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Nessuna descrizione della foto disponibile. Ho ereditato dal mio vecchio inquilino una lavatrice che fa schifo. Roba che risparmio di più a comprarne una nuova che a buttare tutte le calze che o distrugge, con il programma lavaggio breve, o non lava proprio, con il programma delicati.

Al che mi sono venuti in mente due ricordi legati a Napoli: uno è il detto popolare ‘o sparagno nun è maje guadagno, che ora dichiaro col privilegio di chi l’affitto lo riscuoteva, piuttosto che metterlo insieme (ma ero a pigione anche io, e sono sicura che all’inquilino, per recuperare i soldi, bastasse occupare solo due delle cinque stanze della casa, che subaffittava a mia insaputa).

Un altro ricordo viene direttamente da Forcella, Anno Domini 2006: la lavatrice napoletana che mi è costata più dell’intero affitto! Prima i due tecnici, che certo non facevano miracoli, poi la mia resa e l’acquisto di una nuova, infine l’abbandono quando ho traslocato, e quando ormai era chiaro che nessuno mi avrebbe aiutato a portarla via. Il primo tecnico, però, era un personaggio fantastico. Sulla sessantina, abituato ad avere come clienti ‘e signore che s’evene vede’ ‘a puntata (ovvero, le casalinghe in attesa della telenovela preferita), chiacchierava molto più di quanto in effetti lavorasse, ma a un certo punto mi fece una proposta che per lui era di routine: “Adesso che scosto la lavatrice dal muro, vi lascio un po’ di tempo per pulire?”. Ci misi qualche istante a capire che intendesse “pulire il rettangolo di pavimento occupato di solito dalla diabolica macchina”.

Allora si squarciò un abisso tra noi, che credo ruppe pure il piatto della contrabbandiera del primo piano. Chi mi conosce sa che sto alle faccende domestiche come uno yeti alla tintarella. Dunque: che me ne fregava di pulire uno spazio che si sarebbe sporcato subito di nuovo? Il tizio sosteneva che ‘e signore ne approfittavano tutte, e dovetti chiedermi se fossi io la degenerata sozzosa di sempre, oppure facessero finta loro di essere interessatissime a quell’operazione. No, non guardatemi così, non sono un mostro.

Adesso, invece, capisco il significato di quel gesto. A livello metaforico, eh, che per dirla come il tecnico, si fusse cazze che monto su una lavatrice, armata di mocho Vileda. Sta di fatto che sono orgogliosa di cosa abbia fatto della mia vita, dopo la crisi con cui vi ho ammorbato sette anni fa. Ma a un certo punto, tra rapporti umani un po’ asettici e tè del pomeriggio, stava diventando un immenso rifugio dall’incertezza, dall’ambiguità (che continuo a odiare, sempre che non rifletta la complessità della vita) e dalla paura di sbagliare (che esorcizzavo avendo sempre chiaro cosa volessi fare di me, pure quando non era vero!).

Adesso sto avendo questa piccola crisi ratificata addirittura dall’I Ching, una cosa che al confronto con la luuuna neeera (voce di Cloris Brosca mode on) di sette anni fa è tipo una brutta grandinata, rispetto alla cometa che sterminò i dinosauri. Una cosa minore, insomma, ma. A quanto pare ho bisogno di pulire. A quanto pare non basta una ricca catabasi, in senso classico o junghiano, a mettermi a riparo per sempre i desideri e i nervi: a quanto pare, bisogna sempre stare in guardia, o quella vecchia lavatrice che è diventata la mia vita, che già sbiancava passioni insidiose e centrifugava opportunità impreviste, adesso comincia pure a farmi sparire i calzini pucciosi che m’ero comprata quando avevo deciso di tapparmi in casa, al riparo dalle bufere là fuori, e di condurre una comoda vita tutta manoscritti e progetti di famiglia, poi accantonati. È quindi il caso di dire: cambio di programma! E le speranze frustrate non vanno nei delicati.

