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Il mio pranzo di Pasquetta, da vitadonna.it

Io poi me lo scordo, che vivo in un universo parallelo.

Quello in cui, mentre la mamma di Casa Surace perpetua il cliché delle terrone schiave-dei-fornelli, io esco all’una della domenica di Pasqua, con i fornelli spenti e una tuta così inguardabile, ma così inguardabile, che tre giovinastri in tenuta hip-hop e stereo cominciano a farmi pssst pssst.

Una volta a casa, metto su la zuppona vegetale che sconvolge tanti mangiatori italiani di agnello al forno (pietanza che ho sempre schifato anche quando divoravo costatelle). Peraltro mi rimane un dubbio: il castiga-vegani medio si esprime a grugniti per omaggiare il suo piatto preferito, o per coinvolgere nel linciaggio anche l’odiato Dante Alighieri? Miii, è il caso di dire “due piccioni con una fava”!

A fine pasto, arrivo a chiedermi se non esagero a mangiare ben due quadrati di cioccolato fondente (non per la dieta, per il mal di pancia): poi vi immagino combattuti tra la terza fetta di casatiello e la quarta di pastiera e mi dico vabbe’, sopravviverò anch’io.

Anche oggi che è Pasquetta, continua per me l’Operazione Sepolcro: quello lì è risorto, io ancora no. Ho pure finito quasi tutte le provviste, e non voglio entrare in un esercizio commerciale a Pasqua, che in Catalogna si festeggia oggi: in forno ho il pane appena fatto (no, non è lievito madre, sticazzi anche quello), e per il companatico andrò di lenticchie pardinas e Instant Pot.

Perché se non si è credenti dovrebbe essere normale, secondo me, scegliere liberamente se seguire il calendario e abbuffarsi coi parenti, o prendersi la pausa che vogliamo, quando la vogliamo. Non lo dice anche il proverbio? Natale con i tuoi… Tanto a Barcellona due giorni di ferie, ci danno: il venerdì santo e il lunedì di Pasqua. Certi ponti sono più lunghi!

Purtroppo non toccherò mai i livelli della vicina nordica, che se ne sta in bikini a prendere il sole con una temperatura che varia dagli 11 gradi ai 15. Qui siamo assuefatti anche a questo, e non mi dispiace: i miei amici italiani in visita hanno un bel rifarsi gli occhi, davanti all’ondata improvvisa di giovani seminude di tutto il mondo, ma dopo un po’ capisci che il nudo è una cosa “wow wow wow” solo per chi è stato sempre abituato a reprimersi. Come quei coetanei “gentiluomini” di mio padre che si sentono gran signori a “guardare altrove”, senza rendersi conto che stanno trasformando un corpo in un problema.

È stato dunque con rammarico che ho dovuto contraddire il grande Tony Tammaro, in quella zona libera da amargados che è stata il suo concerto a Barcellona (vista l’assenza di chi lo disprezzava senza conoscerlo).

Quando il Maestro ha attaccato il consueto rock tamarro di Pasquetta, ci ha fatto la domanda di rito:

“Si nun tenimme ‘o custume, comme ce facimme ‘o bagno?”.

Al che ho dovuto gridare:

“Senza niente ‘n cuollo!”.

Ma, oggi e solo oggi, “C’ ‘a mutanda!”, Tony.

Perché oggi ricorre l’unica data del calendario che rispetto ciecamente: il momento di acchiappare a Peppe.

 

 

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procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

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Da vesuviolive.it

Dico per dire, eh, non è che mo’ vi arricchisco coi miei distici elegiaci.

Volevo solo sottolineare quanto sia buffa la vita: uno dei simboli della “mia” infanzia non l’ho mai posseduto, e mi sa che non sono la sola.

” ‘Mbe’ “, mi diranno dal pdf della mia tesi le donne della Prima Guerra Mondiale, “noi ci potevamo stare, in trincea? Però la guerra l’abbiamo vissuta, eccome”.

Vabbe’, qua si cercava di parlare di qualcosa di vagamente più soft, tipo la Pasquetta e quello che si mette nello zaino per passarla fuori porta.

E il Super Santos per me era roba da maschi. Non che mi fosse precluso, intendiamoci. Proprio non mi piaceva usarlo. Qui potrebbero insorgere giustamente delle coetanee a dirmi: “Parla per te, io ci giocavo e volentieri”. Ecco un’altra cosa buffa: non puoi manco pretendere di parlare a nome della tua palazzina, figurati se riesci a farti portavoce di una generazione.

Sono ancora convinta che il Super Santos sia come i robot dei cartoni: un simbolo universale perché la categoria che lo preferiva viene identificata ancora con l’universalità. So che la realtà è diversa, che in tante guardavano Mazinga, in tanti Candy Candy. Ma la temibile decostruzione del GENDER!11!!! era di là da venire.

