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Sono quella al centro, prima della tintura.

Nel corso della Grande Guerra, un soldato italiano scambiava per spie dei commilitoni che, semplicemente, parlavano a voce bassa tra di loro. Il rapporto in cui denunciava l’accaduto (lo trovate qui, insieme a un resoconto più accurato della vicenda) conteneva almeno un paio di volte espressioni come “a me non la si fa”. Era furbo, il soldatino. E i tre accusati erano particolarmente sfigati: lungi dall’essere spie, rischiavano grazie a tanta astuzia il plotone di esecuzione.

Cento anni dopo, più modestamente, il vigilante di un supermercato su Avenue de Flandre scopriva un reperto sospetto nella borsa di una tizia di vostra conoscenza (oui, c’est moi). Si trattava di un pacchetto di gallette di riso. So che molti di voi mi sbatterebbero davanti a un plotone d’esecuzione per il solo fatto di mangiare quelle, ma ciò che interessava allo scrupoloso addetto alla sicurezza era la provenienza del pacco: vuoi vedere che l’avevo rubato nel negozio su cui vegliava?

Che fosse un tipo “accorto”, l’avevo notato fin dal mio ingresso nel negozio: si era messo alle calcagna della cliente entrata prima di me, che apparteneva a un’etnia spesso bollata come propensa ai furti (come quella di lui, d’altronde, e la mia, ma questa è un’altra storia).

Ma tanto io, ormai l’avrete capito da altri post, ero in cerca di una cosa sola: filo interdentale. E non l’avevo trovato neanche lì. Stavo dunque lasciando il negozio, quando mi ero sentita richiamare:

“Madame! Madame!”.

Tornando indietro dal mio detective preferito, avevo capito solo: “Votre sac”. Ok, la borsa. L’avevo aperta. Tatatataaan. Il pacco sospetto. Avevo mormorato nel mio francese spaventato: “L’ho comprato da Auchan“. Mi ero pure impappinata, dicendo “a Auchan”, quasi alla catalana, invece di “chez”. Ma tanto lui aveva capito solo “L’ho”.

Mi aveva, però, risparmiato la lezione di francese, e si era limitato ad ammonirmi: avrei dovuto mostrargli la borsa fin dal mio ingresso, per segnalargli il possibile equivoco. Peccato che nessuno dei supermercati visitati durante il soggiorno parigino prevedesse una norma simile. Anzi, mi avevano sorriso cerimoniosi anche quando ero entrata con lo scialletto d’ordinanza avvolto intorno alla borsa (particolare che, anni addietro, mi era valso addirittura una perquisizione della police nationale, convinta che nascondessi della droga).

Ero uscita dal supermercato con una strana sensazione: il tipo aveva fatto, come si suol dire, “nient’altro che il suo dovere”. Ma insomma, senza infrangere nessuna regola di quel genere di stabilimento (ero colpevole solo di avere una borsa capiente e di non aver comprato nulla) ero stata sospettata di furto ed esposta al rischio di una lunga trafila di spiegazioni. E tutta la documentazione che potessi offrire era la famosa denuncia, in catalano, del furto di portafogli e carte d’identità.

Una cosa simile (e la pianto con gli aneddoti) mi era capitata durante un mio ritorno a Napoli, nella sorta di bazaar-libreria al piano terra dell’aeroporto. Nel tentativo di infilare l’uscita per me più comoda, non mi ero resa conto che le porte che cercavo di aprire fossero bloccate. L’equivoco aveva attirato l’attenzione del proprietario, che mi aveva lanciato un’occhiata strana e si era incaricato personalmente di perquisirmi quando, uscendo dalla porta giusta, avevo inspiegabilmente provocato l’azionamento dell’allarme. Un allarme particolarmente sensibile, visto che ancora non avevo varcato davvero il metal detector. Ma qui rischio di passare per paranoica io.

“Questo libro…?” mi aveva chiesto il mio perquisitore, estraendo un testo dalla borsa.

