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images (9) Una volta, una ragazza che non conoscevo mi ha salvato, con la sua sola esistenza.

È riuscita a far innamorare chi proprio non s’innamorava di me.

Merito suo? Non so. Colpa sua? Macché.

Intanto mi ha salvato la vita, magari in un senso meno tragico di quello letterale. Però mi ha concentrato in qualche mese di purificazione (per non chiamarla “sfogo bestiale”) un dolore che diluivo negli anni. E scusate se è poco!

Poteva essere un trasferimento all’estero, un lavoro che mi portasse lontano. Invece è stata lei, e in qualche modo le sono grata.

Non che abbia fatto molto, eh, intendiamoci, nient’altro che essere lei e, per il solo fatto di esserlo, farlo innamorare.

Per le stesse ragioni per cui quell’altro lì non s’innamorava di me: io ero io, con me non succedeva, e così vanno le cose.

Il problema è che, prima che arrivasse lei, l’ultima parte (quella delle cose che così vanno) non l’accettavo. In realtà non me ne faccio neanche una colpa: ci rode assai, quando siamo impotenti di fronte a quello che vorremmo ma non dipende da noi. Anche perché spesso non dipende da nessuno.

Poi però succede sempre lo stesso, o quasi: tutti i nostri tentativi di quadrare il cerchio, i pomeriggi passati a “lavorare” perché le cose filino, svaniscono nel nulla.

Nel modo più umiliante, magari: noi non esistiamo, ufficialmente, poi arriva lei e lo sanno tutti.

Dicono che l’amore sia così. A me questa cosa non tanto convince: guardo con sospetto ai colpi di fulmine, che spesso svaniscono il tempo di accorgersi che anche l’altro è una persona.

Infatti, i più cazzimmosi tra noi si consolano osservando che i nostri “salvatori” non è che durino assai, al nostro posto.

Intanto, però, questa ragazza mi ha salvato la vita, insegnandomela. Mandando a carte quarantotto tutti i castelli che mi stavo costruendo su qualcosa che, semplicemente, non poteva essere.

E come lei, al mondo, ce ne sono a migliaia, di soluzioni. Tutte le possibili soluzioni impreviste, anche dolorose, di problemi che ora vorremmo risolvere fingendo che dipendano solo da noi, senza calcolare il resto: l’incalcolabile. Che spesso è un futuro imprevedibile che non possiamo considerare una risorsa (“prima o poi succede qualcosa e si risolve tutto”), ma neanche ignorare.

Le cose cambiano, costantemente. L’unica cosa che non cambia, diceva un saggio, è il cambiamento.

E finite le lacrime e le ricostruzioni lente, e rimessi pure i chili che manco Rosanna Lambertucci fa perdere più di una crisi, provo questa strana riconoscenza verso una sconosciuta che non ho mai visto. Le porto la stessa gratitudine illogica che sentiamo verso un mattino senza pioggia, o un bar che faccia il caffè buono, per il solo fatto di trovarsi proprio sul nostro percorso, meglio se in pausa pranzo.

A volte siamo capaci di aiutarci anche quando ci facciamo molto male.

Tutt’è avere la lungimiranza per riconoscerlo e, se proprio ci va bene, per non scordarlo più.

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Ho fatto lezione contenta, col cuore leggero, nel giorno ideale per farlo: solo due ore al mattino, poi il pomeriggio libero per inventarmi impegni inutili.

In classe abbiamo parlato di cucina “fusion”, ci siamo indignati per certi accostamenti di sapore e poi ci siamo accorti, o ricordati, dell’inevitabile: cucini con quello che hai. Nella carbonara ci vuole il pecorino perché là dov’è nata si allevavano pecore, mica mucche. Il mais è arrivato prima al Nord e allora polenta e osei.

Insomma, ci scanniamo su roba che è nata spesso dalla necessità. Cucini con quello che hai.

