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“Restituiteci Ayoub, lasciateci vivere in pace” (da segre.com)

Vi stavo vedendo. In migliaia a Bologna manifestavano per la democrazia, e dopo dieci anni è arrivata la condanna degli assassini di Cucchi.

Sono cose che fanno bene, fanno sperare. E alla fine il principino in TV non vendeva politica, stavolta, ma vestiti: ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe il confine tra la libertà di parola, e lo sberleffo impune a certe decisioni d’annata del popolo italiano.

Lo dico anche perché ora vivo in uno stato in cui s’era votato per la repubblica, e una quarantina d’anni dopo il dittatore morente ha deciso: “Perché no? Tornasse la monarchia!”.

Su questo, ribadisco, c’è la forte impressione che con l’indipendentismo di sinistra vediamo gli stessi problemi, ma abbiamo una fiducia diversa nelle possibili soluzioni: era di martedì scorso la notizia di Anonymous Catalonia per cui cui era stata respinta nel parlamento catalano la “mozione presentata dalla CUP che ingiunge al Governo della Generaltat a mettere fine, tra le altre cose, alla repressione contro le mobilitazioni popolari, per 71 voti contro (JxCat, ERC e PSC) e 11 voti a favore (Cup e Comú-Podem)”. Forte constatare che Cup e il movimento di Colau, accusato di non schierarsi nettamente sulla questione indipendenza, erano “soli contro tutti” anche quando s’è trattato di provare a mettere un tetto massimo agli affitti pazzi di Barcellona. A volte gli avversari aiutano più degli alleati.

Invece, c’è qualcosa che accomuna tutti, che percorre dinamiche simili tra i paesi, e si traduce nella stessa violenza istituzionale.

Ieri ero a fare una visita guidata nel Raval, questo quartiere così bistrattato che mi ha preso il cor, per dirlo alla vecchia, e ho ricordato un particolare: il mio ex “ravalistano” mi raccontava che, se un imbecille scassava un telefono pubblico (ce n’era ancora qualcuno, ai tempi!), e lui stava lì vicino, la polizia accusava automaticamente lui, che co-gestiva tre negozi di frutta e voleva tornare alla pallavolo professionale.

Memore di questo, diffondo il comunicato con cui diversi collettivi catalani – tra cui Tanquem els Cies e i CDR – chiedono la liberazione del giovane Ayoub, catturato durante i disturbi del 18 Ottobre a Lleida “mentre aspettava la sua compagna” (per Publico, la sua coinquilina) e tradotto a Madrid, dov’è in attesa del decreto di espulsione.

L'immagine può contenere: testo

Per chi non capisse lo spagnolo, ho abbozzato qui sotto una traduzione sommaria:

Fermiamo la deportazione di Ayoub

Ayoub è residente in Catalogna dal 2017. Lo scorso 18 ottobre, mentre stava aspettando la sua compagna, con cui viveva, è stato detenuto a Lleida dai mossos d’esquadra, nel corso delle proteste per la sentenza del Procés. Tale detenzione ubbidiva alla pratica poliziesca, abituale, della detenzione per motivi razziali. Vista la sua situa situazione amministrativa, per Ayoub è stato attivato un procedimento di espulsione prioritaria, è stato privato della sua libertà e internato nel Centro d’Internamento per Stranieri (CIE) di Barcellona, con la minaccia di essere espulso dal territorio spagnolo.

Stanno trasferendo Ayoub a Madrid con l’obiettivo di deportarlo in tempi brevissimi.

La criminalizzazione da parte della polizia, la detenzione, la privazione di libertà e il processo di deportazione forzata come sanzione prevista dalla Ley de Extranjería, fanno parte di un sistema politico, sociale e giudiziario che rivela l’ottima salute del razzismo nello Stato spagnolo, in corrispondenza con tutte le sue istituzioni.

A sua volta, il razzismo di stato si costruisce e si alimenta della disumanizzazione dei collettivi che segrega. Le pratiche razziste istituzionalizzate convivono all’interno delle logiche democratiche di questo paese e sono responsabili della riproduzione del razzismo sociale e dei suoi agenti.

Per tutto questo, denunciamo la persistenza di un sistema razzista in questa società, che discrimina, rende illegale ed espelle parte della sua popolazione.

Esigiamo che si arresti il processo di deportazione e che Ayoub venga immediatamente liberato.

#Ayoubrestaqui

Vi suona familiare, vero?

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Da betevé.cat

“Papà, tu mi porteresti con te a un evento con migliaia di persone che protestano fuori, e non ci vogliono lì?”.

Mio padre solleva la bocca dal fiero pasto – cioè, il piattone del buffet vicino casa – e capisce che mi riferisco alla visita del re con sua figlia, che deve consegnare alcuni premi intitolati a lei.

“Se è tuo dovere, sì”.

La forchetta rischia di schizzarmi via mentre m’inalbero: come, “dovere”? Una ragazzina di quattordici anni già sa che mestiere deve fare, perché ha gli stessi geni di suo padre? Ma veramente facciamo?

“La solita esagerata: dovete essere superiori a queste cose”.

