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L’altra sera ero nel cesso di un pub con una sposa scozzese.

O meglio, io ero fuori, a contarmi i morsi di zanzara allo specchio, e lei in bagno. Le era pure caduto non so cosa, non so dove, come cercava di spiegare alla damigella che aspettava con me. Per fortuna l’accento e il tasso alcolico non aiutavano a capire i dettagli.

Improvvisamente era esploso un suono di cornamuse.

– Oh my gosh, it’s for us! – e la sposa si era precipitata fuori, nella ressa del Carders Public House.

Insomma, le mie uscite estive sono iniziate sotto i migliori auspici.

Il fatto è che, come ho già spiegato, allo squallore che può assumere una notte di “fiesta” barcellonese avevo risposto per anni col mio consueto equilibrio: non uscendo più. Non la notte, almeno.

Credo mi chiamassero Cenerentola.

Ora che mi sono presa l’estate per riflettere, tradurre e studiare catalano, ho pensato che una seconda chance fosse d’obbligo.

Così una settimana prima ero uscita “solo per vedere la partita, eh, ragazzi”, e due ore dopo stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri. Gli avevo parlato del blog e dei progetti di scrittura, e lui:

– Naturalmente includerai un capitolo in cui incontri un uomo meraviglioso e affascinante di nome Mario.
Mi ero girata.
– Chi? – avevo chiesto all’avambraccio.
E una voce dall’alto:
– Mario. C’est moi.
Stavo girando per il Born sottobraccio a un francese di due metri di nome Mario.

L’avevo pure cercato, eh, nella zona dance del locale di Rambla Raval in cui eravamo finiti col gruppo, ma stava baciando una ragazza semiubriaca, che poi si era messa a ballare con due ragazzi con ciuffo e barbetta, che poi si erano messi a strusciarsi tra loro, prima che il più alto, a fine serata, baciasse la stessa tipa che aveva baciato l’altro all’inizio.
Mi ero detta: hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala.

La sera della cornamusa, invece, andavo solo al concerto del tizio che sul palco, “soffiava” a pieni polmoni una melodia che il suo coinquilino non mi voleva insegnare a ballare.
– Non so come si balla, e comunque uomini e donne da noi ballano separati.
– Questo spiega molte cose.

Tanto aspettavo che lo showman suonasse il kazoo.

L’ha fatto a fine serata, in un P.K.P. (Private Kazoo Party) che a un certo punto mi ha vista indossare una parrucca rosa (prossimamente su facebook, ne sono sicura).

La seconda parte era rimandata al giorno dopo, sul loro terrazzo. “Tranquilla, è solo un barbecue tra coinquilini”.
Seh. L’Onu al gran completo. Uno di Derby ha pure dichiarato che parlavo inglese come questa.
Il resto era lì per il Sonar.
Mi ci sono volute almeno due claras per dichiarare che lo schifavo cordialmente.

Il che non ha impedito di darci appuntamento tutti insieme il giorno dopo, domenica, prima in spiaggia e poi a guardare l’ennesima partita, con un’amica new entry che se ne fregava del calcio e aspettava solo il terzo tempo del P. K. P.

Disputato nella casa del barbecue, con un ospite d’eccezione: un castoro di peluche. In realtà le ospiti eravamo noi, il castoro mi aveva spaventato la sera prima, appollaiato sul televisore, e adesso ammaliava al primo sguardo la giovane artista, che lo spupazzava suonando le più improbabili melodie kazoo.

È una martora, precisò il suo padrone la sera dopo.

Sì, perché, indovinate un po’, ero uscita ancora. Avevamo visto la partita in un locale con due sale e due schermi separati solo da un vetro: così mi giravo dalla mia stanzetta secondaria, consacrata all’Italia, e nella pausa tra i due goal osservavo il nutrito gruppo di spagnoli e filoispanici in attesa della svolta tardiva.

Poco prima del fischio d’inizio, le mie amiche mi avevano chiamata apposta “per togliersi un dubbio”:
– Scusa, ma abbiamo visto la lista invitati su facebook…
– E allora?
– Allora, viene anche…
– Lo so.
– E tu sei sicura di voler andare lo stesso?