Allora di buono c’è questo: per un capriccio del dio delle lavatrici – che userà un programma tutto suo con le luuuneee neeereee – la macchina si è un po’ inceppata. Fa le bizze, poraccia, in fondo tra un po’ mi raggiunge i trentanove anni di servizio, e allora, visto che la devo riparare, do anche questa pulitina addizionale, magari col detergente agli enzimi.

E si sa, gli enzimi non finiscono mai.

 

(Vabbuo’, è una lavastoviglie. Ma la scena va bene per qualsiasi problema, e poi combattere la tecnologia a suon di bestemmie è la storia della mia vita. Ho i testimoni.)

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto

Dal Facebook del Sindicat de Llogaters

Confesso che l’ho pensato prima di vedere come mi hanno ridotto le lenzuola, ma sì, ieri mi mancavano perfino i francesi.

Se ne sono andati due ore prima che rinnovassimo il contratto d’affitto, peraltro già scaduto, quindi non potevo avanzare niente quanto a preavviso: allora ho dovuto ammettere che, nonostante i tampax nel motorino del bagno (che mi sono costati un intero mese del loro pigione), nonostante l’odore di pipì canina che spesso invadeva il corridoio, mi ero abituata anche a questa coppia di ventenni che non deve aver mai fatto una lavatrice in vita sua prima di scoprire la mia lavadora (e che mi ha lasciato pure le tovaglie belle fradicie nei cassettoni).

Tutto ciò mi ha ricordato una cosa: la parte di noi che non è acqua, è memoria. Intesa nel senso di ripetizione: gesti e pensieri rinnovati ogni giorno finché non diventano “noi”, o l’idea che ci siamo fatti di come siamo.

E allora spieghiamo al mondo che siamo “allegri e solari” finché non diventiamo tali (e quindi insopportabili). O magari diciamo “ti amo” alla stessa persona, finché non decidiamo che è proprio così. E a furia di salutare lo stesso vicino ogni giorno, finiamo per affezionarci anche a quello. Non sempre funziona, eh, ma tante volte…

Io per esempio (*indossa occhiali hipster*) passo da uno storytelling all’altro, tutti ugualmente strappalacrime: prima ero “quella che ha cambiato vita dopo la crisi“, ora sono “quella che ha fatto un bordello per avere dei risparmi e figliare, e non è riuscita in nessuna delle due cose”. Alla fine sono storie edificanti, perché scatta il momento rivincita, quello in cui cambio casa e lavoro, e mi cerco compagnie meno “confuse” prima di entrare in una nuova crisi.

Invece stavolta mi sono proprio rotta e torno all’idea di cui sopra: siamo i gesti che ripetiamo ogni giorno. E ripetendone pochi e azzeccati aiuterò la mia “paziente” ideale: me stessa.

Funziona, ci ho le prove. Per esempio, nel giorno internazionale per il diritto alla casa, ho visto tanti napoletani ripetersi che le cose possono cambiare, e che il fatalismo è una profezia che si auto-avvera per quanto faccia figo predicarlo davanti a un caffè “amaro come la vita”. I loro colleghi a Barcellona, che per i casi della vita si trovano a ripeterselo da più tempo e si sono riuniti in sindacato, esibivano contenti quest’elenco diviso per: nome dell’inquilina (di uomini in difficoltà estreme ce ne sono solo due, coincidenze?), richieste dei proprietari, successi del sindacato in due anni d’attività (a parte quel primo round con la Goldman Sachs).

Magnolia, affitto aumentato di 150 euro: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni senza aumento.

Jessica, affitto aumentato del 42%: abbiamo ottenuto un aumento del 18%.

Lluisa, 400 euro d’aumento e richiesta di rescissione del contratto: abbiamo ottenuto un aumento di 125 euro e il ritiro della denuncia.

Clemente, non volevano rinnovargli il contratto: abbiamo ottenuto un contratto di tre anni con aumento minimo.

Mari Carmen, processo di sfratto: abbiamo ottenuto l’alloggio in un appartamento d’emergenza.

Diego, non volevano rinnovare: abbiamo ottenuto due anni di proroga.

