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Lla-vignetta- Niente da fare: io parlo di politica, diritti civili, differenze tra la società italiana e spagnola, e quali articoli leggete più numerosi?

Quelli sugli ex.

Ok, intanto, la faccia mia sotto i vostri piedi, perché vi prendete pure la briga di scorrerli.

Poi, una che si è svegliata cantando Messaggino vagabondo della figlia di Gigione non dovrebbe lamentarsi di nulla, nella vita.

Neanche degli ex per cui non siamo mai stati niente: per arrivare a un simile paradosso dobbiamo ammettere che qualcosa è andato storto più o meno dall’inizio. Magari c’è stata quella che, ormai lo saprete, per me è una calamità peggio delle piaghe d’Egitto: l’ambiguità. È il fenomeno per cui in una storia “investo” ma non troppo, mi espongo ma non troppo, per non soffrire. E finisco per soffrire il doppio.

In ogni caso, tempo dopo sarebbe forte la tentazione di fare una telefonatina alla Adele, ma in chiave cazzimmosa, stile gnegnè, io intanto mi sono rifatta una vita e tu continui a distruggere la tua con nuove storie intercambiabili.

Fermi lì! A parte la figuraccia, stiamo buttando alle ortiche quello che possiamo imparare dallo schifo che abbiamo vissuto.

Io, per esempio, se c’è una cosa che ho capito è che, quando pretendo di organizzarmi la vita, non posso fare i conti senza la vita stessa.

Che vor di’? Be’, che qualche anno fa avevo proprio un bel programmino, un delizioso castello di carte che stava insieme per miracolo, su un tavolino IKEA mal costruito: un trasloco impegnativo, una storia difficile da portare avanti, un nuovo impegno accademico che m’illudevo sfociasse in qualcosa di buono.

I castelli di carte rovinano tutti in una volta e in qualche caso, mesi dopo, ti ritrovi ancora un jolly sotto il divano (o un due di picche). E anche questo, quando è crollato, l’ha fatto proprio in grande.

Di chi è stata la colpa? Un po’ mia, va detto. Ma non sono sola, vero?

Abbiamo spesso la pretesa decidere al posto della vita come questa ci debba andare, prevedendo non solo quello che è nelle nostre mani (un terzo della questione), ma anche il resto, cioè le mosse degli altri e i giri della sorte. Io, tornando al nostro castello di carte, avevo deciso che quell’enorme bugia che edificavo proprio al centro della mia esistenza dovesse star su da sola.

Ora so che non è così. Che non posso decidere cosa provino gli altri per me e che, se in Spagna esiste una cosa ibrida come i master propios, 9 su 10 non sono un grande investimento. Ah, l’ambiguità.

Ora l’errore sarebbe scaricare sugli altri responsabilità nostre, invece di vedere dove finiscono quelle e possiamo legittimamente lamentarci del padrone di casa che ci ha imbrogliati, dell’ex che è sparito senza dare spiegazioni, della prof. improvvisata che si sente attaccata sul personale se le contesti la sua poetessa digitale preferita.

Per fortuna i nostri errori sono ostacoli da poco. È ridicolo pretendere di cancellarli, di fingere che questa zavorra non ci affatichi un po’ la schiena. Siamo anche le scelte che abbiamo fatto, che siano state sbagliate non significa che lo siamo di meno.

Però ammettiamolo: una nuova possibilità ci viene data quasi sempre. Di fare le cose per bene, di ricominciare.

E se c’è qualcosa che ho imparato fin da quando la casa era dei miei, gli impegni di studio si restringevano alle tabelline e come ex avevo al massimo l’amichetto del mare, è non sprecare quello che improvvisamente, per motivi imprevedibili, potrei non avere più.

A maggior ragione, bisogna considerarlo una bella botta di culo e trattarlo bene.

princecharming Quanto detestavo quegli articoli su Donna Moderna, tipo Come far funzionare un rapporto.

Fregavo il giornale a mia madre, indignata dal contenuto prosaico, quando l’amore per me significava più o meno cantare come una scema davanti a un pozzo o in una foresta e trovarmi un ficcanaso alle spalle che dicesse: “Ho sentito tutto e sono quello che fa per te”.

