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Anche se è un tweet, scrivo dove l’ho trovato: http://www.giornalettismo.com/archives/2642237/tutti-meme-della-pubblicita-pandora

Ho visto cose che voi umani… Ho visto un tizio alto un metro e una vigorsol, con quello che Alessandro Siani definirebbe senza indugio ” ‘o fisico d’ ‘a tracchiulella“, che faceva notare alla sua ragazza di essere “piuttosto ingrassata” o “forte di fianchi”.

Ricordo inoltre un tizio a una serata che, mentre sedevo al tavolo dopo una visitina in bagno, mi ha guardato con aria allarmata e chiesto: “E le tette?!”, con la voce di chi stesse segnalando un furto. Dovevano essermi cadute dove lui aveva perso l’umorismo.

Per non parlare delle situazioni in cui la più brillante, e magari la più giovane, è lei: mettiamoci anche un po’ di “differenza sociale”, ancora così importante per qualcuno, e davvero, armatevi di cuffiette o mettetevi a giocare al cellulare, perché uscire con una coppia così significa assistere a un costante dispiegamento di sarcasmo distruttivo, con lei che si limita a sorridere. Perché si sa, se ti permetti di dire “a” arriva subito l’esortazione: “E fatti una risata!”.

Momenti di grande simpatia, lo so, ma è questo lo sfottò selvaggio che scandisce la mia forma primitiva di relazionarmi (e gli amici di altre provenienze, o anche del paesello limitrofo, si offendevano pure, quando lo facevo con loro). Non m’illudo affatto che sia una caratteristica delle parti mie, ma diciamo che lo zelo che dedichiamo noialtri all’impresa facilita lo studio del fenomeno. Trovo che questo continuo denigrare “per scherzo” riveli una costante, e a tutte le latitudini: l’idea di dover sempre “dimostrare” all’altro che è stato fortunato a incontrarci.

Dovrebbe anzi ringraziarci, per due motivi principali:

  1. non avrebbe trovato nessun altro “tanto generoso” da accettarne i difetti (e so che non è l’intenzione iniziale, ma tanti scherzi sembrano andare a parare lì);
  2. siamo delle perle rare: il “bravo ragazzo” che pensa di meritarsi amore eterno solo perché non ti ha chiamato “befana” al primo appuntamento; la “ragazza seria” che al contrario delle altre che “si truccano e siliconano” crede ancora nei vecchi valori. Peccato che gli uomini siano “intimiditi” da ragazze così, e si cerchino sempre le “gattemorte”, come sosteneva anche una nota scrittrice con tante belle parole. Poi si lamentano perché l’inglese è una lingua concisa: in effetti, “slut shaming” si dice in un attimo.

Ma la denigrazione costante verso le donne è un fenomeno particolarmente curioso, che  in spagnolo rientrerebbe in parte nel concetto di “presión estética“: ma come, hai i peli sulle gambe? Ma come, non ti trucchi? Passa l’idea per cui, così come siamo, non saremmo degne neanche di uscire di casa. Da qui i push-up, e il tacco 12 (o giù di lì) per cui vanno pazze le ventenni di Casa Surace, mentre le trentenni si comprano la batteria di pentole (…). Se sono scelte nostre fantastico, specie perché moriamo tutte dalla voglia di automozzarci il respiro, o di trasformare sei metri reali di marciapiede in dodici “percepiti” di marcia sui trampoli. Ma quanto possiamo scegliere, se ci riteniamo cessi a pedali senza nessun’altra caratteristica che possa compensare questa terribile mancanza iniziale?

Alcune relazioni sono dei costanti dialoghi con noi stesse in cui ci chiediamo se siamo “degne” di esistere. Nell’unica forma che alcune di noi conoscono: cercare qualcuno che ce lo dica. Uno che, per esempio, non ci regali un ferro da stiro o un grembiule, ma riconosca la bellezza come parte integrante della nostra femminilità, e con un astuccio portagioielli studiatamente minimal risponda: “Sì, dai, puoi andare”.