Marta, volevano raddoppiare l’aumento dopo che la legge ha previsto il cambiamento del contratto da tre a cinque anni: abbiamo ottenuto il ritorno all’aumento iniziale (50 euro).

Gocce nel mare? Chiediamolo a Magnolia, Jessica, Lluïsa, Clemente, Mari Carmen, Diego, Marta.

E poi ripetiamocelo pure, che qualcosa ogni tanto cambia.

(Ma je nun m’arrenno, ce voglio pruva’.)

Ero indecisa tra questo titolo e “La ragazza con la valigia”. Che poi era un omaggio a uno che mi chiamava così, quando appunto ero ragazza.

D’altronde, lo confesso, pensavo che oggi fosse giovedì. E del mancato post di lunedì scorso non me n’ero neanche accorta, intenta com’ero a fare Super Maria alla conquista dell’aeroporto, tra gli alberi crollati a Roma (uno dei quali mi aveva bloccato il binario per Fiumicino).

Il giorno dopo sarebbe cominciato il mio peggior trasloco, ma ero nell’Urbe per colpa di Tip, la mia “fatina trans” di questo concorso. Vi dico solo che mio padre, a premiazione avvenuta, si è alzato per chiedere “da uomo di scienza” perché la gente s’inventa mondi fantastici, con tutto quello che succede in questo qua.

Vabbuo’. Se c’è qualcosa che ho imparato in questi giorni, è che con la mia valigia ci sto bene. Quella da cappelliera che mi ha accompagnato per l’estate più solitaria della mia vita. Ho scoperto che contiene tutto quello che mi serve.

È anche vero che mio nonno a tavola mi faceva ripetere, quando magari volevo solo finire la cotoletta e scappare a vedere i cartoni: “Omnia mea mecum porto“.

Miii, se non è vero. Infatti, i millemila vestiti che ormai non indossavo ce li ha la santa donna che mi ha aiutato a pulire casa, che parlava solo georgiano ma capiva benissimo il paradiso Wallapop che le offrivo. Tutti i miei reggiseni (tranne due che ho conservato “per sicurezza”) finiranno addosso a donne asiatiche più minute di me, o a ragazzine poco convinte dalle marche pedofile che adesso, ahimè, infestano il mercato.

Fatto sta che ho seguito una regola d’oro: la roba che non usavo da più di un anno, via.

Ed è vero che ci si sente meglio, a liberarsene. Anche del vestito cinese che ormai non mi va più, o della parure sbriluccicante regalo di un’ex suocera del Kashmir. O dei quaderni ormai inutili che, mi spiace, ma esistono.

Casa nuova non mi concede sentimentalismi: ne abito solo una parte, per affittare il resto e poter così scrivere. Tutto il resto è spazio occupato male.

La mia non è una critica a priori alla voglia di cose inutili che ci viene ogni tanto, e che non trovo né immorale né sciocca.

Ma è vero che, tutto quello che è nostro, lo portiamo già con noi. Ed è bello aprire una credenza e scoprirci dentro solo quello che mi serve, o andare in camera ancora in accappatoio, sicura di trovarci solo abiti che mi piacerà indossare.

Il miglior modo di venderci qualcosa è farci credere che ne abbiamo proprio bisogno.

È così che le cose s’impossessano di noi.

 

Odio postare nomi reali, ma la tipa coreana che mi vendeva casa si chiamava Jin Young Moon: indovinate cos’è diventata in bocca al notaio, il giorno della firma.

Che poi era una notaia, e ha fatto pure una pausa comica quando ha letto che di mestiere facessi la scrittrice. Un omaggio scherzoso dell’amico avvocato che ha fornito i miei dati.

Uscendo da lì con le chiavi in borsa, ho scritto al mio coinquilino preferito (l’unico): “Comprato”.

Poi mi sono girata due banche, una sbagliata e una no, per estinguere un mutuo. E già che c’ero ho fatto una capatina a… casa nuova.

Si erano portati il frigorifero.

Avevamo litigato in due puntate, e si erano portati il frigorifero.

Il maltolto è poi stato riportato che ero già arrivata a casa vecchia, altra corsa per tornare indietro.

