Archivio degli articoli con tag: pranzo
Image result for tony tammaro tamarri

Con loro, sempre a disposizione!

Prima che la sirena suonasse tre volte (polizia o ambulanza, non so) sono stata razzista.

Una volta verso la coppia venuta da chissà che paese sperduto in provincia di Barcellona, piumino kaki lei e coppolella lui, che ha colonizzato dieci minuti la cassa dello Starbucks in cui mi ero rifugiata in extremis, per l’annoso fenomeno chiamato pioggia pasquale. Cosa conteneva quella bevanda, e qual era il formato del bicchiere? Il macchiato si poteva fare con molto latte? E il cornetto si poteva riscaldare? Sono tornati indietro più volte a chiedere questa o quell’altra cosa, mentre dietro di loro s’era fatta una fila che arrivava fino a Montserrat. Non vorrei essere il gestore del Bar Manel del paese di ‘sti due, ma, dico io, “Go back to your country!”. E lasciate le catene senz’anima del centro storico a noi guiris che ci viviamo (si scherza, eh, che ho imparato da tempo che il senso dell’umorismo non è lo stesso…).

E poi c’era Paquito. Pantaloni verdi inguardabili e codino da fricchettone del posto, ma, a parte che gli mancava la rasatura alle tempie, non ci voleva niente a capire che fosse un Pasquale come tanti, ignari del curioso particolare che “Paco”, in realtà, è il diminutivo di Francisco. Ma pochi altri potevano fermare con altrettanta insistenza una passante, specie una dai capelli di quel biondo che incornicia volti abituati a sorriderti di default, anche se incrociano appena il tuo sguardo (particolare che i Pasquale puntualmente malinterpretano). Dopo essersi presentato, il Nostro insisteva perché lei gli stringesse la mano invece di cercare una maniera gentile per mandarlo affanculo. La povera si è limitata ad allontanarsi gridando parole indignate, e le ragazze che aspettavano Paquito in disparte, abituate a quel genere di comportamento, non hanno avuto niente da ridire. Torna al teu país, Pasquali’: proprio l’italianini medio a caccia di qualsiasi vagina che si muova non è benvenuto qui.

Ma questo, e la brillante idea di attraversarmi una Rambla alle nove di sera per la mia cena pasquale da asporto (e da Maoz non avevano capito che fosse da asporto…), sono gli effetti collaterali di quando decidi che “Pasqua con chi vuoi” non è un modo di dire. E io, che notoriamente ho gusti di merda, passo Pasqua con me stessa.

Con il mio nuovo romanzo (una roba depre che parla di ritorni e coppie improvvisate) e il lusso di un fine settimana tutto per me. Perché l’agnello te lo mangi tu, il casatiello buon appetito, e il cioccolato mi piace solo liquido, non a forma di uovo. E se proprio devo sorridere a una compaesana con due neuroni superstiti che mi dice: “Il tuo problema è che non hai figli“, preferisco farlo in un incubo, svegliarmi e scoprire che la cassa del bar sotto casa, finalmente, è sgombera.

Non ci vuole una medaglia d’oro, lo so, a fare il cavolo che vogliamo in barba alle tradizioni che non ci piacciono più. Ma ce ne dimentichiamo spesso anche quando non abbiamo scuse laiche, perché il nostro modo di lavorare non prevede più di tre giorni di ferie, distribuiti peraltro in modo strano. O il nostro modo di festeggiare è ben diverso da quello di chi di fatto mangiava pane e veleno (o solo veleno), e per quelle due-tre volte all’anno si doveva sfogare.

Ma niente, sulle tradizioni, che siano italiane o latine o indiane (che crediamo, di essere unici?) sembra vigere l’eterno ritornello: “Ognuno l’adda fa’ chesta crianza / ognuno adda tene’ chistu penziero”. Ma anche no, mio Principe!

Io avrò la crianza e il pensiero, e la gioia di abbracciare parenti e amici, quando i voli saranno più economici, la pioggia avrà capito che Pasqua è finita e può ritirarsi, e nessuno si scandalizzerà troppo se lo chiamiamo “casatiello” anche se ha l’olio d’oliva e le noci al posto del puorco farcito di puorco. (Ok, nell’ultimo caso, visto il livello, aspetto seduta.)

