Archivio degli articoli con tag: Natale

Nessun testo alternativo automatico disponibile. Con voi che mi leggete (grazie!) la buona azione di Natale la faccio ogni giorno: non mi lamento. Non vi confesso quanto schifi anch’io l’inverno, fosse solo per gli strati su strati che devo frapporre tra me e le mie braccia: infatti aspetto con ansia l’invenzione di una “bolla termica” isolante, che mi faccia andare in giro nuda a dicembre, e già che ci siamo m’impedisca di baciare mezzo mondo a Natale… Ah, ecco, per esempio: cerco di non stracciarvi troppo le gonadi su quanto schifi le feste! Ma dalla lettura di vari post ho scoperto che noi migranti, e in particolare noi terroni fuori sede, non siamo sinceri su questo punto! Ovvio che devono piacerci le seguenti cose:

  • la nonna che scodella struffoli ogni minuto! Anche se mia nonna si prendeva in giro da sola su quanto cucinasse male;
  • ingozzarci di specialità risalenti a un periodo in cui questo avevamo, e questo cucinavamo (e perfino Alessandro Siani è d’accordo con me);
  • parenti e amici di famiglia (ma quelli sono universali) che ci fanno “bonariamente” tutte quelle domande ottuse sulla nostra vita privata, invece di farsi i fatti loro.

È per questo che, dichiarandomi fedele seguace di Pulecenella e di Funiculì Funiculà (che spiegava a Troisi che Napule nun adda cagna’), propongo alle donne in ascolto un giochino per far fronte a quest’ultima piaga. Tradurremo liberamente i “botta e risposta” in catalano dell’immagine postata, omettendo quelli che mi sembrano meno divertenti. In corsivo scriverò le mie risposte alternative. Attendo le vostre!

Ancora non sei sposata? 

  1. No, vado di fiore in fiore.
  2. No: non ho né marito, né figli, né voglia di ascoltarti.
  3. No, ma ti prometto che stasera vado allo struscio solo per rimediare.

Ma vieni conciata così al pranzo di Natale?

  1. Ma vieni a rompere le semenzelle anche al pranzo di Natale? (Ok, questa traduzione era molto libera.)
  2. Dici che faccio ancora in tempo per un look gotico?
  3. Eh, col freddo che fa qua dentro, in minigonna e calze a rete non potevo. Ma gli infissi ve li ha montati il nonno di Garibaldi?

Non dire questo a papà / a nonno / a [amico fascio di nonno] perché si arrabbia…

  1. Veramente? E pensare che qua fuori c’è un esercito di femministe armate di torce e forbici tagliapene che aspetta solo che dica: “Al mio segnale, scatenate…”.
  2. (Starnuto) Scusa, è che sono allergica ai commenti di merda.
  3. Sarò muta come un pesce! (Caccio la lavagnetta e i colori e gli vado a fare un disegnino.)

E quando avrai dei figli? Guarda che non fai in tempo, perdi il treno!

  1. Li avrò per quando avrai smesso di chiedermelo.
  2. Non ho bisogno di figli, mi occupo già di tutte le domande che nessuno ti ha richiesto stasera.
  3. Anche i tuoi neuroni non hanno fatto in tempo, eppure sei qui.

Dici così perché sei giovane…

  1. Tranqui, dirò la stessa cosa quando avrò la tua età.
  2. Dici così perché sei vecchio (o vecchia).
  3. Dici così perché non hai un cazzo da fare.

Ma che ci hai, il ciclo?

  1. Sì. Vuoi vedere?
  2. No, sono in menopausa, ricordi? Ho perso il treno!
  3. In effetti ho bollito la coppetta mestruale nella pentola della minestra. Era buona, vero?

Se non sanno cosa sia una coppetta mestruale (d’altronde in certi ambienti anche il Tampax è visto con sospetto) riprenderei la lavagna del disegnino. In ogni caso, anche senza la corrispettiva domanda, mi terrei l’ultima rivelazione per quando comincia la tombola. Così, almeno quest’anno, non sentiremo lo zio simpatico dichiarare “Ambo!” al primo numero.

