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Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona e il seguente testo "Nate Postlethwait @nate_postlethwait "You've changed" is the greatest @nate_postlethwait compliment you can receive from someone who used to have control over you and has lost their grip, especially when it's clear they haven't changed at all."
Il tweet che mi ha ispirato il pippone qui sotto

No, ma io ‘sta storia di pensare al futuro la devo spiegare meglio.

Ribadisco: pensare al futuro è la strategia più impopolare di tutte. O stiamo lì a decostruire il passato, o ci soffermiamo tutto il tempo nel presente. E infatti io, a suo tempo, mica lo chiamavo “pensare al futuro”.

L’espressione che usavo era “fare spazio”.

Pensateci: una persona che non ci azzecca più niente nella vostra vita, perché ce la tenete ancora? In virtù di quello che è stata nel passato, quando ci azzeccava eccome. E poi, sì, un po’ per il presente: per le volte in cui vi “riconoscete” un’altra volta, cioè intravedete nella vostra interazione quelle caratteristiche che vi hanno unito all’inizio. Capita anche con un lavoro indegno, una situazione che non ci fa più bene…

Mi è capitato con amici conosciuti in diversi momenti, qui a Barcellona, che per l’estrema mobilità delle persone è più emblematica, in tal senso, rispetto al mio paesone d’origine. Mi è capitato con tutor universitarie, o con fidanzati che, a ben vedere, non c’entravano più niente con me. E io mi affannavo a soprassedere, a salvare la relazione (tutte le relazioni) in nome di quello che era stata un tempo, mentre messaggi arrabbiati, o assenze ingiustificate, o inviti a eventi a cui avrei preferito la morte, infestavano il mio presente come sacchi della spazzatura che non mi decidevo mai a buttare.

Sul serio, non sapevo immaginarmi senza tutta quella monnezza: era come se quell’eventualità non fosse un futuro possibile. Perché pensare al futuro come a qualcosa di positivo, o almeno di non inquietante, è considerato una sciocchezza. Sarà una reazione a tutto quel pensiero positivo, che pure ha sfracellato le gonadi, ma nella cara vecchia Europa se non vedi tutto in chiave funesta non sei abbastanza intellettuale esistenzialista. Anche se, come dicevamo qui, piuttosto che pensare allo scenario peggiore dovremmo farci furbi e concentrarci su quello più probabile. Che poi, passi pure il pessimismo della ragione, ma dove abbiamo messo l’ottimismo della volontà? Vabbè, adesso non voglio neanche scomodare Gramsci per questo post cretino! Mi preme soltanto sottolineare che si può pensare senza troppe remore almeno a migliorare il futuro prossimo, la nostra giornata: esiste una versione della nostra giornata in cui, invece di sacrificare mezz’ora a chattare col Supercompagno che organizza eventi a casaccio… non so, ditemi voi cosa preferireste fare!

Io, quando mi capitava, sarei andata a passeggiare. Oppure avrei fatto il cambio di stagione. Oppure mi sarei spinta fino al fantomatico negozio vegano sulla Diagonal, per vedere se esisteva davvero. Qualsiasi delle tre opzioni sarebbe stata meglio di convincere il Supercompagno che investire mezzo fondo cassa in potenziali chupitos era un passo azzardato, per un evento di cui non potevamo prevedere il tasso di partecipazione (vedete? Nella vita proviamo a prevedere le cose sbagliate!).

Anzi, sapete che c’è? Il Supercompagno lo dilapidasse pure, ‘sto fondo cassa. Possibilmente, senza disturbarmi la passeggiata.

Questo, per me, significa fare spazio. Concepire una vita in cui quella persona o quella situazione siano considerate a tutti gli effetti la palla al piede che sono diventate, così che, una volta avvistato l’elefante nella stanza, ci sia dato di fare altro. E immaginatevelo bene, questo “altro” che potreste fare: nove su dieci, vi sarà difficile almeno all’inizio, perché non vi volete “illudere”. Beh, smettere di vederla come un’illusione è il primo passo per far sì che succeda.

Perché qua non si tratta di visualizzarci con in mano il biglietto vincitore dell’Euro Million, in modo da vincere davvero (principio reale del pensiero positivo!). Si tratta di immaginare cinque minuti per noi, senza interferenze del passato, in attesa che diventino dieci minuti, poi mezz’ora, poi una vita.

Se non ci riconoscono più, buon segno. Noi lo sforzo di cambiare l’abbiamo fatto.

Un intellettuale esistenzialista in azione!

Ho un po’ di amici in fissa col worst case scenario.