Tornando in metro riuscivo a sorridere perfino alle signore locali che mi scostavano a culate o mi facevano il limbo sotto l’ascella per sedersi, e mi sono resa conto che sono otto anni che ci sopportiamo a vicenda. Allora mi sono ricordata di chi otto anni fa, con me in procinto di partire, mi scrisse: “Devi prendere un aereo, quindi non dirò niente. Ci vediamo al ritorno”. Il ritorno che non ci sarebbe mai stato.

Allora ho fatto un po’ di fantastoria e mi sono chiesta: “Se avessi avuto allora la serenità di oggi? La sicurezza, l’allegria? Come sarebbe stato chiudere il cerchio della mia storia-non-storia, la più romantica, quella dei vent’anni? Sopravvivere alla consegna insostenibile di realizzare quei sogni fatti proprio per non avverarsi mai?”.

Sì, questo pensavo, tra gente che sgomitava con le valigie per scendere a Plaça Catalunya, lontana nello spazio e nel tempo dall’aeroporto dell’ultimo saluto.

Mi sono data una risposta che ormai è un’abitudine, ma che, ora lo so, non è una consolazione: i sogni così sono cerchi che si chiudono su se stessi, è come se la tua vita finisse a vent’anni, come in una favola. Due si vogliono, ci sono gli ostacoli, si ottengono e vissero felici e contenti. Che succede, dopo? Boh. Il cerchio si è chiuso e il dopo non è affar dei sogni. Ergo, può anche essere un incubo, non è dato saperlo. Invece che succede se al posto di chiuderci su noi stessi ci apriamo, smettiamo di piegare la vita ai nostri sogni postdatati e seguiamo i suoi giri strani? Che succede se prendiamo i suoi voli, ci lasciamo sbattere un po’ dalla marea provando senza troppa convinzione a girare il timone dove vogliamo?

Tutto questo, pensavo, anche scendendo alla mia fermata, in pasto al pomeriggio di sole.

Soprattutto ricordavo la lezione: si cucina con quello che si ha.

Otto anni fa avevo dei sogni. Ora ne ho altri. Non puoi unire soja e pecorino in un paese in cui non bevono neanche il latte. Non puoi produrre vino dove fa freddo tutto l’anno.

Non puoi avere la serenità accumulata in sette anni e gli stessi sogni di quando non l’avevi.

Il pomeriggio fuori mi ha accolta bene, con un sole nuovo.

chai Sono contenta di aver trovato una persona gentile, che pensi davvero a me.

A chi non l’ha fatto non guardo rancore (o non sempre!), so anche che, in un certo senso, me li sono scelti apposta.

Ma che bello, davvero. Quando è così, che si è sinceri l’uno con l’altra, ci si preoccupa per l’altra persona senza annullarsi per lei, anche quando noi o lei abbiamo da fare, non ci si stancherebbe mai di ripetere: quello che cambia siamo noi. La botta di culo viene, ma dobbiamo aprirci ad accoglierla. A vederla, anche.

“Ma tu sei giovane e bella”, mi è stato detto (incredibile ma vero!) da quasi-coetanei peraltro attraenti, “ovvio che a te capita più facile che a me”.

Non so, davvero. Quello che noto, quando per motivi vari devo rivedere certi ex o certi circoli di amici, è che quello che è sparito in me è l’autoreferenzialità. Io avevo la peggiore, quella vestita da altruismo. Quella che mi portava a fare la salvatrice del mondo per non guardare i miei problemi e per sentirmi buona a qualcosa.

Quindi, se non c’era nessuno da salvare, per me non c’era neanche amore.

Se nessuno m’interessava doveva almeno interessarsi qualcuno a me, per quanto fossi brava a capirlo, amarlo, venire incontro alle sue esigenze. Il fatto che non ricambiasse era solo una sfida.

Questo è cambiato. E ve l’ho già spiegato. Quello che vorrei ribadire qua è che, man mano che vi sentite a più a vostro agio con voi stessi, vi verrà spontaneo cambiare i meccanismi con cui interagite con gli altri.