Qui mi sento di farvi uno spoiler quanto una casa: finché non rispondete “sì” voi, non ci crederete. Spero lo sappiate già, ma hai visto mai. Ve lo potranno scrivere in cielo con un aereo, ma non ci crederete.

Anzi, vi circonderete di tizi che sembreranno nati apposta per dirvi “no, non vali niente, ringrazia il cielo che ci sia io con te”.

La questione va al contrario: prima vi date l’autorizzazione di esistere, e poi, se proprio vi va, trovate qualcuno (o qualcuna) che sia felice di esistere insieme a voi.

Insieme, non al posto vostro.

E se tra tutti e due avete sessanta euro da spendere, ascoltate una cretina: “mangiateveli”!

Oppure compratevi un essiccatore.

Ah, farebbe felice solo me?

Oh, de gustibus.

 

 Avete presente il luogo comune “Non devi piacere a lui, ma a te stessa?”. Va bene anche la versione maschile, può diventare unisex.

Ebbene sì, sono qui per ribadirlo. Ne sentivate il bisogno? No? Peccato.

Perché è una di quelle frasi fatte così vere che ce le dimentichiamo, le scartiamo pensando o che abbiamo imparato la lezione o che alla fine è una cagata, e facciamo i bastian contrari pure su questo.

Io sono qui per ricordarvela per un motivo: è una frase che a sottovalutarla costa tempo e denaro.

Non ci credete? Allora rilancio con un altro luogo comune: se le donne amassero il proprio corpo, quante aziende andrebbero in fallimento?

Vedete, ora che ho di nuovo del tempo libero sono tornata alla mia follia degli ultimi anni: il fai-da-te. Scarto su youtube i tutorial più divertenti, cerco di mettere in pratica con risultati alterni le lezioni su come farsi un maglione a uncinetto o un ghiacciolo di yogurt e frutti di bosco.

Ma sapete quanti tutorial riguardano la bellezza personale, quest’ossessione per essere sempre smaglianti, oppure esibire la tartaruga perfetta e il look giusto per ogni occasione?

Ecco, pensate a quanto costi questa roba in termini di tempo e denaro.

Me l’immagino come una strada che prima di portarci alla meta (piacere a noi, in definitiva) si attorciglia peggio dei labirinti del Corriere dei Piccoli, per chi se li ricorda.

Quello è il percorso che facciamo se cerchiamo la nostra approvazione attraverso gli occhi degli altri. Con l’aggravante, magari, di lasciar andare gli altri in questione una volta che l’abbiamo ottenuta.

Invece, la strada per l’approvazione di noi stessi, senza questa falsa scorciatoia che finisce per farci perdere, è una vita retta, un po’ monotona ma lineare, due metri al giorno se va bene, con occasionali balzi e rarissime tappe bruciate (non vi ci affezionate, però). Non costa che qualche minuto di attenzione, soprattutto costanza, che è la cosa più difficile. La costanza con cui ci applichiamo del balsamo sapendo che prima di un mese non vedremo risultati.

Ecco, l’amor proprio è un balsamo che funziona un po’ così.

Non ci dà le impennate d’orgoglio che può conferire l’approvazione altrui, né la sensazione di star facendo chissà cosa, perché ormai ci sembra che se non buttiamo tempo e denaro non stiamo facendo niente.

Eppur si muove, funziona, fa quei miracoli che proprio per l’assenza di miracolosità sono i più duraturi, economici, efficaci.

Quindi, non sottovalutiamo sta storia che piacere a noi in definitiva è l’unica cosa che conti.

Peraltro non sono mai piaciuta tanto agli altri come quando ho smesso di cercare la loro approvazione e ho mostrato loro, serenamente, la mia per me.