 

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Secondo me no :p . (Visitate la pagina Facebook “Man who has it all”!)

Natale 2008: vado a consegnare un regalo a un’amica di famiglia. La trovo in stato confusionale mentre vaga per la sua cucina carica di cibo, tra il forno ormai spento e le pentole inerti sul fuoco. Nell’altra stanza, tutti gli uomini della sua famiglia sono davanti al televisore, mentre le nuore cercano d’inseguire i numerosi marmocchi. Ogni tanto se ne affaccia una per far notare, con discrezione, che il suo pargolo ha fame: potrebbero organizzare un pranzo veloce almeno per i bambini? La padrona di casa dà risposte inintelligibili. Vado via incerta se farla visitare da mio padre, che mi ha accompagnata.

Natale 2018: un amico mi spiega candidamente che ha già ordinato il pranzo del 25, perché non vuole che sua madre “muoia tra i fornelli”. Non ero sicura fosse possibile, dalle nostre parti, ed esulto non poco.

Scrivo questo perché ho visto due post in un giorno solo sull’eroismo delle mamme del Sud, più organizzate di Mary Poppins e paragonabili persino alle dee mitologiche. A parte che sospetto che le mamme del Nord non siano così diverse (posso aggiungerci un “ahimè”? È Natale!), io riconosco sul serio l’eroismo al profumo di pizza c’ ‘a scarola che invade la casa da qualche giorno prima, e lo sforzo che fanno queste donne nell’unire intorno a una tavola: i ragazzi che sono rimasti a inseguire un lavoro precario; quelli che se ne sono partiti per avercelo sempre precario, ma in un’altra lingua; i parenti più anziani che vogliono meno panettone e più mustacciuoli; i nipotini che vogliono più pandoro e Nutella e meno capitone…

A queste impavide dovrebbero dare una medaglia al valore il 7 gennaio! Però m’importa molto che le loro figlie e nipoti possano scegliere se seguire questo modello di abnegazione, fondato tutto sull’amore incondizionato, o provare altri percorsi di condivisione del lavoro, di riconoscimento di sé, fondati su un’autostima che non si misura nei chili di menesta ammaretata che riescano a scodellare a venti persone.

È per questo che cercherò di condividere con voi alcune delle campagne più interessanti che ho trovato nel mondo iberico (chiamiamolo così) perché ciò sia possibile.

Per il momento, buon panettone, e per lavare i piatti fate un po’ a turno!

 

 

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Foto presa dall’evento che nomino (e linko) nel testo

Dieci giorni dopo la presentazione di Airport Tales, siamo passati letteralmente all’Airport Party, che è davvero il nome del veglione notturno organizzato all’Aeroport del Prat da chi, come me, di tutti i giorni per tornare a casa ha scelto proprio questo 21 dicembre, con in giro cosucce tipo: Pedro Sánchez che la sera prima conferiva con Quim Torra e oggi tiene il Consiglio dei Ministri dello Stato spagnolo; i compagni dell’indepe di casa che si sono già beccati qualche manganellata nelle numerose manifestazioni previste; i più mattinieri, o nottambuli, di loro che bloccano da ore alcune delle arterie fondamentali per la viabilità.

A mia difesa devo dire che ero convinta di partire il 22, e domani mi sarei recata all’aeroporto senza sospettare nulla, se la Vueling non mi avesse illuminato sulla situazione – e sul suo bisogno urgente di traduttori madrelingua:

Gentile cliente,

Dovuto allo sciopero convocato in Catalogna per venerdí 21 Dicembre, e sempre con l’obbiettivo di offrirle il migliore servizio, le consigliamo di recarsi in aereoporto con piú anticipo rispetto a lo abituale per poter realizzare il check-in e imbarco con piú tempo.

Ringraziamo la Sua fiducia e ci scusi per i possibili problemi creati da fattori totalmente estranei alla compagnia.