Gli amici che si affidano totalmente a voi come dei bambini che non cresceranno mai vi comunicheranno sempre più fatica e meno appagamento nell’operazione di soccorrerli, e forse così il rapporto diventerà qualcosa di autentico, invece che un mutuo soccorso. Una cosa tipo, ti stimo e ti apprezzo anche se non mi “servi” a star meglio. Da entrambi i lati.

Le cose vanno così: man mano che ci curiamo noi, nel nostro piccolo curiamo un po’ anche gli altri.

E per una volta più con l’esempio che a parole.

Come ci si cura? Con l’attenzione.

Ne riparliamo presto.

chiodo Poi ognuno ha i suoi metodi, diciamo, per uscire dalle crisi. Ma volevo dire questa cosa, sul chiodo scaccia chiodo.

A me ha funzionato in modo strano: mi cacciava da un problema a un altro. Cadevo in nuove braccia sbagliate, che mi avrebbero fatto soffrire come quelle di prima senza mai risolvere il problema di fondo: la mia cecità nello scegliere.

Quindi non posso dire che il ripiego (brutta parola) non risolvesse il problema, che non mettesse fine all’angoscia, al senso di perdita: ma alla lunga lo rimpiazzava con altra angoscia e altre perdite, toglieva i sintomi del male senza curarlo fino in fondo.

Poi so che a volte, a botta di culo, a un mese da un addio pesante troviamo la persona della nostra vita (ammesso che esista), a qualcuno capita.

Dico solo quello che succedeva a me: cambiare di braccia, senza cambiare di testa.

Per questo, per un anno, quasi facevo capa e muro all’amica catalanoandalusa che si era presa una laurea in psicologia e una specializzazione in analisi junghiana solo per snocciolarmi la seguente, profonda ricetta: “Un clavo saca otro clavo!”.

Ora quell’amica potrebbe venire da me e dirmi: visto, che ti dicevo?

Eh, no, tesoro. Facile chiamare chiodo scaccia chiodo una storia che comincia a lutto ormai elaborato, dopo un anno a buttare il sangue, magari. Una storia in cui l’altra persona è davvero la benvenuta e non ci serve a niente, non ci fa da tappabuchi, non ci colma il vuoto lasciato da altri, già pronti ad aleggiare tra noi come fantasmi chissà per quanto tempo.

Perché una cosa è buttarsi tra le braccia di qualcuno mentre siamo nel pieno del dolore da perdita, proprio perché non ce la facciamo più, e un’altra è prendere quel dolore, ascoltare quello che ha da dirci (che, si diceva, il dolore è un ambasciatore che non porta pena), e cominciare un’esistenza in cui i suoi insegnamenti siano un pilastro, magari, ma mai l’unica ragione. Una vita fondata su un lutto vi piacerebbe?

E allora, piuttosto che pulirsi le ferite sulla pelle di qualcun altro, scopriamo quanto sia bello, dopo il tempo che ci vuole, essere capaci di aprirci a un nuovo amore senza nessuna fretta o nessun vuoto da colmare, solo col piacere di esplorare, conoscere questa nuova persona che si affaccia nella nostra vita, e che magari, finalmente, ha la buona creanza di bussare senza sfondare la porta.

Magari per allora avremo imparato che nelle vite altrui si bussa e piano, non si dettano leggi, per poi abbandonare il campo.

Solo quando avremo imparato tutto questo, mi sa, potremo finalmente dire avanti.

In tutti i sensi.

solnce-rassvet-poleLa differenza, si diceva.

La differenza tra struggersi per un problema e averlo improvvisamente risolto, magari non come ci aspettavamo, o come avremmo voluto. Ma ecco che è risolto, e noi restiamo lì, a inventarci una nuova vita senza il tarlo che ci ossessionava.

