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E l’alloro che c’entra? C’entra, c’entra (da YouTube).

Facciamo un gioco.

È un indovinello, che ha a che vedere con quello che tra una risata e un link musicale cerco spesso sul blog, cioè: il rapporto tra identità e identificazione. E chemminchia è?!

Le storie, gente. Le storie.

Quelle che ci risuonano dentro come esseri umani nati con un certo tipo di genitali – a cui diamo un certo tipo di significato –  in una certa parte del mondo, da una famiglia con una determinata posizione sociale.

Possiamo raccontare la nostra storia in mille modi, alcuni utili, altri controproducenti o addirittura letali. Non siamo quasi mai noi a sceglierci le storie, o il modo di guardarle, ma quasi sempre possiamo ribaltarle e farle nostre.

Adesso vi presento una donna che racconta la sua storia, e quella della sua terra. Ve la taglio nei punti che si ripetono o vi aiuterebbero troppo a indovinare, e lo faccio ahimè con violenza sintattica, con qualche corsivo mio e senza faticosi puntini sospensivi: alla fine, solo dopo che avrete fatto il gioco, vi metto il link originale da cui godervela tutta.

Il gioco, si diceva, è un indovinello.

Secondo voi, di dov’è questa donna? Di quale terra sta parlando?

Via!

“Ah, se vengo lì e lo trovo io…!” dicevano le nostre madri quando perdevamo quel capo d’abbigliamento e chiedevamo con fare tiranno che venissero loro a cercarlo… Non le vedevamo, perché non abbiamo mai visto niente di quello che facevano. Il loro lavoro era reso completamente invisibile, e neanche ora che siamo “femministe formate” riusciamo ad aprire gli occhi e guardare alle nostre radici da un punto di vista intersezionale, che evidenzi le nostre origini e la nostra cultura: il sud che smacchiava le vergogne del nord, e che sopravvive trascinandosi in silenzio la sua discriminazione storica.

Quanto alla sua negazione storica… Non più.

Questo progetto è una sfida: un tentativo di riscattare questa intersezionalità nei nostri sguardi. È la base per cominciare a vederla e smettere di silenziarla. Perché niente è uguale qui. Neanche il femminismo… Vogliamo riscattare anche la potenza delle nostre radici che tante volte è ridicolizzata in altri luoghi: quella delle nostre nonne, delle nostre antenate, delle nostre poetesse… il ritmo meraviglioso dei nostri accenti.  Vogliamo convivere con la convinzione che dare un altro significato – per noi –  pure è possibile.

Vogliamo rompere il tabù delle violenze che ci opprimono ogni giorno come la mancanza di ammirazione e di riconoscimento per il fatto di parlare così. Vogliamo cacciare dalle nostre vite quel commento tanto snervante, “Che accento simpatico!” quando stai esponendo la tua posizione politica in assemblee di altri luoghi. Vogliamo cacciare dalle nostre vite questi commenti che ci giudicano, ci squalificano, ci tolgono il potere, e ci invitano a cambiare il nostro modo di gesticolare e i nostri linguaggi per adottare le forme egemoniche.

Questo è il nostro modo di parlare e di esprimerci, e ci va bene così. Fatevene una ragione!

Vogliamo rivendicare la nostra forza e potere e cominciare a parlare delle personalità della nostra terra che, nel corso della storia, sfidarono con la loro arte, i loro scritti, le loro parole… le norme di genere. Il mondo ha molto da imparare dai nostri linguaggi e dalle nostre posizioni di fronte alla vita. Vogliamo riscattare le figure storiche sconosciute che – con la loro ribellione – ci hanno lasciato una grande eredità. Non erano solo folcloristiche e, se lo erano, ci piace anche questo di loro. Perché credete che non abbiano niente da dire?

Vogliamo generare un femminismo e un transfemminismo della nostra terra, senza tabù né complessi.

