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Risultati immagini per cheesecake gone wrong Avete presente il blob nel frigorifero? Ma sì, il fluido che uccide! Il piatto lasciato lì per qualche era geologica dal coinquilino di merda, oppure dalla nostra dolce metà, o, ammettiamolo pure, da noi stessi.

A me succede con la cheesecake di cui già parlo qui (non è la stessa, eh, è il secondo tentativo). Fatta con una gelatina vegetale che non vuole saperne di comportarsi come la colla di pesce, trasformando la torta in una massa blobbosa che cola ai lati dello stampo. Al che ho gettato la spugna e ho pregato il mio ragazzo, per restare in tema con l’altro post, di chiedere la ricetta a sua madre (!).

Sostituite “cheesecake” coi problemi che avete al lavoro, in famiglia, nella vostra relazione, e otterrete la storia della vostra vita. No, dai, spero che la vostra esistenza sia più interessante della mia!

Perché per me a. C. e d. C. sono diventati “prima e dopo la Cheesecake”: come spesso accade, idealizzo il futuro dopo che avrò risolto il problema (cioè l’avrò buttata e avrò ripulito il contenitore). A costo di lottare con gli ostacoli insormontabili (le muffe?) o di chiedere un aiuto esterno (ovvero chiamare un esorcista, che da tempo immemore è il mio piano B).

Ma l’atteggiamento più comune, anche quando ci imbattiamo in ostacoli decisamente più spiacevoli, è rimandarne la soluzione. O, meglio ancora, usarli come alibi per non fare proprio niente.

Sì, perché senza sbarazzarmi della maledetta torta non potrò pulire il frigo, che è più urgente di lavare a terra, a sua volta più urgente di buttare l’immondizia. Ma non eliminando il primo ostacolo non faccio proprio niente, guadagno un pomeriggio a poltrire (ma con l’ansia per le cose che dovrei fare), e la questione rimane.

Non ci capita spesso di far sì che problemi scoccianti ma risolvibili ci facciano da ostacolo insormontabile, e quindi da scusa per non agire?

Allora ho imparato a darmi appuntamento con un’altra me, una sconosciuta che al momento sto trovando piuttosto simpatica: quella che mi aspetta dall’altra parte dei miei impegni. Al di là delle cose da fare.

Come lo faccio? Semplice. Invece di dirmi “Oddio, devo pulire lo stampo!”, mi chiedo “Che mangio stasera, dopo aver pulito lo stampo?”. E la risposta, ovviamente, sarà un bel piattone premio impossibile da digerire, che mi regali una nottatella di incubi gelatinosi. Capito? Prendo il problema come un tramite per arrivare alla vera meta (l’indigestione notturna) e non come, mo’ ci vuole, il piatto forte della serata.

Se portiamo quest’atteggiamento fuori dalla cucina, fa un po’ paura conoscere questa versione di noi che fa le cose, correndo il rischio di sbagliarle, di scoprirsi meno brava di quanto previsto, di avere molto più tempo per considerazioni e bilanci di quanto ne dia un problema apparentemente irrisolvibile.

Ma è così divertente, e soprattutto emozionante, star lì a problemi risolti a recitare a braccio, senza il canovaccio delle scuse di ogni giorno. Così ho deciso di correre il rischio. E ora, col vostro permesso, ho una cheesecake da giubilare.

Prima che prenda possesso del frigo e da lì progetti di dominare il mondo.

Per quello ci sto io.

logo-nissan-med I miei personaggi, intendo. Quelli che m’invento o s’inventano da soli, appena metto la penna su un foglio che magari dovrebbe accogliere appunti di corso.

Tra numeri di telefono senza più padrone e indicazioni di storia letteraria, loro tessono la loro propria trama e sanno prima di me cosa debba succedere, cos’è che debba muoversi perché la loro storia inizi. Questo lo sanno eccome.

Qualcosa deve accadere perché i loro problemi irrisolti trovino il modo di dipanarsi e richiudersi in se stessi, prima di aprirsi come un fiore doloroso che li lascerà “risolti” e con nuove trame da percorrere, ma non questa. Il mio libro finisce dove inizia la loro vita. La mia vita inizia dove finisce la loro.

Chiudendo il quaderno davanti a un professore che crede abbia preso appunti tutto il tempo, chiudendo le vite degli altri per correre fuori a vivere la mia, devo dire che questi “altri” di carta, rimasti in borsa ad aspettare che torni a muoverli, sanno già, forse, come andrà a finire.

Ma non me lo diranno mai.

Allora continuerò a scrivere a terra le corse verso la metropolitana e le pozzanghere da scansare, perché le mie gambe fatte di carne e di sangue non vogliono farsi male, ma non possono evitare tutto il dolore.

Anche io ho bisogno di una trama per avviare la mia vita, solo che è così facile, scansarla.

È facile evitare l’amore per andarci a finire proprio dentro, a capofitto, giocare col tempo come se lui rimanesse sempre lì ad aspettarmi e io restassi sempre bambina a chiedermi che farò da grande.

No, per rispondere devo sporcarmi, incontrare la gente sbagliata, fare errori e pentirmene e riprendere la strada giusta, che non sarà mai tanto giusta come quando avrò girato un po’ a vuoto prima d’inforcarla.

Questo i miei personaggi, beati loro, lo sanno.

E mentre, scrivendo, mi distraggo ad ascoltare un rumore lontano, un’auto che passa, perfino il professore che spiega, me li immagino a guardarsi un istante in attesa di tornare a scannarsi, ingannarsi o volersi bene, così veloci a scambiarsi un rapido cenno d’intesa racchiuso in un baffo di penna, per ricordarsi che già sanno come andrà a finire tutto questo.

Ma non me lo diranno mai.