Ricordo un’amica che, parlando d’amore, si chiedeva sarcastica: “Chi stabilisce quale sia una vera relazione e quale no?”. Era intrappolata da un anno, ormai, nella storia con un uomo molto più grande, di cui era palesemente innamorata. Ma lui non voleva saperne di lasciarle nella sua vita uno spazio più grande di quello che le concedeva: qualche week-end insieme intervallato da viaggetti a due, raramente in compagnia di amici che sapessero di loro.

Questo, per gli innamorati, è un po’ poco. Si può filosofare tanto su cosa sia amore e cosa no, ma se ciò che vogliamo è diverso da ciò che stiamo ottenendo, allora non ci basta. Non ci riempie, non ci fa sentire pienamente noi.

Ma a noi va bene anche così, lo so per esperienza e, immagino, non sono la sola. Quando amiamo qualcuno che può darci solo questo, “solo questo” diventa parte integrante della nostra vita anche se ci rende infelici, anche se il “meglio che niente” è una coperta che, stranamente, ci fa sentire più freddo man mano che ce ne avvolgiamo.

Non moriremo di freddo, però. Una volta che avremo deciso che “è troppo poco” prevale sul “meglio che niente”, allora ci accorgeremo della differenza.

Allora faremo spazio perché la differenza possa entrare nella nostra vita.

E vi assicuro, non c’è paragone. Immaginate di dover lottare perché chi amate vi dica che vi apprezza, vi trova attraenti, vi trova speciali, unici. Non c’è molto da immaginare, vero? Siamo abituati a vivere l’amore come una lotta, quando non è così ci sembra addirittura che qualcosa vada storto.

Ora immaginatevi qualcuno che già pensi tutto questo, fin dall’inizio. E non ci autoinganniamo dicendo “che palle”. Immaginatevi che accettiamo tutto questo, grati per il dono che ci ha fatto la vita.

Improvvisamente la lotta passata ci sembra quasi stupida, quasi senza senso, ci chiediamo anche perché ci siamo accaniti tanto, se la persona che inseguivamo prima non ci vede, non ci dedica attenzione, e quella che abbiamo incontrato ora sì, ci rende tutto più facile, è disposta a esserci…

Vi assicuro, indietro non si torna. Possiamo tornare a soffrire, possiamo anche lasciarci col nuovo amore, che le storie finiscono senza che ci si possa fare niente, ma in quella condizione, in quello schifo di prima, difficilmente vorremo tornare a mettere piede.

Ci saremo resi conto della differenza.

E di quella, tuttavia, dobbiamo renderci conto da soli. Dobbiamo darle una possiblità, da soli, capire che vale la pena provare a uscire dal circolo vizioso in cui siamo finiti, capire che se qualcuno non ci vede non significa che abbia ragione, sulla nostra non-esistenza. Detto fra noi, non ha ragione neanche chi di noi vede solo i lati positivi.

Noi siamo sempre noi. Si tratta di scegliere come vogliamo essere guardati.

E, vi prego, non esitate neanche un attimo. Scegliete la vita. La gioia, la bellezza quotidiana.

Vi sarete infinitamente grati.

Il-giovane-gamberoE sì, parlo ancora col mio amico immaginario, quello onnisciente e onnipotente che non avrà il diritto di replica ma, secondo il suo ufficio stampa, avrebbe tutto il resto, visibile o invisibile. E non ci crederete, ma, anche ora che ha dimostrato ampiamente di aver ragione Lei (sì, me l’immagino femmina), continuo a dirglielo, che io mi sarei perfettamente accontentata di essere infelice a modo mio. Con le cose che volevo per me, anche se mi avrebbero fatto male.

Ma indietro non si torna. È questo, forse, che ci dà tanta paura di cambiare o ammettere, come me, che l’altra strada, quella che alla fine imboccheremo, sia meglio per noi e per chi ci circonda.

