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Rara foto d’epoca con la Morte Bianca (indovinate qual è)

Sembra sardo ma non è… Sì, lo so, ci ho un’età per parafrasare Pollon, ma volevo che sapeste che anche io so.

So che nel mondo esiste la parola “sisu”, ed è finlandese.

E so anche che il mio amico David è un paraculo: pensate un po’, il poveretto aveva fatto il dottorato con me, stessa tutor catalana. Mi vedeva pure come una rivale, una che gli avrebbe fregato la cattedra. Per fortuna o purtroppo, ci siamo accorti presto che non c’era più nessuna cattedra da fregare.

Io ho lasciato ogni speranza per il primo lavoro di ufficio che mi garantisse un duecento euro mensili in più rispetto alla borsa di dottorato. Lui, invece, ha resistito quei dieci anni in più, o quasi. Poi, quando ha visto che a trentasette anni, in dipartimento, gli toccava ancora fare ‘o guaglione d’ ‘o bar, si è inventato un mestiere. Sì, non c’è niente di nuovo nel portare gente in giro a illustrare i luoghi della Guerra civile, o dell’anarchismo catalano, ma farlo con un dottorato in Storia e una faccia tosta da giovane spigliato rende il tutto molto più interessante. Per non parlare delle conferenze: ne do una anche io a maggio! I centri culturali ti chiamano, pagano cento euro o anche di più per un’oretta di discorso su un periodo storico, o su un fenomeno letterario non proprio recente.

A un certo punto lui si sentiva felice di arrivare ai 900 euro al mese, con queste cosette: il che la dice lunga sulle aspettative della nostra generazione, e sul ruolo che occupa la cultura nel contesto in cui viviamo.

Ma la cosa più carina la fa una volta al mese, quando su MeetUp annuncia una conferenzina al Cafè de l’Òpera, bar storico di fronte al Liceu, sulla Rambla, e ci parla di qualcosa d’insolito, qualche argomento storico particolarmente circoscritto. Un computer attaccato a uno schermo gigante, dieci euro a testa, e passa la paura. Il pubblico è composto perlopiù da giovani che si dilettano di storia (ma hanno un lavoro con uno stipendio) e da gente di mezza età, specie signore che la domenica preferiscono la cultura alla paella. Con la fortuna che mi ritrovo, ogni volta che ci sono io non manca mai l’ex del conferenziere che fa l’improvvisata – e decide che sono la nuova fiamma, dunque mi odia. Oppure, novità di ieri, l’attuale fiamma, che parte a breve per l’altro lato del mondo: allora è stato lui ad allontanarmi in fretta, consapevole che il comune denominatore delle sue donne è schifare me come potenziale minaccia. Mistero della fede.

Tutto questo per dirvi che ieri si è superato con questa conferenza che di per sé non sembrava poi così allettante: parlava del conflitto tra Russia e Finlandia, e di un cecchino finlandese chiamato La morte bianca. Ero andata più con la voglia di rivedere David – tipa del giorno permettendo – che di sentire la conferenza, e invece lui ha esordito con:

“Vi chiederete come mai abbia scelto un argomento così desueto. Beh, perché sono alto un metro e cinquantanove [secondo me, pure qualcosa in meno, ma ssst, n.d.R.]. Questo è un particolare che ti condiziona la vita, specie da adolescente [comunque per me è caruccio, ma non dite alla tizia di ieri che lo penso, n.d.R.]. Allora mi sono messo a vedere prima i bassetti illustri a me contemporanei, e ho scoperto Muggsy Bogues; poi sono diventato storico, e la mia ricerca si è estesa all’intera storia dell’umanità”.