Distinti saluti

Team Vueling

 

“Rispetto a lo abituale”, dunque, mi sono avviata alle 3.50 del mattino in cerca della mia compagna designata di sventure, anche lei in partenza per Napoli, che ahimè si è vista rubare al volo il cellulare da un ragazzetto che, trovandosi lei nel mio amato Raval, deve aver fatto casa e puteca.

Che dire: l’importante per me è che siamo atterrate sane e salve, benché in ritardo, e che io, mentre scrivo queste brevi parole, abbia già all’attivo due cestini alle scarole del panificio Javarone.

Volevo solo informarvi che nel gruppo continuano gli aggiornamenti, anche utili, che la festa c’è stata sul serio, e che è vero anche che mentre loro festeggiavano, dei loro coetanei sono stati manganellati dalla polizia per il difetto di essere repubblicani.

Questi ultimi forse considereranno quelli del “party” nel seguente modo: guiris, capitalisti, gentrificatori, parassiti e, stando a dei manifesti che ho letto nel Raval, anche assassini e fills de puta (se, oltre al reato di ascoltare pessima musica, attribuiamo loro lo spopolamento progressivo del centro a beneficio di stranieri con soldi che fanno vita a sé).

Lo so perché, specie adesso che ho comprato casa, mi sono vista attribuire tra il serio e il faceto quasi tutti gli aggettivi di cui sopra, e adesso mi dichiaro anche colpevole di aver apprezzato questi ragazzi che hanno fatto buon viso a cattivo gioco, accampandosi in aeroporto, e socializzando nella “Lingua dell’Impero” (anche se spulciando trovate ragazze catalane che si rammaricano di non essere andate).

Mettiamola così: si vede che ognuno ha le battaglie che si merita.

Per fortuna ne abbiamo qualcuna in comune. Penso a quelle. E un po’ anche al pane cafone che divoro adesso.

 

 

Lo struscio, da lineapress.it

Anche quest’anno, a bocce ferme, la palma d’oro delle vacanze di Natale se l’aggiudica lo struscio!

(Pensavate che scrivessi “l’influenza“, vero? No, ho smesso di lamentarmi, giuro. Ehm.)

Dicesi “struscio” l’andirivieni sul corso di paeselli come il mio che si verifica in particolari feste comandate (di solito vigilie), quali: vigilia di Natale, ultimo dell’anno, notte dell’epifania. Sì, sarebbe la versione locale del “fare le vasche”, ma lasciatecelo dire a modo nostro!

Fare lo struscio è molto semplice, richiede tre mosse:

  •  impernacchiarsi, ovvero farsi belli;
  • esorcizzare l’influenz… ehm, l’odore di frittura che emana la cucina in assetto da cenone;
  • prepararsi a spendere una fortuna in “bollicine” per brindare (ma si può sempre scroccare), e a tornare a casa semiubriachi.

Assisto a questo spettacolo con la curiosità del tipico esploratore che finisce in pentola nelle vignette rétro, quelle con l’Africa ridotta a villaggio di cannibali: quest’atteggiamento è un po’ la vendetta di noi espatriati, unita al segreto sospetto che aspettassero la nostra partenza per apparare un po’ il paese (cioè, per migliorarlo).

Per me una parte irrinunciabile dello struscio sono le cufecchie: dette anche ‘nciuci, consistono nei più beceri pettegolezzi sulle persone che incontriamo per strada. Per farne, i miei accompagnatori approfittano della mia presenza, visto che ormai sono la “forestiera” da aggiornare sulle faccende di paese: grazie a loro scopro quindi chi si è sposato, chi ha figliato, chi tene ‘e corna, chi ha trovato lavoro, e chi non si capisce che lavoro faccia, ma sta sempre schiattato ‘e sorde.

Dai, ve la faccio tanto nera ma non è così drastico: in paese sono sempre stata la parente esaurita (figlia, sorella, cugina…) di gente più popolare di me, figuratevi se rendo la pariglia a criticare gli altri! Ma lo struscio è come una serie che va in onda solo tre volte all’anno: mi piace il momento del “recap”. Anche perché, che ve lo dico a fare, la realtà supera sempre la finzione!