Quando ancora non abbiamo abbandonato la vecchia siamo come in bilico, ci chiediamo ancora se verrà il miracolo, l’aiutino finale che ci lasci esattamente dove avremmo voluto noi. Lo sto sperimentando con ben due amici, che si credono capaci di mantenere una relazione senza impegno con una persona di cui sono innamorati. Mentre io vado leggera per il mondo, senza credere che tutto ciò sia cambiato in così poco tempo.

Quello che ho fatto io è stato essere onesta con me stessa: ammettere che qualsiasi lavoro mi avesse impedito di scrivere mi avrebbe reso la vita peggiore, anche se fosse stato ben remunerato o prestigioso, e costruire la mia vita lavorativa intorno a questo postulato. O ammettere che, anche se avessi avuto la possibilità di seguire gli amici di cui sopra, la mia voglia di essere amata era molto più forte di quella di essere NON amata, un sabato sì e un sabato no, da chi amassi io.

Questione di onestà e, quando l’hai raggiunta, indietro non si torna.

E ci fa paura perché il dolore è un buon riempitivo di vite abituate a essere vuote, a snodarsi tutte intorno a un problema.

E quando quel problema si risolve, che c’è?, ci chiediamo senza accorgercene.

C’è tutto il resto, ragazzi, e non sapete quanto sia tutto il resto.

Ne riparleremo.

Mongolfiera_e_mongolfiera_al_contrarioMi ha colpito lo scherzo di un’amica che non sentivo da un po’ e che quindi si era persa qualche capitolo della mia vita. Mi ha detto, bontà sua, che le piace il blog, specie la serenità che trasmetto negli ultimi post, e poi mi ha chiesto ridendo:

– Ma di’ la verità, ti sei innamorata? Perché se è così non vale!

Nel senso che innamorarsi è un po’ la scorciatoia per cambiare la propria vita in meglio.

La domanda era in sintonia con l’idea, molto radicata, che la felicità te la dà qualcun altro, la “dolce metà”, maledetto Platone. Ho risposto:

– Veramente è stato il contrario. Prima ho cambiato la mia vita e solo allora mi sono innamorata.

Questo cercavo di dire ad altre amiche che giustamente si chiedevano: “Ho capito sta storia di bastarmi da sola, ma io voglio qualcuno a condividere la vita con me, è così sbagliato?”. Per niente, anzi! Solo che, almeno nella mia esperienza, ci puoi arrivare proprio quando avrai imparato a “bastarti da sola”.

E non capivo l’implicazione piena di quest’espressione. Bastarsi da soli è anche non aver bisogno di qualcuno che ci dica quanto siamo belli e speciali e unici, aspirare a sentircelo dire proprio da quella persona, affannarci perché succeda, e chiamarlo amore. Volerselo sentir dire è una cosa, averne bisogno è un’altra. So che si possa chiamare amore anche quello del primo caso, giacché ho amato gente che non voleva saperne di dirmi ste cose ed era prontissima a farlo con altre. E so anche quanto possa essere infelice, come amore.

Tempo fa ho avuto la fortuna un po’ bizzarra di confrontare i due “modelli”, diciamo, di amore. Per un po’ ho ricevuto sia i messaggi del ragazzo con cui stavo da poco, sia quelli di un “ex” particolarmente sofferto: nel secondo caso erano messaggi di servizio, legati alle attività comuni che svolgevamo o a esigenze completamente sue. Nel riceverli la mia reazione istintiva, legata all’abitudine, era sollievo, più che gioia, e la sensazione che mi sarei sentita meglio tutta la giornata, prima di ricordarmi che tutto questo casino non mi servisse più.

Il messaggio del mio ragazzo sapevo cosa mi volesse dire prima ancora di aprirlo: cose che mi avrebbero fatto sorridere. Ecco, qualcuno risponde facilmente “che palle” e argomenta che senza un po’ di pepe una relazione non si mantiene in piedi. Ma una relazione che ha bisogno di questo tipo di pepe, per mantenersi in piedi, d’incertezze, di gelosie reciproche, di punzecchiamenti mirati, quanto è solida? Quanto è divertente, anche, se ci si deve tormentare a vicenda per dimostrarsi di valere qualcosa attraverso l’importanza che ci dà l’altro?

