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Immagine correlata La lettera che aspettavo da Barcellona è arrivata, mi sento un’altra!

Sia per la sicurezza di avere nel nuovo, inguardabile portafogli una carta di credito che fino a qualche giorno fa stava viaggiando senza di me, che per il passaporto che finalmente posso mostrare in situazioni come quella dell’altra sera, dietro Père-Lachaise: per un equivoco una volante stava fermando me e un amico, e mi ero resa conto che tutto quello che avessi da offrire, in termini di documenti, fosse una denuncia di furto scritta in catalano.

Almeno quella sera ero rimasta lontana dalla serie che stavo guardando sempre più spesso, in attesa della lettera: Poldark. Megaepopea basata su una popolare saga inglese, e sgamata su Netflix quando mi ero rassegnata al fatto che le serie francesi non mi sembrassero particolarmente ben recitate.

In una settecentesca Cornovaglia rurale, che è la vera delizia della serie, vive e rischia la vita il carismatico protagonista, il capitano inglese Ross Poldark, reduce di guerra, contrabbandiere a tempo perso, minatore fallito a tempo pieno.

Ross torna dalla guerra d’indipendenza americana (in cui lui lottava, per sua stessa ammissione, dal lato sbagliato), per ritrovarsi il padre morto, la fattoria di famiglia distrutta dall’incuria, e la “fidanzatina”, Elizabeth, in procinto di sposare suo cugino Francis, il Poldark ricco.

Al di là del tema caro agli espatriati del “ritorno” a una terra che non ci riconosce, la parte della serie che più mi appassiona è il conflitto interno di Ross tra l’amore idealizzato per Elizabeth e quello reale e quotidiano, prosaico e a tratti sublime, per Demelza, sguattera sposata per anticonformismo e capriccio che finisce, però, per diventare la sua “padrona”. A dire di Ross, almeno. Perché Demelza viene data spesso per scontata, condannata a rimediare alle sregolatezze del marito scapestrato, mentre l’algida amata di sempre non ha bisogno di sporcarsi le manine guantate, per far sì che Ross torni costantemente da lei.

Una situazione in cui mi sono trovata più di una volta, e non credo di essere l’unica.

Nonostante questo, be’, mi sono resa conto che almeno sullo schermo, almeno stavolta, io tifo Elisabeth.

Per una volta, almeno nella fiction, almeno nell’agosto parigino senza soldi che mi è toccato a inizio vacanza, fatemi empatizzare con gli amanti falliti. Fatemi illudere del fatto che, se Ross e Demelza hanno tutte quelle crisi di coppia, quelle divergenze così realistiche che li portano a separarsi e unirsi a più riprese, è solo perché “Ross non sta con la sua anima gemella”.

Così facile, così risolutivo. E così azzardato: o tutto o niente.

O sto con la mia dolce metà oppure arriverò anche a essere felice, ma mai in modo completo.

E in questa parentesi agostana surreale, questa favola sempre uguale ci voleva proprio.

Tornerò presto alla realtà, alla decostruzione dell’amore romantico che qualcuno fa meglio di me. Tornerò al lavoro quotidiano che è la vita di coppia e alla certezza, se posso essere certa di qualcosa, che non esistano amori veri o falsi, solo amori che ci vadano bene e altri che ci facciano male.

Ma la principale regola per distruggere i vecchi regimi, le dittature del pensiero che chiamiamo quotidianità, è sentirne tutto il fascino, il motivo per cui, letteralmente, ci avvincono.

Solo quando avremo ammesso questo, invece di lasciarlo nell’ombra dei nostri desideri, potremo congedarcene con gioia e tenerci quello che abbiamo.

E questo scapestrato eroe di campagna, che sogna Elizabeth ma sa che è da Demelza che deve tornare, l’ha capito un istante, e trecento anni, prima di me.

(Continua)

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Risultati immagini per lizzie borden chronicles Ieri, per intrattenermi mentre mi fotodepilavo (lo so, che bella immagine), ho visto la prima puntata di The Lizzie Borden Chronicles, con Christina Ricci, e non sapevo bene cosa pensarne. Mi sembrava interessante, dinamico, ma in un certo senso troppo “teso”: non era tanto la trama, ma qualcosa nella regia, nell’affastellarsi di azioni e scene di ogni tipo nei primissimi minuti, mi metteva un po’ a disagio.

Ho aspettato di finire la puntata per consultare il giudizio di Rotten Tomatoes, che normalmente mi trova in totale disaccordo nei suoi 100/100, ma sulle vie di mezzo per me ci azzecca. Risultato: serie bocciata dalla critica, promossa a stento dal pubblico.

Tra i commenti più frequenti dei critici: “Non si capisce cosa voglia essere”.

Tutto, vuole essere, mi sono detta. Era questo, il problema. L’ansia di piacere a tutti, a tutti i costi.

Allora ho ricordato la lezione di un prof. del mio corso di master, che paragonava certi prodotti artistici di oggi ai ristoranti che fanno cucina fusion: sfruttare la tendenza moderna a mescolare sapori (che di per sé non disapprovo) per attirare il più vasto pubblico possibile. Ti piace il sushi, ma il tuo ragazzo preferisce il guacamole? Ve li mettiamo nello stesso piatto! Per il conto alla cassa, grazie.

Non so voi, ma la mia impressione su tanti di questi ristoranti è che copino male tutte le cucine, per darne un assaggio simultaneo ma mediocre.

Così accade per le serie televisive, e così accade per noi.