Ora, già ridevamo con le prime immagini del Power Point, col buon Muggsy che s’infilava tra le gambe di giocatori che sembravano doppiarlo in altezza, ma abbiamo scoperto che Napoleone alla fine era un metro e sessantanove, che non era malaccio per l’epoca (a meno che non avesse corrotto ad hoc il medico che aveva preso la misurazione…) e pure Hitler, col suo metro e settantacinque, non era poi ‘sto nanetto – anche se come modello di riferimento convenivamo un po’ tutti che insomma…

Alla fine, ha concluso David, the winner isSimo “Simuna” Häyhä, per gli amici “La morte bianca“. Cecchino della disperata resistenza finlandese contro l’invasione russa del 1939, questo signore sul metro e cinquantadue ci ha portati in un mondo di sciatori letali (paese che vai, guerriglia che trovi), cocktail molotov, e dittatori sovietici che si bombardavano le città da soli per avere il casus belli (ma sostenevano che le bombe fossero pagnotte, da qui lo scherzo sui cocktail). Senza che vi ripeta a memoria i numeri (ricordo trentadue carri armati contro le migliaia sovietiche), le forze tra Finlandia e Russia erano davvero impari.

“I finlandesi, però” ha precisato subito David “sulle divise dell’esercito avevano cucito il nome Sisu”.

Che sarebbe una di quelle parole intraducibili tipo quella danese sui piccoli piaceri della vita, ma che indica una resistenza alle avversità, unita alla capacità di guardare il quadro generale per superare meglio il problema… Oh, ma che vi sto a spiegare se è intraducibile?

Comunque grazie a ‘sta Sisu e a una serie di vantaggi più prosaici – chi di terra bruciata ferisce… – la Finlandia riuscì a non essere spazzata via del tutto dal mostro sovietico, e il resto lo racconta Sofi Oksanen in questo romanzo, che vi consiglio.

Il nostro bassetto tiratore si metteva perfino la neve in bocca a quaranta sotto zero, pur di non far vedere ai nemici la nuvoletta di fumo che esalava appostato, in attesa del momento giusto. Chiamatela dedizione al lavoro.

Alla fine, uno con la divisa di un altro colore riuscì a squadernargli la faccia, e lo mandò in un coma da cui si riebbe il giorno del trattato di pace tra Finlandia e Russia. Però rimase per tutta la vita un eroe nazionale, celebrato nei tanti musei che, giurava una signora del pubblico, si potevano visitare in Finlandia.

“Insomma” ha concluso David “i miracoli lì non erano possibili, Davide e Golia gli facevano un baffo a questi. Però, se pensate a cos’abbia fatto la Finlandia nelle circostanze in cui si trovava, capirete anche che, diavolo, non le si può dire proprio nulla. L’insegnamento di questa storia è: non sfidate mai un bassetto, che potreste pentirvene!”.

L’ultima immagine della presentazione era proprio dedicata la parola sisu, nella sua definizione spagnola più accurata.

A quel punto, il Nostro ha confessato che in realtà voleva impostare tutta la conferenzina su quel termine, e venderla così alle aziende affamate di eventi stile TED Talks, in cui investire budget gonfiati ad arte per “motivare” i dipendenti.

Ecco, io credo che questo sia l’esempio più lampante di sisu: quello che si deve inventare un compagno di università che credeva davvero di finire in cattedra, come tanti della nostra generazione, e si ritrova invece a parlare di cecchini finlandesi tra gli stucchi del Cafè de l’Òpera. E ci si diverte pure.

Poi dice che la Finlandia è avanti.

 

Image result for sandwichez dinar de primera Ok, vi ho detto tutto del gruppo di scrittura della domenica: prima gli esercizi “psicologici”, poi il tentativo di truffa

Adesso non mi resta che raccontarvi una cosa che non c’entra niente: la vetrata sullo sfondo del bar che ci accoglie.

È come uno schermo gigante che dà su un angolo di strada, la stessa del mio cinema preferito. Il panorama domenicale – passanti ancora sbronzi, tre bidoni, la maglia leopardata di una prostituta cinese – è interrotto solo da un cartello rivolto alla clientela, che raffigura un pasto frugale – almeno per me! – e qualche bibita: qui, che mangiano pochetto, sarebbe un pranzo – pure un po’ caro – e infatti la scritta recita “Dinar de primera”, pranzo di prima classe, o di prima qualità, se preferite.

Un’altra componente del bar sono i borseggiatori, ma quello è dappertutto. Quasi chiunque entri in un bar del centro di Barcellona e ne esca quasi subito, magari trascinandosi dietro un giornale mezzo aperto, può giubilarsi il vostro cellulare o portafogli senza che ve ne accorgiate.

