoletani di me.

È difficile da spiegare, io napoletana mi ci sono sentita tardi. A Napoli ci sono arrivata dopo, anche se ci sono sempre stata.

Però ho cantato con fiducia quel brano scritto da un pugliese, ed eseguito in quel momento da una siciliana.

Perché Napoli è generosa, mi sono detta, accoglie tutti.

Perfino i suoi.

(Oh, se la canta pure lei…)