In chat lo nominano proprio in inglese, anche se è ovvio che lo “scenario”, a Shakespeare, gliel’abbiamo prestato noi! In ogni caso, specie di questi tempi, ci si sente meglio a prefigurarsi la peggiore delle ipotesi, in ogni situazione. Lo capisco e a dirla tutta mi sembra un’operazione ottimista, quasi rilassante: come si suol dire, ci si prepara al peggio, nella speranza evidente che non si verifichi.

Vi ho già spiegato che il mio unico problema con questo modo di fare è che si finisce per confondere la peggiore delle ipotesi con quella più probabile: se il worst case scenario diventa ai nostri occhi il finale più plausibile, non solo non ci stiamo facendo un favore, ma rischiamo anche di avere ragione! Perché, come vi spiega il link su cui avrete senz’altro cliccato, generiamo una profezia che si autoavvera.

Adesso mi chiedo: e se il vero coraggio consistesse nel pensare al best case scenario?

Perché, vedete, immaginarsi il meglio di una situazione (ma un esito attendibile, eh, non un miracolo!) vuol dire anche avere il coraggio di ammettere che questo quadro così ottimistico potrebbe comunque non coincidere con ciò che speravamo! Esempio stupido: se ho un manoscritto da pubblicare, nella peggiore delle ipotesi posso temere che non ci riuscirò mai (probabilissimo!) e nella migliore… che ci riuscirò! Però, a sentire ciò che mi predicava la buonanima di mia nonna, dovrei aspirare direttamente a vincere il Nobel per la letteratura (ogne scarrafone è bello a nonna soja). Converrete con me che non sarebbe una mossa molto scaltra, immaginare quello come migliore esito possibile per il mio manoscritto. Magari farei prima ad aspirare a vincere Miss Universo (a quanto ammonta il premio?) o ad ammettere qualcosa che, scommetto, rode anche a voi: amiamo tanto pararci il culo con la peggiore delle ipotesi, perché la migliore che abbiamo in mente non è realistica. Quindi, se rischiamo di scambiare la peggiore delle ipotesi per la più probabile, l’errore che facciamo più spesso col best case scenario è confonderlo con la soluzione che desidereremmo (e già fidarci del nostro giudizio in merito mi sembra ottimistico!), quando si tratta di un’operazione più complessa e ponderata.

Pensate alle coppie che sono state provate da questi mesi, che si trattasse di un allontanamento forzato, di una convivenza prematura o, peggio ancora, di una convivenza e basta! Scherzi a parte, in alcuni casi la migliore delle ipotesi e la peggiore potrebbero coincidere: una bella rottura strategica e passa la paura! Solo le persone coinvolte potranno sapere se restare insieme a oltranza sia lo scenario migliore, o il peggiore. Certo, a volte è difficile guardarsi con gli occhi di prima, specie quando siamo stati costretti a vederci al massimo su Zoom, oppure quando, al contrario, abbiamo scoperto cosa sia capace di fare l’altro pur di aggiudicarsi l’ultimo panetto di lievito al supermercato

Quindi, ecco a voi un esempio di best case scenario che, lungi dall’essere ottimista, mi diventa coraggioso anziché no: a volte, nella migliore delle ipotesi, possiamo giusto restare amici. E ci vuole un bel coraggio ad ammetterlo!

Insomma, voglio proprio vedere cosa combiniamo se ci troviamo alle prese con una situazione che magari è la migliore possibile, ma non è quella che volevamo: anzi, a ben vedere non ci contempla proprio nel quadro!

Davanti a siffatti scenari, worst o best che siano, lascio perdere le espressioni in inglese o le previsioni più o meno azzardate, e auguro a voi e a me un magnifico, tempestivo cambio di scenario!

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Una volta ho rubato la sporta a una senzatetto.

Sì, è stato uno dei momenti bassi della mia vita, oltre a una delle più grandi figure di merda. Perché ero convinta che lei stesse derubando me.

Stavo distribuendo panini e zuppa in strada con quest’associazione, e le nostre sporte erano simili a quelle che adottavano gli assistiti più anziani. Metteteci pure che ‘sta signora cercava ogni volta di curiosare nelle nostre provviste, convinta com’era che nascondessimo qualcosa a lei o ai suoi compagni.

Un volontario ben più paziente di me l’avrebbe ripresa in un documentario sul Raval, mentre scherzavano insieme. Nel mio caso, una sua unghiata mi fece mollare la presa, e il mio ex, lì con me, mi indicò dove fosse finito il carrellino che trasportavo io. Al che lei, prima che sgomberassimo lo spiazzo, venne apposta da me a dichiarare:

“Ehi, io non ho mai rubato mai niente a nessuno in vita mia, eh?”.