Immaginatevi, quindi, che mentre scriviamo sparsi tra i tavoli del bar vengano tre persone, due ragazze e un ragazzo, a chiedere l’elemosina, prima che la barista li mandi via.

“Attenzione, sono borseggiatori!” grida dal suo tavolo il più antipatico del gruppo di scrittura.

Come vi dicevo, il rischio c’è. Ma dare per scontato che tre giovani gitani siano borseggiatori mi fa chiedere cosa succederebbe se fossi io a dichiarare la mia città di origine, e avvicinarmi ai tavoli per un’informazione, magari senza il vestito Skunkfunk di seconda mano a darmi un’aria hipster.

“Magari non lo sono” mi limito a ribattere.

Il tipo viene punito dal fato, quando tutto il gruppo si raccoglie intorno al tavolo sovrastato dalla già menzionata scritta “Pranzo di prima classe”, e parte il giro di confronti su quanto scritto stavolta.

Quando tocca a lui, autoproclamatosi maestro di cerimonie in assenza dell’organizzatrice, alle sue spalle appare un uomo che spinge un carrello pieno di… rifiuti. Di questo parlo un po’ nel romanzo sul referendum catalano che leggerete numerosi (vero?) l’anno prossimo: robivecchi locali, di solito di origine gitana o straniera, a caccia di cianfrusaglie nell’immondizia, da riparare e/o rivendere. Il loro forte è el día de los trastos, cioè il giorno, che varia di quartiere in quartiere, in cui si buttano i mobili vecchi.

Facendo di necessità virtù, il nuovo arrivato si mette a frugare in un grande bidone dell’indifferenziato, proprio mentre il tizio arrogante, al di qua della vetrata, ci racconta delle sue prodezze: ha una pagina dedicata ai viaggi (il robivecchi fa leva sulle braccia e ficca la testa nel bidone), si occupa molto di tour “zaino in spalla” (l’atleta estrae dal bidone una scatola di cereali, e la usa per lasciare sollevato il coperchio), e si specializza soprattutto in offerte di viaggio, biglietti e quant’altro.

A questo punto, l’uomo alle sue spalle viene inghiottito dal bidone.

Le mie compagne di scrittura cominciano diligenti le domande al tipo del sito di viaggi, mentre io guardo ipnotizzata il tuffatore, fuori, che riemerge a metà busto dal bidone con: un paio di scarpe décollété in perfetto stato, e una camicia un po’ sgualcita di crêpe beige.

Quando, per fingere di stare attenta, comincio a chiedere a gran voce il link di questo sito di viaggi (pieno di consigli, immagino, per guardarsi dai borseggiatori!), l’atleta della domenica schizza fuori dal bidone, e mi rendo conto conto di due particolari insieme: è un uomo di una certa età, brizzolato ma dal fisico temprato da “tuffi” come quello; ha trovato una bellissima tovaglia di cotone a fiori, che adesso piega con la stessa grazia di mia zia Fortunatina, buonanima, che invano ha provato a iniziarmi a quell’arte paziente.

Dalla mia parte del vetro, gli astanti lasciano sospeso il discorso del tipo dei viaggi per squagliarsela uno a uno, congelati dall’aria condizionata.

Rimango per ultima – anche perché un ben più gentile compagno australiano voleva dritte per pubblicare, proprio da me! – ma presa dalla conversazione non penso a scattarvi la foto della vetrata per il post.

Se l’ho scritto, non è stato per proporre il salto nel bidone come disciplina olimpica, ma per sottolineare una cosa: checché dicano i giornali dell’emergenza criminalità a Barcellona, a quanto pare solo presunta, non sono soltanto i cellulari a sparire.

Quello di cui si sta facendo man bassa è la possibilità della gente con poche risorse economiche di mantenere un tenore di vita al di sopra della mera sopravvivenza, anche per l’aumento a dismisura degli affitti a fronte di stipendi che in dieci anni, scusatemi, non sono cambiati poi tanto.

Quindi, capisco che i giornali non avessero molto da pubblicare durante l’estate – nonostante lo stupore di accaniti lettori, quando parlo dell’epopea del Nie – e anch’io rimpiango i due cellulari e il portafogli spariti in due anni, con buona pace dell’amico che ha subito otto furti: però terrei anche in conto il furto enorme di tempo e risorse che presuppone spendere la metà di quello che guadagni nel buco in cui vivi. Specie se si tratta di un ripostiglio svuotato delle sue cianfrusaglie, e riciclato come stanza a trecento, trecentocinquanta più spese, ovviamente “senza finestra” (nota particolarità locale).

