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gessopersonalizzatoLa mia prof. catalana di scrittura si presentò una volta in classe con un’enorme ingessatura al piede. Sostenendosi su stampelle malferme, ci raccontò di essere caduta in un fosso durante delle vacanze in famiglia. Trasportata al pronto soccorso, si lamentava col medico:

– Ora sto qui con un dolore atroce e questo gesso che chissà quanto dovrò tenere, mentre potrei stare ancora in escursione coi miei familiari, o a correggere i testi dei miei alunni, o…

Finché il dottore non la interruppe e le mostrò con un ampio gesto del braccio i suoi compagni di sventura, alle prese con fasciature analoghe o in stato semicomatoso per dolori di stomaco, o feriti da un incidente domestico…

– Cosa credi che sia successo, a loro? – le disse sorridendo. – Stanno facendo la stessa cosa. Perdono tempo prezioso a curarsi della loro sbadataggine.

Ecco, non so voi ma mi sono sentita spesso così. Costretta a perder tempo a curarmi per un incidente che poteva essere evitato. Mi sono ritrovata a trascinare a lungo una delusione amorosa che si vedeva profilare all’orizzonte da tre miglia di distanza, oppure a salire con un sospiro rassegnato le scale del dipartimento per vedere che sfuriata mi avrebbe fatto, quel giorno, il prof.

Tutti fossi che col senno di poi, ovviamente, sarebbero stati evitabili, ma noi no, ci siamo distratti “un attimo”. E quell’attimo è stato fatale. Fortuna che, in questioni meno spezzaossa e più esistenzialiste, l’attimo diventa piuttosto lungo, con più margini di correzione. Ma, miracolosamente, più tempo abbiamo per tornare sui nostri passi e seguire la strada giusta, meno sembriamo disposti ad avvedercene.

E quando ci ritroviamo col nostro bel gesso invisibile, che dovremmo fare? Be’, come per la mia prof., aspettare. Che la convalescenza abbia il suo corso. Intanto ce lo portiamo appresso, impariamo a stare sulle stampelle, zoppicando sempre meno, facendoci due bicipiti da paura mentre la gamba si rimette a posto da sola.

Abbiamo questo potere curativo che non dobbiamo sottovalutare, la capacità di risanare da soli se ci diamo il giusto tempo e la giusta pressione.

Io ho la sensazione sgradevolissima che le energie che ho perso a riprendermi della mia crisi mi avrebbero portato a fare tutto ciò che dovrò procurarmi quest’anno, con fatica e pazienza. Avrei potuto averle con me già da un anno, senza “perdere tempo” a soffrire, come la mia prof. se non si fosse distratta avrebbe avuto ancora la sua escursione e il tempo di correggere i nostri compiti, che nel frattempo si accumulavano.

Ma la convalescenza non si può evitare, quando siamo “rotti” dobbiamo ripararci, dentro e fuori. Diffido un po’ di certi richiami tipo “non lasciare che gli altri ti rovinino l’esistenza”, “non lasciare che il risentimento ti faccia perdere tempo”. Quando li uso, lo faccio in un altro senso: possiamo fare in modo che qualcuno smetta di insultarci, di darci fastidio quotidianamente, ma non possiamo decidere che “non ci rovini più l’esistenza”. Il dolore che si lascia dietro va affrontato tutto e curato da solo, come un’ingessatura.

Intanto che ci rimettiamo in sesto, possiamo riprendere i contatti con quella parte di noi che sa evitare i fossi, quella che ignoriamo per ascoltare le paure che ci spingono a sottovalutare i pericoli, pensando che non vederli ce ne terrà al riparo.

Durante una convalescenza non potremmo fare tutto ciò che ci eravamo prefissati, ma impariamo tante altre cose che ci saranno utili quando, recuperate le energie, potremo finalmente metterci al lavoro. Con occhi nuovi.

E, possibilmente, con piede meno distratto.

clessidraSto concetto l’ho sentito in due occasioni. In una, ascoltavo una conferenza di Jodorowsky inviatami da un’amica. Raccontava ridendo che qualcuno gli avesse confidato di non sopportare più sua moglie.

Lasciala, suggeriva lui. E che, rispondeva l’altro, ho buttato così i 30 anni con lei?

La stessa cosa la diceva a me un aspirante psicologo Gestalt: c’è gente che non molla l’impresa perché ci ha perso anni e anni. Anche se non è ben chiaro se ne usciranno vivi.

E, come spesso accade, la cosa si applica un po’ a tutto. Ricordate l’eterna causa giudiziaria di Dickens, quella di Casa Desolata? Quante cause, lotte condominiali, faide familiari, vengono trascinate ad libitum, a spese della salute psicofisica di chi le conduce e della pace di chi lo circonda, per non ammettere che si è perso tempo? Fare un passo indietro, agli occhi di chi dovrebbe farlo, significherebbe buttare tutto il tempo e le energie spese in quel momento. Invece di pensare che potrebbe impedirgli di buttare altro tempo, altre energie.

A perseverare in casi limite come questo si va avanti per inerzia, il che ha una sua sinistra comodità, e si gioca la carta “futuro incognito”: la speranza che prima o poi succederà qualcosa che farà girare la ruota della fortuna dal verso giusto.

Be’, può essere. Non sarebbe la prima volta.

Ma quanto altro sangue dobbiamo buttare, per toglierci il dubbio?

E lo sto dicendo a me, eh. Perché brucia, lo so. Ho scritto un romanzo, l’ho rimaneggiato una decina di volte, sono stata attenta a “chiudere” tutte le articolazioni della trama. L’ho stampato tre volte, distribuito ad amici, a qualche esperto. Non funziona. Si apre, si chiude bene, non ha incongruenze. Ma non funziona. Non ha l’anima. Per fortuna sono rapida a scrivere, quindi il tempo perso ammonta a pochi mesi. Ma brucia. È una ferita per l’orgoglio non “nascere imparati”, non tirar fuori un capolavoro alla prima botta, magari non riuscirci mai.

Significa mettere in discussione la nostra identità, l’idea che abbiamo di noi stessi. E il sospetto c’è sempre, che qualsiasi rimaneggiamento della stessa equivalga a una sconfitta. A una balla che ci raccontiamo solo per non ammettere con noi stessi che abbiamo fallito.

Ma nella ricerca del tempo perduto, perdiamo anche la nostra vita.

Io perché persevero nell’errore? Perché non voglio ammetterlo, che è andata male. Che un po’ ho sbagliato, un po’ sono stata sfigata, un po’ certe cose o succedono o non succedono.

Si tratta, ancora una volta, di come “gestiamo” i ricordi del passato, o di come viviamo le disgrazie.

Ma ne parliamo la prossima volta, il tempo del pippone mentale quotidiano è esaurito. Almeno quello.