Intanto, buona Pasquetta! L’unica crianza da rispettare sempre è il Super Santos!

 

Annunci

primo maggioMetto in zaino i 4 kg di chorizo criollo, scostando gli 8 litri di vino. Sollevando il malloppo sospiro:

– Verrà la morte…

Passa un bel macellaio.

– … e avrà i tuoi occhi.

Ora, non so se Cesare Pavese si sia rivoltato nella tomba, a essere citato nel bel mezzo della Boqueria per una cosa così volgare, ma gli dei mi hanno punito: la damigiana di vino ha schiantato lo zaino proprio al centro della Plaça de la Catedral, tra turisti che si crogiolavano al primo sole della settimana.

E il Rai era ancora lontano. D’altronde martedì restava aperto almeno fino alle 15.30, per posare la spesa che facevo, aspettavo i co-organizzatori del pranzo sociale Altraitalia del primo maggio? Quelli disponibilissimi, sempre al telefono, pronti a dirmi quanta roba comprare e dove prendere la cansalada (che finalmente ho scoperto cos’è, bleah) ma quasi tutti con figli e lavoro d’ufficio, e a fare la spesa indovinate chi ci è andato? Gli zitelli che lavorano strano.

Ma ne è valsa la pena. Ne ho organizzate, eh, di iniziative così. A volte c’è qualcuno che si atteggia a lider máximo, e poi non sa neanche concordare le riunioni organizzative con le partite del Barça. Altre volte ti ritrovi con 20 kg di riso e due pelati per condirlo. Anni fa il mio ex si offrì di farci il riso palau per l’occasione, lo vidi versare un’intera bustina di spezie e non feci in tempo a fermarlo.

– Nooo, guarda che lo dobbiamo vendere a europei delicati di stomaco!
– Ah, allora ne metto una busta sola.

Non so se gli invitati a quella serata si stiano ancora ricostruendo l’apparato laringo-faringeo.

Ma dopo mercoledì so che il concetto veneto di amatriciana riesce a essere più viuuulento di quello romano: nella pignata accanto alla mia (che conteneva modeste zucchine per vegetariani) ho visto sparire salsicce, carote, parmigiano e pecorino insieme…

So anche che l’ingrediente segreto, in un’associazione, è l’affetto, per quanto la scoperta faccia un po’ Shirley Temple. Che sia il solo vero collante che porti la gente a organizzare catene di montaggio per portare i piatti, mentre quella quarantina d’invitati (tutti prenotati all’ultimo momento) affollano le panche di uno stanzone senz’aria (ma perché chiudono sempre il balcone?). Che porti tutti a sopportare i masticielli che vengono a sentenziare in cucina solo nella pausa sigaretta, ad accogliere con simpatica rassegnazione il ritardatario che doveva presentarsi un’ora prima con la sua parte di pappa, mentre tu ti stai già trasformando in Super Saiyan.

E nei fumi della stanchezza e di quella mezza birra bevuta tra due chiacchiere in napoletano (la Babele italica in cucina era totale, io chiedevo un cuppino, Paolo dei ciap… nonsocosa, che poi erano presine, e Max parlava friulano col tipo che cucinava prima di noi), tra sorrisi e schitarrate catalane e fisarmoniche calabresi e pentoloni di bis ti vengono ancora più pensieri cursi, cheesy e una parola in italiano non c’è, lezioso, forse, sdolcinato, non so.

Insomma, pensi che divertirti non ti stai divertendo tanto, organizzare è una responsabilità e sul cumannare è meglio ca fottere hai i tuoi dubbi, ma stai cucinando la pasta di cui hai chiesto due anni fa la ricetta. Nella tenuta che ti aveva messo in imbarazzo proprio lì, un anno fa, alla proiezione del documentario No-Tav e che adesso è una seconda pelle, l’unica battuta, quando ti offrono la presidenza, è “la prossima volta in tailleur”.

E stavolta ridi, di cuore.