Chissà se le cianfrusaglie che conteneva questa stanza “di prima classe” vengono abbandonate in un bidone, in attesa del nostro amico tuffatore.

(Ok, lui ahimè non è di Barcellona, ma la cover è della “barcellonese d’adozione” Shakira, e poi lo amo).

 

Annuncio pubblicitario Lavazza

Il Quarto Stato da bere

Quando mi lamento delle volte che mi sveglio alle sette meno un quarto, come Quelo, lo so che mia madre si è alzata anche prima, per più di trent’anni.

So pure che tanti operai si alzano molto più presto per andare alla catena di montaggio, e che c’è gente che si fa un’ora di macchina, andata e ritorno, per portare mille euro a casa.

Quando mi lamento non lo faccio perché è faticoso, ma perché è surreale.

Per me lo è, farsi un’ora di treno per insegnare un’ora e mezza, due volte a settimana, nella stessa azienda, senza la possibilità di dare due lezioni di seguito, perché o cominci alle 8.30 o “i dipendenti si deconcentrano”. È surreale dover andare anche quando sai che non ci sarà nessuno, per via delle sovvenzioni, e non mi lamento con la coordinatrice perché una volta c’è dovuta andare lei, che non parla italiano, pur di portare la lezione a casa.

Di che ti lamenti, mi chiederete: per fermarsi a gente con la mia formazione, mezzo mondo vive con contratti trimestrali soggetti alle regole più strane. D’altronde c’ero anch’io, quando all’università una gola profonda spiegava che, delle tre entità che finanziavano il gruppo di ricerca, ne era rimasta solo una, ed elargiva due terzi in meno dei soliti fondi. Ma non credo che la soluzione sia pagare i professori associati cinque euro l’ora.

Allora, alla vigilia del primo maggio, lo chiedo a tutti: di che ci lamentiamo? Beh, del fatto che a lamentarsi, per esempio, si passa per giovani che non vogliono lavorare.

Oppure del fatto che non si fa nulla finché la cosa non ci riguarda in prima persona: che grave errore di calcolo, dimenticare che, come si dice oggi, siamo tutti “interconnessi”. Che se subaffittiamo una stanza a 600 euro per “arrivare a fine mese” aumentiamo gli affitti di tutto il quartiere, e quando ci aumenteranno l’affitto del 50% ce ne dovremo andare anche noi.

E non fatemi ritornare all’8 marzo e a chi, della folla oceanica su Passeig de Gràcia, vede solo le tre che entrano da Starbucks, e che la fanno sentir meglio per non aver manifestato.

Sta’ a vedere che la domanda finale resta la solita: “Per chi suona la campana?”.

E la risposta, purtroppo, la conosciamo.

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Elaborazione grafica di Andrea Visentin

Ieri abbiamo dato la seconda rappresentazione di uno spettacolo scritto da me e altri tre attori. Parlava degli italiani a Barcellona, e le scene scritte da me cercavano d’illustrare il surrealismo di operazioni apparentemente semplici come ottenere un documento per lavorare, o affittare una stanza con la possibilità di dichiararla come domicilio.

Lo spettacolo è andato bene, c’era molta gente.

All’uscita, però, mi sono accorta che la vita reale mi aveva battuta, come sempre, dieci a zero: tra gli spettatori c’erano un ottimo grafico, un’autrice di letteratura infantile, una fotografa e altra gente che si è occupata, a livello più o meno professionale, di attività creative.

A un certo punto, l’autrice ha guardato gli altri e ha detto:

“Ehi, ma eravamo nello stesso call center!”.

Ironia della sorte, era il dipartimento che si occupava di riscossione debiti di una grande banca americana.

“Ma certo!” le hanno fatto eco altri due. “Tu lavoravi con il Porcu, la Visentin…”.

Insomma, a giudicare dai cognomi, mezza Italia era venuta qui a Barcellona per telefonare a gente indebitata con una banca e convincerla a sganciare i soldi.