Ho finito di trottare alle cinque del pomeriggio, e sono morta sul divano di casa vecchia: certe cose ho scoperto che o si fanno in coppia, o in famiglia. Io, si diceva, mi sono ritrovata per la seconda volta a farle da sola, circondata da gente che non le capiva.

Infatti sono andata in bagno e ho scoperto che mancava il dentifricio.

“Ma non avevi fatto la spesa?” ho buttato una voce in corridoio.

“Mi hai scritto che l’avevi comprato” è stata la risposta.

“L’appartamento, non il dentifricio”.

Ieri mi sono alzata dal letto con la voglia di essere a casa nuova.

I cambiamenti radicali spaventano, specie se “scappi” da una vita accogliente, di quel tranquillo che se non stai attenta si fa stagnante. La mia bella vita stagnante mi manteneva serena tra i suoi libri di testo e i tè costosi, e le porte chiuse, che ad aprirle sapevo già, più o meno, cosa trovarci.

Ma poi è un momento. Natalie Portman, nel – pretenziosetto – Closer, dice che c’è sempre un momento in cui puoi resistere, prima di entrare nella deriva che ti porterà al tradimento. Oppure cedi.

Succede anche con la vita in generale.

E ieri mattina, alzandomi dal letto, ho sentito il momento: la nostalgia impossibile del soggiorno che non ho ancora vissuto, delle presentazioni del libro ancora da fare, delle nuove città che non ho mai visitato.

Solo allora mi sono detta:

“Quando cominciamo?”.

Risultati immagini per l'urdemo emigrante Lo so, ve lo dico spesso: sono preoccupata. Mi scrivete proprio in tanti.

Gente che per tentare la fortuna a Barcellona vuole lasciare l’Italia, o la Londra della Brexit e degli affitti alle stelle.

Il guaio è che quella gente sicura di trovare qui sole, Mediterraneo e prezzi bassi si vede chiedere anche 600 euro per una singola, se questa ha il matrimoniale e il bagno interno. Ci scherziamo su anche noi che già viviamo qui e più o meno sappiamo barcamenarci in questa nuova burbuja (bolla immobiliare), che ci ha spazzato via ogni eventuale progetto di abbandonare le stalattiti di un appartamento senza coibentazione per “qualcosa di meglio”. Finisce che aspettiamo con trepidazione degna di un horror la scadenza del contratto d’affitto, per vedere di quanto ce l’aumenteranno (tra i miei amici si è sfiorato il 50%).

Quello che mi preoccupa è l’epica del viaggio, e badate che la capisco. Uno scudo ci vuole, per ripararsi dalle inevitabili delusioni, per appenderci le aspettative e i buoni propositi di chi si sente piccolo e senza aiuto in una terra che non conosce.

Nei messaggi che ricevo, chi ha vent’anni si dice disposto a “fare sacrifici” (e mi tratta come sua madre, ma vabbe’). Chi ha la mia età o qualcosa in più dichiara i suoi anni insieme a un pudico “suonati” (32 suonati, 38 suonati), e ovviamente “si rimette in gioco”, o “ricomincia daccapo”. Nella costruzione delle frasi intuisco sottintesi che possono capire solo loro, compromessi che hanno raggiunto con se stessi, piani B che sono disposti a considerare “quando tutto è perduto”. Che so, finire in un paesello a un’ora e mezza da Barcellona e vivere in balia del riscaldamento dei treni regionali. Ehm, si ride per non piangere (o non vomitare: sono l’unica col mal di treno?).

L’ho scritto spesso, quello che più mi colpisce del libro Vivo altrove è che gli italiani intervistati spesso si chiedevano “come li avrebbe accolti la nuova città”. Ritornello pericoloso, perché dovremmo essere noi ad accogliere la città nella nostra vita, nella declinazione che meno ci fa male, che più ci fa crescere.