Non vogliamo ridurre il femminismo della nostra terra a una sola cosa, però crediamo che è necessario cominciare a parlare delle nostre origini e di tutte quelle violenze che riceviamo per quelle. Dobbiamo cominciare a vedere la trasgressione e la sovversione nelle nostre stesse radici, recuperare il nostro passato di lotta e parlare di questo tra noi, nella comunità… recuperando anche gli spazi di vicinato, di quartiere, che ci caratterizzavano.

Inoltre crediamo che non ci sia maggiore invisibilità di quella imposta dietro un simulacro di uguaglianza che è falsa, non è reale. Non ci considerano “uguali” in altri luoghi, la situazione economica di questa parte del territorio nazionale è deplorevole, continuiamo a essere vittime di stereotipi costanti e le nostre scelte di vita sono ingabbiate sempre all’interno di questi.

Abbamo svolto il lavoro di cura per buona parte delle generazioni di questo stato, per anni e anni: puliamo le vostre case, accudiamo la vostra prole in condizioni di precariato che neanche vengono riconosciute.

La maggioranza di donne della nostra terra ha costruito la storia con le ginocchia conficcate nel suolo. Siamo orgogliose di loro e non vogliamo disprezzare il loro lavoro come sempre è stato fatto; però vogliamo “vendicarle” e dare un nuovo significato al lavoro di cura.

Questa dinamica del sud in cui le vicine sono le nostre potenziali compagne di vita: rompere le pareti che ci separano e convivere tutte sotto lo stesso alloro. Vogliamo rompere la tradizione del dolore nelle nostre case.

Credi che non esista un “transfemminismo” nella nostra terra? Be’, trema perché…

“Se vengo lì e lo trovo io…”

… Indovinato? La risposta in 10… 9… 8… 7…

Vabbe’, ho barato: eccovi subito Mar Gallego, che a dispetto del nome è andalusa, andalusa, andalusa, ed è pure autrice del Manifiesto “Como vaya yo y lo encuentre”. Feminismo andaluz.

Però il testo vi risultava familiare, vero? Anche perché i privilegi sono una brutta bestia, dappertutto.

Infatti vi svelo un segreto di cui non vado proprio arcifiera: pensando a chi di voi non parla lo spagnolo, per un nanosecondo mi sono detta “E ringraziate che ‘sto manifesto andaluso dovete solo leggerlo, e non ascoltarlo!”.

Visto?

I pregiudizi sono proprio dappertutto.

 

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Vabbe’, lo dico: mi sento spiazzata, davanti alle compagne latine del mio master.

Imbevuta dell’orgoglio da liceo classico, che mi ha imposto una discendenza magnogreca a botta di traduzioni e parafrasi, mi sorprendo della beata noncuranza di fronte ai miti loro e altrui. Mi fa strano che l’idea di ceto medio arrogante ma colto, a cui sono state addestrate come me, non passi per quella che dalle mie parti è quasi una tappa obbligata.

Perché non sono come le colleghe nordamericane, ufficialmente denigrabili grazie al “tana libera tutti” dell’imperialismo, per cui si possono prendere in giro certe culture e altre no.

Non sono neanche come le ammirevoli fricchettone in poncho che al Columbus Day si mettono sotto la statua di Colombo, a fine Rambla, e gli urlano nel loro spagnolo affusolato di “mostrare il permesso di soggiorno”, in nome della Pachamama che, loro sì, rivendicano con orgoglio.

No, le mie compagne di master sono beatamente incoscienti di quella che in uno strano modo, viaggiando per vie colonialiste e genocide, dovrebbe essere parte della loro identità, la mitologia greco-romana che Laura Esquivel, nel 1995, fondeva con quella latina in un coro di sacerdoti indios e frati cristiani.