Dello struscio di quest’anno, però, mi porto dietro soprattutto un dettaglio minore: una tizia salutata in fretta, insieme al fidanzato, da qualcuno della mia allegra brigata. Il mio informatore mi ha poi spiegato: “Quella sta sempre tutta apparata [sinonimo di “impernacchiata”, n.d.R.], pure quando va a fare a spesa”.

Adesso, sono d’accordo con voi, saranno anche fatti suoi. Magari il mio amico la incontrava sempre che tornava dal lavoro, un lavoro a contatto col pubblico che richiedesse una certa eleganza. Oppure anche la fanciulla soccombeva alla pressione estetica, quest’espressione che non riesco a inculcarvi ma che in Spagna ha dato il via a molte campagne contro l’idea che le donne debbano sempre sembrare bellissime, giovanissime, vestite bene.

Però io, che al secondo brindisi ero già ubriaca, oltre che di nuovo in preda alla tosse (d’oh! arieccomi che mi lamento), ho visto la cosa sotto una luce positiva: che ce ne frega dell’occasione per impernacchiarci? Ogni giorno dev’essere una festa! Anche quando le circostanze non sono tanto festose.

Non c’è bisogno di chissà che ricorrenza per uscire, va bene anche l’arrivo al supermercato dei regali vinti con la raccolta punti del Mulino Bianco! E metti che trovi uno sconto sulla tua marca di pasta preferita… (Scusate, è l’immigrata che parla).

Non occorre poi essere ossessionate di estetica per essere fan di Clio (anche se io sono team Lisa Eldridge, noblesse oblige!) e provare un nuovo smokey eyes, anche se addosso a noi farà un po’ l’effetto panda.

Infine, non serve il Natale per fare uno struscio, anche se l’isola pedonale è sempre più piacevole dei tubi di scappamento. Peraltro ricordo la posteggia sul corso di uno che, per fare i complimenti a un’amica che passava, le canticchiava la sigletta dei tronisti di Uomini e Donne. È il caso di dire: Magic Moments!

No, non fatevi illusioni, continuerò a fare la spesa nelle romantiche tutone casalinghe che il sabato sera fanno dire ai vicini: “Uh, non ti avevo riconosciuta, vestita bene!”. Però grazie a quella sconosciuta dello struscio mi prenderò un momento per me, impernacchiata o meno, ogni pomeriggio in cui il lavoro me lo permetta. Per un caffè hipster prima di tornare a casa, o una puntatina al mio cinema preferito per vedere se hanno messo quel film che aspettavo da un po’. Sì, ok, ci metterei tre secondi a controllare su Google, ma lì trovo anche il volantino con la sinossi! E poi, se trovo il film, c’è la gioia di snobbare il carissimo bar del cinema per il “negozio di schifezze” accanto, che ha le stesse cose a un euro.

Insomma, mi preparerò al meglio perché al prossimo struscio abbiate tanto da sparlare su di me. Spero mi restituiate il favore!

Intanto, buon ritorno al lavoro con le immagini dell’ultimo struscio.

(Dalla pagina FB “Frattaiuolo”. ‘Sto fatto che il mio ex rappresentante d’istituto mo’ sia sindaco mi fa troppo strano!)

L'immagine può contenere: cibo

La Parlata Igniorante supera se stessa! https://www.facebook.com/laparlataigniorante/

Allora, a Capodanno a Barcellona si va in piazza con dodici acini d’uva e si aspettano i rintocchi della mezzanotte.

A ogni rintocco s’ingoia un acino (sì, uno per mese). Chi lo fa ogni anno mi giura che finisce con la bocca piena d’uva, e va in giro sputando semini.

Io ve l’ho detto, così dal prossimo Natale mi venite a trovare voi: se ogni anno devo venire al paesone per ammalarmi, grazie ma ho altri progetti per le feste.