Perché va bene partire, ma nel nuovo paese ci dobbiamo restare a tutti i costi? Procurarsi il Nie è diventato un’impresa, ma ci conviene dare anche duecento euro a uno sciacallo che ci venda un precontratto? E soprattutto: siamo sicuri di aver lasciato il nostro impiego di cameriera sottopagata per lavorare dieci anni in un call center? Magari ci rallegreremo della farsa di contratto a tempo indeterminato che ci farà almeno sognare un mutuo, quasi impossibile di questi tempi. Fino al giorno in cui ci renderemo vulnerabili al licenziamento quanto un neoassunto col contratto di servizio.

Insomma, ‘sta canzone dell’emigrante non lasciamola a Mario Merola: facciamone un gioco tra noi e le note, cerchiamo “nuovi accordi e nuove scale“, come recitava una canzone della mia adolescenza. O non ci andrà bene. O torneremo indietro, più scoraggiati di come siamo partiti.

Allora se non possiamo permetterci il Gótico (che a me non piace) proviamo la periferia o, se ci sta bene, la provincia. Se per lavorare negli uffici e in certi negozi abbiamo bisogno del catalano, e impariamocelo, cacchio: per noi è più facile.

Se la solita solfa non funziona, cambiamola. Abbiamone il coraggio.

Si armonizzerà con la nostra vita finché ne seguiremo il ritmo.

E quello la Ryanair ce lo lascia ancora portare a bordo.

 

https://flic.kr/p/wtjmX9 | Metro Vallcarca, Barcelona - Josep Ramon

Di Josep Ramon

C’è questa fermata di metro a Barcellona, con cui ho avuto per anni un rapporto particolare.

Lontanuccia dal centro, ma vicina ad altre attrazioni turistiche, ha sempre unito lo stile sonnacchioso dei quartieri residenziali catalani al caos delle orde di turisti. Che però qui si disperdono. Sparuti sulle scale mobili che ne facilitano l’arrampicata, si fanno fotografare sorridenti in cima ai muretti con su scritto “Tourist go home“. Detto fra noi, in questo quartiere non sempre mi sono sentita al sicuro, o mi ci sono sentita molto meno che nel Raval. Non per la possibilità di uno scippo, che quello mi è successo sotto casa nel tranquillissimo Montjuïc, ma perché tra tante scritte contro i blanquitos temevo che i miei capelli schiariti dalla camomilla potessero attirarmi sguardi obliqui (per fortuna non pervenuti).

E poi, vabbe’, c’è stato quello che c’è stato.

ll lungo anno di tragitti di metro che mi sembravano sempre molto lunghi, per visitare una casa in particolare, di cui nessuno sapeva o doveva sapere niente. Un anno passato a svegliarmi tanto più presto di chi mi ronfava accanto, al suono di auto che per il mio Raval non passavano, e a chiedermi se lasciare o meno, giacché ritornavo sempre, lo spazzolino, magari mimetizzato tra gli altri in bagno. Alla fine, con un’intuizione insolita per i tempi, lo rimisi in borsa esattamente l’ultima mattina che passai in quella casa.

Dopo fu davvero difficile, per me, tornare a quella fermata, uscire dalla parte giusta e dedicarmi a pubbliche relazioni con gente che non sempre doveva sapermi esperta, nel mio piccolo, della zona. Una ragazza lo notò, la prima volta che ebbi il coraggio di ritornare per una festa primaverile: “Sei a disagio, vero?”.

In quell’occasione scoprii che il bar all’angolo di quella strada piena di auto, la mattina, faceva lo shakerato alla nocciola. Tanti mesi a combattere con l’insonnia e lo spazzolino, e non me n’ero neanche accorta.

Mi sono accorta l’altro giorno, invece, che questa fermata della metro adesso la percorro in fretta, spensierata (o pensando ad altro) e contenta. Perché è molto bello, fuori, mi accorgo finalmente. Ci sono murales, strade vecchie, una sorta di antico magazzino riabilitato che mi piacerebbe vedere aperto, prima o poi.

Ma tanto non mi ci soffermo troppo, perché ho altro da fare: raggiungo i miei nuovi posti, col passo veloce di chi si prepara a una bella scalata. E di chi è già in ritardo. E al ritorno mi perdo in strade che non percorrevo da tempo, col naso in su ad ammirare i balconcini antichi.