In compenso, quando nel mezzo di una ricerca sui miti di fondazione dell’Attica mi fermo e le interrogo: “Avete qualche dio che ricordi questa storia?”, non sanno rispondermi. “Eh, in Messico rinneghiamo un po’ l’origine precolombiana”. Scusa?! Vuoi dire che io so pronunciare Quetzalcóatl e tu pensi che sia una bevanda hipster? Vuoi dire che Gloria Anzaldúa e la sua cultura meticcia non le hai mai sentite nominare e ti starebbero pure antipatiche? E allora ricordo i loro nomi anglosassoni, abbreviati quasi a ricordare personaggi di Jane Austen (Fanny, Lizzy, Nancy…), ma non mi arrendo all’evidenza.

No, non l’hanno mai sentita nominare, Saffo, figurarsi Medea. Con Antigone ci giocano come quei critici statunitensi che prendono una storia, la decontestualizzano e ci vedono rispecchiato il loro attivismo, l’antimperialismo, il femminismo. Così Sofocle per Bonnie Honig diventa una suffragetta del V secolo, che invita la platea a cospirare contro Pericle. Per quelle che lo sostengono nella loro tesina di fine corso può benissimo essere così, tanto la storia “non le riguarda”, era la prima volta che avessero scoperto che esistesse un’Antigone.

E se mi vendicassi prendendo i loro serpenti piumati e facendomene collane, non li riconoscerebbero nemmeno.

Sta cosa mi fa friggere di rabbia finché non ricordo. Anch’io faccio lo stesso. Anch’io prendo il passato remoto e lo uso come cavolo mi pare, quando implico che avere antenati che 2.500 anni fa parlavano un dialetto greco a Napoli, che ridendo immagino tipo l’istroveneto in Croazia, influisca qualcosa sulla mia vita.

E agli incontri sull’indipendentismo meridionale, stile “coi Borboni stavamo un amore poi i Savoia ci hanno portato l’Inferno“, quando sento invocare i Fenici  vs i “cavernicoli” del Nord capisco che è arrivato il momento di darsela a gambe.

So anche che appunto è un frullato, questa mia eredità magnogreca, con le antiche poetesse che diventavano tutt’uno con le divinità pre-greche che invocavano. Se avessi avuto sul presepe un’immaginetta di Afrodite l’avrei messa senz’altro ad assistere la puerpera Maria.

Insomma, il confronto con culture diverse, ma così diverse che sfuggono anche ai cliché sulla loro diversità (no che non conoscono Tetzcatlipoca, anzi, lo sticazzi è in agguato) fa sempre riflettere su come usiamo la nostra, come tracciamo le nostre frontiere sociali (di ceto medio e “civiltà mediterranea”) sulla base di eroi che tracciavano quelle di città-stato. Come ricicliamo nei secoli storie che però, a non trasferirle nel nostro contesto, non avrebbero avuto più la forza di un tempo.

Infatti che smacco è stato, da storica, scoprire Jung e i suoi archetipi, il matto d’inizio ‘900 che disegna una figura fallica uguale a una divinità non europea. Non che l’inconscio collettivo mi annulli la necessità maniacale di contestualizzare, eh. Per me non bisogna scomodare il patrimonio genetico per supporre che esseri umani di epoche diverse s’immaginino nello stesso modo la loro impotenza davanti al mondo.

Ma tutte queste storie non esistono che in un repertorio che attiviamo noi, quando ci serve. Dovremmo capire quando e come furono utilizzate in ogni tempo, prima di fare di Antigone una femminista del duemila e di Sofocle una suffragetta, ma i miti secondo me sono come quei fighissimi utensili da cucina che ti regalano a Natale e restano anni in credenza: belli, ma hanno un senso solo se li usi. E se le mie nuove amiche gioiosamente ignare dei loro vogliono i miei, glieli presto volentieri.

Trattiamoli bene, magari, utilizziamoli per rispondere a domande nostre, invece che a insicurezze collettive sulle nostre origini e sul nostro posto nel mondo.

Ma facciamo incetta di tutte le storie che vogliamo, interroghiamole come faceva quel mendicante cieco con le urne antiche, e prepariamoci ad ascoltare, con rispetto, tutto quello che hanno da raccontarci. Senza dare per scontato di saperlo già..

Prepariamoci a sorprenderci di ciò che ci diranno.