“Questo libro è spagnolo” gli avevo fatto notare io.

Da lui avrei potuto rubare al massimo un’opera di Federico Moccia, ma ero pronta a giurargli che non avrei ceduto alla tentazione.

Allora mi aveva lasciata andare, ringraziandomi pure per la collaborazione.

Perché viviamo in altri tempi, rispetto a cento anni fa, i plotoni d’esecuzione sono sporadici e soprattutto virtuali (anche se non sempre, purtroppo).

Ma nella linea d’ombra tra “fare il nostro dovere” e peccare di eccesso di zelo, continuiamo a pensare, ogni tanto, “a me non la si fa”.

Non la si fa alla padrona di casa che, protestando di non essere razzista, dichiara di non affittare il suo appartamento “a stranieri”, almeno a quelli provenienti da “certi paesi”. Anche se mi piacerebbe mostrarle gli appartamenti devastati da suoi connazionali in cui, da studentessa, mi sono ritrovata a vivere.

Non la si fa nemmeno a chi ritiene che informarsi sulla nazionalità della mia ladra di portafogli sia determinante e cambi molto, per me: fosse stata una svedese, sarei rimasta certo con più gioia senza documenti e coi soldi contati!

Insomma, tutta questa gente a cui non la si fa, non la fa mai a nessuno?

Magari il problema è quello.

Chi la fa, l’aspetta.

E no, stavolta non ho sbagliato il congiuntivo.

(Continua)

 

 

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leathermocassins Ero col mio ragazzo in metro a Barcellona e abbiamo visto una fricchettona, probabilmente senza fissa dimora, leggere l’ABC.

Sarebbe come se un punkabbestia stesse sulla metro Anagnina di Roma a sfogliare Libero o Il Giornale.

Il mio accompagnatore, nonostante godesse di una vista “dall’alto”, non sapeva spiegarsi bene la scena.

Pur trenta centimetri più sotto, io beneficiavo comunque di qualche indizio in più: avevo infatti visto una mano porgere alla ragazza il quotidiano. Sospettavo dunque un prestito estemporaneo tra un passeggero un po’ cuñado (versione locale di “qualunquista”) e questa simpatica giovane dai capelli colorati.

E invece, sballottata dalla micidiale curva del percorso tra Paral·lel e Drassanes, sono quasi finita nel vagone che osservavo, scoprendo così che il “cuñao” non era altri che un ragazzo con lo stesso look della lettrice, e capelli altrettanto anticonvenzionali. Sicuramente, visto che tra i due sedeva un simpatico cagnone familiare a entrambi, si trattava del suo compagno di viaggio.

La mia curiosità malsana non si è data per vinta finché, scendendo alla nostra fermata, non ho notato che, alle mie spalle, altre copie della stessa testata giacevano sui sedili, o in grembo a passeggeri saliti qualche stazione dopo di noi. Un’offerta speciale!

E una delle copie omaggio era finita tra le mani della simpatica coppia di vagabondi.

Adesso, siamo sempre così sicuri di conoscere le ragioni degli altri?

Quante variabili dobbiamo arrivare a conoscere, quali circostanze a noi ignote si sono verificate perché i loro casi arrivino a noi?

Pensiamo agli affronti che deduciamo da semplici gesti di noncuranza, o ai complotti che sospettiamo tra colleghi che crediamo votati unicamente al (nostro) fallimento.

Pensiamo alle conclusioni a cui saltiamo scoprendo una buccia di banana di fronte alla porta di un vicino dall’igiene fino ad allora encomiabile (e magari dotato di nipotini dispettosi).

Pensiamo a tutto questo e chiediamoci: non è che stiamo facendo tutto noi?

Ricordiamo il famoooso proverbio indiano (nel senso di nativo americano, ma i meme su questo si sbizzarriscono) che recita:

Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune“.

Spero di non essere l’unica a odiare i mocassini.