Il dibattito è antico, sulla pagina che modero: che partite a fare, se finite in un centralino?

Beh, anche le risposte sono antiche (“In Italia nemmeno quello”, “Poi si trova di meglio”, “Vuoi mettere con Barcellona?”) e si riassumono in tre parole: sto meglio qua.

E poi di quello stesso dipartimento conoscevo mezzo reparto olandese, senza contare i vari scandinavi: magari quelli si sono fermati solo qualche anno, o dopo un po’ si sono goduti il sole da scrivanie più redditizie. Diciamo che l’inglese aiuta più dell’itañol.

Però è singolare che si parta convinti di fare chissà cosa, e si finisca a fare “i camerieri d’Europa” (con un terzo dell’accortezza di un cameriere professionista). E dopo dieci anni, in qualche caso, ci si ritrovi comunque in un call center.

Provo sempre a scrivere qualcosa sui tanti Young Adults immersi, a volte intrappolati, nella stessa vita che facevano all’arrivo. Ma non gli rendo mai giustizia.

La domanda delle domande resta sempre: ne vale la pena?

E se sono contenti, claro que sí.

 

procesion. Procesión legionarios

Dall’edizione online de El Jueves

So che in questa giornata si celebra uno inchiodato a una croce con tanto di corona di spine, costato trafitto e aceto come unica anestesia (quando si dice Sweet Friday!), ma volevo dirvi che sto prendendo male queste vacanze. Sapete perché? Non ci credo! Penso: minchia, martedì ricomincia tutto.

Lo so, sono in buona compagnia: ho appena sentito un’amica siciliana che sta nelle stesse condizioni! E si è inserita pure nella scuola pubblica, dopo un odioso master-pedaggio da pagare alle università catalane, e un anno e mezzo ad aspettare l’equipollenza del titolo. Ma sta succedendo anche a voi, immagino, di pensare che finalmente potete riprendere fiato… E ritrovarvi, invece, a sprofondare su un divano tutto il giorno! Meglio se con una pastiera davanti.

Quello che, credo, succederà solo a me è il fatto di passare Pasqua da sola, grazie ai voli proibitivi e all’indepe di casa in giro per conferenze. Ma credetemi, non vedo l’ora: la famiglia la vedo spesso, per fortuna, e, benché non rompa le scatole a chi ci si diverte, personalmente sono stufa di mangiare una cosa o telefonare a una persona solo perché il calendario dice così.

Inoltre mi sono accorta che l’idea moderna di lavoro è fatta per rincoglionire, e non vado neanche a zappare la terra! Ma ho colleghe prof. d’italiano che per arrivare a mille euro devono lavorare in tre scuole diverse, in questa giungla in cui prendi il treno delle 7.42 e ti fai un’ora di viaggio tra andata e ritorno per insegnare solo un’ora e mezza. E guai a proporre al manager dei tuoi alunni di accorpare le ore d’insegnamento: i corsi di lingue devono cominciare tutti alle 8.30, metti che poi spezzi il ritmo produttivo! In compenso, ormai con quattro tazze di tè nel tuo bar preferito bruci i guadagni di un’ora di lavoro (e li ho sgamati, l’hummus che propongono a 7 euro è fatto coi ceci del Gourmet): ma ehi, la gentrificazione è un problema immaginario!

E poi ci sono le infinite attività gratuite che si fanno per “interesse personale”, per coltivarsi ecc., e finché sono volontarie, chi è causa del suo mal pianga se stesso: però si era già detto che l’oretta sacrificata a quell’attività culturale può diventare una settimana intera passata ad alimentare l’ego di chi organizza. Anche la megalomania è un problema immaginario, vero?

Non sorprendetevi, dunque, se incontrandomi mi troverete un po’ zombie. E spero non vi dispiaccia se, parlando di “lavoro volontario”, mi permetto di dire che la retorica della gavetta ci ha sfracellato le gonadi, specie quando si applica a chi ancora non lavora, e chissà quando lavorerà davvero.