So che per qualcuno tutto questo è un gioco, e allora buon divertimento: ma… si divertono davvero?

È vero, è difficile abituarsi a chiamare amore qualcosa che non sia un sussulto continuo, a rassegnarsi all’idea che quello che ci tocca ora sono gioie e attenzioni, prima dei problemi che qualsiasi relazione può portare con sé e si spera risolveremo insieme.

Per chi è abituato a non darsi gran valore e a inseguire persone che su questo punto siano perfettamente d’accordo, l’amore è stato sofferenza per così tanto tempo che ora ci si domanda perfino se riusciremo a cambiare idea.

Tranquilli, una parte di noi sta festeggiando. Non vedeva l’ora di avere il giusto spazio nella nostra vita, per mostrarci tutto quello che sappiamo fare quando non ci preoccupiamo di confermare a noi stessi, attraverso qualcun altro, di valere qualcosa.

Perché davvero, quando rompiamo questo circolo autoreferenziale del vederci attraverso gli altri, quando impariamo a vederci coi nostri occhi, allora sarà più facile trovare qualcuno che ci guardi con occhi giusti. Non vi dico poi quando smetteremo di passare il tempo a guardarci come due stoccafissi e scopriremo quante altre belle cose possiamo vedere insieme, per tutto il pezzo di strada che ci toccherà percorrere.

Che sia lungo o corto, con queste premesse ne varrà sempre la pena.

un-uccellino-che-viene-dal-fiume-azzurro-L-njG9GUQuesto è un messaggio di solidarietà per tutti coloro che a un certo punto della loro vita si sono trovati nella sgradevole situazione di essere reali. Specie quelli che lo sono stati per me, senza che riuscissi a perdonarli per questo.

Non sono impazzita, voglio solo dire che essere reale, in una relazione, che sia padre-figlio o di coppia, a volte è una colpa terribile. Non ci possono proiettare addosso tutto quello che vorrebbero fossimo.

Lasciamo perdere l’elaborazione del lutto che devono fare quei genitori frustrati che ancora vorrebbero un figlio, una figlia che li riscattasse dalle loro delusioni. Allora i figli sentono di non essere mai abbastanza, perché non c’è Nobel vinto per interposta persona che faccia sentire meglio con le proprie sconfitte.

Nel rapporto di coppia, invece, sono stata spesso carnefice e a volte vittima di realtà. Cioè, ero vera, ero lì, ero pronta a dare amore e a riceverne. Non ero un contatto facebook, un numero di telefono da esitare a chiamare, non ero una specie di mistero da risolvere manco fossi un cruciverba o un rebus, frase (3, 1, 4, 2, 4, chiave: vai a fare in c…). No, ero una persona vera, passibile di svegliarsi la mattina con due occhiaie così, di essere un po’ gonfia durante i giorni del ciclo, di non andarmene alla prima occasione per il primo stronzo che fosse già nell’aria fin dall’inizio.

Perché si chiama pensiero magico, l’idea per cui quando otterremo l’amore di una persona, di solito irraggiungibile, la nostra vita sarà semplicemente perfetta. E questo pensiero magico rende tutto più sopportabile: pensateci, è una lotteria. Chi lo abbraccia vive male, ma se solo lei/lui lo amasse le cose andrebbero molto meglio. Con quest’idea la vita quotidiana diventa molto più sopportabile senza alzare un dito, o affaticandosi molto poco. A sperare ci vuole un bello sforzo di fantasia e a volte coraggio; ciò che non è necessario, anzi, in qualche caso è superfluo, è quell’olio di gomito che manco in grandi quantità risolve tutto con certezza.