Insomma, tutto il melodrammone pucciniano che mi ha tenuta prima sospesa e poi lontana, è sparito, nel nulla. Come se non ci fosse mai stato.

È per questo, che vi scrivo. Perché, in questo presente che fa dell’ansia una medaglia al valore, e dell’amore un’eterna montagna russa (come a distoglierci ad arte dalla sua parte di fatica), so quanto sia facile affezionarsi a certi drammi.

So quanto sia forte la tentazione di non passare mai per un quartiere, una città, a volte perfino uno stato, perché lì ci viveva una persona che una volta ci ha respinti, o che abbiamo adorato il tempo giusto per non stancarcene. So quanto sia facile, per quanto sia facile il dolore, affezionarsi al ricordo orribile di chi si è ormai dileguato, piuttosto che vedersi ogni giorno con qualcuno, accettare la fine del brivido, la possibile noia, la responsabilità di vederci così come siamo.

È come se il melodramma, l’ansia, la friendzone e tutti questi surrogati di una vita sbagliabile, ci facessero propendere per una vita sbagliata. Di bassa manutenzione, piena di monumenti funebri dedicati a quello che avrebbe potuto essere.

Come la mia fermata della metro.

Che da quando ci passo senza neanche accorgermi mi ha regalato molte più cose.

Perché il problema è quello: cosa si fa, una volta che si accetta di vivere sul serio? Di amare qualcuno che ce lo voglia, il nostro spazzolino in bagno? Di mettere da parte la cosiddetta ansia e deciderci a sbagliare per mano nostra?

Si osserva il paesaggio.

E si scopre che era sempre stato lì, per chi avesse avuto il coraggio di alzare la testa.

 

balcone La questione è che mi dovevo buttare di sotto.

Cioè, non che dovessi, ma per una lunga frazione di secondo non ho capito bene cosa ci facessi, appena piombata sul balcone, coi lucciconi agli occhi e la voglia di vivere di Leopardi con l’influenza.

Non credo fossi corsa a controllare la crescita del ficus accanto a me. Che poi l’inquilino che mi è subentrato mi ha informato che non è manco un ficus.

Più che la volontà di testare la mia abilità coi tuffi, insomma, avevo la sensazione di non essere del tutto padrona delle mie azioni.

Per fortuna queste cose durano, in genere, una frazione di secondo. Il tempo di cedere alla parte di noi che è ostinata a sopravvivere a qualsiasi circostanza. Specie a quelle che non abbiano a che vedere con disastri naturali, bombardamenti e compagnia bella.

Da allora sono passati tre anni e ho preso nuove cantonate, fatto altre figure di merda, vinto quacche cosa. Ho quasi sempre notato che le persone intorno a me reagivano con più trasporto di quanto facessi io, nel bene e nel male.

Io invece, dal giorno del balcone (il #balconyday), sono stata soprattutto curiosa. Voglio vedere come andrà a finire. Anche se la vita, come nei film porno, non riserva troppe sorprese sul finale. Ma è come i remake di film famosi, l’importante è la trama.

Allora mi scopro spesso a fare da protagonista e insieme da spettatrice, in genere divertita, in ogni esperienza. Anche a una giornata di fiera senza troppi clienti, ma con concerto di tango e claque di vecchietti annessa. O alla mia proclamazione, col voto altino che mi sarebbe andato benissimo se tutti non mi avessero detto “peccato, avresti preso il massimo se solo…”. Non significa che non mi farò i miei conti, che non deciderò se riprovarci o meno. Vuol dire che, già che sono ancora qui, voglio tutto il pacchetto, i fallimenti e le vittorie che poi, in un certo senso, si equivalgono.

Insomma, la mia vita doveva finire quel giorno sotto un balcone, magari sui calzini bianchi di un turista di passaggio.

Tutto il resto è tanto di guadagnato, che faccia schifo o meno. È un extra, come le salsine sulle patate fritte.

Se sono abbastanza croccanti, va bene pure la mostarda del discount.