Ben vengano i progetti di alternanza scuola-lavoro che insegnino cose, che trasmettano un’idea del lavoro come dovrebbe essere. Ma il fatto che noi siamo stati sfruttati a sangue per fingere adesso di essere usciti dal precariato non significa che una liceale, oggi, debba essere “costretta al volontariato”, svolgendo lavori poco qualificati e tacendo pure sulle molestie ricevute.

Anche tu, “collega” espatriata che dici che lavare piatti a Londra è formativo, perché insegna l’umiltà, non credo che per giungere a queste conclusioni conservatrici fosse necessario lasciare la “serva Italia, di dolore ostello”. E per finire proprio in un ostello, che nella capitale inglese costano pure assai!

Ognuno si crea la sua retorica, e il dolore ne forgia tante. Ma in questo giorno che celebra il dolore come feticcio, e finanche come ricatto morale (“guarda cos’ho fatto per te”), perché non ci diciamo che le lezioni le possiamo prendere da tutto, senza necessità della sofferenza inutile?

In spagnolo un nostro noto proverbio si traduce con: “ciò che non uccide, ingrassa”.

Ecco, facciamo che almeno questa Pasqua ci ingrassa solo il casatiello.

Anche se io, nella mia Pasqua senza agnelli (ma poi i maiali e le galline che vi hanno fatto?), mi prendo una soddisfazione che in pochi condivideranno: quella di mangiare il cavolo che mi pare.

 

 

 

Risultati immagini per when life gives you lemon squeeze Un mio amico è finito come tanti a lavare piatti a Londra, intanto che cerca di conquistarsi una faticosa carriera accademica. Con la sua dolce metà, italiana pure lei, il progetto era appunto restare lì a costo di darci di Svelto per tutta la vita.

Finché a lei, d’improvviso, non si presenta la Possibilità. Lavorare proprio nel suo settore, ma oltreoceano. E allora lascia alle commedie di Hugh Grant la romanticheria di rinunciare, sapendo che sacrificare la sua carriera le farà perdere anche l’amore, in un oceano di rancore e rimpianti.

D’altronde, salutare l’amore per una carriera comunque incerta nemmeno le piace. Però vivono insieme da tre anni, capite? Non c’è più lo slancio da tossicomani del “Ti seguirò in capo al mondo” (per poi pentirsene), e ormai sanno a memoria in che stato l’altro lasci il tubetto del dentifricio, al mattino. Ma proprio per questo, perché hanno un legame solido e sereno invece degli entusiasmi effimeri da inizio storia, non vorrebbero perderlo.

Adesso capite, di cosa parlo? Altro che win-win. Io ci vedo un lose-lose grande quanto Buckingham Palace.

Non ne ho fatto mistero parlandone col mio amico in chat, e chiedendogli come si sentisse.

Mi ha dato due risposte piuttosto strane, che volevo condividere con voi.

  1. Per certi versi, mai stato meglio. Lui si era assuefatto a questa vita stressante nella City, con questa storia rafforzata e insieme fiaccata dal tempo. Niente di meglio per rimettersi in gioco che perdere gli obiettivi prefissati, le definizioni che ci siamo autoimposti. Adesso deve per forza chiedersi: perché? Perché mi andava bene, la vita in fondo noiosa che facevo nella speranza di un domani non meglio definito? E adesso che la sua compagna minaccia di partirsene da un momento all’altro, ha dovuto rivalutare tutte quelle cose nel loro rapporto che ormai dava per scontate. Sicuro di essere disposto ad alzarsi senza che lei gli dia un bacio assonnato per augurargli il buongiorno? E se ne è sicuro, perché è rimasto tre anni a riceverlo? Insomma, la crisi destabilizza, ma ci rende anche totipotenti, come cellule non differenziate, spalancando baratri che possono inghiottirci per un po’ e poi portarci in altri mondi.
  2. Con buoni ingredienti, risultato mai pessimo. L’amico mi ha raccontato che alle elementari, per il suo compleanno, aveva insistito per prepararsi lui la torta da portare a scuola. Per orgoglio non ammetteva che il risultato non fosse eccelso, ma una volta in classe non si decideva a fare le porzioni. La maestra allora aveva reclamato per sé la prima fetta, commentando: “Se è fatta con ingredienti buoni, non può mai essere davvero cattiva”. Tanti anni dopo, adesso che la sua vita se ne va a carte quarantotto, il baldo giovine si accorge di quanto siano solide le fondamenta su cui l’ha costruita, riempiendola di aspirazioni ragionevoli e persone di cui fidarsi. Una vita così difficilmente verrà sconvolta del tutto da circostanze esterne non proprio tragiche. Se anche dovesse lasciarsi con la compagna, non sarà lanciandosi piatti e rimanendo con ferite insanabili.