Ma con una voce solenne, diversa da quella dispettosa che le conoscevo.

Ve lo racconto perché è un tipico esempio di situazione in cui la peggiore delle ipotesi non è affatto la più probabile, ma la si dà per scontata. Buonsenso? No: pregiudizio e, in definitiva, paura.

Quante volte lo facciamo? Quante volte sbagliamo i nostri calcoli per paura che gli altri ci freghino? E magari finisce che ci fregano davvero.

Il signore che mi sgridò all’aeroporto perché saltavo la fila dei controlli, mi rivolse lo sguardo soddisfatto di chi aveva sventato un crimine internazionale: “a me non la si fa”. Non si rendeva conto che: 1) la serpentina disordinata che aveva contribuito a formare ci stava confondendo in tanti; 2) ero solo rintronata perché mi avevano appena rubato il portafogli, e rubare a lui cinque minuti di vantaggio era proprio l’ultimo dei miei pensieri.

E vi coinvolgo in tutto questo perché ieri, nel mio trionfale ritorno al gruppo di scrittura, l’esercizio psicologico aveva qualcosa a che vedere col cosiddetto worst case scenario: la peggiore delle ipotesi, appunto. Il nostro guru preferito ci elencava una serie di situazioni che si verificano quando pensiamo ai nostri problemi in termini catastrofici: vediamo tutto o bianco o nero (“se il mondo non è fantastico, fa schifo”), oppure generalizziamo (“tutti mi odiano”), e poi, va da sé, diamo per scontato che l’esito più nefasto in una vicenda sia anche il più probabile, e ci sentiamo intelligenti per questo. Insomma, dalle nostre parti opponiamo all’ottimismo ipertrofico dei ‘mericani un pessimismo cosmico che crediamo furbizia pura, e che invece ci rende fessi senza accorgercene. Prendiamo l’emotional reasoning, o ragionamento emotivo: scambiamo l’emozione che proviamo in quel momento per il frutto di un ragionamento. Come suggerisce questa terapeuta, un esempio tipico è: “Sono arrabbiata con te, quindi mi stai facendo sicuramente un torto”.

Come me con la signora della sporta, che non sopportavo per problemi pregressi. Come qualcuno che comincia una nuova relazione, e per la paura di soffrire pensa che l’altra persona lo voglia lasciare: per cui si comporta in modo così paranoico e sgradevole che la nuova fiamma lo lascia davvero. Perché sì, avete indovinato: la peggiore delle ipotesi ha il vizio di generare profezie, che poi si avverano da sole. Il bello è che, dopo, ci diciamo pure che avevamo ragione noi!

E invece, a dare per buona la peggiore delle ipotesi, la soluzione più probabile ci passa davanti inosservata. Ma quella è antipatica, perché comporta una sana autocritica sul nostro ruolo nella questione, e la spaventosa constatazione che in realtà non possiamo immaginare tutti i fattori, perché la vita è imprevedibile.

Solo che a volte preferiremmo immaginarla orrenda, piuttosto che fuori dal nostro controllo. Facendo così, riusciamo a controllare l’ansia, ma perdiamo opportunità: fossero anche quelle di capire come una persona, o una situazione, ci farà davvero del male.

Molti anni fa temevo rappresaglie al lavoro per aver partecipato allo sciopero generale in un giorno di riunione col capo: invece il mattino dopo licenziarono non solo me, ma tutto il dipartimento, e per una questione di malfunzionamento del sito aziendale che aveva abbassato i profitti. Nei documenti già pronti da chissà quanto mi avevano conteggiato la giornata d’assenza tra quelle lavorative. Una volta in strada, un collega mi confessò ridendo che avrebbe anche voluto partecipare allo sciopero, ma aveva paura del licenziamento: invece io, almeno, avevo fatto quello che volevo, e la situazione che ci aveva rispediti a casa era stata tutt’altra. Una che lui, per le sue mansioni, aveva anche intravisto, confidandosi con noi in pausa pranzo: ma per una mente allarmata un licenziamento da sciopero fa più Dickens, rispetto al classico “Sono finiti i soldi”.

Quindi, siate intelligenti. Non immaginatevi la peggiore delle ipotesi, ma la più probabile.

Se no la vita ci frega sul serio, e non ce ne accorgiamo neanche.

 

(I miei nuovi idoli di sempre)