E allora, perché “abitare” la realtà quando si può vivere in una bolla di sapone? In cui non ci siano mai discussioni, perché un rapporto vero non c’è, anzi a ben vedere non c’è nessuno con cui discutere. In cui la persona irraggiungibile di turno resta il numero di mesi giusto (in genere il conto non occupa le dita di una mano) perché la sua pelle perfetta non venga a noia e i pomeriggi passati solo a fare l’amore non diventino un po’ ripetitivi, se non integrati col tentativo di conoscerla così com’è, e non come la stiano immaginando.

Ma no, che palle, tutta questa vita reale. Che difficoltà assoluta. Meglio vivere nel mondo della fantasia, vero? È così bello e rassicurante, l’unica certezza è che la felicità, quella vera e tangibile, è domiciliata altrove. Ma meglio che niente.

A quelli veri, invece, specie quelli che ho danneggiato io, e a me quando mi sono sforzata di essere vera finendo sottosopra come una tartaruga scema, vanno tutta la mia solidarietà e questa canzone.

Blue_Bottle,_Kyoto_Style_Ice_Coffee_(5909775445)Questa è una di quelle riflessioni che si possono produrre in un bar, a Barcellona, davanti a un caffè ghiacciato (proprio caffè e ghiaccio, è una perversione di qua). Meglio se con un’amica psicologa ad ascoltare, come sempre accade, i problemi di coppia di tutto il gruppo senza scappare a gambe levate verso la metro. Volevo riportarvi tutto il dialogo, poi ho deciso che non vi voglio male e ne riassumo le riflessioni finali.

A volte, reduci da una storia orribile, in cui non ci sentiamo amati e veniamo snobbati per altri, infliggiamo lo stesso trattamento al nuovo compagno. Oppure ci ritroviamo a guardarlo con lo stesso occhio critico con cui l’ex osservava noi.

Insomma, sembrava che per l’ex non fossimo mai abbastanza? Adesso è il nostro nuovo compagno a non sembrare abbastanza per noi. Sappiamo quanto sia brutta la sensazione di “non essere abbastanza” e l’ultima cosa che vorremmo sarebbe infliggerla ad altri.

Il fatto è che, almeno secondo l’accerchiata psicologa di cui sopra, quello che cerchiamo nell’altra persona non lo decidiamo noi. O meglio: a muoverci, oltre a ragioni perfettamente individuabili e comprensibili, c’è una parte totalmente irrazionale, ci sono le proverbiali “ragioni del cuore che la ragione ignora”. C’è chi dice che nell’altro cerchiamo un genitore, o un “problema irrisolto”. Gli junghiani parlano dell’Animus, o dell’Anima per gli uomini… Ma trovare ciò che, senza saperlo, cerchiamo, è una cosa che o succede, o ciao.

E quando NON succede, tanto vale ammetterlo e lasciar andare le cose belle fatte insieme, che magari serviranno a cementare un’amicizia a tempo debito, e aspettare/cercarsi qualcuno che quella cosa irrazionale ce la dia.

Quindi, la buona notizia è: siamo tutti “abbastanza”, così come siamo. Il punto è che a volte il nostro abbastanza non si concilia con quello dell’altro. Per usare una metafora banale, non siamo complementari: l’altro per innamorarsi ha bisogno di una certa cosa, e noi gliene possiamo dare un’altra, altrettanto preziosa, ma non rispondente alla bisogna. Non è un merito o un demerito nostro, né una colpa dell’altro. Semplicemente, è così.

E non è sempre un male. Pensate alla gente che non ha ancora risolto certi problemi con se stessa e, per innamorarsi, ha bisogno di essere trattata male.

Lo trovate ingiusto, tutto questo meccanismo? Siete in buona compagnia! La psicologa stava per essere bandita dal tavolo, dopo aver pagato il conto, ovviamente.

Possibile, insistevamo, che siamo schiavi delle nostre passioni, della nostra parte irrazionale?

– Schiavi no – ha precisato allora lei. – Forse è la parte irrazionale a essere troppo spesso schiava delle nostre decisioni razionali, quelle che prendiamo considerando tutti i fattori (comodità, interesse, progetti di vita insieme) senza mai interrogare lei. Eppure c’è, e si fa sentire, ci rompe pure le uova nel paniere, se è il suo unico modo di essere ascoltata.