Io ci avevo pensato due minuti, ripassando la serie di scuse possibili per non andare: devo temperare la punta alle matite per gli occhi, lavare gli scogli della Barceloneta, pettinare i capelli alle Barbie…
Poi avevo riassunto tutti i libri di filosofia, le ore di yoga e le letture di self-help in una sola parola, una specie di mantra purificatore dell’umanità:
– Sticazzi, ragazze.
– Amen – avevano risposto.

Ora festeggiavamo tutti insieme il mancato biscotto nel bar in cui lavorava la donna-kazoo, che ormai in pausa ripensava con nostalgia al peluche. Ah già, ridevo io, ahah, che idea tenersi sulla tv di casa quella sottospecie di castoro semovente…

È una martora, aveva ribadito il fan del Celtic, stavolta alquanto seccato. È un animale forte e coraggioso. Ed è il simbolo della mia squadra.

Gelo.

– Ma io la amo, la tua martora – aveva dichiarato infine la donna kazoo.

Ancora silenzio, poi il tifoso offeso l’aveva guardata con occhi nuovi:
– Ah, sì? Sei la prima che le si affeziona.

E con questa pace internazionale, potevo finalmente andare a dormire.
Perché in questa girandola di “notti magiche”, che finivano dalle 3 alle 5 del mattino, mi svegliavo comunque tra le 8 e le 10 e traducevo almeno fino all’una.
Non so perché, rimando sempre la correzione di quelle bozze lì.

(una canzone sulla depressione animale)

(Il cornamusaro quando non suona il kazoo):

(Adesso metterei il video di Come Undone di Robbie Williams in rappresentanza della “fiesta” media barcellonese, ma l’artista di cui sopra mi ammazzerebbe a colpi di cornamusa. Facendosi sgamare subito)

Leggere attentamente le avvertenze

Tanto per sfatare i luoghi comuni sugli italiani all’estero, ecco i 10 locali che preferisco a Barcellona. Per ascoltare musica, chiacchierare e ubriacarsi. Oddio, io mi ubriaco con una clara, che non è una birra chiara, ma un misto di birra e Fanta al limone, detta anche Xampú. Capirete, quindi, quanto sia attendibile in merito. La mia Barcellona da bere l’ho inaugurata in ritardo e chiusa alle prime avvisaglie di squallore. Diciamo allora che questa è la classifica dei posti in cui mi piace perdere il tempo, sapendo che mi verrà restituito in qualche modo.

NB: Cliccate sui nomi dei locali.

10) La Fianna: vicino Santa Maria del Mar. Bei cocktail, un sacco di gente di tutto il mondo, e se vi accaparrate i “posti a stendere” avete risolto la serata. Per me va bene i primi mesi, per la fase “la gente está muy loca”. Sappiate solo che dopo una serata lì potreste arrivare a dire cose come: “Mi fai un favore? Vorrei baciarti ma sono troppo bassa. Lo fai tu?”. Basato su una storia vera.

09) Robadors 23: ve lo segnalo a malincuore, per due motivi. Ci dovete andare un’ora prima per sperare di sedervi, ed è troooppo fricchettone. Il fior fiore del radical-chic internazionale si riunisce lì ad applaudire, a seconda della serata, un flamenco, del cabaret o una buona jam di jazz (sui 3 euro, in genere). La “grotta” in cui si suona è caratteristica, la zona bar invece è carina e accogliente. Occhio alla strada, considerata la più malfamata in centro. Non che vi succeda niente, eh, è solo piena di spacciatori e puttane. Quella vestita da Cleopatra platinata è una personalità indiscussa: le hanno dedicato anche questo documentario.

08) Sugar Bar: il percorso più semplice, per me che mi perdo subito, è Rambla – c. Ferran – c. Raurich. Baretto rosso, vicino a Plaça Reial, con tanto di musica britannica e barman (bellissimo) di Liverpool. Se siete di Manchester, o ci avete vissuto, evitate di dirglielo, buttatevi sulla birra economica e i chupitos (gratis coi flyer omaggio), e parlate col vicino, tanto per poter bere gli avrete senz’altro assestato una gomitata nei reni. Attenzione, però: la gente che si conosce qui a volte si sposa. Io vi ho avvertito.