Il mio amico non mi frega: “guardare il lato positivo” è spesso un contentino di fronte all’impotenza cronica rispetto al 70% di cose che ci succedono.

Però ha ragione lui:  è anche la scelta più conveniente da fare. Nella peggiore delle ipotesi ci si ritrova comunque infelici, ma con gli strumenti per venirne fuori, ridefinirsi, tornare a vivere bene.

In questo momento, quella torta di compleanno bruciacchiata, mai assaggiata, me la immagino più buona della pastiera di Scaturchio.

E mi manca più di qualsiasi cosa abbia gustato, credendo che me la sarei goduta per sempre.

Risultati immagini per piuma  Qualche giorno fa sono andata a dare una conferenza, ed ero tranquilla.

Ho preso il treno fin troppo in anticipo, col mio bel malloppo di venti pagine in catalano, stampate su entrambi i lati per risparmiare soldi e volume in borsa. Ho controllato che l’USB col Power Point fosse nel portafogli, sperando che il lavoro fatto nei giorni precedenti desse i suoi frutti.

Certo, non ha giovato che l’anziano presentatore non capisse in cosa fossi addottorata (“Studi di Genere? E che è? Posso dire Humanitats?”). Non mi ha lasciata indifferente neanche l’annuncio semiserio che, se la mia conferenza fosse andata male, il professore che mi aveva mandata a sostituirlo sarebbe stato bandito dalla programmazione di quel centro culturale. Quindi confesso che, una volta davanti alla cinquantina di persone venute lì ad ascoltarmi, non ero più così sciolta e rilassata e poliglotta come ero uscita di casa.

Però è andata bene. La sensazione di serena aspettativa a cui cercavo ancora di aggrapparmi (anche se dopo la prima mezz’ora a parlare solo io cominciavo a chiedermi che cazzo stavo a di’) mi ha aiutata a divertirmi col pubblico, a riflettere con loro. Perfino a comunicare certe mie impressioni che spettatori non proprio familiarizzati con gli Studi di Genere avrebbero potuto trovare un po’ strane. Ci ho schiaffato pure la classica citazione di Tacito (solitudinem faciunt…), peraltro pronunciata alla spagnola, per chiudere in bellezza lo sparuto giro di domande su imperialismi vecchi e nuovi.

Per tutto il tempo in cui ho fatto questo, impappinandomi col catalano, facendomi anche aiutare dal pubblico con certi termini, mi è balenata davanti un’immagine che adesso mi fa tenerezza: la me stessa che andava agli esami con quadernoni fitti di appunti, che ripassava ossessivamente fino al suo turno per conferire. Mi preparavo bene come adesso per la conferenza, eppure avevo il doppio dell’ansia e mi riempivo la testa di nozioni che immaginavo mi avrebbero salvato all’ultimo momento. Prendevo voti piuttosto alti, raramente il massimo.

Sono contenta, quindi, di aver scoperto quanto sia inutile il disagio ai fini del successo. Dipende molto da cosa intendiamo, per successo. Un tempo pensavo che si trattasse di ricevere la lode, scritta e orale, dei miei esaminatori. Adesso che mi si esamina senza voti e senza chissà che retribuzione (non ci lamentiamo, eh, solo che quest’IVA…) ho capito che si tratta davvero di fare bene il proprio lavoro. E, soprattutto, volerlo condividere, preparandosi all’idea che potremmo finire noi per imparare qualcosa.

Mi piacerebbe tornare da quella diciottenne così ansiosa di piacere da non riuscire a convincere del tutto, e darle una scozzetta sulla testolina ansiosamente reclinata sulla sua grafia illeggibile.

Non potendo farlo, mi limito a sperare che le risate che ho suscitato con qualche strafalcione in catalano ricordino a tutti che è dagli errori che comincia tutto.

Perfino un buon lavoro.