Tanto vale, abbiamo convenuto, scenderci a compromessi. Più lo facciamo e meno ci rovina la vita. E poi, rivalutiamola un po’, l’irrazionalità: a volte ci ricorda solo che ci vuole passione, uno può prenderci tantissimo intellettualmente senza che ci si debba per forza stare insieme. L’amore con un libro di filosofia non si può fare.

A quel punto della conversazione, l’amica più punta sul vivo, quella che girava la cannuccia nel bicchiere senza finirsi il frullato, è sbottata:

– La fai facile! Se con qualcuno c’è grande affinità ma nonostante gli sforzi “manca qualcosa”, tutto quello che posso fare è dirgli “Scusa, so che è troppo una carognata, questa della vita, ma meglio ammettere che non vada che vivere una menzogna”. La liquidiamo così?

– Ok – ha risposto la psicologa, ormai sudata. – La vita è un po’ carogna. Ma… Hai un’idea migliore per passare il tempo?

E ha ordinato un altro caffè.

Leonid Afremov, afremov.com

Leonid Afremov, afremov.com

Scena decadente: un piatto con avanzi di nachos, briciole di hamburger veg dappertutto e lui che si mette a fare considerazioni politiche, come sempre.

Ha scoperto che una sua ex si è candidata alle elezioni comunali con una lista che va contro tutto ciò che LUI rappresenta. Si chiede a cosa siano serviti gli anni insieme, le spiegazioni che lei digiuna di politica gli chiedeva, i libri che le ha prestato, se poi doveva fare questa fine.

– Tanto – ammette sconsolato – io non sono mai stato niente.

– Neanche io – sorrido, a caccia dell’ultima patatina in fondo al cartoccio. – Se stai a sentire chi mi ha scritto oggi, la sua vita è tutto un rincorrersi di storie tristissime che lo vedono sempre vittima e durano poche settimane. Pazienza se con lui, tra tira e molla, sono durata un anno. Stono nel quadro pietoso. Dunque, non esisto.

Ci guardiamo. Abbiamo progetti in comune. Non dividiamo solo avanzi di una cena troppo costosa sulla Rambla del Raval, ma anche un presente che ci siamo guadagnati a botta di esperienze, in genere non eccelse.

Gli sorrido:

– Ma non ti accorgi di una cosa che ci accomuna, nelle storie passate? Non siamo stati niente finché siamo restati nell’ambiguità. Finché ci siamo accontentati di situazioni poco chiare, con gente non disposta a lasciarci andare, ma neanche pronta a lasciarci entrare del tutto. Da quando ci siamo incontrati siamo stati sempre onesti, l’uno con l’altra. Abbiamo lasciato a casa i piedi di piombo. In fondo, all’inizio, è stato come giocare alla roulette. E pare che stiamo vincendo, no?

Usciamo, le ombre un po’ comiche, unite sul bacino, una lunga lunga e la mia incerta.

Fuori c’è la cameriera che ero sicura di conoscere.

– Due anni fa – mi conferma, fumando. – Sì, ero la fidanzata di… – sorride imbarazzata, la ricordo minuta e carina con uno stronzo matricolato, mi scopro contenta che sia finita. – Be’, è passato tanto tempo.

Lungo la strada per la metro ci raggiungono messaggi lamentosi, messaggi felici. Vecchi amici si lamentano degli acciacchi, nuovi si rallegrano per dei risultati elettorali, qualcuno ne approfitta per comunicare il suo dolore esistenziale che gli rende impossibile gioire come dovrebbe.

Lo ignoro. Per quanto certa gente vorrebbe il contrario, nessuno può vivere per interposta persona.

Stanotte ho sognato che vincevamo delle elezioni, ma dovevamo morire tutti.

Credo sia un sogno di rinascita.