07) Rai Art: avete presente il covo di fricchettoni che evitate come la peste se siete snob, e frequentate ogni sera se avete solide idee di sinistra? Trasferitelo nel Born a 5 minuti dalla metro Jaume I. Metteteci cineforum e attività mensili che comprendano anche la danza del ventre… E ancora non avete capito cos’è il Rai. Tanto per intenderci: per meno di 20 euro potete affittare la cucina e organizzarvi il vostro evento. Altraitalia ci festeggia il primo maggio, ad esempio, con cori partigiani al terzo bicchiere di vino. E le rassegne cinematografiche con film di Monicelli, o documentari attuali come Cento passi per la libertà… Interessante.

06) Casa Almirall: ha 2 vantaggi. Sta su Joaquim Costa, strategico tra Macba e Rambla Raval, e fa una gran figura nelle foto. Bar modernista che ha mantenuto più o meno lo stile (e il vermut) dell’epoca. Perfetto per approdarci con una moleskine e l’aria sofferta di chi ha visto cose che noi umani… Oppure buttate la moleskine e buttatevi sulle birre. Già che ci siete squillatemi, sto a 2 minuti.

05) Sala Monasterio: qui ci vado solo qualche mercoledì a ballare il forrò, danza brasiliana che troverei pallosissima, almeno nella versione proposta, se non fosse condita da una chiacchierata col compagno di ballo. Peccato che la comunità brasiliana, maschi e femmine, tenda un po’ a isolarsi, tranne qualche provolone. Voi aggrappatevi saldamente a chi ne capisca qualcosa, ma anche no. Tanto la musica è un’occasione per chiacchierare. Anche se qualcuno ne approfitta per collezionare numeri di telefono.

04) Sala dos Rosas: il Cafè da Madeira, al piano di sopra, sembra un ristorantino come tanti, ma la Barcellona più fricchettona si dà appuntamento al piano di sotto per ascoltare musica “afromandinga” (?), jam multietniche e gruppi di ogni provenienza. C’è una canzone splendida, senegalese credo, che cerco da secoli tra youtube e siti nerd, ma l’ho sentita solo là. E la conoscevano tutti.

03) Manchester Bar: ce ne sono due: uno sotto casa mia, in una traversa di Joaquim Costa, e un altro nel Gotico. Ovviamente mi piace quello del Gotico. Atmosfera carina, specie se ti accaparri la saletta, cocktail un po’ più cari della media e musica britannica di tutti i tipi, da David Bowie in giù. Una volta misero una canzone dei Cure e ci lambiccammo il cervello in 5 per ricordarne il titolo. Era questa.

02) Pastis: vicino Santa Monica. Bar marsigliese con proprietario finto-marsigliese, il pot-pourri di cianfrusaglie messe ad arredare mi ricorda un po’ Il Magnifico (gli aversani sapranno). Lo spazio è infinitesimale, ma in caso di concertino vi stupirete della capienza. E anche del concertino. Gare di slam, cantautori di tutto il mondo e perfino musica popolare del Sud Italia, con occasionali giri di pizzica. E poi c’è il pastis. Che è buono assai, ma non lo dite al burbero barman a meno che non vogliate ubriacarvi: a me, almeno, ne offrì un altro.

01) Big Bang: qui se ci lasciate l’anima non la trovate più. Ve l’avranno calpestata le decine di giovani e nongiovani che si accalcano per ascoltare le jam. Ben nascoste, peraltro: il bar da fuori sembra un magazzino, all’ingresso è un misto tra Twin Peaks e Paese delle Meraviglie (con dj set rétro) e in fondo vi ricorderà la saletta prove dell’adolescenza. Solo più grande e affollata. Le jam di jazz sono belle assai, quella di rock e blues la domenica è più fracassona e partecipata. Io poi voto il personaggione della serata… Anche se è una bella gara.