Però chi sta da una settimana tra le stesse quattro mura ha tanto tempo per fare riflessioni sceme, e una è sul dolore. Considerata l’importanza di tali quattro mura nella mia storia personale, mi sto riferendo a tutto il dolore possibile: da quello per l’ultimo torroncino papabile che ti fa sparire tua cugina, a quello perché la casa di sotto è disabitata da un po’, ormai.

Sul dolore sono noiosa, penso sempre che la via più efficace sia conviverci. Grazie al ca’, direte voi, ma ad arrivarci ce ne vuole. Avete presente da bambini, quando seduti a tavola al cenone simulavamo noncuranza dopo aver ricevuto un roccocò nelle gengive da nostra sorella? (Basta con le armi bianche, proibiamo i roccocò). Ecco, in quei casi quanto ci mettevamo ad abbandonare tutto l’aplomb inglese per metterci a frignare senza ritegno?

E invece nelle feste il dolore deve avere un posto speciale, secondo me: quello defilato ma fisso del parente non invitato che tanto a tavola si siede lo stesso. Come la pietruzza nel cappelletto di altri Natali più nordici, che si lasciava lì a ricordare che la festa prima o poi finisce e torna il dolore (poi dice che siamo un popolo sadico).

Ecco, funzionerebbe così con tutto, e il Natale è la tipica festa caciarona, cafona qb e lunga a sufficienza da ricordarselo.

Allora, ci vediamo Una poltrona per due e salutiamo col pensiero quello stronzo del capo, che non ci ha detto se a gennaio ci rinnovava il contratto o no.

Litighiamo per chi debba scendere a ritirare il pacco spedito da zia Cassandra, e intanto salutiamo via il secondo anno passato senza riuscire a farci il mutuo.

Guardiamo la bambola di nostra nipote e ci chiediamo se sia poi così saggio metterle in mano solo bambole, e solo a lei, che magari da grande si sente menomata se non ne fa una in carne e ossa, e metti che viene pure un’altra crisi, oppure ancora non si è trovata la quadratura del cerchio tra smettere di seguire le tradizioni e sposarsi con le bambole gonfiabili.

Un giorno la troveremo, però. La quadratura del cerchio, o la ricetta degli struffoli perfetti.

Sarà più facile trovare il guanto destro che zia Gioconda ha fatto a Michelino, perso a un certo punto tra il terzo secondo e il quarto contorno.

Ma vedrete che uno di questi Natali salta fuori anche quello.

Per me il Natale è ‘a menesta nera 🙂

È Natale e ho la febbre, quindi mo’ so’ cazzi vostri.

Aspettatevi un post amarissimo sulla follia delle feste, sulle file nei supermercati, la frenesia dei regali…

No, vabbe’, cerco di risparmiarvelo. Volevo piuttosto concentrarmi su un particolare di questo Natale che mi ha visto malata al secondo giorno del mio ritorno al paesone.

Mi riferisco al messaggio di commiato della Vueling, lungo quasi quanto le mezz’ore di ritardo che sempre ti regalano in queste circostanze:

“Se siete di passaggio, vi auguriamo un buon proseguimento di viaggio, se siete in vacanza, vi auguriamo un buon soggiorno, e se ritornate a casa, vi auguriamo un felice ritorno”.

Ok, e io in quale categoria rientro?

Tecnicamente tra gli ultimi, quelli che ritornano: suppongo che ci abbiano messo anche noi emigranti.

Quelli che letteralmente si commuovono nel reparto della pasta al supermercato (così tante marche, quasi tutte sotto l’euro a pacco!). E Antonello Venditti in stereofonia diventa subito Mario Merola.

Quelli che si affanneranno a inserire nelle loro spedizioni in centro il maggior numero di amici possibile, con operazioni funamboliche al limite della magia (no, confidare nella fila fuori da Di Matteo per trovarci ancora l’amico che ci aveva messaggiato a mezzogiorno non è una grande idea).