Ora capisco, ovviamente, anche se continuo a diffidare di linguaggi troppo scientifici o tecnicistici di un fenomeno che sfuggirà alle nostre analisi perfino quando si sarà trasformato in mutui da pagare e figli da sfamare.

La questione è che, tradita dall’amore romantico e dalla sua idea disneyana, l’ho confuso spesso col pathos, o più squallidamente con le montagne russe. Con quelle situazioni da amore non amore, ti chiamo non ti chiamo, oggi mi piaci e domani no…

E stavo molto attenta a scegliermi gente che mi lasciasse nell’incertezza il maggior tempo possibile (per non avere nessun dubbio, magari, con la fortunella che mi avrebbe sostituito).

Allora per me questo era diventato la normalità, come l’imprinting per le paperelle.

Adesso so che succede quando le cose “funzionano” sul serio e la questione “ma siamo innamorati? e tutti e due?” è a posto.

Prevedibilmente o meno, la domanda successiva è: e mo’?

So che c’è gente che per evitare la risposta cerca sempre l’amore litigarello o impossibile, hai visto mai ci si dovesse annoiare o assumere responsabilità. Ma a lungo termine la trovo la più noiosa delle soluzioni, quindi l’interrogativo resta.

Insomma, se ti chiamo e rispondi sempre, se ti propongo di uscire e ci sei, anzi mi stavi chiamando tu, se non hai nessuna intenzione di metterti con la mia migliore amica o di abbandonarmi senza neanche curarti di farmelo sapere, che cavolo facciamo, tu e io?

Ecco: funzioniamo.

Non solo tra noi. Perché chi è abituato a stare la maggior parte del tempo a soffrire per amore, a non mangiare perché non ti vuole ecc. ecc., una volta svanito quest’alibi deve proprio funzionare. Vivere. Ammettere che c’è tutta un’esistenza da occupare in altro modo.

Facendo quello che vogliamo, per esempio. O quello che più ci riesce congeniale, intanto che continuiamo a fare quello che ci serve per vivere, mettere il piatto a tavola, procurarci salute e benessere q. b.

Insomma, tutto sto papiello per dire che, con buona pace di Disney, ho finalmente capito cosa significhi far funzionare un rapporto.

Significa funzionare e basta. Proprio noi.

Smettere di passare il tempo a risolvere problemi che ci creiamo da soli, come se non ne avessimo abbastanza di reali, e scoprire quante altre cose possiamo farci, con le nostre giornate.

Rischiare di annoiarci, anche.

Che per me a un certo punto diventa il più grande dei lussi.

Eric-Bana-in-Hulk-2003Che cosa fosse Tinder, me l’hanno spiegato un anno fa, in termini molto chiari:

– È una chat per scopare.

Con queste premesse, mi sono molto sorpresa quando l’ex collega universitaria invitata per un caffè ha trasformato l’incontro in un improvviso inseguimento.

– Lo vedi, lo vedi? – continuava a chiedermi, trascinandomi per le viuzze del centro.

– Ma chi? – ansimavo io, dalla colonna finto-gotica dietro cui mi aveva spinta.

– Ma Enric Bana, chi, se no?

Allora, a parte il fatto che non sapevo che l’attore avesse origini catalane, tanto da chiamarsi Enric, non vedevo nessuno che potesse meritarsi quel nome… A meno che non si trattasse di un tipo molto alto, scuro di pelle, che a occhio e croce sembrava molto più latino che australocatalano.

– Ma sì, è messicano – confermava l’amica. – Conosciuto su Tinder. Ma l’ho chiamato lo stesso Enric, per ridere. Ci sono andata una volta e [sorriso enigmatico] sono stata proprio bene.

Così bene da costringermi a tampinare il personaggio per mezzo Barrio Gotico, correndo tipo Ispettore Clouseau per c. Santa Ana, fino a spuntare in Portal de l’Àngel (e lì la mia accompagnatrice – 007 si era fatta preoccupatissima, perché avrebbe potuto perderlo tra la folla) e imboccare la strada del bar 4 Gats.