E m’immagino la nonna mai conosciuta, o chi per lei, a dotare il figlio di questa scusa di comodo: ignorate quello che è al di sotto di voi. A “fare i superiori” non si rischia mai di cambiare niente (per carità!), e non si rischiano neanche le coltellate, eterno spauracchio delle signore nostrane a cui “scippano ‘o burzelli'” (semicit.).

Eppure mio padre, “superiore” a queste cose, mi ha accompagnata quella stessa sera a vedere la manifestazione avanti all’hotel che doveva ospitare il sovrano spagnolo con sua figlia. L’idea era controllarmi, assicurarsi che non facessi “scemenze”. Perché l’indipendenza continua a non sembrarmi la soluzione, ma sulla monarchia ho le idee chiare: specie con un monarca piazzato lì, in fin dei conti, da un dittatore. E allora eccoci in metro, con lui che protestava per “il viaggio” fino alla fine della Linea 3. Fuori alla decina di camionette al di là delle transenne erano già spiegati una ventina di agenti col volto coperto, ma col casco ancora in mano: nessun pericolo, per il momento.

Ci siamo fatti strada tra le persone munite di pentole e coperchi, o di fischietti, o di qualsiasi cosa che potesse fare casino per la cacerolada: il frastuono doveva sentirsi da un’oretta, ormai. Ho offerto un rumoroso mazzo di chiavi a mio padre, che all’inizio osservava basito le sue coetanee che “spentolavano” con forza instancabile, e constatava che i pochi incappucciati, a parte un paio proprio a ridosso delle transenne, avevano sedici anni. Io, dopo una breve tammurriata per il “re Borbone” – con le chiavi usate a mo’ di castagnette – facevo il mio video, che era il mio modo imbarazzato di partecipare a qualcosa che non condivido del tutto, ma che non mi suscita il livore che percepisco altrove: alcuni amici e conoscenti mi sembrano condannare il fenomeno con una rabbia uguale e contraria a quella dei manifestanti, ma con progetti politici non meno fumosi di quelli che sul fronte indepe si prevedono “a re cacciato” (che fa un po’ “a babbo morto”). In effetti sul fronte “non indepe” (bollato come “unionista”, come se avessi mai avuto la sensazione di vivere in Spagna) ascolto soprattutto generici richiami all’unità dei popoli, oppure sfuriate che rivelano che si tratta di una questione “personale”: contro la fidanzata indipendentista con cui si sono lasciati male, o la collega che si è permessa di meravigliarsi – neanche d’indignarsi – se dopo quindici anni a Barcellona non spiccicano una parola di catalano (e, se conoscete un po’ certi nostri connazionali, intuirete che la tizia che me lo raccontava era di quelle che se ne facevano un vanto). La mia sensazione quando vedo questo, e lo dico solo a voi, è che invecchiamo male.

Ora che l’ho detto, spiego anche il resto: che mio padre, mentre giravo il video e aggiungevo dettagli, è sparito dalla mia visuale. L’ho scoperto ripiegato verso un tombino, mentre svuotava lo scarso contenuto di due birre prima ammonticchiate in un cestino (e a questo punto vanificherei lo spirito repubblicano della protesta perché alcuni, di fronte alla penuria non so quanto casuale di bidoni, non hanno fatto la differenziata!). Dopodiché ha cominciato a sbattere le due lattine, unendosi al casino generale davanti agli occhi divertiti di un paio di signore.

Image result for cerveza estrella lata roja Devo dire che “Repubblica!” – slogan inventato da lui – lo diceva quasi bene, a parte quelle tre o quattro “b” che impone l’accento nostrano, ma non riusciva a pronunciare granché gli altri refrain (“Llibertat presos polítics”, “Fora les forces d’ocupació!”). Così ne ha proposti di suoi, tipo:

“Feli’, si te fai ‘na serenga ‘e porcellana addeviente ‘nu Richard Ginori!” (sì, l’ho censurata un po’).

“Si’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza d’ ‘a schifezza ‘i l’uommene!” (in corsivo, la variazione frattaiola sull’originale).

Gli insulti classici non ve li sto a raccontare: diciamo che all’inizio credevo chiedesse anche lui le dimissioni del capo dei mossos, che di cognome fa Buch… poi però la parola continuava! Quindi si è accostato alle transenne. Io gli facevo notare che, più della minaccia di una carica – il re non c’era, non si trattava di “difenderlo” – c’era il pericolo di falsi allarmi e fughe generali, e lui, quanto a mobilità, non lo vedevo benissimo. Quello che mi ha risposto è stato:

“Secondo te quell’agente lì è una donna?”.

Quando l’ho convinto a lasciare le transenne ai pochi incappucciati – o a qualche donna cresciuta sotto Franco, che osservava in silenzio gli uomini in divisa – ha deciso che era  direttamente il caso di andarsene.

Insomma, è finita che io ho accompagnato lui.

Che, detto tra noi, a casa ha precisato che una quattordicenne dovrebbe fare la sua vita senza essere coinvolta in beghe politiche perché “figlia di”.

Però la sua, di figlia, è venuto a “difenderla”.

Anche se un altro po’ e dovevo fare il contrario.

 

(Uno dei cavalli di battaglia di mio padre!)