La Barbie è comunque tollerata (in fondo è pure un sogno erotico), insieme a quell’incestuosa di Georgie (Lady Oscar, invece, era maschio o femmina?!11!). Però ogni tanto ci sta quello che nelle discussioni tra trentenni sui cartoni sfotte un po’, invitando a tornare alle alabarde spaziali. Magari in pagine che poi, a Pasqua, postano il nonno di Heidi che si appresta a scannare Fiocco di Neve, nel shimpatico festival dell’insicurezza che è diventata in Italia la caccia ai vegani.

Ma, dal Super Santos alla minestra maritata, mi ripeto quanto sia strano, ancora una volta, il gioco delle simbologie e delle tradizioni, festive e non.

Come le Pasque terrone assurte a simbolo di massima celebrazione, ma oh, il ragù “per antonomasia” è bolognese (spiegatomi da una povera crista su Dissapore).

Eppure non c’è simbolo che non abbia una storia, e quindi un inizio, e quindi una possibile fine.

Nel caso delle specialità pasquali è una storia di prodotti alimentari di stagione, da sfruttare fino all’ultima molecola per non sprecare nulla. È bello conservarla, ma se si cambia qualche virgola, non sarò io a piangere. Di “variazioni familiari” sono pieni i ricettari scritti in grafie incerte su quaderni precari.

Nel caso del Super Santos, era il pallone più economico di tutti, e sì, il più arancione.

Ma quello come simbolo l’adotto volentieri, la macchia d’arancione in mezzo al blu.

Sempre meglio del logo di Easy Jet, che ormai, guarda un po’, non ti fa imbarcare più manco una borsetta.

Si vede che la comodità di averne una non è abbastanza universale.

casatielloMentre guardavamo la puntata di Presa Diretta sullo stabilimento Caffaro di Brescia, accusato di avvelenare il suolo circostante tramite gli sversamenti nell’acqua, il mio migliore amico e io abbiamo appreso che il primo quartiere colpito dall’inquinamento, il Primo Maggio, sorge giusto vicino al cimitero.

Allora, con tutto il sarcasmo delle nostre terre alla diossina, che si avviano ad avere più tumori che abitanti, ci siamo guardati e abbiamo detto la stessa cosa:

– Ah, fanno casa e puteca.

È uno humour nero simile alle leggendarie battute sulla morte che si attribuivano a Falcone e Borsellino, che da fuori si capisce poco e si può pure trovare offensivo, ma ricordo che quando vivevo qui mi aiutava non poco a campare.

Solo che l’unica cosa buona che diceva la mia professoressa di Storia e Filosofia al liceo era che il sarcasmo napoletano è un problema, mentre l’ironia è costruttiva.

Quella, però, temo di averla imparata fuori.

Infatti questi giorni di Pasqua in paese stanno trascorrendo in un’atmosfera surreale, con mio padre che non poteva venirmi a prendere all’aeroporto per la ZTL, in vista dell’America’s Cup. Non so proprio niente del percorso della regata, ma non posso fare a meno di chiedermi se nelle foto uscirebbero anche le rovine della Città della Scienza.

Intanto dovrei cominciare a giocarmi i numeri sull’Italia del non-governo, coi non credenti ipnotizzati da un papa che dice buonasera perché non c’è molto altro di cui parlare, a parte la straordinaria coincidenza per cui su dieci saggi oh, uno che fosse donna proprio non si trovava. E non parlo di quote rosa, proprio della coincidenza. Tutti uomini, maturi e discutibili.

Io, d’altronde, ho fatto aeroporto-casa e non sono uscita più. Dove vado. La distanza ti fa capire che il posto in cui vivevi era fatto soprattutto di reti, di amici e amici di amici che supplissero all’assenza di teatri, cinema che non mandassero solo film doppiati e scorregge Vanzina, festival di musica. Alla fame di cultura che può crescere facile, in una provincia denuclearizzata (ma piena di scorie non meglio identificate) in cui i pochi che vorrebbero più stimoli, più mondo, in attesa di avere anche un lavoro, si organizzano come possono. E fanno anche cose belle.

Ma a stare fuori da queste ragnatele di rapporti fai fatica a rientrarci, specie se hai poche energie e la pappa pronta a un’ora e mezza d’aereo (guardate solo che potrei fare, oggi, a Barcellona).

Così resto a organizzare il viaggio di mio fratello in Catalogna, la settimana prossima, a litigare con mio padre sull’opportunità di passare al microonde il salmorejo andaluso ghiacciato, quando toccherà a lui venire, e a sentire mia nonna parlare di vecchi spasimanti che l’avevano respinta per mancanza di dote (“Io che ero maestra!”) e adesso si trovano sottoterra con tutta la loro famiglia (che, qui torna il sarcasmo, dev’essere una bella soddisfazione).

Qualche rimpatriata importante aspetta anche me.

E la mia refrattarietà alla carne si è arrestata, come prevedibile, davanti al casatiello.

Insomma, una cosa mi accomuna a chi è rimasto qua: seguire ostinatamente il consiglio di Jannacci, in una canzone dal titolo che meno milanese non si può. Una delle poche sue che hanno significato qualcosa, per me. Poche ma buone.