Archivio degli articoli con tag: non giudicare

leathermocassins Ero col mio ragazzo in metro a Barcellona e abbiamo visto una fricchettona, probabilmente senza fissa dimora, leggere l’ABC.

Sarebbe come se un punkabbestia stesse sulla metro Anagnina di Roma a sfogliare Libero o Il Giornale.

Il mio accompagnatore, nonostante godesse di una vista “dall’alto”, non sapeva spiegarsi bene la scena.

Pur trenta centimetri più sotto, io beneficiavo comunque di qualche indizio in più: avevo infatti visto una mano porgere alla ragazza il quotidiano. Sospettavo dunque un prestito estemporaneo tra un passeggero un po’ cuñado (versione locale di “qualunquista”) e questa simpatica giovane dai capelli colorati.

E invece, sballottata dalla micidiale curva del percorso tra Paral·lel e Drassanes, sono quasi finita nel vagone che osservavo, scoprendo così che il “cuñao” non era altri che un ragazzo con lo stesso look della lettrice, e capelli altrettanto anticonvenzionali. Sicuramente, visto che tra i due sedeva un simpatico cagnone familiare a entrambi, si trattava del suo compagno di viaggio.

La mia curiosità malsana non si è data per vinta finché, scendendo alla nostra fermata, non ho notato che, alle mie spalle, altre copie della stessa testata giacevano sui sedili, o in grembo a passeggeri saliti qualche stazione dopo di noi. Un’offerta speciale!

E una delle copie omaggio era finita tra le mani della simpatica coppia di vagabondi.

Adesso, siamo sempre così sicuri di conoscere le ragioni degli altri?

Quante variabili dobbiamo arrivare a conoscere, quali circostanze a noi ignote si sono verificate perché i loro casi arrivino a noi?

Pensiamo agli affronti che deduciamo da semplici gesti di noncuranza, o ai complotti che sospettiamo tra colleghi che crediamo votati unicamente al (nostro) fallimento.

Pensiamo alle conclusioni a cui saltiamo scoprendo una buccia di banana di fronte alla porta di un vicino dall’igiene fino ad allora encomiabile (e magari dotato di nipotini dispettosi).

Pensiamo a tutto questo e chiediamoci: non è che stiamo facendo tutto noi?

Ricordiamo il famoooso proverbio indiano (nel senso di nativo americano, ma i meme su questo si sbizzarriscono) che recita:

Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune“.

Spero di non essere l’unica a odiare i mocassini.

Annunci

bueasinoJulia Cameron li chiama gli artistofagi, persone incapaci di sviluppare il proprio talento, che sminuiscono quello altrui. Ma oggi non mi riferisco solo a quelli.

Vorrei parlarvi di chi si prende la briga di giudicare ogni cosa che siamo o facciamo, dal nostro aspetto fisico al nostro stile, al modo in cui lavoriamo. Credono che il perfezionismo che esigono da se stessi li autorizzi a pretenderne altrettanto dal resto del mondo.

Le scuse con cui lo fanno sono di due generi: lo faccio per il tuo bene; io dico le cose in faccia, se non ti piace è un problema tuo.

La prima argomentazione la rispediamo al mittente: con le loro critiche ci fanno tutt’altro che bene. Alcune sono molto utili, perché da bravi perfezionisti scovano elementi da migliorare laddove noi non ci accorgiamo neanche che ci sia un problema. Ma per ognuna di queste osservazioni utili dobbiamo sorbirci un sacco di insulti gratuiti, spesso indiretti, il più odioso dei quali è il paragone con qualcun altro i cui patenti difetti, per qualche ragione, neanche vedono. Così ci vediamo confrontati a qualcuno considerato intellettuale perché si è scaricato un disco dei Baustelle, bravo scrittore perché è il cugino scemo di Bukowski, bello perché ha l’aria abbastanza tormentata e infelice da far sentire gli ipercritici a loro agio.

Quanto alla seconda scusa, se fossimo sinceri noi dovremmo dirglielo, che 9 su 10 i nostri difetti fisici loro ce li hanno centuplicati: ho visto uomini decisamente bruttini “scherzare” costantemente sui presunti problemi di linea delle loro compagne, quasi a cercare di ribaltare la frittata. Quando si tratta di superiorità intellettuale, il loro stile, per quanto apprezzabile, rispecchia tutta la loro autoreferenzialità. In effetti è quello, il loro problema.

Il conflitto che scaricano su di noi lo vivono al loro interno, continuano a paragonarsi a un’immagine idealizzata (o da incubo) di se stessi che non raggiungono mai, e allora non fanno altro che vederla dappertutto, in tutto ciò che li circonda, e in tutte le persone.

Qualcuno lo idealizzeranno, a simboleggiare quest’ideale irraggiungibile e un po’ cannibale che succhia loro le energie. Qualcun altro lo degraderanno, ci vedranno tutti i loro difetti o, peggio, tutto ciò che loro vorrebbero essere e non riescono. Indovinate in che categoria siamo capitati.

Il bello è che le nostre qualità, quelle che si ostinano a ignorare, spesso le portano dentro. Ma hanno così tanta paura di svilupparle, fedeli come sono all’immagine di genio incompreso, che le condannano in noi.

Una cosa è certa: questa loro arroganza (che maschera insicurezza) tocca tasti profondi dentro di noi, nel nostro senso di inadeguatezza che ci porta a pensare che, se ci criticano, un motivo ci sarà. Magari ce lo meritiamo, magari ha ragione, non siamo niente di che.

Forse ci siamo scelti per quello, per scaricarci problemi a vicenda: gli ipercritici ci usano per confermare la loro immagine di genio incompreso, noi li usiamo per confermare la nostra di perdenti. Perché è più comodo rassicurarci nel fatto di non valere niente che vivere all’altezza di ciò che valiamo. Nel primo caso non sbagliamo mai perché desistiamo in partenza e, per una volta in sintonia con l’ipercritico, ci possiamo ammantare dell’aura del poeta maledetto, che la nostra società consente come scappatoia per chi non riesce a trasformare in automa.

Allora, come si risolve? Per una volta torno a zio Watzlawick: uscendo dal sistema.

Recuperando la nostra dignità, imparando a distinguere tra le giuste critiche a una personalità che si può sempre migliorare, se ci va, al fango gratuito che spala su di noi chi non ha il coraggio di guardarsi la propria spazzatura.

E quando smetteremo di paragonarci agli altri senza riuscire a essere loro né a esprimere noi stessi al meglio, solo allora potremo toglierci la soddisfazione di rappresentare tutto, ma proprio tutto quello che l’ipercritico non riesce a essere.

Senza rancore, però. Non possiamo fare niente, per lui, finché non gli viene la voglia di guardarsi dentro e smettere di vedersi riflesso nelle sconfitte altrui.

Solo allora, forse, potremo venirci incontro a metà strada.