Alla fine, il Nostro Uomo si era fermato davanti a un’avvenente fanciulla, presumibilmente una connazionale, che aspettava fuori a un baretto piuttosto anonimo. Mentre l’amica già si preparava a urtarlo per caso ed esclamare “Oh, anche tu qui?”, era rimasta di ghiaccio nel vedere il prestante inseguito baciare la sconosciuta.

– Allora, questo caffè? – avevo provato a ricordare, riprendendo fiato.

Lei aveva riesumato un sorriso da film in bianco e nero, mi aveva lanciato un’occhiata distratta e, girando le spalle alla coppia, aveva buttato lì:

– Ma da un’altra parte. Questa zona è così turistica…

Adesso leggo un articolo in inglese sull’Huffington Post (lo so, mea culpa) su Tinder e le aspettative delle donne in merito.

Mi fa arrabbiare la presunzione dell’autrice che gli uomini che usino questa chat cerchino solo sesso e le donne, in fondo, “qualcosa in più”. Anche perché ho scoperto che qualche amico hipster di quelli “non ho facebook” si fosse fatto un falso profilo solo per collegarsi a Tinder, con la speranza di trovarci l’anima gemella.

Ma ripenso alla mia amica e a quella corsa disperata per vedere un suo amante occasionale baciare un’altra donna. Che magari è pure la ragazza “ufficiale”, mi dico, ricordando la rilevanza, nella nostra epoca, del baciarsi o non baciarsi in pubblico a seconda del tipo di relazione.

Allora mi chiedo: perché pretendiamo, da Tinder o da qualsiasi altra roba che ci capiti, qualcosa di diverso da quello che ci offre?

Non capisco bene perché cerchiamo sempre dove non possiamo trovare e poi ci lamentiamo.

In realtà il sospetto continua a rodermi: perché in realtà non vogliamo trovarlo.

Oppure vogliamo, ma è un desiderio generico che non siamo disposti ad alimentare con un impegno concreto, come quelle cose che se ci “capitano”, ok, se dobbiamo procurarcele noi, anche no.

In ogni caso, è un piano perfetto.

L’ambiguità, dico. Fare i vaghi sulle nostre intenzioni, nascondere dietro a un “poi si vede” l’effettiva riluttanza a impegnarci a star bene. L’ambiguità è la più bella delle risorse, l’unica che sai con certezza che non ti porterà da nessuna parte.

Lo so, le esigenze nascono col tempo, uno che andava bene per una scopata improvvisamente sembra proprio un tipo caruccio per altro. In ogni caso, appena si manifesta il desiderio, non converrebbe esplicitarlo invece di restare lì delusi dallo scoprire che le cose con quella persona sono esattamente come le abbiamo costruite all’inizio?

Avrete capito a questo punto che non ce l’ho con Tinder, ma con una tendenza generale: quella di complicarci tanto la vita da cercare dove non troveremo, e chiamarlo delusione.

Forse perché è più facile così, con quello che vogliamo, che ottenerlo davvero e lanciarsi nel più difficile degli inseguimenti: mantenerlo, conservarlo così com’è, coltivandolo un po’ ogni giorno.

Anche lì, però, c’è un trucco: basta accettare di poter fallire. Metterlo in conto ed essere disposti ad ammettere che non è la fine del mondo.

Una parola, lo so. Ma, una volta fatto questo, non c’è incontro al buio che tenga.

Ed E(n)ric Bana se ne torna alla sua brava chat, salvo baciare sconosciute nel quartiere più turistico della città.

Il-giovane-gamberoE sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.

Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.

Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.

Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.

Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.

E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.

E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.

C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.

Ne riparleremo.

Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

Blue_Bottle,_Kyoto_Style_Ice_Coffee_(5909775445)Questa è una di quelle riflessioni che si possono produrre in un bar, a Barcellona, davanti a un caffè ghiacciato (proprio caffè e ghiaccio, è una perversione di qua). Meglio se con un’amica psicologa ad ascoltare, come sempre accade, i problemi di coppia di tutto il gruppo senza scappare a gambe levate verso la metro. Volevo riportarvi tutto il dialogo, poi ho deciso che non vi voglio male e ne riassumo le riflessioni finali.