Le prime, quando si lasciano prendere dall’ansia di piacere a tutti i costi per fare ascolti, finiscono spesso per fallire come un ristorante.

Noi scendiamo a mille compromessi per piacere a tutti, e non solo non ci riusciremo, ma perderemo anche quel tot di spontaneità che ci dia la speranza di piacere ai più.

Lizzie Borden è esistita davvero. Trasformarla in un personaggio da operetta col vizietto di uccidere è più di quanto abbiano fatto le filastrocche dedicate a lei in vita.

A quanto pare, però, non ha pagato.

 

Risultati immagini per matcha latte … E che vi strapperete i capelli per non averci pensato prima! Sempre che ce li abbiate, i capelli. Altrimenti potete fare come Rockerduck, e mangiarvi il cappello! Magari ve lo procuro io, perché, tanto per cominciare…

1. Mi faccio i cappelli guardando Netflix! E li battezzo a seconda di ciò che vedo mentre lavoro a uncinetto. Sono orgogliosa del cappello Orange is the New Black, anche se in tutta sta macedonia di colori è venuto fuori blu! No, gente, non ci vuole davvero niente. Non dovete neanche staccare gli occhi dal video. Amazing Grace mi dà splendidi gomitoli infiniti a 2 euro, e invece di cucirci toppe e gingilli per abbellire faccio di meglio: ci attacco spillette! Al mio ragazzo ho comprato due “A” diverse alla libreria della CNT.  Così se la vede lui: con o senza risvolto, con o senza spilletta… Mi chiedo perché non abbia ancora sfoggiato la mia impareggiabile creazione: il cappello Norman Bates!

E a proposito di fare due cose insieme…

2. Preparo il pranzo sulla cyclette! Sì, lo so che è poco zen, e che Elsa Pataky, nel suo libro di esercizi, si arrabbia con le ragazze che leggono mentre fanno cardio. Ma siccome non aspiro a diventare né maestra zen né figa come Elsa (altrimenti ci riuscirei se-du-ta-stan-te), ho investito in una cyclette e uno step domestici (vedi qui), e li uso sistematicamente mentre faccio altro. Sullo step lavoro al pc e parlo su Skype; sulla cyclette accostata a un piano d’appoggio sgrano fagioli, pelo ortaggi, sguscio nocciole… Quando sto scrivendo scene particolarmente divertenti del mio fantastico nuovo romanzo (lo trovate nei migliori angoli di casa mia, scritto a penna), ho scoperto che una situazione del genere ben si presta a renderle ancora più ridicole. Insomma, come assicurarsi il Nobel e il Premio Fitness in una volta sola! Quando si dice ottimizzare.

E a proposito di ottimizzare…

3. Faccio un’OTTIMA maionese con l’avena! No, al contrario di quanto suggeriscano i miei denti non ho origini equine. Trovo solo che una maionese tutta vegetale sia particolarmente delicata, così l’ho scoperta alla mela (basta usare 5 cucchiaini di purè di frutta al posto dell’uovo nella ricetta) e soprattutto al latte d’avena (che faccio in casa con l’estrattore). Attenzione, perché non venga una brodaglia informe bisogna scaldare un po’ del liquido in un pentolino con la lecitina di soia. Comincio a sospettare che con questo principio si possa trasformare quasi tutto in maionese.

E a proposito di usi insoliti degli ingredienti da cucina…

4. Mi metto la farina sui capelli! O meglio, ogni tanto faccio uno shampoo di farina di ceci. Niente male! È poco pratico perché va fatto ex novo ogni volta, ma se consideriamo che si tratta davvero di mescolare farina, acqua e magari aceto o limone (o un olio essenziale)… La vera svolta c’è stata quando sui capelli mi sono schiaffata l’olio di cocco, in preparazione allo shampoo vero e proprio: mai venuti così morbidi! L’unica è sciogliere davvero un cucchiaino d’olio in una tazzina d’acqua, o vi tenete l’effetto ‘nzevato (unto) a vita.

E già che ci siamo…

5. Non bevo più acqua! No, scherzo, ma per problemi di ritenzione idrica, a cui attribuisco disonestamente anche la trippazza da “me piace ‘o magna’ “, ho preso una sorta di sciroppo alle erbe nella mia erboristeria preferita, che sciolgo in una bottiglia d’acqua liscia da un litro e mezzo. Così quando sono in casa bevo solo quello, e fuori tendo a ordinare l’acqua gassata come se fosse chissà che lusso. Il pancino ringrazia.

E per chiudere con le bevande…

6. Distruggo cerimonie millenarie! È che mia zia mi ha rovinata portando dal Giappone del tè fantastico, che ho scoperto essere matcha. Sì, quello della cerimonia del tè. So che in Italia sia arrivato in una versione cafona che piace anche a me: il matcha latte. D’altronde, a ordinarlo nelle catene hipster, lo mescoleranno pure col pennello d’ordinanza (che a Las Arenas vendono per 15 euro…), ma sono 4 euro a tazzina. Sapete che c’è di nuovo? Investite 13 euro per 100 grammi da una signora a Sant Antoni: ne basta una punta di cucchiaino in 200 ml d’acqua. Vi fate 100 tè in santa pace ed è fantastico. E qui arriva il sacrilegio! In barba alle ricette online rispettose del cerimoniale nipponico, la mia versione è: scaldo un po’ la tazza (vuota) nel microonde, ci verso la punta di cucchiaino di matcha, aggiungo l’acqua quasi bollente, giro e via. Mazinga nun te temo! Consideralo una vendetta per la pizza delle parti tue. Anzi, vuoi una tazza?