Its-al-about-that-bass1-960x514Finalmente l’ho ascoltata! No, Adele non pervenuta, ancora, ma da una serie d’indizi intuivo che la canzone All about that bass, giuntami alle orecchie solo nella versione jazzata, fosse in realtà un successo pop. Che vuol essere incoraggiante verso quelle persone considerate sovrappeso, infatti la bellona di turno con taglia sotto la 40 viene ironicamente malmenata dalla protagonista.

Ok, si ride e si balla, ma già ho espresso la mia perplessità su quelle campagne che tendono a fare l’elogio di tutto quanto vada contro gli standard di bellezza correnti, finendo a mio avviso per confermarli alla grande.

Io in effetti mi riscopro un’eroina involontaria secondo i siti italiani che esercitano volenti o nolenti pressione estetica (concetto chiarissimo in spagnolo, ma se lo cerchi in italiano ti escono le le leggi della meccanica dei fluidi). Rispetto a certe amiche italiane che si sentono trasgressive per i capelli corti, io ho il caschetto da sei mesi e manco ho cambiato la foto profilo su facebook. Poi mi faccio la ceretta solo quando voglio (trovo i peli brutti sia sugli uomini che sulle donne) e vado senza reggiseno perché francamente mi soffoca senza servirmi a niente. So fare lo smokey eyes, magari un po’ sbavato, così come esco spesso struccata. A volte mi vesto troppo elegante per andare in pizzeria e troppo informale per il teatro. Non lo scrivo perché convochiate d’ufficio il Grande Capo Estiqaatsi, il punto è: ci rendiamo conto? In Italia una potrebbe passare per coraggiosa solo perché fa come le pare.

In realtà non mi piacciono, le smagliature che ho sui fianchi. Sono bella “anche” così? Spero di sì, ma da qua a cercare d’imporle come modello di bellezza, come si prova a fare con le ossa in vista sui giornali di moda, ce ne corre.

È vero, però, che queste cosiddette imperfezioni raccontano una storia. Quella di quando sono dimagrita di colpo a 30 anni passati, per la seconda volta in un anno, ma in una botta sola. Diciamo che ho reagito alla stessa cosa in maniera opposta ad Adele, e facendomi un punto d’onore di non telefonare. Mangiavo metà di quello che spazzolo ora al take-away cinese. Di tortilla, ne prendevo una fettina con un pezzo di pane e avevo finito il pranzo. Avevo un panettone al cioccolato vicino al comodino che pugnalavo con un coltello al risveglio, per estrarne solo le parti con la crema. E questo a volte era anche la cena.

Non vi dico, tornata a casa a Natale, le scene da panico. Analisi su analisi. Il problema dei medici, nella mia esperienza, è che non si rassegnano al fatto che certe cose siano solo psicologiche. Stavo una merda e non volevo mangiare. Amen.

Infatti, ho ripreso ad abbuffarmi quando sono stata meglio. Ho ricominciato prima a consumare pasti regolari. Poi ho avuto abbastanza forze da tornare in palestra. Ma intanto che ricominciassi? Bum, perdita di tono.

E io a inseguire la mia vita, più che la caduta libera dei fianchi, a trovarle un equilibrio, un senso, a correggere quello che mi aveva fatto precipitare, nell’unica maniera possibile: raccoglierlo da terra insieme al mio culetto ossuto e portarlo con me, camminarci insieme come un amuleto, come diventa un amuleto una vecchia cicatrice.

E adesso, a due anni di distanza, sono disperata: mi va tutto strettissimo! I vestiti che ho preso in quell’epoca maledetta. Va bene la genialità di comprarsi l’unico paio di jeans nel picco della magrezza, ma il resto? Io che salto per chiudermi cerniere, mi siedo e mi si arriccia tutto sulla panzella (che mi aridiventa tonica, eh, ho cambiato palestra!).

Che è successo, da allora? Che sono contenta. Serena. Felice? Uhm. Contenta. Serena.

E quando mi metto il pigiama davanti allo specchio gigante, ereditato in questa nuova casa di questa nuova vita, le mie smagliature mi ricordano di quando contenta e serena non ero affatto.

E non mi piacciono.