A volte, reduci da una storia orribile, in cui non ci sentiamo amati e veniamo snobbati per altri, infliggiamo lo stesso trattamento al nuovo compagno. Oppure ci ritroviamo a guardarlo con lo stesso occhio critico con cui l’ex osservava noi.

Insomma, sembrava che per l’ex non fossimo mai abbastanza? Adesso è il nostro nuovo compagno a non sembrare abbastanza per noi. Sappiamo quanto sia brutta la sensazione di “non essere abbastanza” e l’ultima cosa che vorremmo sarebbe infliggerla ad altri.

Il fatto è che, almeno secondo l’accerchiata psicologa di cui sopra, quello che cerchiamo nell’altra persona non lo decidiamo noi. O meglio: a muoverci, oltre a ragioni perfettamente individuabili e comprensibili, c’è una parte totalmente irrazionale, ci sono le proverbiali “ragioni del cuore che la ragione ignora”. C’è chi dice che nell’altro cerchiamo un genitore, o un “problema irrisolto”. Gli junghiani parlano dell’Animus, o dell’Anima per gli uomini… Ma trovare ciò che, senza saperlo, cerchiamo, è una cosa che o succede, o ciao.

E quando NON succede, tanto vale ammetterlo e lasciar andare le cose belle fatte insieme, che magari serviranno a cementare un’amicizia a tempo debito, e aspettare/cercarsi qualcuno che quella cosa irrazionale ce la dia.

Quindi, la buona notizia è: siamo tutti “abbastanza”, così come siamo. Il punto è che a volte il nostro abbastanza non si concilia con quello dell’altro. Per usare una metafora banale, non siamo complementari: l’altro per innamorarsi ha bisogno di una certa cosa, e noi gliene possiamo dare un’altra, altrettanto preziosa, ma non rispondente alla bisogna. Non è un merito o un demerito nostro, né una colpa dell’altro. Semplicemente, è così.

E non è sempre un male. Pensate alla gente che non ha ancora risolto certi problemi con se stessa e, per innamorarsi, ha bisogno di essere trattata male.

Lo trovate ingiusto, tutto questo meccanismo? Siete in buona compagnia! La psicologa stava per essere bandita dal tavolo, dopo aver pagato il conto, ovviamente.

Possibile, insistevamo, che siamo schiavi delle nostre passioni, della nostra parte irrazionale?

– Schiavi no – ha precisato allora lei. – Forse è la parte irrazionale a essere troppo spesso schiava delle nostre decisioni razionali, quelle che prendiamo considerando tutti i fattori (comodità, interesse, progetti di vita insieme) senza mai interrogare lei. Eppure c’è, e si fa sentire, ci rompe pure le uova nel paniere, se è il suo unico modo di essere ascoltata.

Tanto vale, abbiamo convenuto, scenderci a compromessi. Più lo facciamo e meno ci rovina la vita. E poi, rivalutiamola un po’, l’irrazionalità: a volte ci ricorda solo che ci vuole passione, uno può prenderci tantissimo intellettualmente senza che ci si debba per forza stare insieme. L’amore con un libro di filosofia non si può fare.

A quel punto della conversazione, l’amica più punta sul vivo, quella che girava la cannuccia nel bicchiere senza finirsi il frullato, è sbottata:

– La fai facile! Se con qualcuno c’è grande affinità ma nonostante gli sforzi “manca qualcosa”, tutto quello che posso fare è dirgli “Scusa, so che è troppo una carognata, questa della vita, ma meglio ammettere che non vada che vivere una menzogna”. La liquidiamo così?

– Ok – ha risposto la psicologa, ormai sudata. – La vita è un po’ carogna. Ma… Hai un’idea migliore per passare il tempo?

E ha ordinato un altro caffè.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.

snowbudDevo dire una cosa, magari vi è utile.

Quando sono passata da storie assurde a storie diverse, serene, “nutrienti”, perché nutrivano la mia autostima, la voglia di vivere, scoprire nuove cose, è stato perché qualcosa è cambiato, prima di tutto, dentro di me.

