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opendoorÈ il primo Natale senza la nonna, che viveva al piano di sotto della nostra villetta. Così un sacco di visitatori, abituati ad andarla a salutare prima di salire da noi, si mettono ad aspettare fuori la sua porta che qualcuno apra. Poi, improvvisamente, si ricordano e tornano indietro, verso casa nostra.

La più commovente è stata una zia, che ha fatto il percorso giusto ma ancora non riesce a ignorare la porta sprangata. Infatti ha dichiarato:

– Io sono tentata di entrare là, poi ricordo che in casa non c’è nessuno e ancora non ci credo. La vorrei sfondare, quella porta.

E io, ascoltandola, ho ripensato improvvisamente alla mia cocciutaggine nel cercare di chiuderla bene, la stessa porta che ora vorrebbero sfondare.

Sì, perché il primo nonno che se ne andò mi colse alla sprovvista, nell’onnipotenza dei 12 anni. Mi arrabbiai con Dio, che mi ero presa la briga di pregare di nuovo per l’occasione, e che mi aveva illusa col classico miglioramento prima della fine.

E decisi che avrei fatto da me, che la casa dei miei nonni ancora vivi (quella della porta da sfondare, per capirci, allora c’era anche il nonno materno) era solo molto fredda, molto fredda, e se avessi chiuso bene la porta avrei regalato loro chissà quanti altri anni di vita.

Quindi mi cimentai con zelo nel mio compito, arrivando a un passo dallo scardinare la maniglia.
Chiudevo così bene che aspettavo che scattassero ingranaggi che non avrebbero dovuto neanche esistere. Tie’, Padrete’, basta poco, che ce vo’.

Il nonno resistette altri 7 anni, con questo metodo portentoso, e la nonna se n’è andata all’improvviso un pomeriggio di maggio, dopo pranzo.

Da qualche parte, dentro di me, una piccola sentinella cocciuta sente come di aver fallito nella sua missione.

Fortuna che ormai la contiene una donna ancora giovane, o così si spera, un po’ provata da tutte le porte che ha cercato di chiudere sulla sua impotenza, finendone sempre travolta.

Quella donna là sa che le porte non vanno né sprangate né sfondate.

Solo aperte, finché ci è dato farlo.

portaaperta2 Nell’ultimo articolo vaneggiavo di controllo, del fatto che fosse impossibile controllare tutto.

È una delle regole d’oro della vita che fatico ad accettare. Ma va bene anche così. Ricordo quanto mi sentivo in colpa per non corrispondere all’amore di chi se ne meritasse tanto. Ora spero che nessuno si sia mai sentito in colpa per non aver corrisposto al mio.

O penso a quanto mi sentirò in colpa se, nonostante tutti i miei sforzi, i progetti di lavoro che comincio ora non vadano a buon fine. Non importa quanto sia imprevedibile l’esito, specie in tempi di crisi economica. Preferisco pensare di non star facendo bene le cose, che ammettere che il successo o l’insuccesso non dipenderanno del tutto da me.

Tra qualche articolo rivelerò urbi et orbi che il problema è aspettare e sperare che quanto accade fuori di noi ci riempia dentro, colmi il vuoto che ci porti a cercare approvazione e amore. Lo so, la vostra vita dopo questa ovvietà non sarà più la stessa.

In tutti i modi, forse quello che ci serve è un’assoluzione. Un’auto-assoluzione, visto che ho fatto l’errore di farmene una colpa. Per il fatto di essere umana. Di non essere la superdonna che avrei voluto, di non poter piacere a tutti, di non riuscire a fare bene tutto.

Temo che ne abbiate bisogno anche voi.

Ebbene, ho scoperto una cosa. È vero che l’autoassoluzione non arriva razionalmente, non è qualcosa che possiamo “procurarci”, come ci si procura un litro di latte. Ma la gabbia in cui ci siamo messi è autoprodotta, non importa a che età ce la siamo costruita. Prima non eravamo così. E allora è da sperare che da qualche parte ci siano tracce di questo prima. Quelle del mio ci sono, le riscontro spesso e volentieri. Per fortuna c’è una… voce di minoranza, in me, che sa quando smettere il lavoro per sopraggiunto sfinimento, o quando la speranza di cercare soluzioni diventa accanimento terapeutico. E se è sopravvissuta la mia, la vostra sarà in ottima forma!

Per evocarla, mi accorgo, il metodo è farle spazio. Lasciarle aperta una porta, aprirci noi alla possibilità che rientri, in modo che le barriere che abbiamo eretto tra noi e lei non si alzino subito. Non è qualcosa che controlliamo, ma succede, come quando le nostre pupille si dilatano o si contraggono a seconda della luce. Non è un riflesso di cui ci accorgiamo, ma meno male che c’è.

E accorgersi che sia così è un gran sollievo.

Perché, se dobbiamo imparare a lasciar andare il controllo, ad ammettere che non tutte le nostre sconfitte sono opera nostra, è confortante sapere che anche le cose belle che ci capitano, possano capitare a prescindere da noi.

Quindi basta martirizzarsi, cercare il perdono da altri, da altro.

C’è una parte di noi che è più che disposta ad assolverci, a farci vedere che quello che chiamiamo colpa è solo autenticità, il nostro sfuggire ai nostri stessi schemi mentali. Ed è più che disposta a riprendersi ciò che è suo, il ruolo nella nostra vita che le spetta.

Tutto quel che dobbiamo fare, sospetto ogni giorno di più, è farle spazio.

Lasciamole la porta aperta e lei saprà come tornare.