Diciamo che restano lì come promemoria.

La mia serenità ama andare comoda e per me va bene così.

Che vi sia comoda anche la vostra, in qualunque formato vi arrivi.

tiparleròdamorNella puntata precedente si parlava della mia lacrimevole vita di bimba graziosa che si era ritrovata, all’epoca dello sviluppo, a scoprire di essere normaluccia anziché no, magari caruccia ma “non sto granché”, come sentenziai presto dietro gli occhiali da vista, che toglievo strategicamente quando i miei non erano presenti. La macchinetta era impossibile toglierla, per quello che mi è servita.

MA non buttiamoci giù, soffermiamoci sul quel “non sto granché”. Dicevo che due gemelle, una bellissima e tormentata e un’altra meno appariscente ma più serena, mi hanno dimostrato “plasticamente” gli effetti sul volto dell’autostima.

In effetti una cosa del genere era successa anche a me, quando una ragazza incontrata a un concerto dopo anni senza vedersi mi disse che ero molto più carina da universitaria che da liceale (nonostante qualche chiletto in più e un taglio sbarazzino poco “standard”), perché mi ero tolta “quella faccia da seccia” che in effetti sfoggiavo nell’ultimo anno al classico.

Ma le rassicurazioni altrui servono a poco.

Forse succede perché, una volta che vediamo che non ci toccherà sfilare in passerella a Milano, molte danno per scontato che “da quel punto di vista”, nella battaglia che ci siamo creati tra corpo e mente, sono inadeguate. Come se mens sana in corpore sano fosse una dichiarazione incomprensibile del compianto Boškov. Specie se abbiamo puntato su una carriera universitaria e ci siamo accontentate dell’equivoco per cui “le ragazze serie pensano soprattutto al cervello”.

Capisco il dare la giusta importanza alla bellezza, non mitificarla come fanno i media, ma non mi sembra giusto neanche negarla, nascondercene il fascino intrinseco che fa scattare petizioni, come mi segnalano giustamente, se il delinquente è bello.

Vedete che succede, a negare il potenziale della bellezza, solo perché non sentiamo di possederne?

Il modo in cui la viviamo fa tutta la differenza. Io, si diceva, mi sono premurata di innamorarmi solo di persone che mi confermassero la mia visione autosvalutante (e lo so, l’amore è complesso, ma sappiamo l’attrazione fisica che ruolo vi giochi). Ora che ho deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno, è cambiato molto. Non tutto, ma molto. Ho scoperto che quando capiamo che non siamo proprio uno sperpetuo, lo trasmettiamo anche agli altri. E facciamo molto più esercizio fisico, ci prendiamo più cura del nostro corpo, ci vestiamo come ci piace senza pensare al filo di pancetta che potrebbe emergere sotto i colori un po’ più appariscenti.

A me forse è andata bene, a rivalutarmi solo adesso: conosco un ragazzo che, senza diventare un modello (peraltro è rimasto bassino), si è ritrovato da un’adolescenza con problemi di scoliosi, di acne, di miopia e quant’altro, a una giovinezza in cui si è quasi letteralmente svegliato un giorno e si è scoperto un bel giovine. Lì, immaginerete, strage di cuori, eccolo pronto a “castigare” le stesse che non se lo filavano manco di striscio.

La stessa tentazione che a 30 suonati avrei a volte qui in Spagna, in un paese più generoso coi suoi standard, in cui le donne, fresche di transizione democratica, hanno imparato da meno tempo e quindi con meno complessi a darsi valore a prescindere dall’aspetto fisico.

Ma è questo “a prescindere” che, secondo me, ci deve spaventare.

Perché una cosa è il sacrosanto ribellarsi agli standard di bellezza, e una cosa la cecità selettiva di chi, per evitarsi delusioni (torniamo al tema paure), si rifiuta di conoscere il proprio corpo a favore di una mente che, lasciata sola, può tradire peggio di Giuda.

Ma degli standard parleremo nella prossima saga.