Non ci credo più, alla storia della sfiga. Ci possono capitare incontri sfigati, una volta, anche due. Ma le coincidenze diventano un po’ difficili da sostenere, se ci innamoriamo solo di gente che ci fa del male, che non ci caga manco di striscio, e magari è interessantissima, eh, magari con gli altri è super, ma quando si tratta di amare, e amare noi, è un disastro.

Allora, capisco che ci guardiamo intorno e vediamo che le coppie o sono così o sono noiose, stanno insieme per routine o così ci sembra, l’amore o è montagne russe o una palla, e allora scegliamo le montagne russe.

E invece è uscendo da questa idea, che almeno io ho trovato un amore diverso, un amore che spiazza perché sfugge un po’ all’immaginario romantico.

Banalmente, man mano che ho cominciato a trattarmi bene, ho trovato gente che mi trattasse bene. Perché l’ho ammessa nella mia vita, non l’ho lasciata sulla soglia col cartello “noioso”, che cela solo la dicitura “improbabile”: finché crediamo che è improbabile che ci amino, allora filiamo a trovarci gente che ci confermi quest’idea.

Fare la vita maledetta è dura, struggente, sono scelte di vita, a volte anche drastiche. Ma c’è una poetica, dietro, un’antiretorica, un culto del maledetto che ormai va di moda.

Campare in modo da star bene è bassa manovalanza, un lavoro quotidiano, un rinominare le cose e riconoscerle come un cieco che ha riacquistato la vista deve imparare a riconoscere una mela, senza toccarla, mentre noi vorremmo gridargli “guarda che è una mela” (e magari bendati, al tatto, non sapremmo distinguerla a nostra volta da una prugna molto grande).

Allora, davvero, è semplice e noioso e faticoso quanto volete voi, ma efficace: se scopriamo di amarci (ed è una scoperta, non una cosa che impariamo), ci troviamo gente che ci ami.

E gli altri, quelli che ci hanno snobbato o trattato male (che non amare non è reato, trattar male lo è eccome), ci sembreranno perfino ridicoli, come ci può sembrarlo una foto in bianco e nero di una vita che non riconosciamo più, che a rievocarla stride.

Il passato intero stride, quando scopriamo un presente più umano, più vicino a noi.

Tutto sta, e a volte non basta manco quello, nel volerlo, e avvicinarci ogni giorno un po’ di più, e mai più di un passo alla volta.

Io dico che ne vale la pena.

miróIl problema di stare sempre con musicisti: vado a un concertino col mio ragazzo, che stiamo insieme da poco, a un festivalino hipster di provincia, e cosa c’è? Il gruppo del mio ex, che suona la chitarra. Non che non ce lo aspettassimo, o che fra il mio nuovo ragazzo e il mio ex non corra buon sangue. Anzi, sono amici. La differenza è che uno mi ama e l’altro non mi ha mai amata, ed è troppo poco per separare due uomini, e va bene così.

Allora ci mettiamo tra il pubblico, applaudiamo alle prime canzoni, ci baciamo un po’ tra una pausa e l’altra, finché non succede. Finché il cantante non prende il microfono e dice:

– Questa canzone l’ha scritta il nostro chitarrista, speriamo vi piaccia.

E fin dai primi accordi capisco per chi è. Per quella che mi ha preferito, per quella che ha amato e a me mai, a me niente, per quella che ha inseguito lasciando me nella merda e che a sua volta ha lasciato nella merda lui.

E allora che faccio? Sorrido, mi giro verso il mio ragazzo, gli cingo le spalle con le mani mai abbastanza lunghe per afferrare i suoi pensieri, e la balliamo. Lentamente. Sul suo petto sento il sole che la canzone caccia via da sé, una canzone di amore frustrato che sembra la mia, fino a poco tempo prima. Capisco che io ne sono uscita, lui che ora suona mestamente la chitarra, sgarrando anche qualche accordo, no.