Quelli che si ritroveranno a dormire in una stanza che ormai fa da ripostiglio a tutta la famiglia, sgomberata all’ultimo momento e con scarsi risultati da mammà, che però ha lasciato nell’armadio la sua collezione di camicie hawaiane anni ’80 (buttarle sarebbe un peccato!).

Ecco, suppongo che noi ritorniamo a qualcosa che sarà sempre nostro, perché è vero che è questione di abitudine, è vero che impariamo nuove lingue, nuovi cibi, nuovi sogni (e si sa, quando sogni in un’altra lingua è fatta). Ma le prime lingue, i primi sogni, i primi cibi (a proposito, buon Natale amici vegani, passeremo anche questa!), è difficile rimuoverli con la semplicità di abitudini acquisite più tardi.

Spiegatelo un po’ ai detrattori dello Ius soli, convinti forse che gli italiani a cui hanno negato la cittadinanza appartengano chissà a quale paese, che vedranno al massimo d’estate.

Ma questa è un’altra storia.

Per adesso, tanti auguri, e mangiate anche per me.

Risultati immagini per maina gioia Nella breve storia allegra di fine feste parlavamo di ricordi d’infanzia, ugualmente magici anche se totalmente diversi tra loro, e riflettevamo su quanto questa nostalgia ci serva a camuffare il presente, renderlo abitabile come se di suo non avesse niente di bello.

Vi ho visti, sapete. Voi e Maina Gioia, il panettone più amaro che c’è. E gli scherzi su cosa non vada delle vostre vite, che spesso è lo stesso che non va della mia: l’incertezza del futuro. Lorenzone il Magnifico (mi si dice che ultimamente sia tornato di moda, in Italia) ha voglia a predicarcelo, che del doman non v’è certezza. Ci volevano una crisi economica e il trionfo di politiche scellerate per ricordarcelo costantemente. E invece di darci alla pazza gioia come il figlio di papà fiorentino, stiamo a tormentarci come se questo cambiasse le nostre sorti.

Capisco che ci sia anche poco da ridere, ma pensiamoci: se il passato ci sembra magico, e scopriamo che è così per tutti i passati, perché non guardare con occhi diversi il presente?

Insomma, l’amica precaria che visito ogni anno per le feste vive nell’Inghilterra della Brexit e da qualche anno affronta un caroviveri che anche io, nonostante i recenti exploit barcellonesi, mi sogno. Ma ci ho anche vissuto, in Inghilterra: è impagabile la libertà che si respira nonostante la storia recente, impagabili l’associazionismo, l’ambiente accademico…

Le vicine dell’amica, invece, hanno avuto l’opportunità di vivere fin dai vent’anni la vita concreta e piena d’affetti che volevano, che le ha fatte sentire appagate, benché lontano dal paesello. Hanno “coronato il loro sogno d’amore”, come si dice in certe favole, hanno dei figli che adorano e una “nuova” città che ormai sentono come loro, in cui hanno creato comunque una piccola colonia paesana. Le loro nonne al massimo hanno viaggiato in luna di miele, e magari non si sono allontanate troppo dalla Costiera Amalfitana.

Quindi va bene mitizzare il passato, ma proviamo a fare l’esercizio nerd/niuegge di scrivere cos’abbia di buono il presente. Arriviamo fino a 5, è un ordine. Dai che 5 cose le troviamo.

Ma ok, capisco, continuiamo a pensare a quelle che non vanno! E allora rispondiamo onestamente: quali possono almeno migliorare, a lavorarci un po’? Quali decisioni non stiamo prendendo per paura o incertezza sugli esiti? (Paura, insomma). Io ne posso elencare almeno tre.

Solo quando avremo fatto pace col nostro presente precario potremo idealizzare il passato. Scoprendo magari di non averne più bisogno.

I have a dream: che la mia amica e le sue vicine, nemiche d’infanzia, passino il `prossimo Natale tutte insieme. O almeno un pomeriggio a panettone e roccocò.

Si dice che quando facciamo pace col passato il presente è più bello.

Secondo me vale anche al contrario.