E allora sento la cosa più strana del mondo: compassione. Sento che il mio amore e quello che mi corrisponde e quello dell’altro sul palco e quello dell’altra che l’ha mollato, che gli amori mai dati e quelli solo ricevuti, siano un’unica palla gigante che non sappiamo come afferrare. Ma ci proviamo, con tutte le nostre forze, meglio che possiamo. E in quel momento la palla gira con me, a ritmo lento di note un po’ stonate, oblique come il bacio che adesso mi concedo, viva, felice.

Resta la ferita, restano le crepe. Ma oggi ho letto questa frase, dice che è di Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.

E dopo questo, che altro vuoi dire?

cruzar_las_aguasHo tanti amici che dicono che “ci vanno coi piedi di piombo”, nei loro nuovi progetti. Io la trovo più che azzeccata, quest’espressione, nel caso di progetti lavorativi, di decisioni importanti che riguardino la famiglia, di politica (e non sempre manco in quella)…

Il campo che nella mia esperienza è il meno adatto, per i piedi di piombo, è l’amore.

Per un motivo molto pratico: le paure che abbiamo in questo settore si avverano proprio se le assecondiamo.

Magari vediamo questa persona da un mese, ne conosciamo ogni centimetro di pelle ma non sappiamo che faccia abbia quando è triste. E vogliamo scoprirlo, e in generale approfondire la conoscenza, ma abbiamo pure paura di soffrire. La cosa più stupida che possiamo fare, a mio parere, è assecondare questa paura e soffocare ogni spinta in un eccesso di precauzioni.

Perché per evitare di soffrire boicotteremo qualsiasi possibilità che abbia questa storia di nascere, ma pure di morire, se è meglio così, e finiremo per stare da cani.

Perché cominceremo a usare le strategie:

– a negarci al telefono, o a non mandare il WhatsApp dopo l’uscita, perché poi penserà che siamo troppo prese (così si metterà in guardia a sua volta e ci sembrerà troppo poco preso);

– a evitare quegli argomenti di conversazione su cui potremmo dissentire (così esploderanno tutti insieme e sfoceranno in un litigio epocale);

– a negare i nostri bisogni, per evitare che l’altra persona si senta oppressa (certo che ci dispiace che non venisse a cena da noi per andare a fare le treccine al gatto, e abbiamo tutto il diritto di dirglielo);

– a non dirci in faccia che le cose non vanno bene (così la questione salterà fuori dopo mesi e mesi a fingere che stiamo ottenendo esattamente quello che vogliamo);

– a essere ambigui sui nostri reali desideri (eh, se va bene voglio una storia seria, ma va bene anche così, eh… No, non credo che stiamo bene insieme, ma forse mi sbaglio…).

Tutto questo perché lo facciamo? Per non soffrire. E finora cosa ci ha portato? Sofferenza. Chiamatela come volete: ambiguità, tristezza, malinconia, lutti da elaborare. È sofferenza. Nostra e altrui.

Quindi capisco tutto quello che volete, sull’andarci piano a cominciare una storia, e anche ad ammettere con se stessi che una storia, per quanto ci si piaccia, non può cominciare.

Ma se non troviamo un equilibrio tra cautela e vigliaccheria, non potrà mai nascere niente.

Perché l’entusiasmo è contagioso, inutile nasconderlo se l’altro è titubante per esperienze pregresse. Io almeno ne sono stata travolta e ho finito per sposarlo (l’entusiasmo, dico!).

Perché “gli uomini fuggono se dico che voglio una storia seria” è una verità incompleta: fuggono proprio gli uomini (e le donne, eh!) che dovresti scartare a priori perché non ti daranno la storia seria che vuoi.

Perché “posso benissimo gestire una scopamicizia anche se sono innamorato” è una grande verità finché non viene qualcuno di cui s’innamori lei e ti trovi, per dirla in francese, con le pacche nell’acqua.

Perché il coraggio non deve per forza diventare spericolatezza, né la sincerità oppressione, e coraggio e sincerità insieme garantiscono quasi sempre il migliore degli esiti possibili alla peggiore delle situazioni.

L’altra strada, quella dei sotterfugi e della vigliaccheria mascherata da cautela, l’abbiamo già imboccata. Che ne dite di vedere dove sfocia questa?

Specie se intanto c’è un intero panorama da ammirare, e ce lo costruiamo noi.